venerdì 27 luglio 2012

DAL NOSTRO INVIATO

“Vedi, tutto questo è proprio un peccato: una grande opportunità persa” mi disse un ragazzo che avevo conosciuto da un quarto d’ora in un caldo pomeriggio di luglio. Barba scura, qualche filo bianco che la colorava, una voce particolare, leggermente catarrosa: ero in piedi con lui davanti a una porta a vetri, e insieme guardavamo lo spettacolo decadente della Fiera del Levante.

Solo un paio d’ore prima il tassista che mi portava lì – dopo essersi esibito ai 100 all’ora sul lungomare di Bari – si era perso in quel dedalo di strade e capannoni abbandonati che forse un tempo era qualcosa di straordinario, ma oggi assomiglia più che altro a una cattedrale nel deserto. La prima strada è fiancheggiata da stand dismessi, su cui ancora spadroneggiano insegne sbiadite: su una di esse leggo “Birra Peroni”, su un’altra “Panini caldi”. Il capannone 180 – la mia destinazione – è lì da qualche parte, ma il tassista deve chiedere un paio di volte agli strani individui del luogo per trovare la strada giusta: il dubbio che lo abbia fatto a posta per far lievitare il conto rimane, ma il labirinto in cui ci eravamo ficcati è una giustificazione più che valida.

“Ora stanno cercando di rianimarla: ci fanno concerti, mostre, spettacoli” continua il ragazzo. La verità, però, è che il posto cade a pezzi: la facciata del palazzo di fronte a noi – un edifico dall’architettura simil-moresca – avrebbe bisogno di una bella intonacata. Le insegne dicono che ospita un paio di emittenti televisive: Tele Puglia o giù di lì. Di fianco, l’ingresso principale della Fiera è chiuso da una pesante cancellata che sembra presa di peso da un castello medievale: un invito più che eloquente a stare fuori, tanto dentro c’è poco da fare.

La sede della film commission pugliese, in tutto questo, stride completamente. È nuova, ben curata, ben arredata, e soprattutto viva: ci sono esseri umani che ci lavorano, ci sono macchine parcheggiate fuori dal suo edificio. La gente che incontro è gentile e sorridente, mentre il direttore è uno dei tipi più in gamba che abbia mai conosciuto (e non lo dico perché mi ha offerto un piatto di orecchiette pomodoro e rucola. Ottime, peraltro). Il ragazzo barbuto con cui mi intrattengo a parlare mi fa fare tutto il giro della struttura. “Cerchiamo di fare qualcosa di buono per chi fa cinema: questo posto è aperto a tutti, specialmente ai giovani. Vengono qua e noi li aiutiamo: siamo qui per questo” aggiunge. Un’oasi felice in un mare di decadenza.

Tre ore dopo il mio arrivo alla Fiera chiamo un secondo taxi per tornare in stazione. Il viaggio di ritorno verso il centro – sul lungomare schiacciato tra il porto e uno scenario da periferia violenta – mi fa venire voglia di girare un film sulla malavita locale. Quando arrivo in stazione mi accorgo che mancano sala d’attesa e bar: decido quindi di impiegare le due ore che mi separano dalla partenza in un’esplorazione dei dintorni. Entro nel primo edificio accanto alla stazione centrale: un cartello recita “Ferrovie Appulo-Lucane. Direzione Matera”. Esco. Dalla stazione parte un lungo viale pedonalizzato, la classica via dei negozi che trovate in tutte le grandi città: la via è pulita e ben curata, e la sovrapposizione tra questo scenario e quello che mi sono appena lasciato alle spalle mi disorienta.

Alla fine del viale il panorama cambia ancora: scorgo un arco in pietra e mi accorgo che in quella zona i palazzi moderni lasciano rapidamente il passo a strutture più antiche. Un cartello mi informa che sto entrando nel “Borgo antico di Bari”; il rapido passaggio di ragazzi in motorino senza casco dice molto di più. Mi piacerebbe addentrarmi nei vicoletti che scorgo – strade strette, panni stesi, scalette – ma le facce rabbuiate della gente sono un invito a sloggiare.

Sulla via del ritorno mi imbatto in un bel palazzo stile liberty, sfarzoso e imponente: dentro c’è un negozio Benetton, entro e rimango meravigliato davanti alle vetrate e all’ascensore in ferro battuto. Qua e là emergono altri palazzi affascinanti, e mi rendo conto di trovarmi nel paese delle contraddizioni. In un grande parco vicino alla stazione prendo uno yogurt e mi siedo su una panchina: attorno a me sento parlare almeno dieci lingue diverse dalla mia (barese incluso), e i colori della pelle si mischiano e confondono gli uni con gli altri. Mi tornano in mente le parole del direttore della film commission sul cinema pugliese degli anni ’90, sul Mediterraneo, e sul miscuglio dei popoli.

La mia terza volta in Puglia – la prima non legata a un matrimonio – si conclude quindi alla stazione centrale. Mentre il sole tramonta e arrossa il cielo, il Frecciargento proveniente da Lecce e diretto a Roma Termini (ferma a: Barletta, Foggia, Benevento, Caserta) sfreccia su sterminati campi dorati accanto a pale eoliche vorticanti, lasciandosi alle spalle una terra spaccata a metà.

giovedì 5 luglio 2012

ABISSI D'ACCIAIO

La fermata del 716 a Piramide, su via Ostiense, è sempre buia. In realtà non è che manchi l’illuminazione: credo che sia più che altro colpa degli alberi, tronchi alti e pieni di rami e foglie che finiscono sempre coll’oscurare tutto.
In ogni caso, secondo me ieri la luce era proprio spenta. Un ciclista vegliardo mi passa davanti sfrecciando sulla corsia preferenziale: quando mi supera noto che indossa un casco con una minuscola luce di posizione lampeggiante, che si accende e spegne nella notte come il segnale di un allarme imminente. La fermata è affollata, come sempre: uno dei motivi che mi spingono a prendere il bus lì e non a Garbatella è la compagnia. In genere siamo io e una manciata di stranieri, gente che sa come tenere la strada. (Una volta c’era questa pubblicità di un ciclo di film dedicati alla metropoli di notte, e la voce fuori campo recitava qualcosa come: “Se usi un mezzo pubblico di notte, assumi un’espressione dura e arrabbiata”, e le immagini mostravano Eminem in 8 Mile tutto rabbuiato seduto su un autobus scassato. Penso sia l’unica cosa che mi ha insegnato Eminem, ora che ci penso)
Mi si avvicina un altro ciclista. È un rastone jamaicano (in realtà aveva un cappello, quindi non potevo vedere i suoi capelli, ma dovevano essere per forza rasta; e non potevo sapere se fosse veramente jamaicano, ma lo sembrava al punto giusto da esserlo). Si ferma vicino a me e mi chiede qualcosa in una lingua a me sconosciuta, ma da come guarda il mio orologio capisco che o voleva sapere l’ora o era interessato a fregarmelo. Guardo a fatica le lancette, è buio e devo orientare il quadrante verso l’insegna bluastra del kebabbaro dall’altra parte della strada. “Undici e un quarto” gli dico, ma lui non capisce. “A quarter past eleven” gli ripeto, e lui se ne esce con un “Oh! That’s great!” e mi sfodera un sorriso da rastone jamaicano prima di scomparire nella notte verso la Stazione Ostiense. (Il rastone jamaicano è il mio personaggio preferito di questo post. Dopo il Cavicca, che introdurrò a breve).
Poi è il turno di una coppia corpulenta, un uomo e una donna, che cominciano a litigare istericamente proprio a fianco a me in una lingua che non fatico a riconoscere come russo. L’unica parola che capisco è l’italianissimo “Vaffanculo” che lei gli rivolge dopo un paio di minuti. Alla fine l’autobus ce la fa a passare, e mi avvio verso casa.

Vedete, lì a Piramide era tutto così scuro, e l’umanità che la popolava era così ai margini della società, che non ho potuto fare a meno di ripensare al bagno di luce delle nuove stazioni della metropolitana. C’ero stato per la prima volta poco prima, raggiungendo il Cavicca per andare a cena con lui.
Il treno che mi portava verso il quartiere africano era abbastanza pieno. Su tutti spiccavano tre giovani evidentemente reduci da una giornata al mare, che dovevano andare a Tiburtina e non sapevano se avevano preso il treno giusto. Ovviamente avevano sbagliato, ma mi stavano così antipatici che non ho voluto toglier loro il piacere di scoprirlo da soli.
Quando le porte si aprirono, alla stazione Libia, mi ritrovai in un altro mondo. Luce, là sotto c’era tanta luce, e le pareti tirate a lucido tipiche di un posto che non sarebbe stato mai più così pulito; c'erano panchine bellissime, che mi ricordavano vagamente i tubi dove uno si può sedere nella metro di Parigi. Mi unisco alla folla che sciama verso l’uscita, e mi sorprendo a camminare in un atrio enorme, chiuso da un’enorme parete riflettente: sopra la mia testa non c’è nulla, e mi ritrovo a guardare dal fondo un enorme abisso, alla fine del quale si staglia il cielo azzurro della sera. Seguono sette – sì, sette, li ho contati – piani di scale mobili che si attorcigliano su se stesse. La struttura prosegue anche in superficie, c’è tutto un impianto di cemento e vetro che ha un non so che di spettacolare, circondato da un piccolo parco. Quando il Cavicca arriva, non possiamo fare a meno di parlare meravigliati della stazione. Poi lui mi conduce per vie secondarie ad una bettola thailandese.

Il Cavicca è sempre lui. È l’unico che conosco che è andato in Erasmus ed è tornato dimagrito. In compenso non avvisa quando viene a San Felice.
Il ristorante da fuori sembra piuttosto fatiscente. Ci accolgono due palme finte e fluorescenti, “tipo quelle del lungomare di Terracina” le schernisce Cavicca. Un’asiatica – per tutta la serata ci chiediamo se i gestori siano realmente thailandesi, ma a questa domanda solo Gian Maria avrebbe potuto rispondere – ci conduce in una sala sul retro: scopro che il posto in realtà è enorme, solo che si sviluppa in lunghezza. Un televisore senza audio proietta immagini della Thailandia, anche se il Cavicca avanza il sospetto che siano state scattate in Sicilia.
Il locale è pieno, ma noi veniamo fatti accomodare a un tavolo per due: sembriamo una coppia gay, e suggelliamo questa ipotesi quando assaggiamo l’uno il cibo dell’altro. Il Cavicca, deciso a far alzare il prezzo della cena oltre ogni limite, decide di prendere un antipasto, un primo e un secondo: a quel punto ero in trappola, e ordino del pane verdognolo per antipasto, del riso all’ananas (servito in un ananas aperto a metà) per primo e del pollo saltato con peperoni e anacardi per secondo. Mi rimane solo il rimpianto di non aver preso da bere il latte di cocco. La cipolla è ovunque, e a fine serata Cavicca assume una posa da saggio e sentenzia: “Dal thailandese non ce puoi andà a un appuntamento con una ragazza”.
Rimaniamo soddisfatti dalla cena, anche se per me il ristorante indiano è ancora una spanna sopra. La prossima volta, decidiamo, andiamo a provare il ristorante etiope in front of il sorchettaro. La serata prosegue in una gelateria artigianale che ovviamente costa tantissimo, poi decidiamo di andare a vedere un’altra delle nuove stazioni della metro: Sant’Agnese – Annibaliano.

Ma io come faccio a descrivervi una cosa del genere? Non lo so, magari non è bella in senso assoluto, ma sicuramente lo è per gli standard di Roma. Una piazza nella piazza, ma sotto alla piazza, eppure all’aperto, piena di luci, fanali, fari, praticamente illuminata a giorno. E poi scale, pareti diagonali, un semicerchio che chiude il tutto. Io e Cavicca ci siamo restati almeno una mezz’oretta lì, soltanto passeggiando; cinque tipi dell’Atac parlavano e scherzavano tra loro, ma per il resto la stazione era deserta; ogni tanto qualcuno si affacciava, guardava ammirato la stazione, e poi se ne andava.
Lì, in uno scenario futuristico, io e il Cavicca abbiamo parlato di: linee autobus deviate e linee autobus mai sentite prima; gente affacciata a un balcone strapieno, sicuramente studenti Luiss; del trasloco di casa sua; del McDonald’s che non c’era, oppure era solo coperto; del Rocca, che chissà se lo vedremo questa estate; del Palma, che Cavicca dice che sono due o tre anni che non lo vede; del fatto che Perroni ha il potere di ridurre la teoria dei sei gradi separazione a uno e mezzo; di Jacopo, cui il Cavicca dà sempre buca al 45 giri; di Francescooh, che dobbiamo assolutamente vedere questa estate; di Livio, con cui abbiamo un raduno in sospeso; del fatto che d’estate, in fin dei conti, ce la tajamo sempre; e ovviamente dell’Uomo Falena.

Alla fine lo saluto, e vengo inghiottito da quel pozzo di luce che è la fermata Sant’Agnese – Annibaliano della novella Metro B1 di Roma. Fuori, dall’altra parte, l’oscurità di Piramide.

martedì 26 giugno 2012

LE COLLINE CHE VERSANO SOUND

È tutto accaduto, più o meno. Le parti su Torino, in ogni caso, sono abbastanza vere. Mi sono ritrovato veramente a girovagare in una Torino post-apocalittica sotto il cielo sereno della sera, dopo che un tifone aveva quasi spazzato via la città. E un tale che conoscevo ha veramente parlato di programmi erotici delle tv private, mentre le locandine di vecchi classici del cinema ci guardavano severi dalle pareti di un bar. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Io ci sono stato veramente a Torino, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non che avessi grandi aspettative, sia chiaro, ci andavo per altri fini. Però lo stage in sé è stato molto, ma molto, deludente. Ci doveva essere un gran mucchio di idioti da quelle parti. Così va la vita.

Nell’ingombrante sede che ci ospitava – un vecchio capannone industriale rimesso a nuovo, nella via più inutile della città – si era data appuntamento un’alta percentuale di soggetti. Soggetti nel senso di soggettoni. Non a caso c’ero anche io. Però gli altri erano persino più soggetti di me: c’era Francia, che ha violentato più volte la lingua italiana usando come arma l’uso errato dei congiuntivi; c’era un altro tizio di cui ho rimosso il nome, con la sua aria da so tutto io e la sua smania di avere sempre ragione; e poi quella tipa, quella che diceva di avere avuto una storia con Fausto Brizzi. Ma figuriamoci. Se almeno le lezioni fossero state interessanti avrei potuto cavarne qualcosa: e invece niente, tanta teoria, poca pratica. Ancora.

Me ne sono tornato a casa arricchito della visione de Il cattivo tenente, un film che in genere viene preceduto dalla sua fama. Ne avrei fatto volentieri a meno, è stato un pugno nello stomaco. Così va la vita. Ma, sapete, io penso che sia meglio vedere film brutti piuttosto che non vederne affatto: e uno stage di critica cinematografica in cui non si vedono film che stage è? Vedere film brutti è il modo migliore per capire quali sono i film belli. Beccatevi ‘sta massima, e ricordatevene un giorno.

Meno male che qualche nuova amicizia (su Facebook, per ora) l’ho rimediata. Un gruppo di gente a posto l’ho trovato, e non ci ho messo molto a capire che con loro mi sarei fatto un sacco di risate. Quella volta al bar a parlare delle reti private è stata memorabile: a volte mi chiedo cosa abbia pensato di noi la barista. A proposito di baristi, ho rimediato una citazione memorabile di un noto professore di sociologia della mia università. Un giorno ve la dirò, ma non ancora. Così va la vita.

A parte il clima goliardico, e a parte il vero obiettivo della mia visita a Torino (dovevo fare un’intervista per la tesi: l’ho fatta ed è andata pure bene), la città mi ha conquistato. Sapete, già solo girovagare per le sue strade ti lascia una bella sensazione. Entrare nel museo egizio e vedere dal vivo capelli e coccodrilli di tremila e passa anni fa è stato sublime. E il museo del cinema è un luna park per cinefili, oltre che una sorpresa inaspettata. Quello che mi piace di Torino è la pulizia delle strade, la presenza eccessiva dei bar, la cucina piemontese, il suo essere squadrata. E soprattutto i portici. Come si fa a vivere in una città senza portici? I portici sono la risposta alla domanda: “All’uomo servono gli ombrelli?”. Ovviamente la risposta è no. Così va la vita.

Meno male che con me c’era Valeria. È stata lì da me per i primi tre giorni, girando per la città da sola mentre io ero allo stage, mentre ci potevamo vedere solo la sera (ma c’è stato anche un dopo pranzo, o sbaglio?). Le dovrei fare un monumento per questo gesto d’amore: si deve essere annoiata a morte dopo tre giorni di Torino. Spero che ne sia valsa la pena. Qualcosa nei suoi occhi mi ha detto di sì. Così va la vita. Per fortuna.

Dopo che se n’è andata lei, una sera, me ne stavo per conto mio mentre gli altri se ne erano andati a spendere soldi in bistecche farcite di grissini. Prima di cena era venuto giù dalle montagne o da qualche altro posto un temporale di quelli mai visti: grandine, vento, acqua, rami spezzati. Passata la tempesta il cielo ha osato persino tornare azzurro, anche se di quell’azzurro della sera, un po’ irreale. Sono uscito a procacciarmi del cibo: sotto alla Mole, tra volantini spazzati via dal vento e foglie cadute dagli alberi, sembrava di essere a un passo dalla fine del mondo. Ma il mondo non è finito, non per me. Così va la vita.

Solo adesso mi accorgo di non aver menzionato il gestore del b&b: un vegliardo che si metteva lo smalto sulle unghie (e mi esortava a fare altrettanto), con una brasiliana che girava spesso per casa e l’invettiva contro la Chiesa sempre pronta a scattare. Un giorno mi ha fatto tutto un discorso sulla masturbazione, sui giovini sardi che si inchiappettano le capre e su Berlusconi che vuole fare il Presidente della Repubblica. Non ricordo in che ordine preciso, ma servito alle nove del mattino insieme alla colazione è stato un po’ indigesto.

Sta di fatto che a un certo punto mi sono ritrovato su un Frecciarossa insieme ad altri tipi dell’università, dopo aver mangiato un panino dell’Old Wild West. Il treno era uno di quelli vecchi, quelli che hanno ancora la doppia numerazione. Il bar era veramente piccolo e stretto, c’entravamo a stento in quattro. Così va la vita.

Alla fine – e all’inizio – c’è sempre Termini, e una corsa disperata per prendere il treno, il regionale per Terracina. Come diceva il professor Pecora (grandi battute a doppio senso quel semestre!) citando Gaetano Salvemini: “Io non ho mai perso un treno, ma non ne ho mai preso uno senza il timore di perderlo”. Così va la vita.

domenica 10 giugno 2012

SONO ANCORA QUI

Fammi scrivere un post, va’, sennò poi la gente dice che mi sono fatto Facebook e ho abbandonato il blog. No, in realtà è solo che non ho molto da dire in questo periodo. Mica frequento portoghesi/capoverdani che mi introducono ai segreti dei cognomi dei calciatori degli anni ‘90! Quella sì che sarebbe una bella storia da raccontare…

Con la speranza di non scrivere “un post che sembra scritto nel 2005” (cit.) volevo dire che, a dispetto della mia latitanza, sento ancora il blog come uno spazio dotato di un senso. Nonostante Facebook, intendo.
Sapete, su Facebook c’è sempre il timore di perdersi qualcosa. Magari per due giorni non ti colleghi: dopo non ti metti a scorrere tutti i post dei tuoi amici (anche se ne hai pochi come me), e allora qualcosa che magari poteva interessarti ti sfugge. Certo, i tag li hanno inventati per questo, ma devono essere messi a monte. Il blog invece ha un tempo diverso, meno frenetico e rapsodico (ho usato l’aggettivo “rapsodico” anche nella tesi. Il mio relatore mi prenderà per pazzo, ma io adoro questa parola. Pensate ai film che contengono la parola “rapsodia” nel titolo: esiste qualcosa di più incisivo?). Ogni tanto mi rileggo vecchi post di questo e altri blog, e mi risulta molto difficile credere di poter fare lo stesso con Facebook (per quanto la cosa sia possibile): ha un carattere troppo estemporaneo. E poi c’è il fatto che, se devo spiegare una cosa articolando un discorso, preferiscono ancora il buon vecchio blog: più spazio, più calma nel lettore, più intimità.
(E va bene, lo ammetto: sto scrivendo un post che sembra scritto nel 2005)

Tipo: di Ray Bradbury ho già detto qualcosina su Facebook il giorno della sua morte, ma ci sarebbe ancora tanto da aggiungere. Con lui ho come l’impressione di essere arrivato tardi: è il classico autore (scrittore in questo caso, ma un discorso analogo vale per certi registi) di cui vorrei leggere/vedere di più, e invece per un motivo o per un altro non ci riesco mai. Ho letto solo un suo libro – l’immortale Fahrenheit 451 – ma non c’è stata volta che non sia capitato in libreria senza sfogliare qualche sua opera minore.
Fateci caso: Bradbury lo trovate sempre nel settore “Fantasy/Fantascienza” (sulla gente che popola questi scaffali delle librerie ci si potrebbe scrivere un saggio grandioso. Quando, in futuro, ci saranno solo gli e-book e la gente li comprerà davanti allo schermo del proprio Pc, tutto ciò sarà svanito e sembrerà fantascienza volta al passato. Fantapassato o qualcosa del genere). In realtà lui sfugge a questa etichetta, ha scritto cose trasversali, non facilmente ascrivibili a un genere preciso. Certo, la sua opera più famosa è sicuramente fantascienza – fantascienza distopica – ma c’è un altro mondo nell’universo bradbuyano che ho finora soltanto intravisto, e che voglio conoscere al più presto.
Mi riferisco a quello che questo articolo di Wired sintetizza nell’espressione “le suggestioni dell’infanzia”, e che annovera tra i suoi esponenti libri come L’albero di Halloween, L’estate incantata e Addio all’estate: tutte opere in cui si parla dell’infanzia e dei suoi aspetti favolistici e a volte un po’ inquietanti. Una cosa decisamente nelle mie corde, insomma. Il suddetto articolo di Wired paragona, in tal senso, Bradbury a Spielberg e Dinsey (tutto torna, come vedete), e si conclude con il racconto di un aneddoto bellissimo. Ho sempre sfogliato le pagine di questi suoi libri in libreria. L’ho fatto anche oggi alla stazione Termini. Addio all’estate è bello già dal titolo: ho sempre pensato – pur non avendolo mai letto – che questo è il libro sul passaggio dall’infanzia all’età adulta che io non scriverò mai. L’estate incantata invece è praticamente introvabile in Italia: c’è stato un periodo della mia vita in cui l’ho cercato in inglese, ma spero segretamente in una prossima ristampa postuma delle sue opere. L’albero di Halloween ha una brutta copertina, ma me ne farò una ragione.
Insomma, sono arrivato tardi solo perché mi sarebbe piaciuto apprezzarlo di più mentre era in vita (mi viene in mente Jacopo che scrive sul suo blog – il suo blog! – l’effetto che gli ha fatto vedere al cinema Gran Torino sapendo che era il primo e ultimo film con Clint Eastwood che avrebbe visto sul grande schermo. Non perché dovesse morire, eh, ma perché il buon Clint aveva annunciato di finirla lì con la carriera d’attore. Vabbé, comunque Jacopo cucina una pasta al tonno che ha un sapore identico a quella della mensa. È un complimento e un ringraziamento). E poi anche perché era l’ultimo esponente di un’epoca gloriosa della fantascienza: l’ultimo dei classici, in qualche modo.

Nel frattempo, mentre attendo risposte che potrebbero farmi capire cosa fare nel prossimo futuro, scrivo la tesi e aspetto di andare a Torino. Sarò da quelle parti dal 17 al 23 giugno, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non so a cosa mi servirà – non credo a molto, almeno in prospettiva lavorativa – ma è comunque un’esperienza, e per di più attinente a una cosa che mi piace fare da sempre.
In realtà la mia visita a Torino ha anche un secondo fine: dovrei (il condizionale è d’obbligo) condurre delle interviste che mi serviranno per la tesi. E c’è persino un terzo fine: dal momento che mi trovo lì, e che dopo le 17.30 sono libero, coglierò l’occasione per vedermi la città. Valeria mi raggiungerà i primi tre giorni: andremo al Museo del Cinema e al Museo Egizio (sono affascinato dalle mummie oltre qualsiasi ragionevolezza, sappiatelo), sfruttando la posizione centrale del b&b (sperando di non incappare in sole clamorose); poi lei se ne andrà e spero di non ritrovarmi, nei successivi tre giorni, in un’atmosfera da gita scolastica.

Il titolo di questo post omaggia quello di una canzone di Leo Pari. Proprio così

sabato 19 maggio 2012

IL CUORE DI UNA TENEBRA IMMENSA

ULTERIORI MOTIVI PER DERIDERMI
Ho letto Cuore di tenebra di Joseph Conrad e mi è piaciuto molto. Era da tempo che volevo leggerlo, ma poi finiva sempre che andavo in libreria, sceglievo un’edizione (lo pubblicano praticamente tutti i principali editori italiani), lo sfogliavo, ma non mi decidevo a comprarlo.

Alla fine ce l’ho fatta, e non me ne sono affatto pentito. Non è un libro facile da leggere, ma se riuscite a sopportarne lo stile un po’ verboso siete a cavallo. Perché dico che ha uno stile verboso, Gian Maria? Perché a volte Conrad si fa prendere un po’ troppo la mano, si perde in lungaggini evitabili che nulla aggiungono al testo, e a volte finisce con lo smarrire il filo del discorso. Nella postfazione all’edizione dei Classici Mondadori che ho letto viene citata una recensione di H. G. Wells a un’altra opera di Conrad, che io sposo in pieno: “Mr Conrad è verboso; la sua storia non è tanto raccontata, quanto intravista attraverso una foschia di frasi. Deve ancora imparare la metà più importante della sua arte: l’arte di non scrivere le cose”. Ecco, io non sono un maestro della scrittura, e per di più di Conrad ho letto solo questo libro (ma voglio esplorarlo meglio), però con Cuore di tenebra ho provato esattamente la stessa cosa.

Da come scrivo sembra che il libro non mi sia piaciuto, e invece l’ho apprezzato tantissimo. Sono contento di averlo letto, e soprattutto di averlo letto in questo periodo. Sto scrivendo un libro (non molto in questo periodo, per la verità) che ha più di un punto in comune con il romanzo di Conrad, per cui ho trovato una certa sintonia di pensiero nel leggere quelle pagine. Ho anche individuato, in Cuore di tenebra, quella che potrebbe essere la citazione d’apertura del mio romanzo. Questo perché io credo che valga la pena scrivere e pubblicare un libro anche soltanto per metterci una citazione all’inizio.

Sapete, io sono un feticista delle citazioni: se apro un libro e non ne trovo una nelle prime pagine, mi insospettisco. Eppure sono tanti, troppi, i volumi orfani di una bella frase – famosa o sconosciuta, non importa – che introduca al testo, che faccia capire in qualche modo di cosa si andrà a parlare. Ho anche un sviluppato un certo giudizio critico nel corso degli anni. Non mi piacciono quei libri che hanno tre o quattro citazioni diverse, anche se brevi; le citazioni non devono essere troppo lunghe, ma aggirarsi intorno all’ordine delle tre-quattro righe massimo; le migliori, tuttavia, sono quelle brevi e fulminanti. Poi ci sono quei libri – soprattutto saggi, ma non solo – che hanno una citazione all’inizio di ogni capitolo: ecco, questo lo trovo un po’ stucchevole, anche se c’è almeno un’eccezione rilevante (Capitolo 1 de La tempesta perfetta di Sebastian Junger, citazione da brividi: “Non è pesce quello che state comprando: sono vite di uomini”, Walter Scott, L’antiquario. Se avete letto il libro o visto il film omonimo la capirete per bene). Ultimamente, inoltre, stanno prendendo piede le citazioni da film: è un fenomeno che devo ancora studiare per bene, quindi non mi pronuncio; a volte le ho trovate azzeccate, altre mi hanno lasciato indifferente.

Insomma, viva le citazioni all’inizio dei libri! E, per quanto mi riguarda, un discorso analogo vale anche per le dediche, le prefazioni e le postfazioni. Sono un fan del paratesto letterario, lo ammetto…

VARIE ED EVENTUALI
Le ultime due settimane mi sono sembrate lunghe un secolo. Sarà colpa di Facebook? No, ma mi sono capitate tante cose e alla fine il tempo sembra essere passato più lentamente.

Tra le varie cose, sono entrato in possesso del primo libro con il mio nome stampato dentro. Mmm, ora che ci penso non è proprio il primo… Diciamo il primo libro in vendita, ecco, con il mio nome scritto dentro. Ho curato la scheda del film Up per questa antologia monotematica, nata da un lavoro fatto all’interno dell’università (e con il patrocinio della Chiesa, come noterete se spulciate un po’). Tranquilli, l’ho fatto gratis: non è pubblicità, non dovete comprare niente.

I miei primi dieci giorni di Facebook sono scivolati via tranquillamente. Mi connetto poco, ma non mi perdo molto: è il vantaggio di avere ancora pochi amici. Ho pubblicato alcune cose, ed è andata bene: sono soddisfatto. A volte, però, vorrei intervenire in alcuni dialoghi, o anche solo mettere un “mi piace”, ma poi non lo faccio per discrezione: è come se, in un botta e risposta tra due persone sull’argomento x, io non mi sentissi autorizzato ad intervenire. Mi chiedo se sono io ad essere troppo polite o se è solo una sindrome da novellini.

Per il resto, sono ancora in attesa di capire cosa farò da qui a poco, ma aspetto fiducioso.

mercoledì 9 maggio 2012

L'INATTESA PIEGA DEGLI EVENTI

Negli ultimi tempi sono successe diverse cose interessanti e impreviste. La prima – e di gran lunga la più importante – è che, per la prima volta in vita mia, ho votato lo schieramento vincente in una consultazione elettorale.
Come i principali media di informazione vi avranno comunicato (con articoli o servizi tutti uguali), a San Felice Circeo è stato eletto sindaco il presidente del Coni, Gianni Petrucci, candidato con una lista civica. Per il paese è una svolta storica, che pone fine a diciassette anni di governo clientelare e criminale del centro-destra. San Felice ha delle potenzialità pazzesche che aspettano solo di essere valorizzate: la speranza è che la nuova amministrazione possa farcela, anche perché peggio di così la città difficilmente può essere amministrata.
La cosa più bella è stata vedere la gente – tanta gente – scendere in piazza per festeggiare. Come qualcuno ha notato, c’era un clima di liberazione: è stata una cosa spontanea, nata dal basso, che non è stato possibile frenare, fino al gran comizio nella piazza del centro storico. Giovani e vecchi, tutti insieme a festeggiare. Vi giuro, è stato commovente.
Piccola nota personale: mio padre, candidato consigliere nella stessa lista, è risultato il primo degli eletti per numero di voti, e ieri è stato nominato vice-sindaco. Per lui, all’opposizione da diciassette anni, è una bella rivincita.

C’è poi la notizia della settimana, anch’essa adeguatamente coperta da tutti i media: ieri sera mi sono iscritto a Facebook. Se dovessi riassumere in breve le motivazioni che mi hanno portato a questo gesto estremo direi che è stato semplicemente inevitabile, ma la verità è che c’è stato un insieme di concause.

Pochi giorni fa ho ricevuto una telefonata, cui stamattina è seguito un colloquio: non voglio chiamarlo colloquio di lavoro – perché non mi hanno offerto un lavoro – ma è stato comunque il primo colloquio della mia vita, una cosa da far tremare un po’ le gambe. Non so come andrà a finire – devo valutare alcune cose – ma l’azienda che mi ha proposto lo stage si occupa di comunicazione, e soprattutto di social network. Di fronte a questa possibilità mi sono detto: “Forse è il caso che io ne sappia di più”. E non solo per questo impiego in particolare: è molto probabile che in un futuro ipotetico lavoro mi sia richiesta la conoscenza dei social network (ho – avrò – una laurea in scienze della comunicazione in tasca). Quindi, come ho sempre pensato, alla fine il lavoro mi avrebbe portato a Facebook.

C’è dell’altro. La cosa che più mi piace di Facebook è la possibilità di mantenere i contatti con tutti i miei amici attraverso un solo strumento. È un po’ il principio di quell’articolo di Wired di cui parlavo un po’ di post fa: ora potrò comunicare con i miei amici dell’università, con quelli dei blog e con alcuni parenti in modo più semplice. Su questo Facebook è imbattibile, c’è poco da fare. Ora che ho finito l’università rischio di perdere i contatti con molti amici, senza contare che sento meno di quanto vorrei gente epica tipo il Cavicca, Jacopo, Francescooh, Livio, Andrea Maria, Stefano, Matteo (lui lo sento su Skype, anche se a volte latito). Spero che in questo modo le cose vadano meglio.

Un’altra cosa che mi piace di Facebook è la possibilità di condividere determinate cose. Ad esempio la musica: spesso, ascoltando delle canzoni molto indie su YouTube, ho sentito la voglia di portarle all’attenzione dei miei amici, sottraendole agli angoli polverosi di Internet per farvele conoscere. Qualche volta le ho linkate sul blog, ma il pubblico dei blog è quello che è; e poi ho come l’impressione che il pulsante “Mi piace” abbia un fascino tutto suo. Lo stesso dicasi per i trailer dei film, o per i commenti lampo sui libri che leggo: insomma, condividere cose sensate, non i test attitudinali o gli epic fail o i fumetti dei calciatori, come fa la maggior parte della gente (ma questo non è un problema di Facebook. Dite che sono troppo snob? Comunque, a scanso di equivoci, i video di Maccio Capatonda rientrano nella categoria delle cose sensate).

Altro elemento che mi ha convinto: la possibilità di “abbonarmi” ai siti che frequento di più per ricevere i loro aggiornamenti. Facebook ha ammazzato la pagina dei segnalibri? Non credo, ma è comodo ricevere in uno stesso luogo le notifiche più importanti (compiti per casa: riflettere sull’uso quotidiano della parola “notifica” prima e dopo la diffusione di Facebook).

Aò e poi sì: volevo mettere “Fidanzato ufficialmente con Valeria Rasi”. Così ‘a gggente ‘a smette de spizzà ‘a ragazza mia, vabbè?

Oh, il rovescio della medaglia c’è sempre. Prima di iscrivermi mi sono sciroppato tutte la pagine sulla privacy del sito: certo, un Romanzo? è più avvincente, ma è stata comunque una lettura istruttiva. Facebook si riserva il diritto di usare a propria discrezione foto e video uploadati sul sito (ma tanto ci sono già gli altri che mettono le mie, quindi…), ma almeno ora è prevista un’opzione (un po’ infrattata) per cancellare definitivamente l’account. E poi ho impostato le opzioni privacy a livelli da CIA, il che non guasta.

Ho già rifiutato diverse amicizie, e credo che continuerò a farlo. Non voglio riempirmi la bacheca di roba, e avere un numero controllabile di amici è il modo migliore per farlo. Esplorerò la funzione “Amici più stretti” (che mi sembra una svolta). Mi piacerebbe che i miei amici di Facebook fossero o amici della vita reale, o persone con cui parlo, o persone con cui ho parlato in passato e mi ha fatto piacere; insomma, persone con cui ho qualcosa a che fare.

Riuscirò a tener fede a tutti i miei buoni propositi? Riuscirò ad usare Facebook con moderazione e coscienza? Riuscirò a non farmi i fatti degli altri? Mah, chissà. Buttate un occhio sulla mia bacheca di tanto in tanto. Ma so già che lo farete.

“Ci vediamo su Facebook stasera?” “Sì, te ce vedi te e i tre quarti della palazzina tua” (questa citazione era necessaria)

venerdì 20 aprile 2012

LANGUAGE. SEX. VIOLENCE. OTHER?

THE SIDEWINDER SLEEPS TONITE
A volte penso all’ordine delle tracce musicali in un cd. Chi lo stabilisce? È il cantante o la casa discografia? O qualche altro losco figuro che nella vista, di mestiere, fa proprio questo? Domande, tante domande che restano come sempre senza risposte.

C’ho pensato qualche giorno fa, quando mio fratello ha comprato Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage, 1982-2011, l’album definitivo dei R.E.M. (definitivo in più di un senso). Le tracce lì sono in ordine cronologico: quaranta canzoni, dalla più vecchia alla più recente, distribuite su due cd. Ho scoperto pezzi che non conoscevo e che mi sono piaciuti parecchio; ho apprezzato anche la loro prima fase, quella molto underground e molto alternative, anche se già so che alla fine ascolterò sempre e comunque le più orecchiabili.

Quest’album mi ha fatto pensare anche ad altre due cose. Primo: c’è una certa malinconia celebrativa nell’ascoltare un greatest hits di una band che si è sciolta. Fa strano sapere che tutto quello che di buono quel gruppo ha fatto è lì, davanti a te, e che in futuro ce li ricorderemo così, perché non hanno nient’altro da aggiungere. È una sentenza definitiva, che ci piaccia o no.

Secondo: ieri ho improvvisamente ripensato al giorno in cui ho scoperto i R.E.M. È successo un giorno d’ottobre del 2003, quando Bad Day cominciò ad andare on air alla radio. Mi piacque subito quella canzone, tant’è che alcuni ricorderanno come l’abbia usata fino allo sfinimento in Driver 3. Lì per lì, nella mia ingenuità di allora (ascoltavo musica sì e no da un paio d’anni), pensai che chi suonava quella canzone fosse un gruppo nuovo; poi in qualche modo scoprii che i R.E.M. erano un gruppo storico: non ricordo come lo venni a sapere (era un mondo in cui ancora non usavo Internet), forse lo sentii alla radio o forse fu grazie ad Andrea (aveva il cd In Time, da cui era tratta la canzone, quello con la luna azzurra in copertina). Beh, ricordando questi fatti ho ripensato a quella strana sensazione che ci fa essere così ignoranti delle cose della vita. Come a dire: c’è stato un tempo in cui ho ascoltato una canzone dei R.E.M. e non avevo la minima idea di chi fossero i R.E.M. Oggi una cosa del genere non mi potrebbe più succedere, e mi chiedo se ci ho guadagnato.

O BOM INVERNO
Qualche mese fa – era gennaio – vi raccontai che i miei mi avevano regalato per il compleanno un libro pazzesco. È giunto finalmente il momento di parlarvene.

Il libro si chiama Il buon inverno (bel titolo, non c'è che dire), lo ha scritto un portoghese di nome João Tordo, è un thriller ed ambientato in gran parte a Sabaudia. Già in quel post di gennaio manifestai il mio stupore per la cosa, ma adesso che ho letto il libro posso sottolinearlo ulteriormente: ragazzi, non è uno scherzo, un portoghese ha realmente scritto un thriller ambientato a Sabaudia!

La trama ha delle premesse interessanti, e riunisce un eterogeneo gruppo di persone di diversa nazionalità in una villa di un produttore cinematografico americano. Ovviamente il suddetto produttore verrà trovato morto, e lì comincia l’incubo per i protagonisti. Non vi racconto altro, nel caso vogliate leggerlo. A mio parere, nella parte centrale, l’intreccio si fa un po’ troppo macchinoso: non tutto scorre liscio, e forse un paio di personaggi si potevano tagliare senza particolari conseguenze; inoltre, cosa forse più grave, un paio di interrogativi mi sono rimasti anche dopo aver portato a termine la lettura. In compenso il libro si lascia leggere, con alcune belle descrizioni, e gli si perdonano un paio di lungaggini filosofiche. Insomma, non è un capolavoro: su Anobii gli ho messo 4 stelle, ma forse è più un 3 stelle e mezzo (la quarta stella se la guadagna perché descrive la stazione di Priverno-Fossanova).

Non posso negare che – al netto degli squartamenti e dei morti ammazzati – è stato divertente leggere questo libro, proprio per la sua ambientazione. La cosa che più mi ha colpito è la precisione con cui vengono descritti certi posti: non so cosa darei per sapere se Tordo è venuto di persona da queste parti oppure se ha fatto tutto con Google Maps (per il libro che sto scrivendo ora, ambientato in un luogo preciso, sto usando tantissimo Google Maps). Certo, alcune imprecisioni da forestiero ci sono: l’autore scrive che gli abitanti di Sabaudia «camminavano dalle pescherie verso i negozi di frutta» (descrizione un po’ da macchietta); le strade sono invase da Vespe (un luogo comune duro a morire. A Sabaudia al massimo trovi Sh modificati); e la villa si trova nel bel mezzo del bosco, in pieno parco nazionale (va bene l’abusivismo dilagante, ma questo mi sembra francamente eccessivo).

Però devo ammettere che fa un certo effetto leggere una storia torbida e eccessiva come questa ambientata in luoghi a noi così familiari. Il buon inverno mi ha fatto riflettere su come, in effetti, sia possibile ambientare un libro anche nel cortile di casa, trasformando un posto conosciuto e tranquillo nell’anticamera dell’inferno: la storia raccontata da Tordo mi ha fatto pensare a Sabaudia in un modo che mai avrei immaginato prima. Già altre opere avevano descritto i luoghi in cui vivo in maniera insolita, ma generalmente li avevano nascosti dietro senhal (vedi alla voce: Romanzo?). Qui invece si parla esplicitamente di Via Migliara 53: capite cosa intendo?

Insomma, se avete voglia leggete questo libro e poi fatemi sapere cosa ne pensate: al di là della sua qualità, della trama e dello stile, ciò che più mi ha colpito è proprio come viene trasfigurata l'ambientazione provinciale.

(Poche righe fa scrivevo che non so cosa avrei dato per sapere se l’autore era venuto di persona da queste parti. Ho trovato da solo la risposta. Ed è inquietante. La trovate in questo articolo. Attenzione: il link contiene anticipazioni sul finale del romanzo! Leggete soltanto fino al paragrafo “il buon inverno” compreso)

mercoledì 11 aprile 2012

ADESSO HO DEGLI OCCHIALI DA SOLE FIGHI

SICILIA ON THE ROAD
Una delle rare litigate che ricordo di aver fatto con i miei amici è avvenuta sul lungomare di Terracina, forse durante il quarto o quinto anno di liceo: l’oggetto della disputa era l’opportunità di fare o non fare un viaggio estivo tutti insieme, un on the road in Sicilia dai toni avventurosi. Io ero contrario, e alla fine il viaggio non si fece (una pura coincidenza, non sono il burattinaio oscuro che qualcuno vorrebbe farvi credere). Questa volta, però, in Sicilia ci sono andato, ed è stato decisamente on the road (soprattutto il ritorno: quattordici ore di autobus, e ho detto tutto).

Il viaggio, comunque, è stato bello: abbiamo visto posti affascinanti, abbiamo alloggiato in un luogo pazzesco, ci siamo sfondati di cibo, e la compagnia sull’autobus è riuscita quantomeno a non essere irritante. Certo, pioveva e tirava vento come su una baleniera islandese, ma alla fine ce la siamo cavata (al ritorno dalle isole Eolie i sorrisi erano molto tesi, soprattutto quando abbiamo cominciato a imbarcare acqua).

I posti veramente memorabili sono stati due: Taormina e Cefalù. Sono i due luoghi in cui io e Valeria torneremmo, e cui consiglio a tutti di dare una possibilità. Sono paeselli arroccati su promontori, tutti vie e viuzze (a Taormina c’è un Vicolo Stretto veramente stretto), pieni di storia e baciati anche da paesaggi naturali mozzafiato. Delle Eolie abbiamo visto Lipari e Vulcano: la prima non ce la siamo goduta a causa della pioggia, ma comunque è affascinante e d’estate deve avere la sua ragione d’esistere; Vulcano l’ho trovata epica, in certi momenti sembrava la Nuova Zelanda (o almeno l’immagine che ho io della Nuova Zelanda), e se avessi avuto più tempo mi sarebbe piaciuto salire fin sopra la cima del cratere fumante. Delle altre mete cito l’unica che mi ha colpito: Tindari, santuario con annesse rovine romane sulla cima di un promontorio, da cui ho scattato foto da sfondo del desktop.

Niente, ci sarebbero ancora altro da raccontare, ma è sempre meglio lasciare un alone di mistero. Però le dimensioni del letto della camera resteranno memorabili.

PARTE INTELLETTUALE DEL POST
Ah, caro Gm, non puoi capire quanto mi sento importante quando qualcuno si caga quello che scrivo nei post e addirittura risponde in modo pertinente. Tra l’altro, è sempre un piacere sentire le tue opinioni, che ti rendono molto stimabile ai miei occhi (un po’ meno a quelli di Francescooh, a quanto pare. Ma lui è un bravo ragazzo, lo giuro, ed è anch’egli stimabile).

Anche Raymond Chandler era un bravo ragazzo, al di là di tutto, e tu sai quanto lo apprezzo (sarà per questo che ho scritto un libro in cui uno dei personaggi, un giornalista che sembra appena uscito da un noir, si chiama Raymond?). Nella citazione che riportavi nel commento dice una cosa molto condivisibile: gettare un po’ di realtà nei romanzi gialli, questa sì che è una cosa che mi piace. Non troppa però, solo un po’: bisognerebbe sempre mantenersi in bilico tra la banalità della realtà e l’eccesso dei fumetti. Bella frase, eh?
Tra l’altro, dopo aver letto il tuo intervento, mi sono andato a rileggere la postfazione di Assassinio sull’Orient Express scritta da Oreste Del Buono, in cui è citato un passo dello stesso saggio di Chandler in cui si ferocemente (e brillantemente) Agatha Christie: anche lì il buon Raymond dice una cosa condivisibile, cioè che gli scrittori che sanno concepire intrecci cervellotici e logico-deduttivi in genere non sanno costruire atmosfere e personaggi degni di questo nome. Interessante, no?

Passiamo adesso alla questione che mi sottoponi (penso che tu, Gm, sia l’unica persona al mondo che mi sottopone questioni. Mi fai sentire come un santone indiano o un avvocato in carriera). Mi chiedi se è possibile scrivere un grande romanzo senza inserirvi neanche un decesso… La domanda non è semplice, anche perché non credo di aver letto così tanti libri da poter dare una risposta sicura. Poi dovremmo prima metterci d’accordo sull’espressione “grande romanzo”, e anche stabilire se per “decesso” si intendono solo gli ammazzamenti o anche le morti naturali. Mmm, adesso faccio una cosa: penso a tutti i grandi romanzi che ho letto, e vedo se contengono morti. Fammi pensare…

Accidenti, questa sì che è una questione difficile! Mi risulta molto difficile pensare a romanzi senza decessi, figuriamoci se restringo il campo soltanto ai grandi romanzi! Però sono portato a pensare che ciò accada a causa di un mio limite: le mie letture sono prevalentemente orientate verso la cosiddetta “letteratura di genere”, un settore in cui è piuttosto facile che ci scappi il morto. Sono convinto che sia possibile, in qualche modo, scrivere un grande romanzo senza decessi: ma, come vedi, probabilmente la definizione di “grande romanzo” cambia da persona a persona. Se qualcuno degli altri lettori di questo blog vuole dire la sua è il benvenuto: il livello intellettuale dei frequentatori di questo sito è molto alto, suvvia (ammazza che sviolinata).

Ah no, aspetta! Colpo di scena! Mi è venuto in mente un grande romanzo senza decessi. Di più: un grande romanzo giallo senza decessi. Lo ha scritto Luigi Calisi e si intitola L’ultima partita: un vero capolavoro, davvero, sarebbe piaciuto pure a Raymond Chandler.

ROCCARAINOLA
Al mio ritorno ho trovato una mail del Rocca in cui mi consigliava la lettura di questo articolo di Wired. Ora, innanzitutto complimenti per la lettura: Wired mi piace, per qualche mese ho comprato pure la rivista (poi ho smesso perché ho tagliato le spese inutili), e anche il sito è ben fatto. Inoltre mi trovo completamente d’accordo col contenuto dell’articolo: io stesso penso che uno dei vantaggi di Facebook sia quello di metterti in contatto, attraverso un unico strumento, con la tua intera rete di conoscenti, indipendentemente dal fatto che essi si conoscano tra di loro. Però la tua mail mi puzza di messaggio subliminale.

Ora ne ho trovata un’altra di tua mail, in cui mi sfidi a duello sulla tematica del 3D al cinema. Ahia, prevedo una lunga chiacchierata su Skype.

A proposito, la notte fra sabato e domenica ho fatto un sogno interamente incentrato sulle dimensioni del tuo pene. Che schifo, ne dovrò parlare col mio analista (una frase con cui chiunque può sentirsi Woody Allen).

Il titolo di questo paragrafo è da intenditori.

RINGKOMPOSITION
L’ho già scritto, ma lo ripeto: voi cinque che avete fatto Pasquetta a Sabaudia siete stati bravi, bravissimi. La foto scattata da Tiziano è epocale, entra di diritto nella Storia (e nel Mito, come ha giustamente scritto Francescooh). Lunedì mandai un sms a Jacopo per sapere se avevate organizzato qualcosa, alla fine, ma non giunse risposta: o il messaggio non è arrivato (probabile), o Jacopo si è scordato di rispondere (estremamente probabile).

Dopo aver visto quella foto, però, mi è venuta una gran voglia di andare tutti insieme alla Ciclonatura.

mercoledì 4 aprile 2012

L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.

Stasera parto per la Sicilia, dove resterò fino a martedì prossimo, quindi per un po’ sentirete molto la mia mancanza. È il solito viaggio pasquale che io e Valeria facciamo ogni anno: questa volta, però, invece di visitare eleganti capitali europee, ce ne stiamo nella nostra bella Italia. Aspettative positive per questo viaggio: l’albergo a 5 stelle in cui alloggeremo pagando pochissimo (spero non sia un bidone); il cibo finalmente ottimo (se andiamo in Sicilia e mangiamo come a Parigi mi arrabbio); l’assenza di vecchie sbragamaroni (purtroppo questa è una variabile difficilmente prevedibile). Previsioni meteo maligne danno nuvole su tutta l’Italia: mah, io intanto mi porto il costume. ;) Vi farò sapere al ritorno.

LEGGERE AGATHA CHRISTIE É IL MIO VIZIO
Ieri sera ho finito di leggere l’antologia Il meglio dei racconti di Agatha Chrisite, che mio fratello mi aveva regalato a Natale. Qualche post fa avevo scritto che da quando avevo Anobii mi sembrava di leggere di più: in realtà credo proprio che non sia così. La verità è che sono abbastanza lento a leggere: lo faccio solo la sera, prima di andare a dormire, e questo è in qualche modo limitante. Comunque, questo libro era un bel mattoncino di 700 e passa pagine, quindi anche per questo la casella di marzo del mio Anobii è rimasta vuota.
Al di là di tutto il libro mi è piaciuto, mi è piaciuto molto, e questo nonostante io non ami particolarmente i racconti e, susseguentemente, le antologie di racconti. In generale preferisco i romanzi: i racconti finiscono per forza di cose con lo spezzettare il ritmo, rendendo la lettura molto discontinua; ecco perché cerco di evitarli. La cosa mi sembrava ancora più evidente nel caso dei gialli: scrivere una storia di questo tipo in una manciata di pagine è, secondo me, una sfida quasi impossibile. Lo scrittore deve presentare una situazione iniziale, poi deve inserire un imprevisto, rendere conto delle indagini che ad esso seguono, e infine concludere la vicenda. Il tutto in una decina o al massimo una ventina di pagine. Sul web abbondano i concorsi letterari dedicati ai racconti gialli, ma francamente credo che scrivere una cosa del genere sia al di là della mia portata.
Dopo aver letto questa antologia, poi, la voglia di partecipare a concorsi del genere passerebbe a chiunque. Avevo già letto due romanzi di Agatha Christie, ma questa antologia mi ha confermato il suo inarrivabile talento: scrive dei racconti pazzeschi, meccanismi perfettamente oliati e in tutto e per tutto paragonabili ai suoi romanzi. Tanto di cappello, veramente: ve lo ripeto, secondo me il coefficiente di difficoltà era improponibile. Dei trentuno racconti che compongono il libro vi segnalo quelli che mi sono piaciuti di più: Tre topolini ciechi, Il mistero della cassapanca spagnola (i più lunghi, settanta pagine cadauno, quasi dei romanzi brevi), Il sogno, Nido di vespe, Doppia colpa (questi qui invece molto brevi, e per di più basati su una manciata di personaggi). Certo, come in tutte le antologie ce ne sono alcuni che non mi sono piaciuti, ma sono solo piccole eccezioni. L’unico problema di questo libro è che fa sorgere spontanea la domanda: come può uno mettersi a scrivere un giallo dopo Agatha Christie?

SE AVESSI FACEBOOK, AVREI UN ALBUM INTITOLATO "FOTO CHE SEMBRANO COPERTINE DI ALBUM MUSICALI"
Negli ultimi giorni mi sto ascoltando parecchio i Noah and the Whale, gruppo indie folk (ah, adoro gli improbabili sottogeneri musicali inventati dalla Wikipedia inglese!) britannico abbastanza interessante. Il secondo e il terzo album che hanno fatto, per esempio, hanno entrambi delle copertine e dei titoli bellissimi (The First Days of Spring e Last Night on Earth). Ah già, vero, poi suonano e cantano, e hanno quel sound leggero vagamente contaminato da cose insolite che piace a me. Scherzi a parte, il loro ultimo album mi piace, ha delle sonorità che si adattano perfettamente alla primavera. La più bella secondo me è L.I.F.E.G.O.E.S.O.N., ma anche Waiting for My Chance to Came e Just Me Before We Met meritano. L’album precedente è invece completamente differente, molto più cupo e pessimista (è un concept album sulla fine di un amore, dopotutto, che vi aspettavate?), ma ugualmente apprezzabile.

CIAO
Ah, Matteo il Rocca, che delusione che mi hai dato! Vai, vai, vai pure a vedere Titanic 3D: so che lo aspetti con ansia. Te pudeat!
Ma no, in realtà non me ne frega niente. Era solo per sputtanarti in pubblico.

mercoledì 28 marzo 2012

ALL'INSEGNA DEL PULEDRO IMPENNATO

Domenica ho finalmente rivisto Jacopo. Sono stato a casa sua, a Sabaudia, una casa che mi è sempre piaciuta molto e di cui apprezzo le costanti migliorie (tipo la nuova cucina o i nuovi mobili del salotto, ma le nuove porte mi erano sfuggite).
Jacopo mi accoglie con un orecchino nuovo (e geniale) e occhiali che mi ricordano quelli di un gay americano che ho conosciuto (questo non gliel’ho detto, però). Ci mettiamo in camera sua, spoglia ormai dei poster di Star Wars e Le due torri, così come di quel cartonato pubblicitario di Matrix che venne rubato da un negozio a Campobasso (ecco, adesso lo sapete tutti). Però la camera di Jacopo è sempre molto alla Jacopo, e questo è l’importante: infatti mi accoglie con una riproduzione in scala di Toruk, direttamente dal film Avatar, che si è costruito da solo con una scatola di scarpe, colla vinavil e un paio di cerniere. A questo punto spero si realizzi il musical in cantiere qualche tempo fa, anche perché non vedo l’ora di vedere il Balestra nei panni del generale. La cosa più invidiabile in assoluto della stanza di Jacopo, comunque, è lo schermo pazzesco cui è collegato il portatile: una cosa incredibile, davvero, verrebbe voglia di portarselo via sotto braccio (lo schermo, non Jacopo).
Cominciamo a parlare del più e del meno, dei destini degli amici (Matteo, Andrea, Stefano, Francescooh, Livio, Tiziano) e delle nostre attività attuali. Attraverso Facebook entriamo nel monolocale parigino più noto e amato, e ci facciamo un po’ i cavoli degli altri; poi ci leggiamo estratti del novello blog di Francescooh, e ci inchiniamo davanti alla sua genialità nel descrivere i tappeti del Louvre.
Arriva il momento della merenda, come sempre uno dei più attesi. Rimedio un’ottima torta tipo ciambellone, ma un po’ rimpiango le buone vecchie mousse al cioccolato del Maxi-Sidis. A quel punto Jacopo mi informa del fatto che è entrato in possesso di una vecchia videocamera a minicassette, e un’idea si accende nella mia mente: forse, dopo tanti anni, potrei finalmente rivedere…ma no, ne parlerò soltanto se il progetto si realizzerà. In compenso Jacopo mi chiede se ho ancora i nostri vecchi video, compresi “il torrone morbido… alla faccia!” e “teng i gatti”, e io rispondo che sì, ce li ho, te li porterò.
Ci sediamo in salone a parlare con la mamma e la nonna di Jacopo, mentre sullo schermo della tv scorrono le immagini di un film di Asterix. Si parla del valore letterario di Zafòn (per me alto, per loro quasi inesistente), del mio futuro brillante e luminoso come autore di best seller, di Jacopo che diventerà un regista perché io gli finanzierò i film (non mi è ben chiaro questo ultimo passaggio).
Ed è lì che accade l’imprevedibile. Silvia (la mamma di Jacopo, ndr) dice: “Ma vi ricordate di quando registravate in camera quello spettacolo musicale? E di quando giravate quei video?”. Annuiamo e ricordiamo. Poi Jacopo si illumina: “Luì, giriamo un altro video!” “Eh? Ma sei sicuro?” “Sì. Un video sul Signore degli anelli!”
Il resto è storia: la scelta ricade sulla sequenza di “All’insegna del puledro impennato”, quella in cui Pipino sputtana Frodo al bancone della locanda e Frodo, per fermarlo, si infila l’anello; al che giunge Aragorn che sentenzia: “Fa un po’ troppo rumore, signor Sottocolle” (raccontata così sembra una commedia all’italiana). Una scena già immortalata per sempre in due precedenti video, ambientati in camera di Jacopo e dagli esiti stupefacenti (in più di un senso): il primo databile all’incirca settembre 2005, il secondo settembre 2007 (feat. Il Rocca; alla fine di quel video mi si vede uscire da un parcheggio mettendo la freccia, cosa che si fa solo all’esame della patente). Ieri li ho rivisti, e l’evoluzione delle nostre acconciature mi ha fatto scapigliare.
Dopo un momento di panico (non si trovava l’Anello, ma poi abbiamo scoperto che era lì dove ci saremmo aspettati di trovarlo), facciamo “un tuffo nel passato”: una remake abbastanza fedele dei precedenti video, con aggiunta di inquadrature inedite mai viste prima (un director’s cut, insomma). Spero vivamente che Jacopo tenga fede al suo impegno e monti il video quanto prima, perché stavolta abbiamo adottato delle soluzioni visive inedite. Vi dico solo che, grazie a un complesso gioco ottico, siamo riusciti a riproporre in maniera fedele le diverse stature dei due personaggi coinvolti. Non mi stupirei se venissimo entrambi candidati all’Oscar per gli effetti speciali l’anno prossimo.
Ma ormai si avvicinava la fine del pomeriggio, e dovetti salutare tutti. Jacopo mi accompagna giù per spostare la sua macchina, parcheggiata praticamente su un incrocio. Mentre scendiamo le scale del palazzo facciamo un incontro soprannaturale, un incontro che dovrò inserire in un mio romanzo prima o poi: il generale (o tenente o sergente) dei gatti.
Alla fine giungiamo alle macchina, sono le 19 passate ma è il primo giorno di ora legale e quindi c’è la luce tipica (ed epica) del crepuscolo. “Oh Jà, è stato un bel pomeriggio. Divertente, no?” dico io. “Un pomeriggio come ai vecchi tempi” sintetizza mirabilmente lui. Già, i vecchi tempi.
Jà (inteso come abbreviazione di Jacopo, e non come esclamazione tipica della lingua di Cavicca), spero che tu legga questo post. Tranquillo: nel prossimo weekend ti porto i video con i pupazzetti del Signore degli Anelli.

domenica 18 marzo 2012

ARIA DI PRIMAVERA

È arrivato quel periodo dell’anno in cui l’aria è profumata. Se apro la finestra della mia stanza vengo assalito da una zaffata di vento primaverile. E in questo momento anche dai fumi del barbecue del vicino di casa, per la verità. Il profumo della primavera mi ricorda sempre i lunghi pomeriggi della mia infanzia passati in giardino a fantasticare. Per qualche strano motivo mi viene anche da pensare a un improbabile gioco di strategia cartaceo basato su Star Wars che ci inventammo io e Cavicca: strane cose le associazioni della mente.

Beh, io sono stato fortunato ad avere la possibilità di fantasticare in giardino da bambino. Se conservassi anche solo metà della fantasia che avevo allora, scrivere sarebbe molto più facile. Però in qualche modo riesco comunque a cavarmela: ci sono giorni in cui quello in cui scrivo mi esalta, altri in cui mi sembra fin troppo banale. Ci sono poi dei giorni in cui, non sapendo bene come andare avanti nel romanzo, mi metto a inventare il background dei vari personaggi: fino a che mi rendo conto che, per andare avanti, molto spesso devo sapere proprio cosa è successo prima a questi personaggi di fantasia che io stesso ho creato. Pazzesco, eppure molto affascinante. Dopotutto, secondo me, sono due gli elementi fondamentali che rendono grande un romanzo (o un film): i personaggi epici e i dialoghi epocali. Questo non vuol dire che quello che scrivo rispecchi questi criteri: diciamo che ci provo.

In questo periodo ho anche cominciato la mia seconda e ultima tesi di laurea. Certo, l’argomento non è esaltante quanto quello della prima, ma comunque credo di aver trovato un oggetto di studio particolare, abbastanza sconosciuto, ma allo stesso tempo con buone prospettive di sviluppo. E soprattutto legato al cinema, cosa da non sottovalutare. Ora come ora sono alle prese con la lettura dei vari materiali che ho recuperato, e mi divido tra San Felice e puntate settimanali a Roma.

Mi ha fatto piacere ascoltare dopo tanto tempo la voce di Cavicca, in una telefonata che rimarrà nella storia (e che gli sarà costata pure un sacco di soldi). Devo ammettere che mi mancano le uscite romane con lui, soprattutto quelle in cui mi porta in locali esotici costosissimi. No, davvero: sono stato contento che si sia quasi commosso per un mio post, e spero di vederlo al più presto (anche se so già che prima di giugno non se ne parla).
Mi piacerebbe vedere live anche il Rocca, con cui però almeno mi tengo in contatto via Skype. Chissà se scende a Pasqua (ma tanto io sarò in Sicilia). Chissà se ancora scrive libri nel suo appartamento parigino. Chissà.
Spero anche di vedere Jacopo: sono settimane che ci proviamo, ma ci sono sempre dei contrattempi. E prima o poi bisognerà pure che riveda il buon Francescooh.
Oh, ieri sera ho incontrato al Berimbau Jimmy Cuffietta: si è informato sulle vite di tutti voi. Che buffo individuo, Jimmy Cuffietta.

In qualche modo sono capitato ad ascoltare Book of stories dei The Drums: bella, anzi molto bella, ma ascolta questa avete ascoltato tutta la loro discografia. So’ tutte uguali le canzoni, davvero.

Vabbé, un post interlocutorio per colmare il vuoto che si era creato da troppe settimane. Ciao!

giovedì 23 febbraio 2012

ALCUNI ARGOMENTI ARRETRATI

LIBRI
Da quando mi sono iscritto ad Anobii ho come l’impressione di leggere più libri. Una volta, da bambino, leggevo tantissimo, ad un ritmo piuttosto sostenuto. Poi col passare degli anni ho rallentato, arrivando persino a periodi di diverse settimane senza la compagnia di un libro. Ma come si può, mi chiedo?
Negli ultimi tempi ho letto due libri molto belli, che vi consiglio. Il primo è Uno studio in rosso, di Arthur Conan Doyle, prima opera in cui compare l’arcinoto Sherlock Holmes. Sapete, non me lo aspettavo così avvincente: lo stile è molto attuale, abbastanza incalzante, e la storia ti prende anche se è l’archetipo di tutte le crime story. Per certi versi leggere questo libro è come leggere un’avventura grafica (l’unico genere per cui vale la pena avvicinarsi ai videogiochi): vai in giro, parla con la gente, raccogli indizi, risolvi il caso. Forse il difetto principale del libro è che potrebbe essere stucchevole assistere alla perfetta analisi del protagonista, che è antipaticamente infallibile: ecco, forse leggersi tutte le sue avventure successive potrebbe essere noioso. Questo, comunque, ve lo consiglio: volenti o nolenti, il genere giallo è passato di qua.
Ma ancora di più vi consiglio il secondo libro che ho letto ultimamente: Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Avete presente 1984 di George Orwell? Bene, questo appartiene allo stesso genere – quello distopico – ma è stato scritto sedici anni prima (scrivere un romanzo distopico prima o dopo la seconda guerra mondiale non è proprio la stessa cosa) ed è anche molto più bello. L’idea di fondo è la stessa: descrivere un futuro più o meno lontano in cui l’umanità ha perso qualsiasi connotazione positiva. La svolgimento è invece diverso: Huxley immagina un mondo senza guerre, senza infelicità, senza malattie, in cui non si conosce il dolore; in cambio di tutto questo, i cittadini sono stati privati di qualsiasi emozione, accusate di essere la causa dello squilibrio da cui nasce ogni cosa. Il libro merita davvero, non solo per lo scenario inquietante che descrive ma anche per lo stile e per l’organizzazione narrativa: non è pesante e scorre via facilmente. L’edizione che ho comprato (Oscar Mondadori, collana Classici Moderni) contiene anche un’altra opera dello stesso Huxley: intitolata Ritorno al mondo nuovo, è una raccolta di saggi scritta quasi trent’anni dopo, in cui l’autore ritorna sui temi affrontati nel romanzo, col senno di poi. Ecco, questo è un po’ pesante – e in qualche riflessione superato – però il romanzo è da leggere assolutamente.

L'IMPORTANZA DI ESSERE ISLANDESI
Una delle cose più interessanti di Internet, secondo me, è la possibilità che dà a chiunque di entrare in contatto con prodotti culturali di ogni parte del mondo. Se penso che solo fino a dieci anni fa l’unica musica che una persona normale poteva ascoltare era quella propinata dalla radio… Certo, all’epoca non c’erano Lady Gaga e Kesha, ma questa è una magra consolazione.
Ora, nonostante io abbia grandi lacune nell’ambito della musica italiana (o sbaglio?) e nonostante non ne capisca poi molto di musica, una cosa che mi piace fare è scoprire misconosciuti gruppi delle scene musicali più improbabili d’Europa (e non solo). L’ultima band su cui mi è capitato di mettere le orecchie mi ha conquistato, nonostante abbia all’attivo soltanto un album. L’ho scoperta grazie alla rivista online Players (ricordate? Ci scrissi un post sui Cojoti. Di recente ha stretto un accordo con la Feltrinelli che gli sta garantendo una certa sicurezza economica e la possibilità di continuare a pubblicare) ed ha l’evocativo nome di Of Monsters And Men. Fanno indie rock tendente al folk, sono islandesi ma cantano in inglese, hanno una voce maschile ed una femminile, e alcuni li accostano ai Mumford & Sons (ma questa frase ha senso solo se conoscete i Mumford & Sons). Nei testi parlano di tutte le cose che vi vengono in mente pensando all’Islanda, tranne i patronimici. Vi consiglio di ascoltare Little Talks e King & Lionheart. Non so, penso che potrebbero piacere a Tiziano e Livio.

PAROLE PROFETICHE DEL MIO BLOG
Oh, ma vi ricordate di quella volta che ho fatto chiudere Megavideo con un mio post? Beh, non posso non notare che, proprio poco dopo la mia pubblicazione di un intervento riguardante il crowdfunding, sia successo qualcosa.
L’8 febbraio un nuovo progetto ha fatto la sua comparsa sul sito Kickstarter. Stavolta, però, non era un brufoloso nerd americano a chiedere soldi alla massa per autofinanziarsi il sogno nel cassetto: a farlo era Tim Schafer. Ora, sarebbe troppo lungo e terribilmente noioso raccontare tutto di Tim Schafer, per cui la farò molto breve: Schafer è uno dei miei autori preferiti di videogiochi (il giorno in cui la componente autoriale dei videogiochi verrà compresa, allora questo settore sarà maturo) e manco a dirlo ha ideato diverse avventure grafiche storiche (su tutte Grim Fandango, capolavoro). Schafer ora ha una propria società, e la dura realtà del mercato lo ha costretto a finanziare il suo nuovo progetto attraverso i soldi dei fan: le avventure grafiche purtroppo sono un genere di nicchia, e quindi i produttori ritengono poco fruttuoso investire soldi su progetti del genere. Ecco quindi l’idea del crowdfunding.
La cosa è pazzesca, anche se per valutarla bene bisognerà aspettare il gioco finito. Ciò che più mi ha colpito è che l’obiettivo (400.000 dollari) è stato raggiunto in meno di 24 ore: al momento stanno oltre i due milioni di dollari, tant’è che il buon Schafer ha già annunciato traduzioni in diverse lingue (tra cui l’italiano). Vi giuro, la cosa mi ha lasciato sbalordito, e adesso queste righe sembrano sobrie solo perché sono passati diversi giorni e quindi ho smaltito l’entusiasmo. Tra l’altro le ricompense per chi donava sono pazzesche: se volete dargli più di 10.000 dollari andate a cena con Schafer e vi fate pure il giro dei suoi uffici. Vi link la pagina di Kickstarter, anche se nessuno di voi ci cliccherà sopra: tra l’altro Schafer è un campione di ironia, quindi vi consiglio di vedere il video con cui presenta il progetto.

DA EMILIO
Il 9 febbraio, mentre ancora ero all’oscuro di ciò che Tim Schafer stava tramando, ho rivisto un mio caro amico (Gian Maria) e un mio caro nemico (P.), e ce ne siamo andati tutti e tre in trattoria, come ai vecchi tempi.
Io sono stato benissimo. Gian Maria non lo vedevo da prima del suo Erasmus in Russia, e già vederlo ancora tutto intero mi ha fatto piacere. Alla mia domanda “Allora, com’è Mosca?” Gian Maria ha risposto dando una di quelle definizioni che lo renderebbero un grande scrittore se solo si mettesse davanti a scrivere seriamente: “Mosca assomiglia a una puntata di Dragon Ball: c’è uno stato di tensione perenne”. Comunque, nel giro di poche ore abbiamo messo insieme tutto il materiale per scrivere un romanzo pulp molto noir, ricco di personaggi epocali e frasi epiche. Il protagonista potrebbe essere un cecchino russo senza un polmone, che ha fatto la guerra in Afganistan arrivando secondo per numero di nemici uccisi (27; al primo posto è arrivata a una donna); il tizio viene richiamato d’urgenza in patria perché una nuova missione lo attende: stanare i commercianti svizzeri che a Lugano mettono decorazioni natalizie troppo brutte sulle vetrine dei loro negozi. Si rischia la prigione per cose del genere, sappiatelo.

EPILOGO
Poi è arrivato anche quel giorno epico in cui ho fatto il mio ultimo esame all’università. Proprio l’ultimo ultimo, intendo. C’ho messo un po’ a realizzare la cosa, perché la prima cosa che mi è arrivata addosso è stata tutta la stanchezza accumulata. Alla fine però c’è stata quella consapevolezza un po’ strana, una sensazione davvero insolita, esattamente come il mio statone vuoto.
Ecco, qui come citazione finale ci starebbe bene l’ultima frase di Halo, ma preferisco usare le parole del Poeta: “Fine? Nessuna fine, signori. C’è sempre un dopo, fratelli!”

venerdì 10 febbraio 2012

POST CHE ATTENDEVO DI SCRIVERE DA TEMPO

Tutti voi sapete fin troppo bene che io sono un grande appassionato di cinema, e questo vi ha portato ad essere di volta in volta le cavie predilette delle mie ridicole recensioni, i testimoni increduli di frasi come “il mio direttore della fotografia preferito è Janusz Kaminski” e le vittime impotenti di lunghe discussioni su aspetti tanto tecnici quanto minuziosi. Pochissimi di voi, però, sanno come questa passione è nata. È giunto il momento di raccontarvelo.

In realtà sarebbe quantomeno banale ridurre il tutto ad un’unica causa. Sono convinto che, se ci pensassi più di due minuti, troverei diverse motivazioni che mi hanno portato ad essere quello che sono: il fatto che i miei genitori siano a loro volta appassionati di cinema, per esempio, così come la presenza costante del Dizionario dei Film di Paolo Mereghetti in casa mia sin dall’edizione 1997. Tutte concause che, accumulandosi, hanno sortito il loro effetto. C’è però un fatto che, più di tutti gli altri, mi ha fatto appassionare al cinema. E non solo: mi ha fatto appassionare anche a un certo modo di fare cinema, che come un grimaldello (questa parola mi ricorda un mio sogno davvero improbabile. Un giorno dovrò raccontarvi anche dei miei sogni) ha scassinato l’intero forziere, facendomi capire cos’è veramente il cinema.

Ricordate il 1999? Se penso a quell’anno mi vengono in mente cose molto diverse tra loro: il viaggio a Imola e dintorni con i miei, gli esami di quinta elementare (portai la poesia A Zacinto, tuttora l’unica che conosco a memoria), la paura oserei dire medioevale per la fine del millennio (che avrebbe portato il temuto Millennium Bug). E poi mi ricordo sicuramente lo Specchio della Stampa. Lo Specchio della Stampa?
In quel tempo mio padre comprava ogni settimana questo magazine d’attualità allegato al quotidiano La Stampa. Il giornale girava un po’ per casa per qualche giorno, poi finiva sulla libreria insieme agli altri numeri che lo avevano preceduto. Ancora oggi un intero scaffale della libreria di mio padre è adibito a questa particolare collezione: oltre duecento numeri, dal 1996 (anno di nascita della rivista) fino a quando smise di comprarlo (intorno al 2000 credo). Se vi metteste a controllare numero dopo numero, però, vi accorgereste che ne manca uno: non è un errore o una dimenticanza, è solo che quel numero lo conservo io nella mia libreria; da dove infatti l’ho appena preso, con la copertina logorata e più di qualche orecchia ai lati, ma ancora intatto e patinato.
Il numero in questione è il 175, del 29 maggio 1999. Gli articoli principali erano sul decennale della strage di Piazza Tienanmen, sull’ecosistema bosco, sul business del divorzio e su un romanzo in uscita avente per protagonista Annibale. Ma la copertina e ben quattro articoli erano dedicati ad uno degli eventi cinematografici dell’anno: l’uscita di Star Wars – Episodio I: La minaccia fantasma.

Con una notevole perizia filologica sono riuscito a datare il mio primo incontro con un film della saga di Guerre Stellari: fu un 31 dicembre, non ricordo se nel 1996 o nel 1997. Davano in tv l’Episodio IV, in seguito noto come Una nuova speranza, e mentre gli adulti cenavano io mi vidi questo film di fantascienza. Ricordo con consapevolezza soltanto una scena di quella visione: il ritorno di Luke alla casa distrutta degli zii, e la vista dei loro cadaveri carbonizzati (la cosa mi inquietò non poco).
Poi, probabilmente nel corso del ’98, vidi l’intera “trilogia classica”: il Padrino™ mi regalò il cofanetto con l’edizione speciale in Vhs dei film. Di queste visioni ho un altro ricordo preciso: io che guardo i film in salotto, la sera, mentre nel frattempo finisco di fare i compiti di geografia (ci facevano ricopiare le mappe fisiche e politiche).
Tutto questo per dire che io già conoscevo Star Wars quando apparve quel famoso articolo su Specchio, però fino a quel momento la cosa non aveva avuto poi tanta importanza. In ogni caso mio padre mi fece vedere il numero, con Yoda in copertina e il titolo in grande “La forza sia con voi” (sottotitolo: “il ritorno di guerre stellari”), ed io lessi i quattro articoli. Fu lì che cominciai a capire che il fenomeno aveva dimensioni molto maggiori di quanto avevo immaginato fino ad allora.

L’incipit del primo articolo mi colpì talmente tanto che lo ricordo ancora quasi a memoria (per la serie: gli inutili dettagli che conserva la mia mente). “Stellari o banali? Tavanata galattica o summa del pensiero moderno? Poema epico di incomparabile profondità oppure baraccone commerciale per acchiappare il pubblico più scemo? Specchio è andato a vedere La minaccia fantasma. E non riesce a decidersi. Per questo vi propone un articolo a due facce: dove la Forza incontra il suo Lato Oscuro”. Ma era quello che seguiva dopo che mi sconvolse: otto pagine occupate da altrettanti primi piani dei personaggi del film, tutti alieni fatta eccezione per Ewan McGregor e Liam Neeson. Raramente avevo visto qualcosa di così impressionante e sconvolgente. L’articolo si sviluppava poi, come annunciato, su due binari paralleli: da un lato la saga veniva esaltata (era paragonata alla grande letteratura, all’epica e alla Bibbia), dall’altro distrutta (con trovate divertenti: i film erano definiti una soap opera, la spada laser era etichettata come “una specie di torcia Beghelli che si accende quando la fantasia di Lucas piomba nel buio”, mentre Dart Vader diventava “un asmatico con problemi di deambulazione”).
Dopo un’intervista a Natalie Portman e una a Ewan McGregor arrivava il pezzo forte, ciò che mi ha fatto conservare per una vita quel giornale. Un doppio foglio ripiegato (non so spiegarlo in altro modo) si apriva ed offriva da un lato una mappa dei pianeti su cui si svolgeva il film, dall’altro la genealogia dei personaggi, con delle linee che indicavano i rapporti che intercorrevano tra di essi. Detto così fa ridere un sacco, lo so, ma io in quei momenti mi rendevo conto che avevo a che fare con qualcosa di – lasciatemelo dire – epico. E tutto era nato dal cinema, e in qualche modo al cinema stava tornando. Nella mia breve esperienza, non avevo mai visto niente di simile.

In Italia, La minaccia fantasma arrivò soltanto nel mese di settembre del 1999. Io lo andai a vedere pochi giorni dopo l’uscita, al cinema Traiano di Terracina. Vorrei poter avere le parole adatte per descrivere quello che provai durante lo spettacolo. Episodio I fu il primo film-non-a-cartone-animato che vidi al cinema in vita mia (se si escludono Space Jam e qualche filmetto che ci portarono a vedere con la scuola alle elementari); fu anche il primo film che vidi in un cinema serio (il Traiano è tuttora una bomba, peccato la concorrenza lo abbia messo in ginocchio), e ovviamente il primo film con impiego massiccio di effetti speciali. Un cocktail micidiale, soprattutto se somministrato a un bambino di dieci anni.
Il risultato – piuttosto scontato – fu che mi appassionai oltre qualsiasi logica alla saga di Guerre Stellari. Ma non solo. Per la prima volta in vita mia avevo scoperto la grande forza del cinema: quella di dare vita ai sogni. Per mesi, in un epoca precedente all’avvento di Internet, avevo fantasticato sulle poche immagini del film che avevo a disposizione – quelle di Specchio – cercando di immaginare come sarebbe stato vederle in movimento, ipotizzando gli sviluppi della trama, immedesimandomi (c’è poco da fare, chiunque lo avrà fatto) negli eroi della mia fantasia. Eppure l’effetto finale, quello che vidi al cinema quel lontano giorno di settembre, andò oltre ogni aspettativa: il cinema mi aveva conquistato, emozionato, lasciato a bocca aperta.
In seguito molto difficilmente ho provato la stessa cosa davanti a uno schermo, e probabilmente mai nella stessa intensità di allora: come scrissi già su Attraversamento Cojoti, l’età è un fattore fondamentale in questo genere di cose, e probabilmente è giusto così. Non sarà l’unico motivo, ma a me piace pensarlo: senza Episodio I, il mio rapporto con il cinema non sarebbe stato lo stesso. E chissà che il cinema, in futuro, non rivesta una parte ancora più importante nella mia vita.

Ho scritto questo post per due motivi.
1) Oggi, 10 febbraio 2012, esce al cinema Episodio I. Come, di nuovo? Ebbene sì: George Lucas (classica persona da odi et amo) ha deciso di riconvertire in 3D l’intera saga, partendo da questo film. Se andrà bene continuerà con gli altri, se andrà male si fermerà. Per quanto, come a questo punto vi sarà chiaro, io sia particolarmente legato a Episodio I, vi supplico: non andate a vederlo. Il 3D deve affondare: dovremo ricordarlo soltanto come un esperimento fallito. Chiaro?
2) L’altro giorno io e Valeria - nonostante fossi in debito con lei di un film che non le era andato a genio - siamo andati a vedere Hugo Cabret (altro film in 3D… Per la cronaca mi ha deluso, mi aspettavo qualcosa in più. Però come omaggio al cinema e come ricostruzione d’epoca funziona). Alla fine dello spettacolo - quando si sono accese le luci in sala e la gente ha cominciato a infilarsi i cappotti, quando cioè si ritorna alla realtà - un bambino che era seduto nella nostra stessa fila mi ha fatto commuovere. Si è rivolto ai genitori e ha detto: “È stato bellissimo! Grazie!”. Vorrei potervi descrivere il tono entusiasta con cui lo ha detto, ma non ci riuscirei mai. Ecco, credo che sia una delle cose più belle che un bambino possa dire dopo aver visto un film. Ci ho rivisto la stessa magia che ho conosciuto io nel ’99 con La minaccia fantasma. La magia del cinema.
 
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