giovedì 20 ottobre 2011

RESPIRANDO PER AFFOGARE

Potrei ricordare molte cose di questa giornata a Roma. Mi limito a un elenco in ordine cronologico, che a mio parere rende bene l'idea di quello che ho vissuto.

Mi sveglio alle 6.30, esco di casa alle 7. Non piove, ma comincia mentre mi trovo alla fermata. Penso: "Spioverà". Appunto.
Aspetto il bus per venti minuti. Sfreccio verso il centro dell'Eur (luogo mitologico caro a me e Gian Maria, che necessita di essere cantato in un romanzo o - meglio - in una graphic novel), e lì prendo la prima fracicata: alla fermata Eur Palasport sono già zuppo.
Arriva il treno, e improvvisamente capisco che c'è qualcosa che non va, che c'è un dettaglio che non combacia con gli altri, come i deja vu di Matrix: il treno che arriva mi è sconosciuto. Ora, cercate di capirmi: come ben sapete, io conosco più o meno tutti i treni della metro B di Roma. Li riconosco dai graffiti, ricordate? E invece questo era diverso da tutti gli altri: era nuovo di zecca, ma non del tipo di quelli ultramoderni che si vedono di recente; era nuovo, ma la sua forma era quello di un treno vecchio, con degli interni sbalorditivi e una voce diversa (e brutta).
Prendo quel treno, pur con qualche dubbio, e faccio bene: è praticamente l'ultimo treno della metro B che parte regolarmente.

Arrivo a Policlinico, ma non riesco ad uscire dalla stazione: me lo impediscono la folla che blocca l'uscita e la pioggia sferzante che si infila fin dentro al tunnel, aiutata da un vento infernale, almeno a giudicare da come si muovono i pini là fuori. Penso: "Vabbè, aspetto un po': spioverà". Ehm.
L'altoparlante annuncia che il servizio della metro è rallentato; passano pochi minuti e la stessa voce metallica afferma che il servizio è fermo. Mi trovo nel limbo: non posso andare avanti, né tornare a casa. Dopo mezz'ora di vana attesa decido di tentare la fortuna, ed esco sotto al diluvio.
In qualche modo miracoloso prendo un tram, per scoprire che è una corsa limitata e che si ferma dopo una fermata. Scendo, e ancora una volta accade l'impossibile: arriva a ruota un altro tram. Ci salgo, sgusciando come un gatto mentre la gente chiude gli ombrelli, e lentamente mi avvio verso l'università. Nel tragitto vedo che i marciapiedi sono sommersi dall'acqua, e che anche le macchine stanno lì per. Arrivato a destinazione, mi resta l'ultimo ostacolo: guadare Viale Romania, totalmente sommerso da un liquido marrone che definire acqua sarebbe quantomeno improbabile.

Entro nell'università, salgo al quarto piano. Sull'ultima rampa di scale, causa suola bagnata, rischio di cadere e mantengo l'equilibrio con una certa difficoltà: i presenti, tra cui la nipote di un noto cantautore napoletano, se la ridono. Arrivo in classe, apro la porta davanti ed entro: ci sono sette o otto alunni oltre a me. Il prof mi guarda e mi dice: "Buongiorno". Io lo guardo e, alludendo all'obbligo di firma di quel corso, proclamo: "Questa vale almeno due presenze". Risate. (Sì, me l'ero preparata mentre aspettavo che spiovesse)

Ovviamente all'uscita dalla lezione (perché avevo una sola lezione, dalle 8.30 alle 10.30) aveva smesso di piovere, e la situazione era tutto sommato normale, tanto che una cosa azzurra che alcuni chiamano cielo comparve tra le nuvole. Rimanevano "solo" i disagi con i mezzi pubblici: un'attesa infinita per il 3, un viaggio da sardine, persone che attendevano da una vita alle fermate e che entravano senza lasciarci prima scendere, scene di panico, la stazione metro parzialmente allagata. Trovo ospitalità per il pranzo da Valeria (ancora grazie), poi mi appresto al lungo ritorno. Da Via Luigi a Pulci a Viale del Tintoretto in due ore e mezza, interamente in superficie causa metro mutilata: la cosa comica era che qualsiasi piano elaborassi andava in fumo, costringendomi a ridefinire continuamente le regole d'ingaggio. Alla fine sono dovuto andare a Piazza Venezia, visto che a Termini i pochissimi bus per l'Eur presenti erano presi d'assalto da orde sanguinarie.

Alla sera, in tv, ho visto poi scene ben più drammatiche, avvenute evidentemente in altre zone della città. Il padrino mi ha riferito di macchine trascinate dalla corrente; una signora sull'autobus parlava di auto abbandonate dai propri autisti in mezzo alla strada, con gli sportelli aperti; un vecchio pazzo, sul medesimo autobus, ha tirato in mezzo i black bloc (ma perché?).

Vorrei concludere questo post con una citazione: l'alluvione romana mi ha fatto venire in mente la frase di lancio del film La tempesta perfetta - probabilmente una delle più belle frasi di lancio della storia, e ancora più probabilmente già citata su questo blog, anche se non me lo ricordo - che recitava "Chi avrebbe mai immaginato che l'inferno sarebbe stato bagnato?".

Invece no. Chiudo il mio post con una fotografia emblematica di questa giornata, e forse non solo: gli irrigatori accessi e in funzione a pieno regime, spruzzanti acqua a destra e a sinistra, nei giardinetti di Piazza Venezia alle quattro del pomeriggio. Tirate voi le conclusioni.

mercoledì 5 ottobre 2011

IL RIMPIANTO DI UNA VOCE MAI SCRITTA


Nel dicembre del 2010 decisi di scrivere un racconto elaborando un’idea che avevo in mente da un bel po’ di tempo. Quell’idea si sarebbe trasformata in Fino alla spiaggia, piccolo racconto che però mi avrebbe permesso di entrare nella rosa dei semifinalisti del Premio Campiello Giovani. Fin qui niente di nuovo; quello che invece molti di voi non sanno è di cosa parlava il racconto che scrissi.

Fino alla spiaggia era una libera rielaborazione di un fatto storico. Nella seconda metà del 1642 il navigatore olandese Abel Tasman salpò da Batavia (l’odierna Giacarta, in Indonesia) alla ricerca della cosiddetta Terra Australis Ignota: un immaginifico continente, ancora inesplorato, che doveva essere situato da qualche parte tra l’Africa e l’America Meridionale. Tasman – e il suo nome dovrebbe dirvi qualcosa – seguendo questa rotta effettivamente sbarcò su un nuovo territorio: l’isola che ancora oggi porta il suo nome, la Tasmania. Successivamente fu anche il primo europeo ad arrivare in Nuova Zelanda. Ecco, Fino alla spiaggia narrava la mia versione dei fatti di quel primo sbarco in Tasmania.

Quello che ancora meno persone sanno, però, è come io – un ventiduenne italiano del 2011 – sia venuto a conoscenza di questa storia, nota tutt’al più in Oceania e in misura minore in Olanda. Probabilmente nessuno di voi conosceva Abel Tasman e sapeva cosa aveva fatto nella vita. Io invece Abel Tasman so chi è, e lo so dal lontano 2006. La storia di Abel Tasman – una storia straordinaria e tragica: la sua scoperta fu ritenuta inutile dai suoi committenti, e il navigatore morì in povertà – è stata una delle prime cose che ho imparato grazie a Wikipedia.

Ieri sera, verso le 19.30, sono andato su Internet. Dopo aver controllato posta, blog e siti di informazione ho fatto una capatina su Wikipedia. Ho fatto una cosa che faccio spesso: ho dato una letta alla pagina in cui discutono i membri del Progetto di Wikipedia dedicato ai videogiochi (sono un po’ nerd anche io). Si dicevano le solite cose: alcune pagine erano state proposte per la cancellazione, essendo palesemente indegne di stare sul sito. Cliccai sul link di una di queste: “Dirt 2”, voce su un gioco di rally. “Mah” ho pensato, e sono andato a prepararmi la cena.

Quando, un paio d’ore più tardi, Valeria mi ha comunicato la notizia choc, una delle prime cose che ho pensato è stata: “Se Wikipedia scompare, non potrò credere che l’ultima voce che ho letto è stata Dirt 2”. Cioè, mi sarei vergognato a vita. Sono rimasto a leggere l’avviso, che già aveva fatto due volte il giro del mondo su Facebook, e ho capito che al peggio non c’è mai fine. E pensare che era stata una delle mie paure più grandi, quando scrivevo la tesi: che Wikipedia scomparisse da un giorno all’altro, così, all’improvviso. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

Dopodiché ho pensato a come sarebbe stato bello un romanzo (ma forse anche un racconto) che parlasse di Wikipedia, magari narrato dal punto di vista (inedito per molti) di qualcuno che vi scrive sopra. Ho già in mente titolo e un paio di scene madri: prima o poi lo scriverò. Pensate che affresco d'epoca che potrebbe essere.

Lì per lì non ho provato nient'altro, mi sono limitato solo a questi pensieri. Rabbia, indignazione, voltastomaco: niente di tutto ciò. Mi sono messo a scrivere il mio nuovo romanzo, cercando di non pensare a quella pagina, a quel "Cara lettrice, caro lettore" iniziale, ai lanci sui quotidiani online.

Poi, prima di addormentarmi, mi è venuta in mente una cosa. Dopo che il mio racconto era stato selezionato, mi ero ripromesso di riscrivere la voce su Abel Tasman. Quella che trovate (trovavate?) sulla Wikipedia italiana l’ho scritta io tanti anni fa, traducendola dall’inglese, ma è incompleta e priva di fonti: dopo la mia decisione mi ero dato da fare su Internet, trovando alcuni documenti e saggi che potevano fare al caso mio; mi ero persino imbattuto nella traduzione inglese del diario di Tasman. Poi, però, non feci più niente: e la voce restò così, discreta ma non referenziata.

Così mentre mi addormentavo, ieri, finalmente ho provato qualcosa. Mi sono sentito in colpa verso il buon vecchio Abel.

P.S. Credo che Wikipedia riaprirà, forse nelle prossime 24 ore. Ma questo “sciopero” resterà nella storia del sito, a livello internazionale. Lo scopo era fare rumore mediatico: operazione riuscita in pieno, visto l’eco che si è generata sui mass media. Mi sembra superfluo fare riflessioni sulla legge che ha suscitato questo polverone, visto che la pensiamo tutti allo stesso modo (ho anche immaginato uno scenario in cui il governo perdeva le elezioni a causa del risentimento popolare contro la chiusura di Wikipedia). Con questo post volevo solo celebrare un sito che, nel bene e nel male, è una delle più grandi innovazioni della Rete.

lunedì 26 settembre 2011

C'ERA UNA VOLTA UNA CHATTA

Il mio ritorno a Roma, avvenuto ieri, è coinciso con il mio grande ritorno su Msn, da cui mancavo da diversi mesi. Come? Eh? Emmesseche?
Ormai uso Msn soltanto per un motivo, o meglio per una persona: quando torno a casa la sera mi sento con Valeria in chat, dal momento che con la pennetta 3 che uso a Roma non mi posso permettere Skype. Non è che mi interessa parlare con altra gente, in realtà, quindi non mi lamento; però anche volendo la mia scelta sarebbe obbligata: praticamente lei è l’unico contatto in linea che mi ritrovo. Qualche volta – ma raramente, e solo per qualche secondo – si connette qualcun altro: ma si tratta di eccezioni piuttosto irrilevanti.

Io ho una sessantina di contatti (un tempo ero sulla novantina, poi ho effettuato un’epurazione di massa), eppure tutti loro sembrano aver abbandonato Msn. Ieri scorrevo la lista, cercando di risalire all’ultima volta che avevo visto in linea la tal persona, o addirittura all’ultima volta che ci avevo parlato. In entrambi i casi, il periodo di tempo era misurabile in mesi; ma per qualche mio contatto credo si possa anche parlare di anni.

So che sto dicendo una cosa banale, perché molti dei miei amici mi dicono la stessa cosa, però le cose stanno proprio così: Msn sta morendo. E a me dispiace tantissimo, perché per un periodo della mia vita (ultimi due anni di liceo/primi due di università, più o meno) è stato il principale strumento di comunicazione con i miei coetanei, forse il primo vero social network della storia. Pensateci un attimo: quando avete cominciato ad usarlo? Io, personalmente, mi iscrissi nel 2006: dopo alcune reiterate richieste da parte di Perroni alla fine capitolai. All’inizio avevo tre contatti: Andrea, Fratta e Jacopo, cui si aggiunse dopo un paio di mesi (più o meno intorno al suo compleanno, se non erro) Matteo il Rocca. Erano anche i primi tempi che avevo una connessione Internet, ed ero talmente inesperto che arrivai a porre al Fratta la seguente, storica domanda: “Ma per usare Msn devo stare collegato ad Internet?”

Sembra una vita fa, eppure sono passati “solo” cinque anni. Oggi chi usa Msn è considerato un dinosauro, una specie di bizzarra anomalia temporale: Facebook lo ha rimpiazzato in tutto e per tutto, spazzandolo via dalla galassia cybernetica. Ho incontrato gente che non ricorda più la password per Msn, e che mi ha detto che non gli serve più a nulla, “tanto c’è Facebook”. Questo mi fa nascere nella mente una riflessione, anch’essa piuttosto banale: non vi sembra che la tecnologia avanzi ad un ritmo troppo veloce? Non sto dicendo che sono contro lo sviluppo tecnologico (per carità!), ma solo che le novità si susseguono l’una dopo l’altra senza darci il tempo di abituarci. Quando ero piccolo io mi vedevo le cassette su Vhs, che esistevano già da una decina d’anni; il lettore Dvd, invece, è durato meno di un decennio, subito superato dalla tecnologia Blu-Ray. Stessa cosa nel mondo di Internet: la vicenda di Msn è emblematica da questo punto di vista.

Forse aveva ragione quel video che prendeva in giro Facebook, quando diceva “Non faccio in tempo ad imparà a usà MySpace che subito me dicono de farme Facebook”. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’avvento di Google+, un nuovo social network destinato ad ingaggiare una dura lotta con Facebook nei prossimi tempi. Matteo mi ha invitato su Google+ quando ancora era elitario, eppure io sono tuttora indeciso se farmelo: da un lato mi affascina, visto che lima molti difetti di Facebook, dall’altro non ne sento un reale bisogno, non avverto la necessità di entrare nel magico mondo dei social network. Boh, forse alla fine lo proverò e poi, se non mi piacerà, mi cancellerò (definitivamente, visto che lì, a differenza di Facebook, è consentito).

Ora come ora, questa nuova battaglia a colpi di socialqualcosa mi sembra avere solo due effetti: il copia-incolla di caratteristiche tra i due colossi, messo in pratica soprattutto da Facebook in reazione al nuovo nemico; e il proliferare di nuove funzioni più o meno rivoluzionarie e utili, create al solo scopo di restare vivi e competitivi nel settore (quelle annunciate recentemente da Facebook, francamente, mi fanno rabbrividire; e condivido – termine che va di moda – uno dei commenti all’articolo che vi ho linkato: “La più grande operazione di schedatura volontaria di massa”).

Vabbè, questo è uno di quei soliti posti in cui mi atteggio senza motivo a gran conoscitore dei media digitali, e in cui risulto vagamente snob. Ve lo alleggerisco nel finale: il titolo del post (e il suo contenuto in realtà) mi sono stati ispirati da una canzone contenuta nell’ultimo album di Daniele Silvestri, intitolata La chatta. Ascoltatela: vi strapperà una risata, ma vi farà anche pensare a come corrono i nostri tempi.

lunedì 5 settembre 2011

MANIFESTO

L’estate stava lentamente volgendo al termine, tirandosi dietro le ultime giornate di sole e gli sciami di turisti affamati. L’aria cominciava ad assumere un sapore diverso, forse effetto della limpidezza eccessiva che colorava il panorama o delle piogge che presto si sarebbero abbattute sulla regione, anticipate dalle grandi e potenti raffiche di vento di quei giorni.

“Settembre è il mese migliore da inserire nel titolo di un libro” pensò Luigi di punto in bianco. Non a caso, in quel tempo, stava leggendo Le luci di settembre: Luigi aveva capito subito, senza neanche aprirlo, che aveva fra le mani qualcosa di buono; con un titolo così epico, semplice ma perfetto allo stesso tempo, non poteva che essere così. Un suo amico avrebbe detto che settembre è il mese ideale per il ripensamento sugli anni e sull’età e su tutto il resto. Luigi in realtà pensava che qualunque mese fosse adatto per una riflessione del genere, quindi scartò l’idea: non era quello l’argomento di cui voleva parlare per il suo ritorno sul blog, dopo un mese di lontananza dovuto alle vacanze estive (“E tromba de meno e scrivi più post!” avrebbe detto ancora una volta quel suo amico). L’ultimo aggiornamento, dopotutto, era stato scritto addirittura in Irlanda: ma si sa, agosto non è un buon mese per Internet.

Forse avrebbe potuto scrivere delle sue vacanze: avrebbe potuto inserire la descrizione delle uscite serali, della pastata a casa Cavicca, del Ferragosto con tanto di primo (mezzo) bagno di mezzanotte della sua vita, della gita in barca dietro alla montagna, delle serate canore, dei TeleFunk’n, del Rocca che lo convinceva a farsi Google+ (a settembre però) e di tante altre cose che non gli venivano in mente in quel momento. Poi pensò che ciò che più gli stava a cuore – le due settimane di vacanza con Valeria – non era descrivibile a parole: e che, in fondo, erano anche fatti suoi.

Lo sguardo gli cadde su un foglio che da un paio di giorni albergava sulla sua scrivania. Luigi lo osservò bene: era una pagina di quaderno, strappata dal suo contenitore originario, su cui qualcuno aveva disegnato qualcosa. A prima vista sembrava solo un semplice scarabocchio, un disegno infantile di un mostro o comunque qualcosa senza un significato apparente. Luigi sapeva, invece, che non era così. Prese il foglio fra le mani e lo osservò per bene. “Dovrebbe venire proprio un bel lavoro” pensò “Devo solo cominciare, poi i dettagli verranno da sé”. E, improvvisamente, gli venne l’idea per il post.

Avrebbe scritto ancora una volta della sua vocazione letteraria, forte come non mai in quel momento, luminosa come un faro a picco su una scogliera nella notte del mondo. Avrebbe cominciato parlando del romanzo che aveva ultimato qualche mese prima, L’ultima partita: tra la fine di agosto e l’inizio di settembre se lo era riletto tutto, trovando altri errori e incongruenze, ma pensando che in fin dei conti non era poi così male. Poi aveva battuto al computer gli errori segnalati dai suoi fidi correttori di bozze, ottenendo così la stesura definitiva del libro. Proprio in quei giorni, poi, si era informato riguardo le case editrici che potevano fare al caso suo (o per le quali lui poteva fare al caso loro), e inoltre aveva preso informazioni sulla registrazione dell’opera alla SIAE: un’operazione piuttosto costosa, ma che serviva a far sparire dalla sua testa le tipiche paranoie da scrittore emergente.

Ecco, sarebbe partito da un caso particolare – quello de L’ultima partita – per poi allargare il discorso ad una tematica più ampia: il suo stile e la sua collocazione nell’oceano della narrativa. Avrebbe scritto che le poche persone che avevano letto quel libro gli avevano dato un parere unanime: il romanzo non era male, no, funzionava, era persino intrippante in qualche punto. Ma come libro per ragazzi. Gli adulti, probabilmente, non lo avrebbero trovato così interessante. Luigi ripensò a quei pareri: ricordò come in un primo momento fosse rimasto interdetto, stupito dall’essere riuscito a scrivere un libro per ragazzi senza volerlo. Forse era anche un po’ deluso, almeno all’inizio. Poi però aveva cominciato a riflettere. “Essere uno scrittore per ragazzi? E perché no?” si era detto. In fondo, non era sempre stata quella il tipo di letteratura che gli era piaciuta? La cosa poteva avere molti spunti interessanti: poteva dare libero sfogo alla fantasia, per esempio; poteva provare ad intercettare gli umori di un pubblico meno esigente di quello adulto; poteva persino tentare, in un delirio di onnipotenza, di riportare le opere per ragazzi ai livelli da lui tanto vagheggiati in un post precedente. Insomma, era una bella scommessa.

Nel post avrebbe dovuto indicare dei modelli, qualcuno cui ispirarsi. Gli venne in mente subito – ma forse solo perché lo stava leggendo in quel periodo – Carlos Ruiz Zafón, che aveva cominciato proprio come scrittore per ragazzi. Ma perché non rifarsi anche ai grandi del passato? Ogni tanto gli veniva da pensare a Robert Louis Stevenson, che peraltro era il maestro sommo in quello che Luigi aveva scoperto essere il suo genere preferito, l’avventura (grafica?). E poi c’erano i grandi parallelismi con il cinema. Gli piaceva pensare alle sue future opere come a certi film di Steven Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Jurassic Park… Magari avrebbe potuto citare anche l’imminente Super 8, così avrebbe potuto annunciare pubblicamente che intendeva andarlo a vedere quanto prima per scriverne una recensione su Attraversamento Cojoti. Sì, ci avrebbe messo anche quello. E magari avrebbe fatto qualche riferimento agli immancabili videogiochi, Monkey Island, Broken Sword, eccetera eccetera.

Ecco, ora le sue fonti di ispirazione c’erano praticamente tutte. Luigi si chiese se servisse altro, nel terzo millennio, per diventare un buon scrittore per ragazzi. Per come la vedeva lui quello era un buon punto di partenza: poi bisognava vedere se c’era il talento, ma quello era un altro discorso.

Chissà se, una volta inviato il manoscritto de L’ultima partita, qualcuno gli avrebbe risposto…. Magari non sarebbe successo niente, pensò. Nel dubbio, però, non poteva rimanere con le mani in mano. Sentiva già il richiamo della musa che lo spingeva a prendere nuovamente in mano la tastiera per dare vita al nuovo romanzo che gli frullava nella testa già da un po’, un mix di giallo e avventura di cui aveva già scelto un titolo. Un titolo epico, ovviamente.

Decise di mettersi subito al lavoro.

mercoledì 3 agosto 2011

DUBLINO RANDOM

Probabilmente questo sarà l’ultimo post che vi scrivo dall’Irlanda: sabato mattina prenderò l’aereo e tornerò in patria, e non credo di avere tempo per pubblicare un altro intervento prima di allora. In ogni caso, in questo post metterò tutte le cose che ho notato in queste settimane e che non sono riuscito ad inserire negli altri interventi. Non c’è un filo conduttore, anche se spesso si parlerà di cibo (mi piace parlare di cibo, e il cibo aiuta a comprendere le diverse culture).

Nel caso vi dovesse capitare, nella vita, di vivere a Dublino per un periodo di tempo, sappiate che ci sono delle cose ti tipo prettamente economico che dovete sapere. Uno dei motivi che mi hanno spinto verso questa città, e non verso una meta inglese, era il seguente ragionamento: in Irlanda c’hanno l’euro, in Inghilterra la sterlina, quindi la vita costa di meno, quindi vado lì (sono pur sempre quello che decideva dove espandersi in Europa Universalis II solo dopo aver controllato il prezzo del caffè). Beh, il mio ragionamento era sbagliato, o almeno lo era parzialmente: Dublino è infatti una città estremamente cara sotto certi punti di vista, mentre per altri è più economica dell’Italia.
Cose che costano tanto: • il cibo. Le colazioni e le cene me le forniva la mia famiglia ospitante, ma per il pranzo dovevo provvedere da solo. I prezzi sono generalmente più alti che in Italia, e questo spiega perché il Tesco vince. Addirittura la cosa si ripercuoteva anche sulle grandi catene commerciali: un menù da Burger King costa 8 euro qui, contro i 5 e qualcosa italiani. • i mezzi pubblici. Qui più che altro devo parlare di un salasso. Ho speso 20 euro a settimana per l’abbonamento del treno: e quando scrivo “del treno” intendo dire che, se avessi voluto prendere l’autobus (qui sono tutti a due piani, come a Londra, ma gialli e blu), avrei dovuto pagare, perché si tratta di due abbonamenti distinti. Ma mi è andata anche bene: un mensile dell’autobus (ancora, solo dell’autobus) costa una novantina d’euro! Assurdo, dai.
Cose che costano poco: • cd, dvd, elettronica in genere. Potevo lasciarmi sfuggire il best of (doppio cd) degli Snow Patrol (peraltro irlandesi) a 7 euro? No. Da HMV (catena che mi dicono essere presente anche in UK) ti puoi portare a casa un dvd con 3 euro, mentre anche i videogiochi costano meno che in Italia. • vestiti. Due grandi catene (Pennies e Dunnes Store) dominano il settore: con 3 euro vi potete comprare un paio di scarpe, con 10 un maglione, con 20 una giacca. La qualità, specialmente nel caso di Pennies, lascia molto a desiderare; molto meglio Dunnes, dove secondo me si possono fare degli affari d’oro.

Ma quello che tutti voi vi starete chiedendo ora è: ma, Luigi, dicci, cosa ti mangi in Irlanda? Domanda interessante. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato: la mia padrona di casa è infatti un’ottima cuoca, specialmente rispetto a quello che è capitato ad altri malcapitati studenti. Quasi tutte le sere ci siamo beccati la pasta, spesso con sughi che in Italia sarebbero improponibili, ma che comunque erano più che accettabili; pochi giorni fa si è cimentata anche in una specie di carbonara, senza contare che spesso e volentieri ci ha fatto la lasagna. Chi ha detto che l’Irlanda è tutta carne e patate?
Probabilmente lo ha detto chiunque sia stato da queste parti, ma non a casa della signora. In alcune occasioni, infatti, ho avuto modo di provare alcune specialità locali. La suddetta signora, infatti, si è cimentata una prima volta nel Coddle (piatto tipico di Dublino: stufato di salsicce, patate, cipolle e carote. Veramente ottimo!) e una seconda nello Sheperd’s Pie (sorta di lasagna fatta da uno strato base di carne macinata, e poi a salire con patate spappolate. Buonissimo, l’ho mangiato anche in un pub). Insomma, sì, c’è una predominanza di carne e patate: ma se non avete problemi con questi prodotti, apprezzerete la cucina irlandese.
Altra prelibatezza, stavolta non proprio locale: le Cornish Pasties. In giro per la città ci sono questi minuscoli negozi, facenti parte di una catena, che sfornano quotidianamente e in continuazione queste specie di crepes salate, ripiene di carne, patate, cipolla e cotte al forno. Detto così non sembra niente di che, ma mangiarne una appena uscita dal forno, calda e avvolta nella sua carta, ha un non so che di epico.

Ed ha un sapore ancora più buono se ve l’andate a mangiare a St. Stephen Green. Come ho già scritto, è usanza dei lavoratori d’ufficio dublinesi raccattare da qualche parte del cibo e andarselo a mangiare in questo parco, preferibilmente adagiati sull’erba lungo le sponde del suo laghetto popolato di anatre. Effettivamente la cosa ha il suo fascino, specialmente nei (rari) giorni di sole: addirittura, spesso è difficile trovare posto. Certo, ci sono milioni di altri parchi nel mondo dove andare a fare una cosa del genere: ma a St. Stephen Green ci si sente, in qualche modo, dublinesi. Non so, la cosa aiuta a guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Un altro modo per sentirsi dublinesi? Fare colazione per strada, camminando, con un bicchiere di cartone ripieno di un improbabile liquido che da queste parti spacciano per caffè. Lo fanno tutti: camminate per il centro città una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo, e vi imbatterete in frotte di persone in giacca e cravatta, con la ventiquattro ore in una mano e il bicchierone nell’altra. E dovreste vedere come sorseggiano quell’intruglio, e con quale piacere! Ovviamente la cosa ha una spiegazione più o meno logica: lì, d’inverno, fa freddo, e camminare buttando giù qualcosa di caldo aiuta certamente. Nella caffetteria della scuola, comunque, ho voluto provare l’ebbrezza: niente di trascendentale, però camminare con questo bicchierone in mano ha un non so che di affascinante.

Ora la smetto di parlare di cibo, e vi dico qual è il motivo per cui non potrei mai vivere a Dublino. Vedete, questa è una città sul mare; per di più, è una città con un sacco di quei comignoli tipicamente anglosassoni sui tetti. Questi due fattori, combinati insieme, portano alla più temibile minaccia dei nostri tempi: i gabbiani. Dublino è piena di gabbiani: sono ovunque, vi seguono per strada, planano sulle vostre teste. E sganciano. Finora non mi hanno ancora colpito, ma sono ancora memore degli attacchi dei loro colleghi romani…

E come non parlare degli sport gaelici? L’Irlanda, oltre ad essere nota a livello mondiale per il rugby, è anche l’unico posto al mondo dove si praticano due sport assurdi: il calcio gaelico e l’hurling. Il primo è un incrocio tra il calcio, il rugby e una rissa in un pub; il secondo è semplicemente una versione del cricket in cui dovete segnare in delle porte simili a quelle del calcio, anche se in realtà il vero scopo del gioco sembra essere quello di mandare all’ospedale gli avversari.
Ora, voglio farvi capire una cosa. Questi sport non sono soltanto degli orpelli tradizionali, da conservare nella memoria e di cui andare fieri. No: sono praticati su larghissima scala. Vengono giocati nelle scuole. Vengono disciplinati da un’apposita lega (la GAA). E, soprattutto, sono del tutto amatoriali, anche nella massima serie: i giocatori non sono professionisti, ovvero non vengono pagati per giocare, ma lo fanno soltanto per orgoglio personale, per la maglia e soprattutto per la propria contea. E pensate che questi sport vengono giocati, a Dublino, nel Croke Park Stadium, uno degli stadi più grandi d’Europa. [piccola nota: lo stadio di cui parlavo un po’ di post fa, quello che vedevo dal treno, in realtà era questo. Quello del calcio, lo spettacolare Aviva Stadium, sono comunque riuscito ad individuarlo: dal treno si intravede tra due palazzi per alcuni secondi]
La logica conseguenza di tutto ciò è che, in Irlanda, nei parchi e nei campi di strada non si gioca a calcio, ma ci si ammazza (in tutti i sensi) con il calcio gaelico e l’hurling. Vedere un gruppo di ragazzini giocare ad curling nel campetto di Malahide è qualcosa di surreale, ve lo assicuro.

Ho finito. Oh ragà, concludo il post con una delle mie frasi celebri, tenetevi forte. A me piace viaggiare, ma la parte più bella di un viaggio (qualunque esso sia) è quando si torna a casa.
E, aggiungo, ancora di più quando si torna a casa da Valeria.
 
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