giovedì 20 ottobre 2011

RESPIRANDO PER AFFOGARE

Potrei ricordare molte cose di questa giornata a Roma. Mi limito a un elenco in ordine cronologico, che a mio parere rende bene l'idea di quello che ho vissuto.

Mi sveglio alle 6.30, esco di casa alle 7. Non piove, ma comincia mentre mi trovo alla fermata. Penso: "Spioverà". Appunto.
Aspetto il bus per venti minuti. Sfreccio verso il centro dell'Eur (luogo mitologico caro a me e Gian Maria, che necessita di essere cantato in un romanzo o - meglio - in una graphic novel), e lì prendo la prima fracicata: alla fermata Eur Palasport sono già zuppo.
Arriva il treno, e improvvisamente capisco che c'è qualcosa che non va, che c'è un dettaglio che non combacia con gli altri, come i deja vu di Matrix: il treno che arriva mi è sconosciuto. Ora, cercate di capirmi: come ben sapete, io conosco più o meno tutti i treni della metro B di Roma. Li riconosco dai graffiti, ricordate? E invece questo era diverso da tutti gli altri: era nuovo di zecca, ma non del tipo di quelli ultramoderni che si vedono di recente; era nuovo, ma la sua forma era quello di un treno vecchio, con degli interni sbalorditivi e una voce diversa (e brutta).
Prendo quel treno, pur con qualche dubbio, e faccio bene: è praticamente l'ultimo treno della metro B che parte regolarmente.

Arrivo a Policlinico, ma non riesco ad uscire dalla stazione: me lo impediscono la folla che blocca l'uscita e la pioggia sferzante che si infila fin dentro al tunnel, aiutata da un vento infernale, almeno a giudicare da come si muovono i pini là fuori. Penso: "Vabbè, aspetto un po': spioverà". Ehm.
L'altoparlante annuncia che il servizio della metro è rallentato; passano pochi minuti e la stessa voce metallica afferma che il servizio è fermo. Mi trovo nel limbo: non posso andare avanti, né tornare a casa. Dopo mezz'ora di vana attesa decido di tentare la fortuna, ed esco sotto al diluvio.
In qualche modo miracoloso prendo un tram, per scoprire che è una corsa limitata e che si ferma dopo una fermata. Scendo, e ancora una volta accade l'impossibile: arriva a ruota un altro tram. Ci salgo, sgusciando come un gatto mentre la gente chiude gli ombrelli, e lentamente mi avvio verso l'università. Nel tragitto vedo che i marciapiedi sono sommersi dall'acqua, e che anche le macchine stanno lì per. Arrivato a destinazione, mi resta l'ultimo ostacolo: guadare Viale Romania, totalmente sommerso da un liquido marrone che definire acqua sarebbe quantomeno improbabile.

Entro nell'università, salgo al quarto piano. Sull'ultima rampa di scale, causa suola bagnata, rischio di cadere e mantengo l'equilibrio con una certa difficoltà: i presenti, tra cui la nipote di un noto cantautore napoletano, se la ridono. Arrivo in classe, apro la porta davanti ed entro: ci sono sette o otto alunni oltre a me. Il prof mi guarda e mi dice: "Buongiorno". Io lo guardo e, alludendo all'obbligo di firma di quel corso, proclamo: "Questa vale almeno due presenze". Risate. (Sì, me l'ero preparata mentre aspettavo che spiovesse)

Ovviamente all'uscita dalla lezione (perché avevo una sola lezione, dalle 8.30 alle 10.30) aveva smesso di piovere, e la situazione era tutto sommato normale, tanto che una cosa azzurra che alcuni chiamano cielo comparve tra le nuvole. Rimanevano "solo" i disagi con i mezzi pubblici: un'attesa infinita per il 3, un viaggio da sardine, persone che attendevano da una vita alle fermate e che entravano senza lasciarci prima scendere, scene di panico, la stazione metro parzialmente allagata. Trovo ospitalità per il pranzo da Valeria (ancora grazie), poi mi appresto al lungo ritorno. Da Via Luigi a Pulci a Viale del Tintoretto in due ore e mezza, interamente in superficie causa metro mutilata: la cosa comica era che qualsiasi piano elaborassi andava in fumo, costringendomi a ridefinire continuamente le regole d'ingaggio. Alla fine sono dovuto andare a Piazza Venezia, visto che a Termini i pochissimi bus per l'Eur presenti erano presi d'assalto da orde sanguinarie.

Alla sera, in tv, ho visto poi scene ben più drammatiche, avvenute evidentemente in altre zone della città. Il padrino mi ha riferito di macchine trascinate dalla corrente; una signora sull'autobus parlava di auto abbandonate dai propri autisti in mezzo alla strada, con gli sportelli aperti; un vecchio pazzo, sul medesimo autobus, ha tirato in mezzo i black bloc (ma perché?).

Vorrei concludere questo post con una citazione: l'alluvione romana mi ha fatto venire in mente la frase di lancio del film La tempesta perfetta - probabilmente una delle più belle frasi di lancio della storia, e ancora più probabilmente già citata su questo blog, anche se non me lo ricordo - che recitava "Chi avrebbe mai immaginato che l'inferno sarebbe stato bagnato?".

Invece no. Chiudo il mio post con una fotografia emblematica di questa giornata, e forse non solo: gli irrigatori accessi e in funzione a pieno regime, spruzzanti acqua a destra e a sinistra, nei giardinetti di Piazza Venezia alle quattro del pomeriggio. Tirate voi le conclusioni.

mercoledì 5 ottobre 2011

IL RIMPIANTO DI UNA VOCE MAI SCRITTA


Nel dicembre del 2010 decisi di scrivere un racconto elaborando un’idea che avevo in mente da un bel po’ di tempo. Quell’idea si sarebbe trasformata in Fino alla spiaggia, piccolo racconto che però mi avrebbe permesso di entrare nella rosa dei semifinalisti del Premio Campiello Giovani. Fin qui niente di nuovo; quello che invece molti di voi non sanno è di cosa parlava il racconto che scrissi.

Fino alla spiaggia era una libera rielaborazione di un fatto storico. Nella seconda metà del 1642 il navigatore olandese Abel Tasman salpò da Batavia (l’odierna Giacarta, in Indonesia) alla ricerca della cosiddetta Terra Australis Ignota: un immaginifico continente, ancora inesplorato, che doveva essere situato da qualche parte tra l’Africa e l’America Meridionale. Tasman – e il suo nome dovrebbe dirvi qualcosa – seguendo questa rotta effettivamente sbarcò su un nuovo territorio: l’isola che ancora oggi porta il suo nome, la Tasmania. Successivamente fu anche il primo europeo ad arrivare in Nuova Zelanda. Ecco, Fino alla spiaggia narrava la mia versione dei fatti di quel primo sbarco in Tasmania.

Quello che ancora meno persone sanno, però, è come io – un ventiduenne italiano del 2011 – sia venuto a conoscenza di questa storia, nota tutt’al più in Oceania e in misura minore in Olanda. Probabilmente nessuno di voi conosceva Abel Tasman e sapeva cosa aveva fatto nella vita. Io invece Abel Tasman so chi è, e lo so dal lontano 2006. La storia di Abel Tasman – una storia straordinaria e tragica: la sua scoperta fu ritenuta inutile dai suoi committenti, e il navigatore morì in povertà – è stata una delle prime cose che ho imparato grazie a Wikipedia.

Ieri sera, verso le 19.30, sono andato su Internet. Dopo aver controllato posta, blog e siti di informazione ho fatto una capatina su Wikipedia. Ho fatto una cosa che faccio spesso: ho dato una letta alla pagina in cui discutono i membri del Progetto di Wikipedia dedicato ai videogiochi (sono un po’ nerd anche io). Si dicevano le solite cose: alcune pagine erano state proposte per la cancellazione, essendo palesemente indegne di stare sul sito. Cliccai sul link di una di queste: “Dirt 2”, voce su un gioco di rally. “Mah” ho pensato, e sono andato a prepararmi la cena.

Quando, un paio d’ore più tardi, Valeria mi ha comunicato la notizia choc, una delle prime cose che ho pensato è stata: “Se Wikipedia scompare, non potrò credere che l’ultima voce che ho letto è stata Dirt 2”. Cioè, mi sarei vergognato a vita. Sono rimasto a leggere l’avviso, che già aveva fatto due volte il giro del mondo su Facebook, e ho capito che al peggio non c’è mai fine. E pensare che era stata una delle mie paure più grandi, quando scrivevo la tesi: che Wikipedia scomparisse da un giorno all’altro, così, all’improvviso. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

Dopodiché ho pensato a come sarebbe stato bello un romanzo (ma forse anche un racconto) che parlasse di Wikipedia, magari narrato dal punto di vista (inedito per molti) di qualcuno che vi scrive sopra. Ho già in mente titolo e un paio di scene madri: prima o poi lo scriverò. Pensate che affresco d'epoca che potrebbe essere.

Lì per lì non ho provato nient'altro, mi sono limitato solo a questi pensieri. Rabbia, indignazione, voltastomaco: niente di tutto ciò. Mi sono messo a scrivere il mio nuovo romanzo, cercando di non pensare a quella pagina, a quel "Cara lettrice, caro lettore" iniziale, ai lanci sui quotidiani online.

Poi, prima di addormentarmi, mi è venuta in mente una cosa. Dopo che il mio racconto era stato selezionato, mi ero ripromesso di riscrivere la voce su Abel Tasman. Quella che trovate (trovavate?) sulla Wikipedia italiana l’ho scritta io tanti anni fa, traducendola dall’inglese, ma è incompleta e priva di fonti: dopo la mia decisione mi ero dato da fare su Internet, trovando alcuni documenti e saggi che potevano fare al caso mio; mi ero persino imbattuto nella traduzione inglese del diario di Tasman. Poi, però, non feci più niente: e la voce restò così, discreta ma non referenziata.

Così mentre mi addormentavo, ieri, finalmente ho provato qualcosa. Mi sono sentito in colpa verso il buon vecchio Abel.

P.S. Credo che Wikipedia riaprirà, forse nelle prossime 24 ore. Ma questo “sciopero” resterà nella storia del sito, a livello internazionale. Lo scopo era fare rumore mediatico: operazione riuscita in pieno, visto l’eco che si è generata sui mass media. Mi sembra superfluo fare riflessioni sulla legge che ha suscitato questo polverone, visto che la pensiamo tutti allo stesso modo (ho anche immaginato uno scenario in cui il governo perdeva le elezioni a causa del risentimento popolare contro la chiusura di Wikipedia). Con questo post volevo solo celebrare un sito che, nel bene e nel male, è una delle più grandi innovazioni della Rete.
 
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