Potrei ricordare molte cose di questa giornata a Roma. Mi limito a un elenco in ordine cronologico, che a mio parere rende bene l'idea di quello che ho vissuto.
Mi sveglio alle 6.30, esco di casa alle 7. Non piove, ma comincia mentre mi trovo alla fermata. Penso: "Spioverà". Appunto.
Aspetto il bus per venti minuti. Sfreccio verso il centro dell'Eur (luogo mitologico caro a me e Gian Maria, che necessita di essere cantato in un romanzo o - meglio - in una graphic novel), e lì prendo la prima fracicata: alla fermata Eur Palasport sono già zuppo.
Arriva il treno, e improvvisamente capisco che c'è qualcosa che non va, che c'è un dettaglio che non combacia con gli altri, come i deja vu di Matrix: il treno che arriva mi è sconosciuto. Ora, cercate di capirmi: come ben sapete, io conosco più o meno tutti i treni della metro B di Roma. Li riconosco dai graffiti, ricordate? E invece questo era diverso da tutti gli altri: era nuovo di zecca, ma non del tipo di quelli ultramoderni che si vedono di recente; era nuovo, ma la sua forma era quello di un treno vecchio, con degli interni sbalorditivi e una voce diversa (e brutta).
Prendo quel treno, pur con qualche dubbio, e faccio bene: è praticamente l'ultimo treno della metro B che parte regolarmente.
Arrivo a Policlinico, ma non riesco ad uscire dalla stazione: me lo impediscono la folla che blocca l'uscita e la pioggia sferzante che si infila fin dentro al tunnel, aiutata da un vento infernale, almeno a giudicare da come si muovono i pini là fuori. Penso: "Vabbè, aspetto un po': spioverà". Ehm.
L'altoparlante annuncia che il servizio della metro è rallentato; passano pochi minuti e la stessa voce metallica afferma che il servizio è fermo. Mi trovo nel limbo: non posso andare avanti, né tornare a casa. Dopo mezz'ora di vana attesa decido di tentare la fortuna, ed esco sotto al diluvio.
In qualche modo miracoloso prendo un tram, per scoprire che è una corsa limitata e che si ferma dopo una fermata. Scendo, e ancora una volta accade l'impossibile: arriva a ruota un altro tram. Ci salgo, sgusciando come un gatto mentre la gente chiude gli ombrelli, e lentamente mi avvio verso l'università. Nel tragitto vedo che i marciapiedi sono sommersi dall'acqua, e che anche le macchine stanno lì per. Arrivato a destinazione, mi resta l'ultimo ostacolo: guadare Viale Romania, totalmente sommerso da un liquido marrone che definire acqua sarebbe quantomeno improbabile.
Entro nell'università, salgo al quarto piano. Sull'ultima rampa di scale, causa suola bagnata, rischio di cadere e mantengo l'equilibrio con una certa difficoltà: i presenti, tra cui la nipote di un noto cantautore napoletano, se la ridono. Arrivo in classe, apro la porta davanti ed entro: ci sono sette o otto alunni oltre a me. Il prof mi guarda e mi dice: "Buongiorno". Io lo guardo e, alludendo all'obbligo di firma di quel corso, proclamo: "Questa vale almeno due presenze". Risate. (Sì, me l'ero preparata mentre aspettavo che spiovesse)
Ovviamente all'uscita dalla lezione (perché avevo una sola lezione, dalle 8.30 alle 10.30) aveva smesso di piovere, e la situazione era tutto sommato normale, tanto che una cosa azzurra che alcuni chiamano cielo comparve tra le nuvole. Rimanevano "solo" i disagi con i mezzi pubblici: un'attesa infinita per il 3, un viaggio da sardine, persone che attendevano da una vita alle fermate e che entravano senza lasciarci prima scendere, scene di panico, la stazione metro parzialmente allagata. Trovo ospitalità per il pranzo da Valeria (ancora grazie), poi mi appresto al lungo ritorno. Da Via Luigi a Pulci a Viale del Tintoretto in due ore e mezza, interamente in superficie causa metro mutilata: la cosa comica era che qualsiasi piano elaborassi andava in fumo, costringendomi a ridefinire continuamente le regole d'ingaggio. Alla fine sono dovuto andare a Piazza Venezia, visto che a Termini i pochissimi bus per l'Eur presenti erano presi d'assalto da orde sanguinarie.
Alla sera, in tv, ho visto poi scene ben più drammatiche, avvenute evidentemente in altre zone della città. Il padrino mi ha riferito di macchine trascinate dalla corrente; una signora sull'autobus parlava di auto abbandonate dai propri autisti in mezzo alla strada, con gli sportelli aperti; un vecchio pazzo, sul medesimo autobus, ha tirato in mezzo i black bloc (ma perché?).
Vorrei concludere questo post con una citazione: l'alluvione romana mi ha fatto venire in mente la frase di lancio del film La tempesta perfetta - probabilmente una delle più belle frasi di lancio della storia, e ancora più probabilmente già citata su questo blog, anche se non me lo ricordo - che recitava "Chi avrebbe mai immaginato che l'inferno sarebbe stato bagnato?".
Invece no. Chiudo il mio post con una fotografia emblematica di questa giornata, e forse non solo: gli irrigatori accessi e in funzione a pieno regime, spruzzanti acqua a destra e a sinistra, nei giardinetti di Piazza Venezia alle quattro del pomeriggio. Tirate voi le conclusioni.
Persino Milano può essere low cost
12 anni fa
