Ora qui ci starebbe bene uno di quei miei famosi post pieni di nostalgia e ricordi dei tempi passati, ma so che se facessi così verrei ricoperto da insulti e maledizioni varie. D'altra parte, però, non posso ignorare che le mie lezioni all'università sono finite per sempre. Il risultato è questa via di mezzo che avete davanti. Se volete, leggete questo post con questo sottofondo musicale.
Il mio ultimo giorno di università è cominciato in realtà il penultimo giorno di università. La sera si è tenuto l'evento più glamour dell'anno, la festa di Natale dell'università: un po' la summa di tutte le contraddizioni possibili. Io e Valeria ci abbiamo fatto una capatina, giusto il tempo di arraffare un po' di cibo nella folla. Abbiamo poi preferito lasciare il campo agli altri, che pare siano andati in giro fino alle 5 di mattina. (per GM: c'era un solo professore alla festa, colui che ci apostrofava ironicamente come "i nostri scrittori". Era tristissimo vederlo aggirarsi per la chiesa con il suo maglioncino e la sua pancetta)
L'ultimo giorno vero e proprio, poi, è stato abbastanza surreale. La mattina ho fatto un esame di tedesco, mentre al pomeriggio un professore patito di cinema macedone ha portato pizza e bibite in aula. Qualcuno ha risposto con pandoro e panettone: la "lezione" è andata avanti così. Poi, dopo i saluti di rito (se conosceste il professore in questione come lo conosco io, apprezzereste ancora di più l'uso della parola "rito"), siamo stati un po' a parlare nel cortile. Tutti erano felici e gioiosi per la fine definitiva delle lezioni.
Io, nonostante quello che si potrebbe pensare, fino a quel momento non avevo riflettuto più di tanto sul fatto che quella era la fine: tra tesine e presentazioni varie la cosa mi era sfuggita. Solo a quel punto mi sono reso conto per bene della cosa, senza riuscire a capire se ero felice oppure no. La verità è che il mio reale sentimento è sospeso a metà fra questi due estremi: da un lato ci sono incertezza del futuro (qui Matteo avrà un'altra fitta al cuore. Ma no, Matteo, stai tranquillo!) e ricordi vari, dall'altro non vedo l'ora di andare avanti e vedere cosa mi (ci) riserva il domani. Insomma, un pensiero di una banalità sconcertante, non trovate?
Prima di lasciare l'università ho ricordato ad Andrea - l'ultimo superstite del corso triennale che era con me nel cortile in quel momento - di quando seguivamo le lezioni del tridente d'attacco Antiseri-Pellicani-Pezzimenti. Era quattro anni prima, eppure sembrava passata poco più di una settimana (ma forse era solo perché pochi giorni prima io e lui ci eravamo imbucati a una lezione del Pellicani, così, giusto per). Ecco, forse è questa la cosa più stupefacente: la velocità folle con cui si è mosso il tempo. Questi cinque anni (diciamo quattro, per essere precisi) sono volati via in un baleno. Se poi ripenso ai tempi del liceo, che apparentemente mi sembrano ancora abbastanza vicini, mi accorgo che stiamo parlando di epoche lontanissime. Al di là di tutto - nostalgia, felicità per la fine delle lezioni, futuro nebuloso (o futuro limpido) - mi sembra che in fin dei conti rimanga solo il tempo e il modo in cui lo utilizziamo.
Alla fine arrivo alla navetta, mi imbarco, e aspetto di partire. Finalmente l'autista sale, mette in moto, fa la manovra e si avvia sulla discesa. Mancano pochi metri e poi sarò fuori, l'ultima volta da studente. E proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino.
Era Pinci, ovviamente. Era inevitabile che dovesse mettere la sua firma pure sull'ultimo giorno.
