lunedì 26 settembre 2011

C'ERA UNA VOLTA UNA CHATTA

Il mio ritorno a Roma, avvenuto ieri, è coinciso con il mio grande ritorno su Msn, da cui mancavo da diversi mesi. Come? Eh? Emmesseche?
Ormai uso Msn soltanto per un motivo, o meglio per una persona: quando torno a casa la sera mi sento con Valeria in chat, dal momento che con la pennetta 3 che uso a Roma non mi posso permettere Skype. Non è che mi interessa parlare con altra gente, in realtà, quindi non mi lamento; però anche volendo la mia scelta sarebbe obbligata: praticamente lei è l’unico contatto in linea che mi ritrovo. Qualche volta – ma raramente, e solo per qualche secondo – si connette qualcun altro: ma si tratta di eccezioni piuttosto irrilevanti.

Io ho una sessantina di contatti (un tempo ero sulla novantina, poi ho effettuato un’epurazione di massa), eppure tutti loro sembrano aver abbandonato Msn. Ieri scorrevo la lista, cercando di risalire all’ultima volta che avevo visto in linea la tal persona, o addirittura all’ultima volta che ci avevo parlato. In entrambi i casi, il periodo di tempo era misurabile in mesi; ma per qualche mio contatto credo si possa anche parlare di anni.

So che sto dicendo una cosa banale, perché molti dei miei amici mi dicono la stessa cosa, però le cose stanno proprio così: Msn sta morendo. E a me dispiace tantissimo, perché per un periodo della mia vita (ultimi due anni di liceo/primi due di università, più o meno) è stato il principale strumento di comunicazione con i miei coetanei, forse il primo vero social network della storia. Pensateci un attimo: quando avete cominciato ad usarlo? Io, personalmente, mi iscrissi nel 2006: dopo alcune reiterate richieste da parte di Perroni alla fine capitolai. All’inizio avevo tre contatti: Andrea, Fratta e Jacopo, cui si aggiunse dopo un paio di mesi (più o meno intorno al suo compleanno, se non erro) Matteo il Rocca. Erano anche i primi tempi che avevo una connessione Internet, ed ero talmente inesperto che arrivai a porre al Fratta la seguente, storica domanda: “Ma per usare Msn devo stare collegato ad Internet?”

Sembra una vita fa, eppure sono passati “solo” cinque anni. Oggi chi usa Msn è considerato un dinosauro, una specie di bizzarra anomalia temporale: Facebook lo ha rimpiazzato in tutto e per tutto, spazzandolo via dalla galassia cybernetica. Ho incontrato gente che non ricorda più la password per Msn, e che mi ha detto che non gli serve più a nulla, “tanto c’è Facebook”. Questo mi fa nascere nella mente una riflessione, anch’essa piuttosto banale: non vi sembra che la tecnologia avanzi ad un ritmo troppo veloce? Non sto dicendo che sono contro lo sviluppo tecnologico (per carità!), ma solo che le novità si susseguono l’una dopo l’altra senza darci il tempo di abituarci. Quando ero piccolo io mi vedevo le cassette su Vhs, che esistevano già da una decina d’anni; il lettore Dvd, invece, è durato meno di un decennio, subito superato dalla tecnologia Blu-Ray. Stessa cosa nel mondo di Internet: la vicenda di Msn è emblematica da questo punto di vista.

Forse aveva ragione quel video che prendeva in giro Facebook, quando diceva “Non faccio in tempo ad imparà a usà MySpace che subito me dicono de farme Facebook”. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’avvento di Google+, un nuovo social network destinato ad ingaggiare una dura lotta con Facebook nei prossimi tempi. Matteo mi ha invitato su Google+ quando ancora era elitario, eppure io sono tuttora indeciso se farmelo: da un lato mi affascina, visto che lima molti difetti di Facebook, dall’altro non ne sento un reale bisogno, non avverto la necessità di entrare nel magico mondo dei social network. Boh, forse alla fine lo proverò e poi, se non mi piacerà, mi cancellerò (definitivamente, visto che lì, a differenza di Facebook, è consentito).

Ora come ora, questa nuova battaglia a colpi di socialqualcosa mi sembra avere solo due effetti: il copia-incolla di caratteristiche tra i due colossi, messo in pratica soprattutto da Facebook in reazione al nuovo nemico; e il proliferare di nuove funzioni più o meno rivoluzionarie e utili, create al solo scopo di restare vivi e competitivi nel settore (quelle annunciate recentemente da Facebook, francamente, mi fanno rabbrividire; e condivido – termine che va di moda – uno dei commenti all’articolo che vi ho linkato: “La più grande operazione di schedatura volontaria di massa”).

Vabbè, questo è uno di quei soliti posti in cui mi atteggio senza motivo a gran conoscitore dei media digitali, e in cui risulto vagamente snob. Ve lo alleggerisco nel finale: il titolo del post (e il suo contenuto in realtà) mi sono stati ispirati da una canzone contenuta nell’ultimo album di Daniele Silvestri, intitolata La chatta. Ascoltatela: vi strapperà una risata, ma vi farà anche pensare a come corrono i nostri tempi.

lunedì 5 settembre 2011

MANIFESTO

L’estate stava lentamente volgendo al termine, tirandosi dietro le ultime giornate di sole e gli sciami di turisti affamati. L’aria cominciava ad assumere un sapore diverso, forse effetto della limpidezza eccessiva che colorava il panorama o delle piogge che presto si sarebbero abbattute sulla regione, anticipate dalle grandi e potenti raffiche di vento di quei giorni.

“Settembre è il mese migliore da inserire nel titolo di un libro” pensò Luigi di punto in bianco. Non a caso, in quel tempo, stava leggendo Le luci di settembre: Luigi aveva capito subito, senza neanche aprirlo, che aveva fra le mani qualcosa di buono; con un titolo così epico, semplice ma perfetto allo stesso tempo, non poteva che essere così. Un suo amico avrebbe detto che settembre è il mese ideale per il ripensamento sugli anni e sull’età e su tutto il resto. Luigi in realtà pensava che qualunque mese fosse adatto per una riflessione del genere, quindi scartò l’idea: non era quello l’argomento di cui voleva parlare per il suo ritorno sul blog, dopo un mese di lontananza dovuto alle vacanze estive (“E tromba de meno e scrivi più post!” avrebbe detto ancora una volta quel suo amico). L’ultimo aggiornamento, dopotutto, era stato scritto addirittura in Irlanda: ma si sa, agosto non è un buon mese per Internet.

Forse avrebbe potuto scrivere delle sue vacanze: avrebbe potuto inserire la descrizione delle uscite serali, della pastata a casa Cavicca, del Ferragosto con tanto di primo (mezzo) bagno di mezzanotte della sua vita, della gita in barca dietro alla montagna, delle serate canore, dei TeleFunk’n, del Rocca che lo convinceva a farsi Google+ (a settembre però) e di tante altre cose che non gli venivano in mente in quel momento. Poi pensò che ciò che più gli stava a cuore – le due settimane di vacanza con Valeria – non era descrivibile a parole: e che, in fondo, erano anche fatti suoi.

Lo sguardo gli cadde su un foglio che da un paio di giorni albergava sulla sua scrivania. Luigi lo osservò bene: era una pagina di quaderno, strappata dal suo contenitore originario, su cui qualcuno aveva disegnato qualcosa. A prima vista sembrava solo un semplice scarabocchio, un disegno infantile di un mostro o comunque qualcosa senza un significato apparente. Luigi sapeva, invece, che non era così. Prese il foglio fra le mani e lo osservò per bene. “Dovrebbe venire proprio un bel lavoro” pensò “Devo solo cominciare, poi i dettagli verranno da sé”. E, improvvisamente, gli venne l’idea per il post.

Avrebbe scritto ancora una volta della sua vocazione letteraria, forte come non mai in quel momento, luminosa come un faro a picco su una scogliera nella notte del mondo. Avrebbe cominciato parlando del romanzo che aveva ultimato qualche mese prima, L’ultima partita: tra la fine di agosto e l’inizio di settembre se lo era riletto tutto, trovando altri errori e incongruenze, ma pensando che in fin dei conti non era poi così male. Poi aveva battuto al computer gli errori segnalati dai suoi fidi correttori di bozze, ottenendo così la stesura definitiva del libro. Proprio in quei giorni, poi, si era informato riguardo le case editrici che potevano fare al caso suo (o per le quali lui poteva fare al caso loro), e inoltre aveva preso informazioni sulla registrazione dell’opera alla SIAE: un’operazione piuttosto costosa, ma che serviva a far sparire dalla sua testa le tipiche paranoie da scrittore emergente.

Ecco, sarebbe partito da un caso particolare – quello de L’ultima partita – per poi allargare il discorso ad una tematica più ampia: il suo stile e la sua collocazione nell’oceano della narrativa. Avrebbe scritto che le poche persone che avevano letto quel libro gli avevano dato un parere unanime: il romanzo non era male, no, funzionava, era persino intrippante in qualche punto. Ma come libro per ragazzi. Gli adulti, probabilmente, non lo avrebbero trovato così interessante. Luigi ripensò a quei pareri: ricordò come in un primo momento fosse rimasto interdetto, stupito dall’essere riuscito a scrivere un libro per ragazzi senza volerlo. Forse era anche un po’ deluso, almeno all’inizio. Poi però aveva cominciato a riflettere. “Essere uno scrittore per ragazzi? E perché no?” si era detto. In fondo, non era sempre stata quella il tipo di letteratura che gli era piaciuta? La cosa poteva avere molti spunti interessanti: poteva dare libero sfogo alla fantasia, per esempio; poteva provare ad intercettare gli umori di un pubblico meno esigente di quello adulto; poteva persino tentare, in un delirio di onnipotenza, di riportare le opere per ragazzi ai livelli da lui tanto vagheggiati in un post precedente. Insomma, era una bella scommessa.

Nel post avrebbe dovuto indicare dei modelli, qualcuno cui ispirarsi. Gli venne in mente subito – ma forse solo perché lo stava leggendo in quel periodo – Carlos Ruiz Zafón, che aveva cominciato proprio come scrittore per ragazzi. Ma perché non rifarsi anche ai grandi del passato? Ogni tanto gli veniva da pensare a Robert Louis Stevenson, che peraltro era il maestro sommo in quello che Luigi aveva scoperto essere il suo genere preferito, l’avventura (grafica?). E poi c’erano i grandi parallelismi con il cinema. Gli piaceva pensare alle sue future opere come a certi film di Steven Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Jurassic Park… Magari avrebbe potuto citare anche l’imminente Super 8, così avrebbe potuto annunciare pubblicamente che intendeva andarlo a vedere quanto prima per scriverne una recensione su Attraversamento Cojoti. Sì, ci avrebbe messo anche quello. E magari avrebbe fatto qualche riferimento agli immancabili videogiochi, Monkey Island, Broken Sword, eccetera eccetera.

Ecco, ora le sue fonti di ispirazione c’erano praticamente tutte. Luigi si chiese se servisse altro, nel terzo millennio, per diventare un buon scrittore per ragazzi. Per come la vedeva lui quello era un buon punto di partenza: poi bisognava vedere se c’era il talento, ma quello era un altro discorso.

Chissà se, una volta inviato il manoscritto de L’ultima partita, qualcuno gli avrebbe risposto…. Magari non sarebbe successo niente, pensò. Nel dubbio, però, non poteva rimanere con le mani in mano. Sentiva già il richiamo della musa che lo spingeva a prendere nuovamente in mano la tastiera per dare vita al nuovo romanzo che gli frullava nella testa già da un po’, un mix di giallo e avventura di cui aveva già scelto un titolo. Un titolo epico, ovviamente.

Decise di mettersi subito al lavoro.
 
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