lunedì 20 giugno 2011

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

Negli ultimi tempi sto notando dei segnali. Forse sono io che interpreto male gli eventi, forse sono di parte, forse non ci capisco niente. Però gli indizi ci sono tutti.

Si tratta ancora una volta di videogiochi, però vi prego di non smettere di leggere. Sapete, ho questa strana idea in testa: che i videogiochi, in un futuro molto prossimo, saranno riconosciuti come una forma di cultura e manifestazione del pensiero; al pari – per dirne una – del cinema. Non credo che saranno mai arte (forse neanche il cinema lo è. Non tutto il cinema, almeno), però cultura sì, lo diventeranno.

In realtà i videogiochi – ma sarebbe più corretto dire alcuni videogiochi – una forma di cultura lo sono già. Il problema è che la gente non percepisce questo fatto: per la maggior parte delle persone i videogiochi sono ancora – scusate il gioco di parole – semplici giochi, oggetti usati dai bambini per divertimento o per essere tenuti a bada in assenza dei genitori. Una concezione che poteva andare bene venti anni fa (ma nel 1991, venti anni fa, usciva Monkey Island 2. Tanto per dire un nome che confuta questo ragionamento populista), e che oggi, viste le evoluzioni, va terribilmente stretta al settore.

Quello che manca, allora, è una cultura del videogioco. Dove per cultura del videogioco intendo quella cosa che circonda i videogiochi e fa sì che essi siano percepiti come un prodotto culturale, e non come un semplice divertimento per ragazzi. Ad esempio, una società con una cultura del videogioco sviluppata produce ottime voci su Wikipedia relative ai videogiochi (questo serve a farti capire, Matteo, quanto strada deve fare it.wiki). Ma non solo: una società del genere parla di videogiochi diffusamente, e non la considera una tematica da nerd.

Ecco, vi faccio un parallelo: in una società con una cultura del videogioco sviluppata si parla di videogiochi come si parla, nella nostra, di cinema. Ecco allora che i quotidiani ogni tanto parlano delle ultime uscite, di cosa ne pensa la critica, di quanto vendono; oppure degli amici si incontrano e parlano – senza dover abbassare la voce – degli ultimi videogiochi cui hanno giocato; o ancora per strada ci si imbatte nelle locandine dei prossimi blockbuster videoludici. Fantascienza, vero? Di più: fantascienza nerd.

Però, come dicevo in apertura, secondo me si tratta di un processo inevitabile. A supporto della mia teoria c’è una semplice evidenza: il numero di persone che hanno giocato (o giocano) ai videogiochi cresce sempre di più. Fra vent’anni, la gran parte della popolazione saprà di cosa stiamo parlando. Certo, ci saranno quelli cui non piacerà videogiocare: ma mica a tutti piace andare al cinema, no?
Questa rivoluzione – ma credo sia una semplice evoluzione – sta cominciando ora, nell’epoca che ci stiamo trovando a vivere. Proprio in questi mesi, forse in questo anno. E io vedo i famosi indizi di cui sopra.

Corriere.it – se non il più autorevole, uno dei più visitati siti d’informazione giornalistica – ha un blog dedicato alle nuove tecnologie. Sempre più spesso il giornalista che lo cura (un nerd pauroso, mio idolo a vita) parla di quella che – si capisce ad occhio, e dalle magliette che indossa – è la sua vera passione: i videogiochi. E lo fa con cognizione di causa, senza tutti quegli stereotipi da servizio-del-Tg5-sulla-violenza-dei-videogiochi. Recentemente ha detto che gli piace Grim Fandango: cioè, un giornalista che dice che gli piace Grim Fandango. Wow.
La cosa interessante è che non solo su questo blog si parla di videogiochi, ma ci sono anche diversi commenti ai post. Scritti da videogiocatori, si intende. Non sono tantissimi, ok, ma è pur sempre un inizio. Il semplice fatto di avere una rubrica fissa su questo argomento, a mio parere, è segno che qualcosa sta cambiando.
Rimanendo nel settore giornalistico, noto che anche L’Unità ha una sezione analoga, e forse anche qualche altro sito. Di certo, Il Post (ottimo sito, straconsigliato) di videogiochi ne parla di tanto in tanto: e anche qui fioccano commenti e interventi del pubblico.

E cosa leggo, poi, sul sopracitato blog del corriere? I risultati di un’indagine condotta negli Stati Uniti, volta a delineare il profilo socio-demografico dei videogiocatori. I risultati sono sorprendenti (ma non troppo): l’età media è 37 anni (37!), e ben il 42% dei videogiocatori è in realtà una videogiocatrice (il 42%!). Non può che essere una buona notizia: vuol dire che i videogiochi stanno progressivamente diventando mainstream.

Poi ci sono segnali più deboli, ma che comunque mi rallegrano. Penso a un editoriale di Adventure’s Planet (sito italiano dedicato al più bel genere di videogiochi che esista, le avventure grafiche), che trasuda cultura del videogioco da ogni poro. Così come a piccolissimi segnali che ho intravisto su Wikipedia (una buona cartina tornasole della situazione).

Certo, poi uno vede un qualsiasi spot della Wii e capisce che questa è tutta fatica inutile. La gente vuole videogiochi stupidi, possibilmente con inutili periferiche che devono essere agitate per l’aria, senza una trama e senza emozioni. Peggio per loro: non sanno quello che si perdono.

Un bello sproloquio, non c’è che dire. Sembra quasi scritto da un videogiocatore incallito. E invece non gioco a un videogioco da un bel po’ (fatta eccezione per brevi sessioni negli ultimi due mesi). Ora, per alleggerire questo post, ecco due cose che non c’entrano niente.

PRIMA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Sabato sera a casa di Giulia abbiamo giocato a un gioco sempreverde. Non credo abbia un nome, ma lo conosciamo tutti: ognuno scrive su un foglio un pezzo di una storia (lui, lei, dove, cosa fanno, cosa dice lui, cosa dice lei), poi si passa di mano e alla fine escono cose assurde. Vi voglio regalare uno dei risultati prodotti delle nostre menti deviate: «Francesco (mio fratello) / e Margherita Hack / sulla torre di Pisa / fanno battute zozze, ridendo in modo sguaiato / lui dice: “Un Ufo!” / lei dice: “Dieci punti in meno a Grifondoro!”»

SECONDA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Avete visto cosa è successo domenica? Pontida e tutto il resto? Volete sapere perché Bossi non ha fatto cadere il governo? Ve lo dico io: ha avuto paura. Lo ha visto nella folla e ha avuto paura. Probabilmente lo guardava dritto negli occhi, come solo lui sa fare. Ebbene sì, signori, ho le prove: l’Oscuro Signore di Lariano™ era a Pontida, al raduno della Lega. Guardate per credere!
Dai, dagli occhiali in giù è uguale. (Livio non ti arrabbiare, ti supplico!)

martedì 14 giugno 2011

LA BOCCIATURA

Ieri, per la prima volta in vita mia, sono stato bocciato ad un esame. Di più: sono stato bocciato alla prima domanda, senza possibilità di appello. Rapido e indolore, devo dire.
Non sapevo la risposta alla domanda, lo ammetto. Ho provato a inventare qualcosa – come faccio sempre in questi casi – e il prof. mi ha cacciato, anche in modo abbastanza brusco. La cosa che più mi dispiace non è tanto il fatto che avevo studiato (e anche molto), né che avessi frequentato sempre il corso durante il semestre, né che non mi sia stata fatta una seconda domanda. La cosa che più mi innervosisce è il dover perdere tempo. Che palle, dovrò ristudiarlo da capo.

Una cosa che mi ha colpito è stato lo stupore della gente. E anche l’affetto. Ho ricevuto diverse telefonate e molti incoraggiamenti. A volte pure eccessivi: sembrava quasi mi fosse morto qualcuno (uno ha esordito dicendo: “Come stai?”)… Però mi hanno fatto molto piacere, davvero.
Più di tutti, però, ha fatto Valeria. E qui, nei film, ci sarebbe una dissolvenza in nero e uno stacco di telecamera.

In realtà, però, questa non era la prima volta che venivo bocciato, ma la seconda. La prima volta vera e propria fu a un preappello scritto di Macroeconomia. La storia è talmente divertente che vale la pena di essere raccontata di nuovo. Arrivo in classe e la prof. sta consegnando i compiti. I risultati sono agghiaccianti: in pochi hanno superato il 18, e la maggior parte dei miei compagni staziona tra il 12 e il 15. Arriva il mio turno, vado alla cattedra, e la prof. mi fa (sorridendo): “Beh, non sei andato benissimo”. Il voto era 9. 9 su 30. Fu il voto più basso dell'intero appello: manco in doppia cifra... Olé!

Per sdrammatizzare, poi, il Padrino™ mi ha raccontato un aneddoto su una sua bocciatura. Esame di chimica, programma immenso, professore cattivo. Il Padrino™ si avvicina, e fa per sedersi sulla sedia. È ancora in sospensione quando il professore gli fa una domanda assurda: lui rimane fermo, ancora mezzo in piedi, ci pensa qualche secondo e poi, senza neanche sedersi fa: “Arrivederci”. Dovreste sentirlo raccontato da lui, gente.

Poi vabbé, oggi ho fatto un altro esame e ho preso 30, ma i due programmi non sono neanche lontanamente paragonabili.

La bocciatura è un nome perfetto per un gruppo rock-alternativo, non trovate?

lunedì 6 giugno 2011

LA CONGIURA DI PRATO FIORITO

Scrivo questo post per distruggere le vostre certezze. Sono recentemente entrato in possesso di informazioni incredibili che potrebbero seriamente destabilizzare il vostro subconscio, quindi vi prego di adottare tutte le cautele necessarie prima di continuare la lettura di questo post.

Il fatto è che la Microsoft ci sta fregando tutti. Uno ad uno. E la colpa è tutta di Prato fiorito. Ma sì, ve lo ricordate? Una volta si chiamava Campo minato: poi una svolta politcally correct gli ha affibbiato questo nome da educande. Ora vi dimostrerò che non sto parlando a vuoto.

Fate un esperimento per il bene della scienza. Aprite Prato fiorito, ora. Ci siete? Bene, cliccate col tasto sinistro su una qualsiasi casella. Fffatto? Ok, ora cominciate una nuova partita premendo F2, e cliccate su una nuova casella a caso. E poi fatelo ancora, e ancora, e ancora.

Notate qualcosa di strano? No? Beh, ve lo dico io allora: al primo colpo non beccate mai una mina (o un fiore). Mai. Strano, non trovate? Non bisogna avere una laurea in statistica per capire che le probabilità di beccare sempre una casella buona al primo colpo sono nulle. Dopotutto, dal secondo tiro in poi, molto probabilmente verrete fatti fuori in un batter d’occhio. E allora ecco la mia teoria: Prato fiorito ci frega, impedendoci di morire al primo colpo. Gioca slealmente, spingendoci ad andare avanti, facendoci credere che si può fare. E poi ci distrugge.

Ho elaborato questa teoria quasi per scherzo, mentre mi esercitavo per un esame di informatica. Poi, come un qualsiasi giovine dei nostri tempi, ho chiesto lumi a Wikipedia. Non l'avessi mai fatto.

Innanzitutto, ho scoperto cosa sono quei numeri che compaiono sotto alle caselle. Il punteggio, direte voi. Era quello che pensavo anche io. E invece no: l’unica forma di punteggio presente nel gioco è il tempo con cui riuscite a completare il quadro (se riuscite a completarlo). Quei numero indicano il numero di mine presenti nelle caselle adiacenti a quella che contiene la cifra. Il che trasforma il gioco in qualcosa di razionale, a pensarci bene.

Ma, poco più sotto, i miei occhi cadono su un’altra frase. Cito testualmente: “se tale primo clic cade in corrispondenza di una mina, il tracciato viene istantaneamente modificato (seppur in minima parte) per far sì che il primo clic del giocatore sia sempre a lui favorevole, e quindi cada su una casella libera da mine”. Pazzesco.

Oh ragà, questo non è solo un post per nerd. La questione apre degli orizzonti filosofici infiniti, con temi come lo strapotere delle macchine sull’uomo, le illusioni della realtà e la voglia di vincere tipicamente umana. O forse no.

In ogni caso, ascoltatevi Welcome Home di Radical Face

P.S. Prato Fiorito è un nome perfetto per un romanzo fantasy adolescenziale di ambientazione pseudo-medievale. Ed è anche il nome di una frazione di Roma. Ma questa è solo una coincidenza.
 
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