martedì 20 dicembre 2011

IL MIO ULTIMO GIORNO DI UNIVERSITÀ

Dal momento che questo blog è il principale strumento che ho per comunicare con molti di voi, ritengo opportuno informarvi che venerdì scorso è stato il mio ultimo giorno di università di sempre.

Ora qui ci starebbe bene uno di quei miei famosi post pieni di nostalgia e ricordi dei tempi passati, ma so che se facessi così verrei ricoperto da insulti e maledizioni varie. D'altra parte, però, non posso ignorare che le mie lezioni all'università sono finite per sempre. Il risultato è questa via di mezzo che avete davanti. Se volete, leggete questo post con questo sottofondo musicale.

Il mio ultimo giorno di università è cominciato in realtà il penultimo giorno di università. La sera si è tenuto l'evento più glamour dell'anno, la festa di Natale dell'università: un po' la summa di tutte le contraddizioni possibili. Io e Valeria ci abbiamo fatto una capatina, giusto il tempo di arraffare un po' di cibo nella folla. Abbiamo poi preferito lasciare il campo agli altri, che pare siano andati in giro fino alle 5 di mattina. (per GM: c'era un solo professore alla festa, colui che ci apostrofava ironicamente come "i nostri scrittori". Era tristissimo vederlo aggirarsi per la chiesa con il suo maglioncino e la sua pancetta)
L'ultimo giorno vero e proprio, poi, è stato abbastanza surreale. La mattina ho fatto un esame di tedesco, mentre al pomeriggio un professore patito di cinema macedone ha portato pizza e bibite in aula. Qualcuno ha risposto con pandoro e panettone: la "lezione" è andata avanti così. Poi, dopo i saluti di rito (se conosceste il professore in questione come lo conosco io, apprezzereste ancora di più l'uso della parola "rito"), siamo stati un po' a parlare nel cortile. Tutti erano felici e gioiosi per la fine definitiva delle lezioni.
Io, nonostante quello che si potrebbe pensare, fino a quel momento non avevo riflettuto più di tanto sul fatto che quella era la fine: tra tesine e presentazioni varie la cosa mi era sfuggita. Solo a quel punto mi sono reso conto per bene della cosa, senza riuscire a capire se ero felice oppure no. La verità è che il mio reale sentimento è sospeso a metà fra questi due estremi: da un lato ci sono incertezza del futuro (qui Matteo avrà un'altra fitta al cuore. Ma no, Matteo, stai tranquillo!) e ricordi vari, dall'altro non vedo l'ora di andare avanti e vedere cosa mi (ci) riserva il domani. Insomma, un pensiero di una banalità sconcertante, non trovate?
Prima di lasciare l'università ho ricordato ad Andrea - l'ultimo superstite del corso triennale che era con me nel cortile in quel momento - di quando seguivamo le lezioni del tridente d'attacco Antiseri-Pellicani-Pezzimenti. Era quattro anni prima, eppure sembrava passata poco più di una settimana (ma forse era solo perché pochi giorni prima io e lui ci eravamo imbucati a una lezione del Pellicani, così, giusto per). Ecco, forse è questa la cosa più stupefacente: la velocità folle con cui si è mosso il tempo. Questi cinque anni (diciamo quattro, per essere precisi) sono volati via in un baleno. Se poi ripenso ai tempi del liceo, che apparentemente mi sembrano ancora abbastanza vicini, mi accorgo che stiamo parlando di epoche lontanissime. Al di là di tutto - nostalgia, felicità per la fine delle lezioni, futuro nebuloso (o futuro limpido) - mi sembra che in fin dei conti rimanga solo il tempo e il modo in cui lo utilizziamo.
Alla fine arrivo alla navetta, mi imbarco, e aspetto di partire. Finalmente l'autista sale, mette in moto, fa la manovra e si avvia sulla discesa. Mancano pochi metri e poi sarò fuori, l'ultima volta da studente. E proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino.
Era Pinci, ovviamente. Era inevitabile che dovesse mettere la sua firma pure sull'ultimo giorno.

giovedì 1 dicembre 2011

MADRID

Come spesso accade, anche Madrid prima di andarci non mi attirava e invece poi mi è piaciuta. Sto cominciando seriamente a preoccuparmi, e mi pongo domande tipo: se poi vado in un posto che mi attira (l’Australia) e non mi piace che faccio?

Madrid è una bella città. Non ha un’anima immediatamente riconoscibile, né riesco a descrivervela in poche parole: però mi è piaciuta, mi ha lasciato una sensazione positiva. Ci sono stato quattro giorni con Valeria per festeggiare il nostro terzo anniversario: e diciamo che mi sarebbe piaciuto anche andare nella parte albanese della Macedonia, se ci fossi andato con lei.

Quattro giorni sono un tempo più che sufficiente per visitare il centro città. Eravamo armati di guida, il volume dedicato a Madrid del National Geographic: una guida fatta abbastanza bene, con molte mappe chiare, buone descrizioni degli itinerari e qualche indicazione fuori dal mainstream. Peccato che fosse un po’ carente sul fronte degli aggiornamenti: per due volte ci siamo ritrovati davanti a facciate desolate laddove ci sarebbero dovuti essere dei ristoranti. Ma vabbé, per il resto ci siamo trovati bene.

Il centro di Madrid si sviluppa attorno alla famosa Puerta del Sol: una piazza oblunga incredibilmente piena il sabato e la domenica. È il centro della città e dell’intera Spagna: da qui si calcolano ufficialmente le distanza delle città spagnole dalla capitale. A nord della piazza, parallela ad essa, c’è la Gran Via, il cuore dello shopping madrileno; a ovest c’è la zona asburgica, costruita su quella medievale, ed oltre di essa c’è il Palazzo Reale; a est si estende il lungo Paseo del Prado, attorno al quale sono dislocati i tre maggiori musei della città; a sud c’è il Barrio de las Letras, una rete di vicoletti che ospitano taverne e bar. Il tutto a portata di piede: si arriva a fine giornata distrutti, ma in via teoria si potrebbero vedere tutte le cose più importanti senza mai prendere i mezzi pubblici.

Ma perché non prenderli, dico io? La metro di Madrid è – manco a dirlo – spettacolare: 11 linee, treni che passano ogni minuto (ogni tre minuti la sera, quando da noi ne devi aspettare dieci), veicoli modernissimi, stazioni scintillanti e pulitissime. Ormai ci ho fatto il callo: non appena metto il naso (e che naso, signori) fuori dall’Italia mi ritrovo a rosicare per il disservizio pubblico che mi subisco ogni giorno a Roma. La metro di Madrid, inoltre, ha somiglianze inquietanti con quella di Parigi: stessi vagoni (quelli che per aprire devi alzare una manovella, per intenderci), stessi strani oggetti su cui sedersi mentre si aspetta il treno (dei tubi che escono dal terreno a varie altezze). Ha solo un difetto: i soffitti sono bassi. In un corridoio io c’entravo appena: uno come Matteo avrebbe avuto seri problemi.

Il centro di Madrid mi è piaciuto. Dal punto di vista architettonico è un’accozzaglia di stili diversi: palazzi storici lasciano posto a grattacieli decisamente più moderni. Certi posti (la Gran Via o Plaza de España) sembrano usciti da Manhattan; altri (l’edificio trionfale sulle sponde del lago al Parque del Retiro) sembrano un pezzo di Parigi in penisola iberica. Nonostante questo eclettismo, passeggiare per le vie è affascinante.
Più che il vero proprio centro, però, personalmente ho apprezzato molto di più il Barrio de las Letras, che eleggo la mia zona preferita di Madrid. Chiamato così perché nei secoli passati era il luogo di ritrovo di letterati e intellettuali, il quartiere si sviluppa essenzialmente attorno a una via, Calle Huertas, e a una piazza, Plaza de Santa Ana. Qui il paesaggio è completamente diverso da quello della pur vicinissima Puerta del Sol: i palazzoni lasciano spazio a edifici più piccoli, che raramente superano i tre piani, e soprattutto le grandi strade lasciano posto a vicoli e vicoletti, in gran parte pedonali. La zona è piena di invitanti taverne e simpatici locali; sulla strada principale sono incise, per terra, citazioni di opere letterarie di Cervantes, Lope de Vega & co. È un quartiere tranquillo, nonostante sia frequentato da tanta gente: si tratta però in prevalenza di spagnoli, visto che i turisti vengono dirottati altrove. Se andate a Madrid, fateci un salto per una passeggiata nel tardo pomeriggio e fermatevi anche a cena in uno dei localini: vi piacerà.
Mi è piaciuta da morire anche Plaza de España. È una piazza abbastanza grande, costruita attorno a un parco con una grande statua dedicata a Don Chisciotte e Sancho Panza. A dominare lo skyline (ma quanto mi piace questa parola?) sono però due grattacieli voluti dal franchismo, che donano al tutto un’atmosfera decisamente a stelle e strisce (e che sembrano vagamente usciti dall’incipit di Grim Fandango). Non so: stare seduti su una panchina, a vedere due statue monumentali che si specchiano nelle acque placide di una fontana, con una coppia di palazzoni sullo sfondo e le foglie cadute e ingiallite dall’autunno per terra, è qualcosa che mi piace. Ma davvero tanto.

Deludenti i musei (gratis se siete studenti universitari under 25). Il Prado non vale la pena: mi è piaciuto Il 3 maggio di Goya, ma il resto (pittura prevalentemente barocca, prevalentemente spagnola) non mi ha entusiasmato. Meglio il Reina Sofia: il pezzo forte è Guernica, che lascia senza fiato soprattutto per le dimensioni; il resto è arte di tardo Ottocento e Novecento, che in assoluto non mi fa impazzire, ma che qui mi è sembrata comunque apprezzabile.

Una delle vette della vacanza, invece, è stata l’inaspettata gita in barca nel lago del Parque del Retiro. C’è questo laghetto artificiale, sovrastato da un complesso monumentale, e affittano barche a remi per andarci su. Oh, era pieno di gente che si improvvisava popolo di marinai. Io ho coronato finalmente uno dei miei sogni: remare una barca a remi, che fa molto Pirati dei Caraibi. È stato bellissimo e divertente, e me la sono cavata anche abbastanza bene (Valeria si è scapigliata). Il momento più bello è stato quando siamo andati a sbattere (c’era traffico, e comunque venivo da destra) contro una barchetta che ospitava una famigliola francese: uno dei bambini, al momento dell’impatto, si è alzato in piedi e facendo finta di saltare sulla nostra barca ha esclamato “All’arrembage!”. Epocale. Poi due barche piene di ragazzi italiani hanno improvvisato una gara, e uno imitava il Galeazzi commentatore di canottaggio: mi hanno fatto scompisciare.

A Madrid si mangia abbastanza bene. Ho voluto provare a tutti i costi la specialità locale, il cocido madrileno: diciamo che non è la cosa più prelibata che io abbia mai messo sotto ai denti, ma per me viaggiare significa anche provare nuovi sapori. I dolci, poi, sono una cosa spettacolare. Oltre alla classica cioccolata con ichurros che io e Valeria ci sparavamo ogni pomeriggio, menzione d’onore spetta alla Mallorquina: una pasticceria storica di Puerta del Sol, con una vetrina che ti faceva slogare la mascella solo a vederla. La colazione lì, tutte le mattine, è un must.

Il nostro alloggio era centralissimo ed economicissimo. E abbastanza fatiscente: si sentiva benissimo ciò che accadeva nelle altre stanze, il bagno era microscopico, ed era un terzo piano senza ascensore. Però era pulito, e in fin dei conti ci tornavamo solo la sera. Per quello che ci è costato, è andata bene così.

Da come la descrivo, Madrid sembra il paese dei balocchi. Non è così: ho avvertito, più che in altre capitali europee, una palese situazione di degrado. Due cose mi hanno colpito: le file chilometriche per accaparrarsi i biglietti della lotteria (giravano attorno ai palazzi e c’erano poliziotti che mantenevano l’ordine); e le prostitute. Su Calle Montera le prostitute se la comandano. Vi spiego come funziona: stanno ferme lì, al bordo di questa larga e centralissima strada pedonale, anche e soprattutto in pieno giorno. Masticano una gomma, fanno palloni e attirano l’attenzione dei passanti facendoli scoppiare. Se questo non basta passano all’attacco: abbordano letteralmente gli uomini, cercando di trascinarseli da qualche parte nei vicoli là attorno. Il mio esperto amico Gian Maria (esperto perché è stato in Erasmus a Madrid, non perché va a prostitute) mi dice che è sempre così, al punto che quella strada è rinomata proprio per questo. La cosa mi ha colpito per la centralità della zona e per la presenza, fissa, di una pattuglia della polizia nei dintorni: che però se ne sta con le mani in mano. Tutto il mondo è paese.

Basta, ho scritto fin troppo. Voglio soltanto aggiungere una cosa. Madrid è bella, mi è piaciuta, e tutto quello che volete. Però Bilbao è meglio. Fidatevi: Bilbao è qualcosa di totalmente inaspettato.
 
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