giovedì 28 luglio 2011

MANNAGGIA AL SISTEMA!

Sono stato soltanto un giorno fuori da Dublino (Malahide, pur essendo una città a parte, è di fatto un sobborgo della capitale), eppure è bastato per farmi venire voglia di visitare le zone più selvagge dell’Irlanda.

L’Irlanda non è uno Stato grandissimo: il coast-to-coast in senso orizzontale è percorribile in circa tre ore, mentre in verticale si può arrivare da un estremo all’altro in circa cinque ore. Di conseguenza è tutto molto a portata di mano, ammesso che abbiate voglia di farvi svariate ore di viaggio per giungere alla vostra destinazione. Sabato scorso ho fatto un’escursione in autobus, organizzata dalla scuola, in due posti non molto lontani da Dublino: Glendalough e Kilkenny.

Glendalough ospita le rovine di un’antica città monastica medievale. Ci si arriva dopo aver percorso delle strette strade di campagna, immerse nel verde dell’entroterra irlandese: a un certo punto si sbuca in una valle, e qui vi trovate di fronte a qualcosa di fantastico. Tra due montagne verdeggianti emergono a fatica i resti di questa cittadella: essenzialmente due chiese, una torre circolare e un paio di case; tutto il resto dello spazio è occupato da un bellissimo cimitero (ora ho delle foto che farebbero invidia al post di Selvaggia pubblicato sui Cojoti qualche tempo fa). Da qui si diparte un sentiero che, dopo aver attraversato una foresta costeggiando un fiumiciattolo, arriva a due laghi che, a giudicare dalle foto, rimpiango di non aver raggiunto (il tempo era poco, ed avevo indugiato troppo tra le tombe). Stranamente graziati dal tempo, abbiamo potuto goderci una bella giornata quasi soleggiata, ideale per una gita di questo tipo. Sono stato contento di aver visto un posto del genere, perché difficilmente ci sarei andato per conto mio (non ne conoscevo neanche l’esistenza, d’altra parte): segnatevi questo nome per le vostre escursioni da quelle parti.
Subito dopo Glendalough, proseguendo oltre la valle, le foreste e gli alberi misteriosamente scompaiono, lasciando il posto a colline erbose ma prive di vegetazione. La strada che attraversa questo posto si chiama Hollywood Road, perché alla fine di essa si trova un piccolo villaggio chiamato Hollywood. Eppure, proprio sulle colline che ho attraversato, sono state girate le scene di battaglia di alcuni kolossal hollywoodiani (nel senso americano del termine), come Braveheart e King Arthur. Vi è stato girato anche un filmaccio fantasy, Il regno del fuoco, per il quale sono state realizzate delle finte torri medievali che poi sono rimaste lì in mezzo al nulla: la cosa assurda era che alcuni turisti si fermavano a fotografarle pensando fossero monumenti storici, per la gioia della nostra guida che li derideva.

La seconda tappa del viaggio è stata Kilkenny, luogo dove il prode Cavicca trascorse un periodo di studio alcuni anni fa. Kilkenny è una bella cittadina, con un grande castello e un parco ancora più grande che lo circonda. Il centro purtroppo è soffocato dai negozi, ma c’è comunque una bellissima cattedrale che domina il paesaggio fluviale del posto. A causa del poco tempo a disposizione ci siamo soffermati di più sul castello e sul parco; io personalmente sono rimasto stupito dal numero di persone che affollavano il giardino, e ancora di più dal numero di persone che vi praticavano sport gaelici (penso che dovrò scrivere un post sugli sport gaelici, anche se probabilmente l’unico che lo apprezzerà sarà Matteo). Si dice che a Kilkenny si produca una famosa birra, ma appunto si dice: io non ne ho idea. Mi è rimasto un po' l'amaro in bocca perché non ho potuto vedere per bene la città, che il Cavicca mi dice essere bellissima: in ogni caso è un posto che consiglio.

SPIEGAZIONE DEL TITOLO DEL POST
Oggi mi sono andato a procacciare il pranzo al Tesco (alla Tesco?). Il Tesco (la Tesco?) è una catena di supermercati britannica; di nome la conosco, ma non credo di averla mai vista in Italia (correggetemi se sbaglio). In ogni caso, ha prezzi estremamente economici: essendocene uno vicino alla scuola, verso ora di pranzo è una meta ambita (anche dai lavoratori in giacca e cravatta della zona, che però preferiscono il più prestigioso Spar).
Dunque, oggi io e un ragazzo italiano eravamo indecisi su cosa mangiare. Eravamo davanti al banco dei panini preassemblati, e commentavamo (in italiano, ahimè) le varie scelte possibili. A un certo punto qualcuno ci si avvicina alle spalle e fa: “Ah, vedo che anche voi siete irlandesi”. Mi giro e c’è un ragazzo barbuto e occhialuto: un incrocio fra Giuseppe R. del VD e il cantante dei Baustelle. Gli dico: “Eh sì, dublinesi doc”. “Bene, mi fa piacere” commenta lui prima di arraffare qualcosa dal banco frigo. Poi vado a pagare e lo perdo di vista.
Esco dal supermercato, e mi fermo fuori insieme all’italiano che era con me per soffiarmi il naso. Esce anche il secondo italiano, che si ferma proprio vicino a noi e sembra morire dalla voglia di parlare con noi. Lo accontento: “Anche tu italiano?” gli faccio. E lui, con un chiarissimo accento toscano (per la precisione livornese; purtroppo non sono stato in grado di comprenderne perfettamente le isoglosse e il ceppo linguistico originario), risponde: “Sì. Ma dove stanno gli altri? Mi dovevano aspettare qui! Mannaggia al sistema!”. E rientra nel Tesco. Io e l’altro italiano ci guardiamo perplessi; io rimugino sulla imprecazione che ho appena sentito, la cosa più livornese che riesco ad immaginare. Il livornese a quel punto esce di nuovo e annuncia: “Mi sa che so’ andati a mangiare al Burger King. Ma porca… Lo sapete che faccio? Ora vado a mangiare ‘sta roba là dentro. Tanto che mi possono fare? Mica mi mettono in galera, no?”. E se ne va.
Un apparizione surreale. L’altro italiano mi dice che parlava come quelli del Nido del cuculo. Io, essendo stato istruito da Ur III il Rocca, gli dico: “Magari era proprio uno di loro”. Quello non famoso, ovviamente.

lunedì 25 luglio 2011

TEMA: DESCRIVI IL LUOGO DOVE HAI TRASCORSO LE VACANZE

Dublino è una bella città: partiamo da questo dato di fatto. È anche una città inaspettata sotto certi punti di vista: ho scelto l’Irlanda più che altro per la gente, non per il luogo in sé. Invece Dublino è un posto che consiglierei tanto per un weekend quanto per una visita più approfondita.

In questa prima settimana ho girato il centro in lungo e in largo, visitando alcuni musei e facendomi un’idea del suo stile architettonico, ma fare il pendolare mi permette anche di dare uno sguardo ai sobborghi e alle zone meno battute dai turisti. Prima di arrivare in centro, infatti, il treno attraversa buona parte della periferia nord della città su una ferrovia sopraelevata. Questa è la zona che, se avete visto il bellissimo film Nel nome del padre, vi sarà familiare: case di mattoni tutte uguali, strade strette e putride, un generale senso di disagio. Magari evitate di andarci se siete in vacanza da quelle parti.
Sullo sfondo di questo paesaggio si staglia da un lato il porto di Dublino, con due ciminiere e alcune gru ben visibili contro il cielo grigio; dall’altro, paradossalmente, emerge lo skyline dell’Aviva Stadium, un modernissimo impianto sportivo dal design fantascientifico, che ha ospitato la finale dell’ultima Europa League. Diseguaglianze di una capitale europea.

Il centro di Dublino non è molto grande: lo potete girare tutto a piedi, senza correre il rischio di perdervi qualcosa di importante. Essenzialmente, la città si è sviluppata sulle due sponde di un fiume: su quella nord ci sono i quartieri poveri, su quella sud quelli più ricchi. Il cuore della capitale irlandese è la cosiddetta zona di Temple Bar: un posto che non raccomando. Essenzialmente è una catena infinita di pub, ma si tratta nella maggior parte dei casi di trappole per turisti che vi servono birra a prezzi folli.
Attorno a questa zona si sviluppano tutte le principali attrazioni turistiche della città. C’è il famoso Trinity College (che devo ancora visitare), la zona medievale (molto interessante, soprattutto la Cattedrale di Christchurh), il parco di St. Stephen Green (dove ad ora di pranzo troverete frotte di dublinesi impegnati in pic-nic), le vie dello shopping (Grafton Street è la quinta stada più costosa d’Europa). Voglio spendere due parole in più proprio su questa strada. Essenzialmente è una Via del Corso interamente pedonale, con i negozi di tutte le firme più famose d’abbigliamento e gioielleria. Ma, soprattutto, è il luogo dove si esibiscono gli artisti di strada a Dublino: la maggior parte di essi sono cantanti e musicisti, e fermarsi ad ascoltare le loro performance ha il suo fascino. Molti cantanti irlandesi, peraltro, hanno cominciato così (avete visto il film Once? Fatelo).

Se vi fate un giro al di fuori di questa cerchia di luoghi, potrete trovare altri luoghi interessanti. Innanzitutto i musei: in questi giorni ho visitato quello di storia naturale e quello archeologico, entrambi molto interessanti. Ieri invece ho visto quello delle cere: non ne è valsa la pena, a dire il vero, a parte per il fatto che ho visto un po’ di sbudellamenti nella “horror chamber”.

Ovviamente non si può non parlare di Dublino senza parlare dei suoi pub. Ieri ci ho pranzato in uno di questi, in pieno centro: me la sono cavata con meno di 15 euro, un prezzo onesto per dell’ottimo cibo (a base di patate e carne, ovviamente). L’atmosfera era ottima, e peraltro questa esperienza mi ha fatto capire che il Brian è una buona riproduzione di un Irish Pub.
La cosa più bella dei pub irlandesi è, a mio parere, la loro facciata esterna. Certo, dentro sono bellissimi, tutti rivestiti in legno e con un mucchio di affascinanti cianfrusaglie in esposizione. Ma l’esterno è ciò che deve attirare gli avventori: le loro vetrate, le insegne vecchie di decenni, i barili di birra su cui si appoggiano uomini in giacca e cravatta dopo il lavoro. Davvero niente male. Se non fosse per un nauseabondo odore di birra sarebbero perfetti (mi sono affacciato in un paio di pub vicino alla scuola, e solo annusando ero già ubriaco).

Poi, personalmente, impazzisco per i palazzi in mattoni tipici del nord Europa: qui a Dublino se ne vedono tanti, tutti molto simili fra di loro, tutti con grandi finestre e immancabili comignoli sul tetto. Non so, forse mi piacciono perché sono esotici per uno che viene dal Mediterraneo: però contribuiscono non poco al fascino della città. Una città che è anche ricca di spazi verdi e parchi, nonché di piste ciclabili: il bike sharing va fortissimo, e non è raro imbattersi in lavoratori che si muovono per le vie del centro usando le due ruote.

Sabato sono stato anche fuori Dublino, in posti sperduti e affascinanti fuori dal tempo, forse la cosa più simile a quello che l’Irlanda è nell’immaginario collettivo. Ma ve ne parlerò la prossima volta.

P.S. “Buona notte” in russo si scrive in un modo assurdo, ma si pronuncia “spacoini noci”. “Ciao” si dice “priviet”. Praticamente è come stare a Mosca. La cosa che più mi spaventa dei russi? Il loro amore per le armi da fuoco (il mio compagno di stanza ha un portachiavi che altro non è che il bossolo di un proiettile, e continua a chiamarlo “a souvenir from Russia”) e per la violenza (pochi giorni fa ho visto una ragazzina di 14 anni guardare il video di uno sgozzamento su Internet). Però oggi ho incontrato un russo simpatico, e mi sono fatto una cultura sul calcio russo e sulle ultime vicende di Roberto Carlos.

giovedì 21 luglio 2011

INTERESSANTISSIME CRONACHE GAELICHE

Il posto in cui alloggio mi piace talmente tanto che consiglierei a chiunque di andare a Dublino soltanto per poter visitare Malahide.

Malahide – Mullach Íde se masticate il gaelico o vi chiamate Matteo Roccarina – è un villaggio a circa quindi chilometri da Dublino, sulla costa a nord della capitale irlandese. Si gira tutto a piedi in mezz’ora, ma se ci limitiamo al centro città la visita dura una manciata di minuti: c’è un porto, un grande prato verde, alcuni simpatici negozi, qualche pub, uno Starbucks Coffee e una specie di spiaggia. Lo stile architettonico è quello tipico di quei Paesi: sì, ecco, esattamente quello cui state pensando in questo momento.

Ma dove vivo io di preciso? Beh, sto fuori dal centro, verso ovest: in pratica alla periferia della periferia di Dublino. È una tipica zona residenziale, con villette a schiera con giardino davanti e dietro, senza cancello e senza mura di cinta, ma con grandi vetrate che danno direttamente all’interno delle abitazioni. In una di queste – l’unica di colore rosa, per la precisione – vive la signora che mi ospita. Già, perché la mia “famiglia ospitante” è formata in realtà soltanto da una persona: una simpatica e tranquilla vecchietta che vive da sola con tre gatti e un cane. E, al momento, sei studenti da tutto il mondo in giro per casa.
La tipa in questione è in realtà molto affabile, e parlare con lei è piacevole. Credo che mi abbia particolarmente in simpatia per il fatto delle sigarette (vedi post precedente), quindi si intrattiene sempre a chiacchierare del più e del meno con me. Io ne sono contento, perché parlare con una madrelingua è la cosa migliore che posso fare da queste parti.
Ancora meglio mi è andata qualche sera fa: la signora aveva due ospiti, due amiche che vivono nei paesi vicini. Mentre cenavo loro parlavano dei fatti loro, e io mi sono stupito di riuscire a seguire le loro conversazioni. Poi ovviamente siamo usciti a parlare dell’Italia, della crisi economica e di Berlusconi (ovviamente male: una delle signore voleva sapere perché gli piacciono così tanto le donne…). Insomma, è stata una cosa davvero simpatica.
Piccolo dettaglio culinario: la signora cucina spesso pasta. Pasta condita con sughi improbabili, certo, ma almeno è pasta! Ieri mi ha fatto un piatto tipico dublinese (patate bollite, carote, cipolle e salsicce) che ho apprezzato molto.

A questo punto tutti voi vi starete chiedendo come diavolo faccio ad arrivare a Dublino. Beh, diciamo che sono abbastanza fortunato: Malahide è il capolinea settentrionale della cosiddetta DART, un sistema ferroviario che attraversa Dublino e i suoi sobborghi da nord a sud; inoltre, per Malahide, passa anche la Northern Commuter, qualcosa di analogo ma con meno fermate (e quindi un po’ più veloce). Dublino, purtroppo per me e per i miei studi, è priva di una rete di metropolitana nel senso tradizionale del termine, ma devo ammettere che viste le sue dimensioni ridotte non ne ha bisogno: la DART e la Commuter bastano e avanzano.
Ogni mattina quindi mi faccio circa dieci minuti a piedi per raggiungere la stazione di Malahide, per poi trascorre i successivi trenta minuti in treno, fino a Pearse Station; da lì alla scuola, poi, sono altri dieci minuti di cammino. Sembra una cosa assurda e lunghissima, però considerate che è meno di quanto impiego tutti i giorni a Roma per andare all’università: la cosa, almeno per ora, non mi pesa, e mi piace guardare gli altri pendolari in treno.
Treni che, soprattutto nel caso della Commuter, sono spettacolari, pulitissimi, comodi e, anche nelle ore di punta, sempre abbastanza silenziosi. La gente non ama parlare, quasi tutti preferiscono la musica o il giornale. Niente, il mio studio antropologico dei dublinesi pendolari finisce qui.

Ma come avrete intuito ci sono altri studenti con me in casa. Chi sono questi oscuri individui? Beh, sono tutti minorenni (tranne una di 18, gli altri hanno tutti tra i 15 e i 17 anni). Degli altri cinque che oltre a me attualmente si trovano qui, quelli di qualche interesse sono solo tre. 1) Il canadese. Viene dalla parte francese, ma parla inglese meglio di un laureato ad Oxford. Francamente non capisco cosa ci faccia qui, ma è il più simpatico della compagnia e ha un buon senso dell’umorismo. 2) La taiwanese. C’è una impressionante comunità proveniente da Taiwan da queste parti. La ragazza in questione si trova nel mio stesso gruppo di studio ed ha il mio identico livello linguistico, quindi riusciamo a parlare e capirci abbastanza bene. È rimasta totalmente stupita dal fatto che in Italia i film vengono doppiati in italiano, e dal fatto che in Europa i negozi chiudono di notte (dettagli che creano atmosfera). 3)Il russo. È il mio terribile compagno di stanza. Dice di fumare da quando aveva 10 anni, però a quanto pare non beve vodka (mah). La cosa peggiore di lui però non è questa, ma il fatto che non parla una parola di inglese: vi giuro, mi parla in russo come se io potessi capirlo. Devo ammettere che in pochi giorni la situazione è migliorata, e ora riesco quantomeno a capire cosa mi dice. Peraltro, ora so dire “buona notte” in russo, il che nella vita può sempre tornare utile, no?

Ok, questo per quanto riguarda la mia sistemazione e i miei compagni di casa. “Ma qualcosa su Dublino no?” direte voi. Certo, ma nelle prossime puntate. Con acqua Prata.

martedì 19 luglio 2011

PROLOGO AL MIO VIAGGIO A DUBLINO

Scrivo questo post da una caffetteria, e già questo è per certi versi incredibile. È la caffetteria più squallida di tutti i tempi, certo, ma anche questo fa parte dell’esperienza.

Mi trovo a Dublino da due giorni, ma sembra già passata un’eternità. Visto che la connessione wi-fi della scuola miracolosamente sembra funzionare alla grande, ho deciso di dare vita ad un mio sogno nel cassetto: quello di raccontarvi un po’ quello che succede da queste parti. Una delle molle che mi spinsero nel gennaio 2010 ad aprire il blog, dopotutto, fu il desiderio di raccontare quello che avevo visto poco tempo prima a Bilbao. Proviamo a vedere cosa ne esce fuori.

Di cose da raccontare ne ho tante, soprattutto se rapportate al poco tempo che ho trascorso qui. Comincerò in ordine cronologico, raccontando il prologo del mio viaggio.
Sabato scorso, nel pomeriggio, mi sono fatto coraggio e ho chiamato la signora che mi avrebbe dovuto ospitare per tre settimane in terra irlandese. Risponde al terzo tentativo: dalla voce capisco subito che è piuttosto anzana, ma fortunatamente parla piuttosto piano e riesco a capire tutto (con mia grande sorpresa). Poi, improvvisamente, LA domanda. “Luigi, do you smoke?”. Piuttosto perplesso, rispondo: “No, I don’t smoke”. E lei, dopo un attimo di esitazione, mi fa la richiesta più assurda che io potessi immaginare: mi chiede di portarle due stecche di Marlboro Rosse dall’Italia, perché in Irlanda i prodotti da fumo costano il doppio. Ora, provate ad immaginare la scena di me che vado dal tabaccaio e compro delle sigarette. Anzi, due stecche di sigarette. Riuscite a concepire qualcosa di più surreale?
Vado dal tabaccaio di San Vito e faccio l’ordinazione, ricevendo anche due accendini in omaggio. Per sdrammatizzare la situazione (quando devi pagare 94 euro per delle cose che ti uccideranno la situazione è sicuramente drammatica), dico al tabaccaio dove sono dirette quelle sigarette. Ci facciamo due risate.
Pensate che mi ero anche informato su Internet sulla possibilità di trasportare sigarette in aereo. Sappiate che nell’Unione Europea (finché ne facciamo parte) potete portare fino a quattro stecche senza alcun problema. Oltre quella soglia, la scusa dell’uso personale potrebbe non bastarvi…

Assolte queste questioni, rimaneva una grande paura: quella di perdere la valigia. Era la prima volta che ero costretto ad imbarcare la valigia: e la prospettiva di aspettare a Dublino un numero imprecisato di giorni senza la mia roba, spedita per sbaglio in quel di Brisbane, non mi allettava. Per fortuna, nonostante racconti terrificanti sentiti da più voci, questo volta tutto è andato bene. C’è sempre il ritorno però.
Sappiate però che il Charles de Gaulle di Parigi è un pessimo aeroporto. Sapete qual è l’aeroporto più bello in cui sono mai stato? (non che sia stato in così tanti aeroporti in vita mia) Quello di Santander: una hall, quattro gate, un bar, e la presenza inquietante della Guardia Civil. Nient’altro: semplice ed essenziale.

Beh, poi sono arrivato all’aeroporto di Dublino e un simpatico irlandese ha raccattato me e un dodicenne arabo per portarci alle rispettive case. E per la prima volta in vita mia ho provato l’ebbrezza della guida a destra. Vi dico solo che stavo per entrare in auto dalla portiera sbagliata… Ma il massimo è stato quando il tizio ha imboccato una rotonda dal lato sbagliato: uno shock, davvero. Comunque con l’autista ho avuto il mio primo assaggio di inglese, cavandomela abbastanza bene.

Infine, sono giunto alla mia destinazione: Malahide, quindici chilometri a nord di Dublino. Il posto dove pernotto da due giorni con altri cinque studenti, una donna irlandese, tre gatti e un cane, e che sarà casa mia fino al 6 agosto. Ma la descrizione di questo villaggio merita un post a parte.

Aggiungo solo una cosa: mi sono rotto di minorenni che mi sfruttano per comprare sigarette/alcool. Emmobastaperò!

domenica 3 luglio 2011

NON CI SONO PIÚ I CARTONI DI UNA VOLTA

Questo post, a dispetto di quanto potrebbe far pensare il titolo, non è uno dei miei ennesimi post nostalgici, di quelli del tipo “come passa il tempo” o “aridatece il 1999!”. È invece un post in cui vi faccio partecipi di una riflessione che mi è scaturita da un fatto concreto.

In questi giorni, al termine di una faticosa giornata di studio, io e mio fratello ci divertiamo a rievocare alcuni aspetti della nostra infanzia. Generalmente ripensiamo ai prodotti dell’industria culturale che hanno segnato i nostri primi anni di vita (“prodotti dell’industria culturale”? Ma come parlo?), e in modo particolare ripensiamo alla roba che vedevamo in televisione (cartoni, serie tv, film) e ai videogiochi (che, stando a quanto affermato nel post precedente, sono cultura). Visto che siamo in un ambiente web 2.0, e visto che si sono presi la briga di inventare Youtube e Wikipedia, le nostre ricerche partono da qui.

L’altra sera siamo finiti, seguendo il gioco dei link, a rievocare le vecchie produzioni Disney che tanto ci hanno deviato, portandoci ad essere, in fin dei conti, quello che siamo adesso. Alcuni di questi prodotti li vedevamo sulla Rai, altri sul satellite, ma credo che fra repliche e controrepliche siano bene o male noti a tutti quelli della nostra generazione. Vi faccio qualche nome, e vi metto qualche link: fra le sitcom Crescere che fatica e Quell’uragano di papà, fra i cartoni animati i capolavori Ecco Pippo! e soprattutto Duck Tales (con lo spin-off cinematografico Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta). Potrei continuare, ma mi fermo qui.

Anche a distanza di anni (molti anni: sono produzioni della prima metà degli anni ’90), queste cose conservano ancora il fascino di una volta. Sicuramente l’effetto nostalgia gioca la sua parte: magari alcuni di voi non li hanno mai visti e in questo momento si staranno ponendo la stessa domanda udita in Star Whores (“Ma come cazzo fa a piacerti, oh?”. È un inciso utile solo a confermare uno dei motivi di interesse di Matteo per il mio blog). Al di là di questo, comunque, credo che questi cartoni e questi telefilm fossero anche di ottima qualità. Allora non me ne potevo certo accorgere, ma rivedendoli oggi mi rendo conto che non sono invecchiati affatto (a parte per le ridicole mode anni ’90). Quel che intendo dire è che mi sembrano ben fatti sia tecnicamente – vedi la grafica dei disegni, per i cartoni – che sotto il profilo contenutistico – Crescere che fatica affrontava un sacco di temi, che si facevano sempre più seri man mano che i protagonisti crescevano, senza tralasciare però le risate; Quell'uragano di papà conteneva più di una frecciata allo stereotipo dell'uomo americano. I Duck Tales, poi, hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella mia formazione: adoravo quei cartoni, con dei personaggi fantastici impegnati in avventure mirabolanti. Per un bambino era davvero il massimo: non li avrei scambiati con niente al mondo.

Mi sono accorto che non sono l’unico a pensarla così: i commenti di Youtube, in questo senso, sono stati piuttosto consolanti. Youtube, sotto certi punti di vista, è il paradiso per il nostalgico medio (in tutti i sensi: vedi il post di Matteo): contiene di tutto, e la gente finisce con l’aggregarsi per parlare delle proprie passioni. Nei video che vi ho linkato la cosa è lampante: i commenti sono quasi tutti sulla falsariga del “Oddio che bello avevo 5 anni li adoravo”, del “Ridatemi la mia infanzia” o del “Non riuscivo a vivere senza”. Il mio commento preferito è nel video di Ecco Pippo!: un tipo ha scritto che ogni sera, prima di andare a dormire, si faceva le avventure mentali con lui che era il figlio adottato di Pippo. Geniale.

E poi c’è un’altra categoria di commenti, che suona più o meno così: “Che belli che erano i cartoni di una volta, non come quelli che si vede ora mio fratello/cugino/nipote”. Ecco, questa cosa mi ha dato da pensare. Che differenza c’è tra i cartoni di allora e quelli di oggi? Premetto subito che non posso rispondere con esattezza a questa domanda, e per un motivo molto semplice: io i cartoni di oggi non li conosco. Li ho intravisti, soprattutto attraverso le loro incarnazioni da merchandising, e me ne sono fatto un’idea altamente superficiale. Però un’impressione a pelle me la danno: mi sembra che ci sia stato un impoverimento generale. Da un lato la qualità tecnica è scaduta, con un ricorso sempre più ampio (e deleterio) al digitale e un design troppo spigoloso e appuntito. Dall’altro mi sembra che a livello di contenuti si voli sempre più basso, specialmente nell'ambito dei telefilm. Ripeto, è un discorso superficiale e generalizzato.

La cosa pare aver colpito soprattutto la Disney, che tanto ha reso felice la mia infanzia. Viste da fuori, cose come Hannah Montana mi sembrano non solo brutte, ma anche vagamente pericolose visti i modelli che propongono. Per tacere dei cartoni, che a partire dai primi anni 2000 sono andati precipitando sempre di più nell’abisso (tant’è che per un periodo – speriamo finito – anche i Classici Disney ci hanno rimesso).

Ma perché tutto questo discorso? Beh, io ripeto sempre che molti cartoni sono quasi più godibili dagli adulti che dai bambini. Vero, però ciò non toglie che i cartoni siano dedicati soprattutto ai più piccoli. E costituiscono, a mio parere, un importante strumento educativo. Non voglio imboccare una pericolosa china pedagogica, però sono convinto che una buona fruizione dei cartoni animati possa avere effetti benefici sulla formazione di un bambino. E in questo settore la Disney è stata maestra. In tal senso, mi sembra che i cartoni di una volta (alcuni, non tutti) riuscissero meglio in questo intento: non erano solo un divertimento e uno spasso, ma trasmettevano anche dei valori. Oggi, invece, mi sembra più che altro che vengano alimentati i disvalori già latenti nella società. Come dire: oggi sono i cartoni che inseguono i bambini. E non credo che questo sia un bene.

E vai con la psicologia spicciola! Questo post in mente mi sembrava bello, ma poi scritto mi fa quasi pena. Non sono sicuro di essermi espresso bene (ce l’ho molto meno con la Disney di quanto non sembri da questo post), adotto argomenti semplificatori e quasi populisti, e vi giuro che il succo non è “Ai miei tempi le cose funzionavano meglio”. L’idea alla base del tutto è che, forse, per costruire un futuro migliorare bisognerebbe migliore l’educazione dei più piccoli, che il futuro lo faranno. E partire dai media – che ora come ora la cultura la veicolano – non sarebbe una cattiva idea.

Forse è anche per questo che mi sta venendo in mente di diventare uno scrittore per ragazzi.
 
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