Negli ultimi tempi sto notando dei segnali. Forse sono io che interpreto male gli eventi, forse sono di parte, forse non ci capisco niente. Però gli indizi ci sono tutti.
Si tratta ancora una volta di videogiochi, però vi prego di non smettere di leggere. Sapete, ho questa strana idea in testa: che i videogiochi, in un futuro molto prossimo, saranno riconosciuti come una forma di cultura e manifestazione del pensiero; al pari – per dirne una – del cinema. Non credo che saranno mai arte (forse neanche il cinema lo è. Non tutto il cinema, almeno), però cultura sì, lo diventeranno.
In realtà i videogiochi – ma sarebbe più corretto dire alcuni videogiochi – una forma di cultura lo sono già. Il problema è che la gente non percepisce questo fatto: per la maggior parte delle persone i videogiochi sono ancora – scusate il gioco di parole – semplici giochi, oggetti usati dai bambini per divertimento o per essere tenuti a bada in assenza dei genitori. Una concezione che poteva andare bene venti anni fa (ma nel 1991, venti anni fa, usciva Monkey Island 2. Tanto per dire un nome che confuta questo ragionamento populista), e che oggi, viste le evoluzioni, va terribilmente stretta al settore.
Quello che manca, allora, è una cultura del videogioco. Dove per cultura del videogioco intendo quella cosa che circonda i videogiochi e fa sì che essi siano percepiti come un prodotto culturale, e non come un semplice divertimento per ragazzi. Ad esempio, una società con una cultura del videogioco sviluppata produce ottime voci su Wikipedia relative ai videogiochi (questo serve a farti capire, Matteo, quanto strada deve fare it.wiki). Ma non solo: una società del genere parla di videogiochi diffusamente, e non la considera una tematica da nerd.
Ecco, vi faccio un parallelo: in una società con una cultura del videogioco sviluppata si parla di videogiochi come si parla, nella nostra, di cinema. Ecco allora che i quotidiani ogni tanto parlano delle ultime uscite, di cosa ne pensa la critica, di quanto vendono; oppure degli amici si incontrano e parlano – senza dover abbassare la voce – degli ultimi videogiochi cui hanno giocato; o ancora per strada ci si imbatte nelle locandine dei prossimi blockbuster videoludici. Fantascienza, vero? Di più: fantascienza nerd.
Però, come dicevo in apertura, secondo me si tratta di un processo inevitabile. A supporto della mia teoria c’è una semplice evidenza: il numero di persone che hanno giocato (o giocano) ai videogiochi cresce sempre di più. Fra vent’anni, la gran parte della popolazione saprà di cosa stiamo parlando. Certo, ci saranno quelli cui non piacerà videogiocare: ma mica a tutti piace andare al cinema, no?
Questa rivoluzione – ma credo sia una semplice evoluzione – sta cominciando ora, nell’epoca che ci stiamo trovando a vivere. Proprio in questi mesi, forse in questo anno. E io vedo i famosi indizi di cui sopra.
Corriere.it – se non il più autorevole, uno dei più visitati siti d’informazione giornalistica – ha un blog dedicato alle nuove tecnologie. Sempre più spesso il giornalista che lo cura (un nerd pauroso, mio idolo a vita) parla di quella che – si capisce ad occhio, e dalle magliette che indossa – è la sua vera passione: i videogiochi. E lo fa con cognizione di causa, senza tutti quegli stereotipi da servizio-del-Tg5-sulla-violenza-dei-videogiochi. Recentemente ha detto che gli piace Grim Fandango: cioè, un giornalista che dice che gli piace Grim Fandango. Wow.
La cosa interessante è che non solo su questo blog si parla di videogiochi, ma ci sono anche diversi commenti ai post. Scritti da videogiocatori, si intende. Non sono tantissimi, ok, ma è pur sempre un inizio. Il semplice fatto di avere una rubrica fissa su questo argomento, a mio parere, è segno che qualcosa sta cambiando.
Rimanendo nel settore giornalistico, noto che anche L’Unità ha una sezione analoga, e forse anche qualche altro sito. Di certo, Il Post (ottimo sito, straconsigliato) di videogiochi ne parla di tanto in tanto: e anche qui fioccano commenti e interventi del pubblico.
E cosa leggo, poi, sul sopracitato blog del corriere? I risultati di un’indagine condotta negli Stati Uniti, volta a delineare il profilo socio-demografico dei videogiocatori. I risultati sono sorprendenti (ma non troppo): l’età media è 37 anni (37!), e ben il 42% dei videogiocatori è in realtà una videogiocatrice (il 42%!). Non può che essere una buona notizia: vuol dire che i videogiochi stanno progressivamente diventando mainstream.
Poi ci sono segnali più deboli, ma che comunque mi rallegrano. Penso a un editoriale di Adventure’s Planet (sito italiano dedicato al più bel genere di videogiochi che esista, le avventure grafiche), che trasuda cultura del videogioco da ogni poro. Così come a piccolissimi segnali che ho intravisto su Wikipedia (una buona cartina tornasole della situazione).
Certo, poi uno vede un qualsiasi spot della Wii e capisce che questa è tutta fatica inutile. La gente vuole videogiochi stupidi, possibilmente con inutili periferiche che devono essere agitate per l’aria, senza una trama e senza emozioni. Peggio per loro: non sanno quello che si perdono.
Un bello sproloquio, non c’è che dire. Sembra quasi scritto da un videogiocatore incallito. E invece non gioco a un videogioco da un bel po’ (fatta eccezione per brevi sessioni negli ultimi due mesi). Ora, per alleggerire questo post, ecco due cose che non c’entrano niente.
PRIMA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Sabato sera a casa di Giulia abbiamo giocato a un gioco sempreverde. Non credo abbia un nome, ma lo conosciamo tutti: ognuno scrive su un foglio un pezzo di una storia (lui, lei, dove, cosa fanno, cosa dice lui, cosa dice lei), poi si passa di mano e alla fine escono cose assurde. Vi voglio regalare uno dei risultati prodotti delle nostre menti deviate: «Francesco (mio fratello) / e Margherita Hack / sulla torre di Pisa / fanno battute zozze, ridendo in modo sguaiato / lui dice: “Un Ufo!” / lei dice: “Dieci punti in meno a Grifondoro!”»
SECONDA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Avete visto cosa è successo domenica? Pontida e tutto il resto? Volete sapere perché Bossi non ha fatto cadere il governo? Ve lo dico io: ha avuto paura. Lo ha visto nella folla e ha avuto paura. Probabilmente lo guardava dritto negli occhi, come solo lui sa fare. Ebbene sì, signori, ho le prove: l’Oscuro Signore di Lariano™ era a Pontida, al raduno della Lega. Guardate per credere!
Dai, dagli occhiali in giù è uguale. (Livio non ti arrabbiare, ti supplico!)
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