Ho letto Cuore di tenebra di Joseph Conrad e mi è
piaciuto molto. Era da tempo che volevo leggerlo, ma poi finiva sempre che
andavo in libreria, sceglievo un’edizione (lo pubblicano praticamente tutti i
principali editori italiani), lo sfogliavo, ma non mi decidevo a comprarlo.
Alla fine ce l’ho
fatta, e non me ne sono affatto pentito. Non è un libro facile da leggere, ma
se riuscite a sopportarne lo stile un po’ verboso siete a cavallo. Perché dico
che ha uno stile verboso, Gian Maria? Perché a volte Conrad si fa prendere un
po’ troppo la mano, si perde in lungaggini evitabili che nulla aggiungono al
testo, e a volte finisce con lo smarrire il filo del discorso. Nella
postfazione all’edizione dei Classici Mondadori che ho letto viene citata una
recensione di H. G. Wells a un’altra opera di Conrad, che io sposo in pieno: “Mr
Conrad è verboso; la sua storia non è tanto raccontata, quanto intravista
attraverso una foschia di frasi. Deve ancora imparare la metà più importante
della sua arte: l’arte di non scrivere le cose”. Ecco, io non sono un maestro della scrittura, e per di più di Conrad ho letto
solo questo libro (ma voglio esplorarlo meglio), però con Cuore di tenebra ho provato esattamente la stessa cosa.
Da come scrivo sembra
che il libro non mi sia piaciuto, e invece l’ho apprezzato tantissimo. Sono
contento di averlo letto, e soprattutto di averlo letto in questo periodo. Sto
scrivendo un libro (non molto in questo periodo, per la verità) che ha più di
un punto in comune con il romanzo di Conrad, per cui ho trovato una certa
sintonia di pensiero nel leggere quelle pagine. Ho anche individuato, in Cuore di tenebra, quella che potrebbe
essere la citazione d’apertura del mio romanzo. Questo perché io credo che
valga la pena scrivere e pubblicare un libro anche soltanto per metterci una
citazione all’inizio.
Sapete, io sono un
feticista delle citazioni: se apro un libro e non ne trovo una nelle prime
pagine, mi insospettisco. Eppure sono tanti, troppi, i volumi orfani di una
bella frase – famosa o sconosciuta, non importa – che introduca al testo, che
faccia capire in qualche modo di cosa si andrà a parlare. Ho anche un
sviluppato un certo giudizio critico nel corso degli anni. Non mi piacciono
quei libri che hanno tre o quattro citazioni diverse, anche se brevi; le
citazioni non devono essere troppo lunghe, ma aggirarsi intorno all’ordine
delle tre-quattro righe massimo; le migliori, tuttavia, sono quelle brevi e
fulminanti. Poi ci sono quei libri – soprattutto saggi, ma non solo – che hanno
una citazione all’inizio di ogni capitolo: ecco, questo lo trovo un po’
stucchevole, anche se c’è almeno un’eccezione rilevante (Capitolo 1 de La tempesta perfetta di Sebastian
Junger, citazione da brividi: “Non è pesce quello che state comprando: sono
vite di uomini”, Walter Scott, L’antiquario.
Se avete letto il libro o visto il film omonimo la capirete per bene).
Ultimamente, inoltre, stanno prendendo piede le citazioni da film: è un
fenomeno che devo ancora studiare per bene, quindi non mi pronuncio; a volte le
ho trovate azzeccate, altre mi hanno lasciato indifferente.
Insomma, viva le
citazioni all’inizio dei libri! E, per quanto mi riguarda, un discorso analogo
vale anche per le dediche, le prefazioni e le postfazioni. Sono un fan del
paratesto letterario, lo ammetto…
VARIE ED EVENTUALI
Le ultime due
settimane mi sono sembrate lunghe un secolo. Sarà colpa di Facebook? No,
ma mi sono capitate tante cose e alla fine il tempo sembra essere passato più
lentamente.
Tra le varie cose,
sono entrato in possesso del primo libro con il mio nome stampato dentro. Mmm,
ora che ci penso non è proprio il primo… Diciamo il primo libro in vendita,
ecco, con il mio nome scritto dentro. Ho curato la scheda del film Up per questa antologia monotematica,
nata da un lavoro fatto all’interno dell’università (e con il patrocinio della
Chiesa, come noterete se spulciate un po’). Tranquilli, l’ho fatto gratis: non
è pubblicità, non dovete comprare niente.
I miei primi dieci
giorni di Facebook sono scivolati via tranquillamente. Mi connetto poco, ma non
mi perdo molto: è il vantaggio di avere ancora pochi amici. Ho pubblicato
alcune cose, ed è andata bene: sono soddisfatto. A volte, però, vorrei
intervenire in alcuni dialoghi, o anche solo mettere un “mi piace”, ma poi non
lo faccio per discrezione: è come se, in un botta e risposta tra due persone
sull’argomento x, io non mi sentissi autorizzato ad intervenire. Mi chiedo se
sono io ad essere troppo polite o se
è solo una sindrome da novellini.
Per il resto, sono ancora in attesa
di capire cosa farò da qui a poco, ma aspetto fiducioso.
