venerdì 27 luglio 2012

DAL NOSTRO INVIATO

“Vedi, tutto questo è proprio un peccato: una grande opportunità persa” mi disse un ragazzo che avevo conosciuto da un quarto d’ora in un caldo pomeriggio di luglio. Barba scura, qualche filo bianco che la colorava, una voce particolare, leggermente catarrosa: ero in piedi con lui davanti a una porta a vetri, e insieme guardavamo lo spettacolo decadente della Fiera del Levante.

Solo un paio d’ore prima il tassista che mi portava lì – dopo essersi esibito ai 100 all’ora sul lungomare di Bari – si era perso in quel dedalo di strade e capannoni abbandonati che forse un tempo era qualcosa di straordinario, ma oggi assomiglia più che altro a una cattedrale nel deserto. La prima strada è fiancheggiata da stand dismessi, su cui ancora spadroneggiano insegne sbiadite: su una di esse leggo “Birra Peroni”, su un’altra “Panini caldi”. Il capannone 180 – la mia destinazione – è lì da qualche parte, ma il tassista deve chiedere un paio di volte agli strani individui del luogo per trovare la strada giusta: il dubbio che lo abbia fatto a posta per far lievitare il conto rimane, ma il labirinto in cui ci eravamo ficcati è una giustificazione più che valida.

“Ora stanno cercando di rianimarla: ci fanno concerti, mostre, spettacoli” continua il ragazzo. La verità, però, è che il posto cade a pezzi: la facciata del palazzo di fronte a noi – un edifico dall’architettura simil-moresca – avrebbe bisogno di una bella intonacata. Le insegne dicono che ospita un paio di emittenti televisive: Tele Puglia o giù di lì. Di fianco, l’ingresso principale della Fiera è chiuso da una pesante cancellata che sembra presa di peso da un castello medievale: un invito più che eloquente a stare fuori, tanto dentro c’è poco da fare.

La sede della film commission pugliese, in tutto questo, stride completamente. È nuova, ben curata, ben arredata, e soprattutto viva: ci sono esseri umani che ci lavorano, ci sono macchine parcheggiate fuori dal suo edificio. La gente che incontro è gentile e sorridente, mentre il direttore è uno dei tipi più in gamba che abbia mai conosciuto (e non lo dico perché mi ha offerto un piatto di orecchiette pomodoro e rucola. Ottime, peraltro). Il ragazzo barbuto con cui mi intrattengo a parlare mi fa fare tutto il giro della struttura. “Cerchiamo di fare qualcosa di buono per chi fa cinema: questo posto è aperto a tutti, specialmente ai giovani. Vengono qua e noi li aiutiamo: siamo qui per questo” aggiunge. Un’oasi felice in un mare di decadenza.

Tre ore dopo il mio arrivo alla Fiera chiamo un secondo taxi per tornare in stazione. Il viaggio di ritorno verso il centro – sul lungomare schiacciato tra il porto e uno scenario da periferia violenta – mi fa venire voglia di girare un film sulla malavita locale. Quando arrivo in stazione mi accorgo che mancano sala d’attesa e bar: decido quindi di impiegare le due ore che mi separano dalla partenza in un’esplorazione dei dintorni. Entro nel primo edificio accanto alla stazione centrale: un cartello recita “Ferrovie Appulo-Lucane. Direzione Matera”. Esco. Dalla stazione parte un lungo viale pedonalizzato, la classica via dei negozi che trovate in tutte le grandi città: la via è pulita e ben curata, e la sovrapposizione tra questo scenario e quello che mi sono appena lasciato alle spalle mi disorienta.

Alla fine del viale il panorama cambia ancora: scorgo un arco in pietra e mi accorgo che in quella zona i palazzi moderni lasciano rapidamente il passo a strutture più antiche. Un cartello mi informa che sto entrando nel “Borgo antico di Bari”; il rapido passaggio di ragazzi in motorino senza casco dice molto di più. Mi piacerebbe addentrarmi nei vicoletti che scorgo – strade strette, panni stesi, scalette – ma le facce rabbuiate della gente sono un invito a sloggiare.

Sulla via del ritorno mi imbatto in un bel palazzo stile liberty, sfarzoso e imponente: dentro c’è un negozio Benetton, entro e rimango meravigliato davanti alle vetrate e all’ascensore in ferro battuto. Qua e là emergono altri palazzi affascinanti, e mi rendo conto di trovarmi nel paese delle contraddizioni. In un grande parco vicino alla stazione prendo uno yogurt e mi siedo su una panchina: attorno a me sento parlare almeno dieci lingue diverse dalla mia (barese incluso), e i colori della pelle si mischiano e confondono gli uni con gli altri. Mi tornano in mente le parole del direttore della film commission sul cinema pugliese degli anni ’90, sul Mediterraneo, e sul miscuglio dei popoli.

La mia terza volta in Puglia – la prima non legata a un matrimonio – si conclude quindi alla stazione centrale. Mentre il sole tramonta e arrossa il cielo, il Frecciargento proveniente da Lecce e diretto a Roma Termini (ferma a: Barletta, Foggia, Benevento, Caserta) sfreccia su sterminati campi dorati accanto a pale eoliche vorticanti, lasciandosi alle spalle una terra spaccata a metà.

giovedì 5 luglio 2012

ABISSI D'ACCIAIO

La fermata del 716 a Piramide, su via Ostiense, è sempre buia. In realtà non è che manchi l’illuminazione: credo che sia più che altro colpa degli alberi, tronchi alti e pieni di rami e foglie che finiscono sempre coll’oscurare tutto.
In ogni caso, secondo me ieri la luce era proprio spenta. Un ciclista vegliardo mi passa davanti sfrecciando sulla corsia preferenziale: quando mi supera noto che indossa un casco con una minuscola luce di posizione lampeggiante, che si accende e spegne nella notte come il segnale di un allarme imminente. La fermata è affollata, come sempre: uno dei motivi che mi spingono a prendere il bus lì e non a Garbatella è la compagnia. In genere siamo io e una manciata di stranieri, gente che sa come tenere la strada. (Una volta c’era questa pubblicità di un ciclo di film dedicati alla metropoli di notte, e la voce fuori campo recitava qualcosa come: “Se usi un mezzo pubblico di notte, assumi un’espressione dura e arrabbiata”, e le immagini mostravano Eminem in 8 Mile tutto rabbuiato seduto su un autobus scassato. Penso sia l’unica cosa che mi ha insegnato Eminem, ora che ci penso)
Mi si avvicina un altro ciclista. È un rastone jamaicano (in realtà aveva un cappello, quindi non potevo vedere i suoi capelli, ma dovevano essere per forza rasta; e non potevo sapere se fosse veramente jamaicano, ma lo sembrava al punto giusto da esserlo). Si ferma vicino a me e mi chiede qualcosa in una lingua a me sconosciuta, ma da come guarda il mio orologio capisco che o voleva sapere l’ora o era interessato a fregarmelo. Guardo a fatica le lancette, è buio e devo orientare il quadrante verso l’insegna bluastra del kebabbaro dall’altra parte della strada. “Undici e un quarto” gli dico, ma lui non capisce. “A quarter past eleven” gli ripeto, e lui se ne esce con un “Oh! That’s great!” e mi sfodera un sorriso da rastone jamaicano prima di scomparire nella notte verso la Stazione Ostiense. (Il rastone jamaicano è il mio personaggio preferito di questo post. Dopo il Cavicca, che introdurrò a breve).
Poi è il turno di una coppia corpulenta, un uomo e una donna, che cominciano a litigare istericamente proprio a fianco a me in una lingua che non fatico a riconoscere come russo. L’unica parola che capisco è l’italianissimo “Vaffanculo” che lei gli rivolge dopo un paio di minuti. Alla fine l’autobus ce la fa a passare, e mi avvio verso casa.

Vedete, lì a Piramide era tutto così scuro, e l’umanità che la popolava era così ai margini della società, che non ho potuto fare a meno di ripensare al bagno di luce delle nuove stazioni della metropolitana. C’ero stato per la prima volta poco prima, raggiungendo il Cavicca per andare a cena con lui.
Il treno che mi portava verso il quartiere africano era abbastanza pieno. Su tutti spiccavano tre giovani evidentemente reduci da una giornata al mare, che dovevano andare a Tiburtina e non sapevano se avevano preso il treno giusto. Ovviamente avevano sbagliato, ma mi stavano così antipatici che non ho voluto toglier loro il piacere di scoprirlo da soli.
Quando le porte si aprirono, alla stazione Libia, mi ritrovai in un altro mondo. Luce, là sotto c’era tanta luce, e le pareti tirate a lucido tipiche di un posto che non sarebbe stato mai più così pulito; c'erano panchine bellissime, che mi ricordavano vagamente i tubi dove uno si può sedere nella metro di Parigi. Mi unisco alla folla che sciama verso l’uscita, e mi sorprendo a camminare in un atrio enorme, chiuso da un’enorme parete riflettente: sopra la mia testa non c’è nulla, e mi ritrovo a guardare dal fondo un enorme abisso, alla fine del quale si staglia il cielo azzurro della sera. Seguono sette – sì, sette, li ho contati – piani di scale mobili che si attorcigliano su se stesse. La struttura prosegue anche in superficie, c’è tutto un impianto di cemento e vetro che ha un non so che di spettacolare, circondato da un piccolo parco. Quando il Cavicca arriva, non possiamo fare a meno di parlare meravigliati della stazione. Poi lui mi conduce per vie secondarie ad una bettola thailandese.

Il Cavicca è sempre lui. È l’unico che conosco che è andato in Erasmus ed è tornato dimagrito. In compenso non avvisa quando viene a San Felice.
Il ristorante da fuori sembra piuttosto fatiscente. Ci accolgono due palme finte e fluorescenti, “tipo quelle del lungomare di Terracina” le schernisce Cavicca. Un’asiatica – per tutta la serata ci chiediamo se i gestori siano realmente thailandesi, ma a questa domanda solo Gian Maria avrebbe potuto rispondere – ci conduce in una sala sul retro: scopro che il posto in realtà è enorme, solo che si sviluppa in lunghezza. Un televisore senza audio proietta immagini della Thailandia, anche se il Cavicca avanza il sospetto che siano state scattate in Sicilia.
Il locale è pieno, ma noi veniamo fatti accomodare a un tavolo per due: sembriamo una coppia gay, e suggelliamo questa ipotesi quando assaggiamo l’uno il cibo dell’altro. Il Cavicca, deciso a far alzare il prezzo della cena oltre ogni limite, decide di prendere un antipasto, un primo e un secondo: a quel punto ero in trappola, e ordino del pane verdognolo per antipasto, del riso all’ananas (servito in un ananas aperto a metà) per primo e del pollo saltato con peperoni e anacardi per secondo. Mi rimane solo il rimpianto di non aver preso da bere il latte di cocco. La cipolla è ovunque, e a fine serata Cavicca assume una posa da saggio e sentenzia: “Dal thailandese non ce puoi andà a un appuntamento con una ragazza”.
Rimaniamo soddisfatti dalla cena, anche se per me il ristorante indiano è ancora una spanna sopra. La prossima volta, decidiamo, andiamo a provare il ristorante etiope in front of il sorchettaro. La serata prosegue in una gelateria artigianale che ovviamente costa tantissimo, poi decidiamo di andare a vedere un’altra delle nuove stazioni della metro: Sant’Agnese – Annibaliano.

Ma io come faccio a descrivervi una cosa del genere? Non lo so, magari non è bella in senso assoluto, ma sicuramente lo è per gli standard di Roma. Una piazza nella piazza, ma sotto alla piazza, eppure all’aperto, piena di luci, fanali, fari, praticamente illuminata a giorno. E poi scale, pareti diagonali, un semicerchio che chiude il tutto. Io e Cavicca ci siamo restati almeno una mezz’oretta lì, soltanto passeggiando; cinque tipi dell’Atac parlavano e scherzavano tra loro, ma per il resto la stazione era deserta; ogni tanto qualcuno si affacciava, guardava ammirato la stazione, e poi se ne andava.
Lì, in uno scenario futuristico, io e il Cavicca abbiamo parlato di: linee autobus deviate e linee autobus mai sentite prima; gente affacciata a un balcone strapieno, sicuramente studenti Luiss; del trasloco di casa sua; del McDonald’s che non c’era, oppure era solo coperto; del Rocca, che chissà se lo vedremo questa estate; del Palma, che Cavicca dice che sono due o tre anni che non lo vede; del fatto che Perroni ha il potere di ridurre la teoria dei sei gradi separazione a uno e mezzo; di Jacopo, cui il Cavicca dà sempre buca al 45 giri; di Francescooh, che dobbiamo assolutamente vedere questa estate; di Livio, con cui abbiamo un raduno in sospeso; del fatto che d’estate, in fin dei conti, ce la tajamo sempre; e ovviamente dell’Uomo Falena.

Alla fine lo saluto, e vengo inghiottito da quel pozzo di luce che è la fermata Sant’Agnese – Annibaliano della novella Metro B1 di Roma. Fuori, dall’altra parte, l’oscurità di Piramide.

martedì 26 giugno 2012

LE COLLINE CHE VERSANO SOUND

È tutto accaduto, più o meno. Le parti su Torino, in ogni caso, sono abbastanza vere. Mi sono ritrovato veramente a girovagare in una Torino post-apocalittica sotto il cielo sereno della sera, dopo che un tifone aveva quasi spazzato via la città. E un tale che conoscevo ha veramente parlato di programmi erotici delle tv private, mentre le locandine di vecchi classici del cinema ci guardavano severi dalle pareti di un bar. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Io ci sono stato veramente a Torino, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non che avessi grandi aspettative, sia chiaro, ci andavo per altri fini. Però lo stage in sé è stato molto, ma molto, deludente. Ci doveva essere un gran mucchio di idioti da quelle parti. Così va la vita.

Nell’ingombrante sede che ci ospitava – un vecchio capannone industriale rimesso a nuovo, nella via più inutile della città – si era data appuntamento un’alta percentuale di soggetti. Soggetti nel senso di soggettoni. Non a caso c’ero anche io. Però gli altri erano persino più soggetti di me: c’era Francia, che ha violentato più volte la lingua italiana usando come arma l’uso errato dei congiuntivi; c’era un altro tizio di cui ho rimosso il nome, con la sua aria da so tutto io e la sua smania di avere sempre ragione; e poi quella tipa, quella che diceva di avere avuto una storia con Fausto Brizzi. Ma figuriamoci. Se almeno le lezioni fossero state interessanti avrei potuto cavarne qualcosa: e invece niente, tanta teoria, poca pratica. Ancora.

Me ne sono tornato a casa arricchito della visione de Il cattivo tenente, un film che in genere viene preceduto dalla sua fama. Ne avrei fatto volentieri a meno, è stato un pugno nello stomaco. Così va la vita. Ma, sapete, io penso che sia meglio vedere film brutti piuttosto che non vederne affatto: e uno stage di critica cinematografica in cui non si vedono film che stage è? Vedere film brutti è il modo migliore per capire quali sono i film belli. Beccatevi ‘sta massima, e ricordatevene un giorno.

Meno male che qualche nuova amicizia (su Facebook, per ora) l’ho rimediata. Un gruppo di gente a posto l’ho trovato, e non ci ho messo molto a capire che con loro mi sarei fatto un sacco di risate. Quella volta al bar a parlare delle reti private è stata memorabile: a volte mi chiedo cosa abbia pensato di noi la barista. A proposito di baristi, ho rimediato una citazione memorabile di un noto professore di sociologia della mia università. Un giorno ve la dirò, ma non ancora. Così va la vita.

A parte il clima goliardico, e a parte il vero obiettivo della mia visita a Torino (dovevo fare un’intervista per la tesi: l’ho fatta ed è andata pure bene), la città mi ha conquistato. Sapete, già solo girovagare per le sue strade ti lascia una bella sensazione. Entrare nel museo egizio e vedere dal vivo capelli e coccodrilli di tremila e passa anni fa è stato sublime. E il museo del cinema è un luna park per cinefili, oltre che una sorpresa inaspettata. Quello che mi piace di Torino è la pulizia delle strade, la presenza eccessiva dei bar, la cucina piemontese, il suo essere squadrata. E soprattutto i portici. Come si fa a vivere in una città senza portici? I portici sono la risposta alla domanda: “All’uomo servono gli ombrelli?”. Ovviamente la risposta è no. Così va la vita.

Meno male che con me c’era Valeria. È stata lì da me per i primi tre giorni, girando per la città da sola mentre io ero allo stage, mentre ci potevamo vedere solo la sera (ma c’è stato anche un dopo pranzo, o sbaglio?). Le dovrei fare un monumento per questo gesto d’amore: si deve essere annoiata a morte dopo tre giorni di Torino. Spero che ne sia valsa la pena. Qualcosa nei suoi occhi mi ha detto di sì. Così va la vita. Per fortuna.

Dopo che se n’è andata lei, una sera, me ne stavo per conto mio mentre gli altri se ne erano andati a spendere soldi in bistecche farcite di grissini. Prima di cena era venuto giù dalle montagne o da qualche altro posto un temporale di quelli mai visti: grandine, vento, acqua, rami spezzati. Passata la tempesta il cielo ha osato persino tornare azzurro, anche se di quell’azzurro della sera, un po’ irreale. Sono uscito a procacciarmi del cibo: sotto alla Mole, tra volantini spazzati via dal vento e foglie cadute dagli alberi, sembrava di essere a un passo dalla fine del mondo. Ma il mondo non è finito, non per me. Così va la vita.

Solo adesso mi accorgo di non aver menzionato il gestore del b&b: un vegliardo che si metteva lo smalto sulle unghie (e mi esortava a fare altrettanto), con una brasiliana che girava spesso per casa e l’invettiva contro la Chiesa sempre pronta a scattare. Un giorno mi ha fatto tutto un discorso sulla masturbazione, sui giovini sardi che si inchiappettano le capre e su Berlusconi che vuole fare il Presidente della Repubblica. Non ricordo in che ordine preciso, ma servito alle nove del mattino insieme alla colazione è stato un po’ indigesto.

Sta di fatto che a un certo punto mi sono ritrovato su un Frecciarossa insieme ad altri tipi dell’università, dopo aver mangiato un panino dell’Old Wild West. Il treno era uno di quelli vecchi, quelli che hanno ancora la doppia numerazione. Il bar era veramente piccolo e stretto, c’entravamo a stento in quattro. Così va la vita.

Alla fine – e all’inizio – c’è sempre Termini, e una corsa disperata per prendere il treno, il regionale per Terracina. Come diceva il professor Pecora (grandi battute a doppio senso quel semestre!) citando Gaetano Salvemini: “Io non ho mai perso un treno, ma non ne ho mai preso uno senza il timore di perderlo”. Così va la vita.

domenica 10 giugno 2012

SONO ANCORA QUI

Fammi scrivere un post, va’, sennò poi la gente dice che mi sono fatto Facebook e ho abbandonato il blog. No, in realtà è solo che non ho molto da dire in questo periodo. Mica frequento portoghesi/capoverdani che mi introducono ai segreti dei cognomi dei calciatori degli anni ‘90! Quella sì che sarebbe una bella storia da raccontare…

Con la speranza di non scrivere “un post che sembra scritto nel 2005” (cit.) volevo dire che, a dispetto della mia latitanza, sento ancora il blog come uno spazio dotato di un senso. Nonostante Facebook, intendo.
Sapete, su Facebook c’è sempre il timore di perdersi qualcosa. Magari per due giorni non ti colleghi: dopo non ti metti a scorrere tutti i post dei tuoi amici (anche se ne hai pochi come me), e allora qualcosa che magari poteva interessarti ti sfugge. Certo, i tag li hanno inventati per questo, ma devono essere messi a monte. Il blog invece ha un tempo diverso, meno frenetico e rapsodico (ho usato l’aggettivo “rapsodico” anche nella tesi. Il mio relatore mi prenderà per pazzo, ma io adoro questa parola. Pensate ai film che contengono la parola “rapsodia” nel titolo: esiste qualcosa di più incisivo?). Ogni tanto mi rileggo vecchi post di questo e altri blog, e mi risulta molto difficile credere di poter fare lo stesso con Facebook (per quanto la cosa sia possibile): ha un carattere troppo estemporaneo. E poi c’è il fatto che, se devo spiegare una cosa articolando un discorso, preferiscono ancora il buon vecchio blog: più spazio, più calma nel lettore, più intimità.
(E va bene, lo ammetto: sto scrivendo un post che sembra scritto nel 2005)

Tipo: di Ray Bradbury ho già detto qualcosina su Facebook il giorno della sua morte, ma ci sarebbe ancora tanto da aggiungere. Con lui ho come l’impressione di essere arrivato tardi: è il classico autore (scrittore in questo caso, ma un discorso analogo vale per certi registi) di cui vorrei leggere/vedere di più, e invece per un motivo o per un altro non ci riesco mai. Ho letto solo un suo libro – l’immortale Fahrenheit 451 – ma non c’è stata volta che non sia capitato in libreria senza sfogliare qualche sua opera minore.
Fateci caso: Bradbury lo trovate sempre nel settore “Fantasy/Fantascienza” (sulla gente che popola questi scaffali delle librerie ci si potrebbe scrivere un saggio grandioso. Quando, in futuro, ci saranno solo gli e-book e la gente li comprerà davanti allo schermo del proprio Pc, tutto ciò sarà svanito e sembrerà fantascienza volta al passato. Fantapassato o qualcosa del genere). In realtà lui sfugge a questa etichetta, ha scritto cose trasversali, non facilmente ascrivibili a un genere preciso. Certo, la sua opera più famosa è sicuramente fantascienza – fantascienza distopica – ma c’è un altro mondo nell’universo bradbuyano che ho finora soltanto intravisto, e che voglio conoscere al più presto.
Mi riferisco a quello che questo articolo di Wired sintetizza nell’espressione “le suggestioni dell’infanzia”, e che annovera tra i suoi esponenti libri come L’albero di Halloween, L’estate incantata e Addio all’estate: tutte opere in cui si parla dell’infanzia e dei suoi aspetti favolistici e a volte un po’ inquietanti. Una cosa decisamente nelle mie corde, insomma. Il suddetto articolo di Wired paragona, in tal senso, Bradbury a Spielberg e Dinsey (tutto torna, come vedete), e si conclude con il racconto di un aneddoto bellissimo. Ho sempre sfogliato le pagine di questi suoi libri in libreria. L’ho fatto anche oggi alla stazione Termini. Addio all’estate è bello già dal titolo: ho sempre pensato – pur non avendolo mai letto – che questo è il libro sul passaggio dall’infanzia all’età adulta che io non scriverò mai. L’estate incantata invece è praticamente introvabile in Italia: c’è stato un periodo della mia vita in cui l’ho cercato in inglese, ma spero segretamente in una prossima ristampa postuma delle sue opere. L’albero di Halloween ha una brutta copertina, ma me ne farò una ragione.
Insomma, sono arrivato tardi solo perché mi sarebbe piaciuto apprezzarlo di più mentre era in vita (mi viene in mente Jacopo che scrive sul suo blog – il suo blog! – l’effetto che gli ha fatto vedere al cinema Gran Torino sapendo che era il primo e ultimo film con Clint Eastwood che avrebbe visto sul grande schermo. Non perché dovesse morire, eh, ma perché il buon Clint aveva annunciato di finirla lì con la carriera d’attore. Vabbé, comunque Jacopo cucina una pasta al tonno che ha un sapore identico a quella della mensa. È un complimento e un ringraziamento). E poi anche perché era l’ultimo esponente di un’epoca gloriosa della fantascienza: l’ultimo dei classici, in qualche modo.

Nel frattempo, mentre attendo risposte che potrebbero farmi capire cosa fare nel prossimo futuro, scrivo la tesi e aspetto di andare a Torino. Sarò da quelle parti dal 17 al 23 giugno, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non so a cosa mi servirà – non credo a molto, almeno in prospettiva lavorativa – ma è comunque un’esperienza, e per di più attinente a una cosa che mi piace fare da sempre.
In realtà la mia visita a Torino ha anche un secondo fine: dovrei (il condizionale è d’obbligo) condurre delle interviste che mi serviranno per la tesi. E c’è persino un terzo fine: dal momento che mi trovo lì, e che dopo le 17.30 sono libero, coglierò l’occasione per vedermi la città. Valeria mi raggiungerà i primi tre giorni: andremo al Museo del Cinema e al Museo Egizio (sono affascinato dalle mummie oltre qualsiasi ragionevolezza, sappiatelo), sfruttando la posizione centrale del b&b (sperando di non incappare in sole clamorose); poi lei se ne andrà e spero di non ritrovarmi, nei successivi tre giorni, in un’atmosfera da gita scolastica.

Il titolo di questo post omaggia quello di una canzone di Leo Pari. Proprio così

sabato 19 maggio 2012

IL CUORE DI UNA TENEBRA IMMENSA

ULTERIORI MOTIVI PER DERIDERMI
Ho letto Cuore di tenebra di Joseph Conrad e mi è piaciuto molto. Era da tempo che volevo leggerlo, ma poi finiva sempre che andavo in libreria, sceglievo un’edizione (lo pubblicano praticamente tutti i principali editori italiani), lo sfogliavo, ma non mi decidevo a comprarlo.

Alla fine ce l’ho fatta, e non me ne sono affatto pentito. Non è un libro facile da leggere, ma se riuscite a sopportarne lo stile un po’ verboso siete a cavallo. Perché dico che ha uno stile verboso, Gian Maria? Perché a volte Conrad si fa prendere un po’ troppo la mano, si perde in lungaggini evitabili che nulla aggiungono al testo, e a volte finisce con lo smarrire il filo del discorso. Nella postfazione all’edizione dei Classici Mondadori che ho letto viene citata una recensione di H. G. Wells a un’altra opera di Conrad, che io sposo in pieno: “Mr Conrad è verboso; la sua storia non è tanto raccontata, quanto intravista attraverso una foschia di frasi. Deve ancora imparare la metà più importante della sua arte: l’arte di non scrivere le cose”. Ecco, io non sono un maestro della scrittura, e per di più di Conrad ho letto solo questo libro (ma voglio esplorarlo meglio), però con Cuore di tenebra ho provato esattamente la stessa cosa.

Da come scrivo sembra che il libro non mi sia piaciuto, e invece l’ho apprezzato tantissimo. Sono contento di averlo letto, e soprattutto di averlo letto in questo periodo. Sto scrivendo un libro (non molto in questo periodo, per la verità) che ha più di un punto in comune con il romanzo di Conrad, per cui ho trovato una certa sintonia di pensiero nel leggere quelle pagine. Ho anche individuato, in Cuore di tenebra, quella che potrebbe essere la citazione d’apertura del mio romanzo. Questo perché io credo che valga la pena scrivere e pubblicare un libro anche soltanto per metterci una citazione all’inizio.

Sapete, io sono un feticista delle citazioni: se apro un libro e non ne trovo una nelle prime pagine, mi insospettisco. Eppure sono tanti, troppi, i volumi orfani di una bella frase – famosa o sconosciuta, non importa – che introduca al testo, che faccia capire in qualche modo di cosa si andrà a parlare. Ho anche un sviluppato un certo giudizio critico nel corso degli anni. Non mi piacciono quei libri che hanno tre o quattro citazioni diverse, anche se brevi; le citazioni non devono essere troppo lunghe, ma aggirarsi intorno all’ordine delle tre-quattro righe massimo; le migliori, tuttavia, sono quelle brevi e fulminanti. Poi ci sono quei libri – soprattutto saggi, ma non solo – che hanno una citazione all’inizio di ogni capitolo: ecco, questo lo trovo un po’ stucchevole, anche se c’è almeno un’eccezione rilevante (Capitolo 1 de La tempesta perfetta di Sebastian Junger, citazione da brividi: “Non è pesce quello che state comprando: sono vite di uomini”, Walter Scott, L’antiquario. Se avete letto il libro o visto il film omonimo la capirete per bene). Ultimamente, inoltre, stanno prendendo piede le citazioni da film: è un fenomeno che devo ancora studiare per bene, quindi non mi pronuncio; a volte le ho trovate azzeccate, altre mi hanno lasciato indifferente.

Insomma, viva le citazioni all’inizio dei libri! E, per quanto mi riguarda, un discorso analogo vale anche per le dediche, le prefazioni e le postfazioni. Sono un fan del paratesto letterario, lo ammetto…

VARIE ED EVENTUALI
Le ultime due settimane mi sono sembrate lunghe un secolo. Sarà colpa di Facebook? No, ma mi sono capitate tante cose e alla fine il tempo sembra essere passato più lentamente.

Tra le varie cose, sono entrato in possesso del primo libro con il mio nome stampato dentro. Mmm, ora che ci penso non è proprio il primo… Diciamo il primo libro in vendita, ecco, con il mio nome scritto dentro. Ho curato la scheda del film Up per questa antologia monotematica, nata da un lavoro fatto all’interno dell’università (e con il patrocinio della Chiesa, come noterete se spulciate un po’). Tranquilli, l’ho fatto gratis: non è pubblicità, non dovete comprare niente.

I miei primi dieci giorni di Facebook sono scivolati via tranquillamente. Mi connetto poco, ma non mi perdo molto: è il vantaggio di avere ancora pochi amici. Ho pubblicato alcune cose, ed è andata bene: sono soddisfatto. A volte, però, vorrei intervenire in alcuni dialoghi, o anche solo mettere un “mi piace”, ma poi non lo faccio per discrezione: è come se, in un botta e risposta tra due persone sull’argomento x, io non mi sentissi autorizzato ad intervenire. Mi chiedo se sono io ad essere troppo polite o se è solo una sindrome da novellini.

Per il resto, sono ancora in attesa di capire cosa farò da qui a poco, ma aspetto fiducioso.
 
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