martedì 20 dicembre 2011

IL MIO ULTIMO GIORNO DI UNIVERSITÀ

Dal momento che questo blog è il principale strumento che ho per comunicare con molti di voi, ritengo opportuno informarvi che venerdì scorso è stato il mio ultimo giorno di università di sempre.

Ora qui ci starebbe bene uno di quei miei famosi post pieni di nostalgia e ricordi dei tempi passati, ma so che se facessi così verrei ricoperto da insulti e maledizioni varie. D'altra parte, però, non posso ignorare che le mie lezioni all'università sono finite per sempre. Il risultato è questa via di mezzo che avete davanti. Se volete, leggete questo post con questo sottofondo musicale.

Il mio ultimo giorno di università è cominciato in realtà il penultimo giorno di università. La sera si è tenuto l'evento più glamour dell'anno, la festa di Natale dell'università: un po' la summa di tutte le contraddizioni possibili. Io e Valeria ci abbiamo fatto una capatina, giusto il tempo di arraffare un po' di cibo nella folla. Abbiamo poi preferito lasciare il campo agli altri, che pare siano andati in giro fino alle 5 di mattina. (per GM: c'era un solo professore alla festa, colui che ci apostrofava ironicamente come "i nostri scrittori". Era tristissimo vederlo aggirarsi per la chiesa con il suo maglioncino e la sua pancetta)
L'ultimo giorno vero e proprio, poi, è stato abbastanza surreale. La mattina ho fatto un esame di tedesco, mentre al pomeriggio un professore patito di cinema macedone ha portato pizza e bibite in aula. Qualcuno ha risposto con pandoro e panettone: la "lezione" è andata avanti così. Poi, dopo i saluti di rito (se conosceste il professore in questione come lo conosco io, apprezzereste ancora di più l'uso della parola "rito"), siamo stati un po' a parlare nel cortile. Tutti erano felici e gioiosi per la fine definitiva delle lezioni.
Io, nonostante quello che si potrebbe pensare, fino a quel momento non avevo riflettuto più di tanto sul fatto che quella era la fine: tra tesine e presentazioni varie la cosa mi era sfuggita. Solo a quel punto mi sono reso conto per bene della cosa, senza riuscire a capire se ero felice oppure no. La verità è che il mio reale sentimento è sospeso a metà fra questi due estremi: da un lato ci sono incertezza del futuro (qui Matteo avrà un'altra fitta al cuore. Ma no, Matteo, stai tranquillo!) e ricordi vari, dall'altro non vedo l'ora di andare avanti e vedere cosa mi (ci) riserva il domani. Insomma, un pensiero di una banalità sconcertante, non trovate?
Prima di lasciare l'università ho ricordato ad Andrea - l'ultimo superstite del corso triennale che era con me nel cortile in quel momento - di quando seguivamo le lezioni del tridente d'attacco Antiseri-Pellicani-Pezzimenti. Era quattro anni prima, eppure sembrava passata poco più di una settimana (ma forse era solo perché pochi giorni prima io e lui ci eravamo imbucati a una lezione del Pellicani, così, giusto per). Ecco, forse è questa la cosa più stupefacente: la velocità folle con cui si è mosso il tempo. Questi cinque anni (diciamo quattro, per essere precisi) sono volati via in un baleno. Se poi ripenso ai tempi del liceo, che apparentemente mi sembrano ancora abbastanza vicini, mi accorgo che stiamo parlando di epoche lontanissime. Al di là di tutto - nostalgia, felicità per la fine delle lezioni, futuro nebuloso (o futuro limpido) - mi sembra che in fin dei conti rimanga solo il tempo e il modo in cui lo utilizziamo.
Alla fine arrivo alla navetta, mi imbarco, e aspetto di partire. Finalmente l'autista sale, mette in moto, fa la manovra e si avvia sulla discesa. Mancano pochi metri e poi sarò fuori, l'ultima volta da studente. E proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino.
Era Pinci, ovviamente. Era inevitabile che dovesse mettere la sua firma pure sull'ultimo giorno.

giovedì 1 dicembre 2011

MADRID

Come spesso accade, anche Madrid prima di andarci non mi attirava e invece poi mi è piaciuta. Sto cominciando seriamente a preoccuparmi, e mi pongo domande tipo: se poi vado in un posto che mi attira (l’Australia) e non mi piace che faccio?

Madrid è una bella città. Non ha un’anima immediatamente riconoscibile, né riesco a descrivervela in poche parole: però mi è piaciuta, mi ha lasciato una sensazione positiva. Ci sono stato quattro giorni con Valeria per festeggiare il nostro terzo anniversario: e diciamo che mi sarebbe piaciuto anche andare nella parte albanese della Macedonia, se ci fossi andato con lei.

Quattro giorni sono un tempo più che sufficiente per visitare il centro città. Eravamo armati di guida, il volume dedicato a Madrid del National Geographic: una guida fatta abbastanza bene, con molte mappe chiare, buone descrizioni degli itinerari e qualche indicazione fuori dal mainstream. Peccato che fosse un po’ carente sul fronte degli aggiornamenti: per due volte ci siamo ritrovati davanti a facciate desolate laddove ci sarebbero dovuti essere dei ristoranti. Ma vabbé, per il resto ci siamo trovati bene.

Il centro di Madrid si sviluppa attorno alla famosa Puerta del Sol: una piazza oblunga incredibilmente piena il sabato e la domenica. È il centro della città e dell’intera Spagna: da qui si calcolano ufficialmente le distanza delle città spagnole dalla capitale. A nord della piazza, parallela ad essa, c’è la Gran Via, il cuore dello shopping madrileno; a ovest c’è la zona asburgica, costruita su quella medievale, ed oltre di essa c’è il Palazzo Reale; a est si estende il lungo Paseo del Prado, attorno al quale sono dislocati i tre maggiori musei della città; a sud c’è il Barrio de las Letras, una rete di vicoletti che ospitano taverne e bar. Il tutto a portata di piede: si arriva a fine giornata distrutti, ma in via teoria si potrebbero vedere tutte le cose più importanti senza mai prendere i mezzi pubblici.

Ma perché non prenderli, dico io? La metro di Madrid è – manco a dirlo – spettacolare: 11 linee, treni che passano ogni minuto (ogni tre minuti la sera, quando da noi ne devi aspettare dieci), veicoli modernissimi, stazioni scintillanti e pulitissime. Ormai ci ho fatto il callo: non appena metto il naso (e che naso, signori) fuori dall’Italia mi ritrovo a rosicare per il disservizio pubblico che mi subisco ogni giorno a Roma. La metro di Madrid, inoltre, ha somiglianze inquietanti con quella di Parigi: stessi vagoni (quelli che per aprire devi alzare una manovella, per intenderci), stessi strani oggetti su cui sedersi mentre si aspetta il treno (dei tubi che escono dal terreno a varie altezze). Ha solo un difetto: i soffitti sono bassi. In un corridoio io c’entravo appena: uno come Matteo avrebbe avuto seri problemi.

Il centro di Madrid mi è piaciuto. Dal punto di vista architettonico è un’accozzaglia di stili diversi: palazzi storici lasciano posto a grattacieli decisamente più moderni. Certi posti (la Gran Via o Plaza de España) sembrano usciti da Manhattan; altri (l’edificio trionfale sulle sponde del lago al Parque del Retiro) sembrano un pezzo di Parigi in penisola iberica. Nonostante questo eclettismo, passeggiare per le vie è affascinante.
Più che il vero proprio centro, però, personalmente ho apprezzato molto di più il Barrio de las Letras, che eleggo la mia zona preferita di Madrid. Chiamato così perché nei secoli passati era il luogo di ritrovo di letterati e intellettuali, il quartiere si sviluppa essenzialmente attorno a una via, Calle Huertas, e a una piazza, Plaza de Santa Ana. Qui il paesaggio è completamente diverso da quello della pur vicinissima Puerta del Sol: i palazzoni lasciano spazio a edifici più piccoli, che raramente superano i tre piani, e soprattutto le grandi strade lasciano posto a vicoli e vicoletti, in gran parte pedonali. La zona è piena di invitanti taverne e simpatici locali; sulla strada principale sono incise, per terra, citazioni di opere letterarie di Cervantes, Lope de Vega & co. È un quartiere tranquillo, nonostante sia frequentato da tanta gente: si tratta però in prevalenza di spagnoli, visto che i turisti vengono dirottati altrove. Se andate a Madrid, fateci un salto per una passeggiata nel tardo pomeriggio e fermatevi anche a cena in uno dei localini: vi piacerà.
Mi è piaciuta da morire anche Plaza de España. È una piazza abbastanza grande, costruita attorno a un parco con una grande statua dedicata a Don Chisciotte e Sancho Panza. A dominare lo skyline (ma quanto mi piace questa parola?) sono però due grattacieli voluti dal franchismo, che donano al tutto un’atmosfera decisamente a stelle e strisce (e che sembrano vagamente usciti dall’incipit di Grim Fandango). Non so: stare seduti su una panchina, a vedere due statue monumentali che si specchiano nelle acque placide di una fontana, con una coppia di palazzoni sullo sfondo e le foglie cadute e ingiallite dall’autunno per terra, è qualcosa che mi piace. Ma davvero tanto.

Deludenti i musei (gratis se siete studenti universitari under 25). Il Prado non vale la pena: mi è piaciuto Il 3 maggio di Goya, ma il resto (pittura prevalentemente barocca, prevalentemente spagnola) non mi ha entusiasmato. Meglio il Reina Sofia: il pezzo forte è Guernica, che lascia senza fiato soprattutto per le dimensioni; il resto è arte di tardo Ottocento e Novecento, che in assoluto non mi fa impazzire, ma che qui mi è sembrata comunque apprezzabile.

Una delle vette della vacanza, invece, è stata l’inaspettata gita in barca nel lago del Parque del Retiro. C’è questo laghetto artificiale, sovrastato da un complesso monumentale, e affittano barche a remi per andarci su. Oh, era pieno di gente che si improvvisava popolo di marinai. Io ho coronato finalmente uno dei miei sogni: remare una barca a remi, che fa molto Pirati dei Caraibi. È stato bellissimo e divertente, e me la sono cavata anche abbastanza bene (Valeria si è scapigliata). Il momento più bello è stato quando siamo andati a sbattere (c’era traffico, e comunque venivo da destra) contro una barchetta che ospitava una famigliola francese: uno dei bambini, al momento dell’impatto, si è alzato in piedi e facendo finta di saltare sulla nostra barca ha esclamato “All’arrembage!”. Epocale. Poi due barche piene di ragazzi italiani hanno improvvisato una gara, e uno imitava il Galeazzi commentatore di canottaggio: mi hanno fatto scompisciare.

A Madrid si mangia abbastanza bene. Ho voluto provare a tutti i costi la specialità locale, il cocido madrileno: diciamo che non è la cosa più prelibata che io abbia mai messo sotto ai denti, ma per me viaggiare significa anche provare nuovi sapori. I dolci, poi, sono una cosa spettacolare. Oltre alla classica cioccolata con ichurros che io e Valeria ci sparavamo ogni pomeriggio, menzione d’onore spetta alla Mallorquina: una pasticceria storica di Puerta del Sol, con una vetrina che ti faceva slogare la mascella solo a vederla. La colazione lì, tutte le mattine, è un must.

Il nostro alloggio era centralissimo ed economicissimo. E abbastanza fatiscente: si sentiva benissimo ciò che accadeva nelle altre stanze, il bagno era microscopico, ed era un terzo piano senza ascensore. Però era pulito, e in fin dei conti ci tornavamo solo la sera. Per quello che ci è costato, è andata bene così.

Da come la descrivo, Madrid sembra il paese dei balocchi. Non è così: ho avvertito, più che in altre capitali europee, una palese situazione di degrado. Due cose mi hanno colpito: le file chilometriche per accaparrarsi i biglietti della lotteria (giravano attorno ai palazzi e c’erano poliziotti che mantenevano l’ordine); e le prostitute. Su Calle Montera le prostitute se la comandano. Vi spiego come funziona: stanno ferme lì, al bordo di questa larga e centralissima strada pedonale, anche e soprattutto in pieno giorno. Masticano una gomma, fanno palloni e attirano l’attenzione dei passanti facendoli scoppiare. Se questo non basta passano all’attacco: abbordano letteralmente gli uomini, cercando di trascinarseli da qualche parte nei vicoli là attorno. Il mio esperto amico Gian Maria (esperto perché è stato in Erasmus a Madrid, non perché va a prostitute) mi dice che è sempre così, al punto che quella strada è rinomata proprio per questo. La cosa mi ha colpito per la centralità della zona e per la presenza, fissa, di una pattuglia della polizia nei dintorni: che però se ne sta con le mani in mano. Tutto il mondo è paese.

Basta, ho scritto fin troppo. Voglio soltanto aggiungere una cosa. Madrid è bella, mi è piaciuta, e tutto quello che volete. Però Bilbao è meglio. Fidatevi: Bilbao è qualcosa di totalmente inaspettato.

sabato 12 novembre 2011

LUIGI SI FA ANOBII

SAN FELICE CIRCEO (LT) -- dal nostro corrispondente  La notizia è arrivata all'improvviso, al margine di una conferenza stampa: Luigi si è iscritto ad Anobii, il popolare social network dedicato ai libri. Lo ha affermato il diretto interessato poco fa, rendendo pubblica la sua decisione. Un fatto storico, quasi epocale secondo alcuni commentatori, perché è nota l'avversione di Luigi verso il mondo dei social network.

"Ho deciso di compiere il grando passo: vi confermo che da oggi pomeriggio sono ufficialmente iscritto ad Anobii" sono state le sue prime parole. Anobii è un sito attivo da molti anni, che gode di un certo seguito in Italia. Si tratta di un social network incentrato sul mondo dei libri: gli utenti hanno a disposizione una libreria virtuale, in cui elencare, classificare, recensire, giudicare e condividere i libri che hanno letto, abbandonato, o semplicemente che hanno intenzione di leggere in futuro. "Mi sembra qualcosa di molto interessante" ha proseguito Luigi "Forse ciò alimenterà la mia fama di snob, ma credo che sia un social network depurato da tutte le frivolezze che si trovano altrove, Facebook in primis. Anche se, vi confesso, non ho intenzione di usarlo in senso social: i miei amici saranno soltanto persone conosciute, che lo siano anche nella realtà"

Il primo a parlare di Anobii a Luigi fu Matteo il Rocca, diverso tempo fa; ma la spinta decisiva è arrivata dalla sua ragazza, Valeria, che vi si è iscritta la settimana scorsa. "Matteo aveva profetizzato che, prima o poi, mi sarei inevtiabilmente ritrovato in un social network" ha affermato Luigi "Beh, ora posso dire che la sua profezia si è avverata. Anche se va precisata una cosa: mi ero già trovato in situazioni simili in passato. Hattrick (che ora ho abbandonato) e Wikipedia (cui partecipo saltuariamente) hanno una certa componente social, da me poco utilizzata; senza contare il mondo dei blog, un vero e proprio "network" nel senso etimologico del termine, che ho sempre utilizzato per restare in contatto con i miei amici (non a caso ho accolto molto favorevolmente il recente ritorno - spero duraturo - di Francescooh). Insomma, c'è stata una parte di me che è già stata social, a modo suo e anzitempo. Ora, con Anobii, ho semplicemente trovato uno strumento che lo è esplicitamente"

Al momento Luigi ha dichiarato di aver inserito soltanto parte dei suoi libri nel proprio profilo Anobii. Ha inoltre aggiunto due amici, Valeria e Matteo. A chi gli chiede quali sono le sue speranze per quanto riguarda questa nuova avventura, ha risposto: "Spero che ci siano altri miei amici iscritti a questo servizio: se mi dicono come rintracciarli posso aggiungerli. Sarebbe bello se chi non ha mai sentito parlare di Anobii ci facesse un giro su e decidesse di seguirmi. Ho in mente alcune persone (uno su tutti: il mio amico Gian Maria) che andrebbero pazze per una cosa del genere"

Intanto, la notizia ha già fatto il giro del mondo. La borsa ha riaperto, nonostante sia sabato, ed è volata al +10%; inoltre lo Spread è sceso di quasi 100 punti base. Sembra che l'operazione abbia ricevuto anche il beneplacito del presidente della Repubblica. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi per capire se la mossa di Luigi si rivelerà davvero vincente.

sabato 5 novembre 2011

HO VISTO TERRAFERMA

Cavì, mò non rompere più che non vedo i film che mi consigli e non ascolto le canzoni che mi segnali (anche se i Marta sui Tubi ancora me li devo sentire, e sono passati due anni). Ieri ho visto Terraferma, dopo che me ne avevi parlato bene sia dal vivo (da Barcollando, durante Napoli-Villareal che tu eri smanioso di vedere) sia via Internet (nei commenti su Attraversamento Cojoti). L'ho visto perchè il Cinema delle Provincie (una sala parrocchiale vicino a Piazza Bologna, che trasmette a 3 euro film di un paio di mesi prima) lo aveva in programmazione, e non potevo farmi sfuggire un'occasione del genere. Ora ti (e vi, non è una conversazione a due) racconto cosa ne penso.

Rompiamo subito gli indugi e facciamo saltare questa finta suspence: Terraferma è un film molto bello. Probabilmente è il film italiano (anche se in realtà è una co-produzione Italia/Francia) più bello che io abbia visto al cinema quest'anno, e forse è anche uno dei migliori prodotti nostrani degli ultimi anni. La cosa è sorprendente, e non solo perché non amo i film italiani: lo è ancora di più perché la mia unica esperienza precedente con il cinema di Emanuele Crialese, avuta con Nuovomondo, mi aveva lasciato veramente perplesso (è un eufemismo). Invece Terraferma mi ha sorpreso, forse proprio perché le mie aspettative non erano altissime.

La cosa che più mi ha colpito di questo film è la sua realizzazione tecnica. Vi prego di perdonarmi se pongo sempre l'accento su questa questione, ma credo che mai come nel caso di un film italiano questo aspetto sia da rimarcare. Terraferma è prima di ogni cosa un film bello da vedere. Ma c'è di più. Si tratta di un film che fa una cosa che nel cinema italiano non siamo più abituati a vedere: usa la forza delle immagini per colpire lo spettatore. In questo caso l'aspetto visivo viene prima di qualsiasi altra cosa, anche della storia raccontata e dei temi affrontati: è questo è veramente un bene, perché è ciò che il cinema può dare in più rispetto ad altri mezzi (come ad esempio un libro). Credo che i meriti del film, in tal senso, vadano equamenti divisi tra il regista e il direttore della fotografia, ma in ogni caso il risultato lascia a bocca aperta: dalle riprese subacque a quelle aeree, fino ad arrivare a inquadrature più semplici ma non per questo meno efficaci (penso alle panoramiche dell'isola, ripresa in tutta la sua contraddittoria bellezza). Uno sforzo produttivo notevole, ma anche una grande esperienza visiva, che personalmente ha contribuito molto al fascino del film.

Ma ovviamente Terraferma non è soltanto apparenza. Mi ha colpito molto scoprire che, in realtà, il film non è incentrato sul tema dell'immigrazione. Certo, la questione ha una grandissima importanza nella pellicola ed è sicuramente il motore narrativo della storia, ma credo che il regista-sceneggiatore volesse innanzitutto raccontare una comunità anacronistica, isolata dal resto della civiltà e fondata sulle proprie leggi. Bellissima la riunione di pescatori in cui vengono messe a confronto la legge del mare (non abbandonare nessuno in acqua) e la Legge, mentre è sicuramente più convenzionale la caratterizzazione degli isolani (il nonno che non vuole andare sul continente per curarsi, il giovane legato alla propria casa e al proprio lavoro).

Poi c'è il tema dell'immigrazione, ma in fin dei conti mi sembra sia stato trattato meno in profondità di quanto la campagna pubblicitaria e i media mi avevano fatto pensare: sembra più lo sfondo su cui inquadrare una vicenda più piccola e intima (quella della famiglia protagonista). Tutto ciò non è affatto un difetto, anzi: ho apprezzato molto questo modo di raccontare e affrontare un tema importante, senza prenderlo di petto ma cercando in qualche modo di inserirlo in modo "armonico" in una narrazione ben precisa. E anche qui torna la questione dell'immagine: le scene che più mi hanno colpito a tal proposito (il salvataggio dei clandestini in mare e il soccorso da parte dei turisti sulla spiaggia) sono praticamente prive di dialogo, e si affidano soltanto alla forza di quello che lo spettatore vede sullo schermo. Una scelta vincente, secondo me, perché colpisce e coglie nel segno.

Forse il film è un po' debole nella caratterizzazione dei personaggi. Come ho già detto gli isolani sono piuttosto convenzionali, a partire dai protagonisti (mamma-vedova, figlio-ribelle, nonno-orgoglioso). Mi è sembrato inoltre un po' superficiale (e manicheo) nel rappresentare come cattivi le forze dell'ordine, anche se pure il personaggio interpretato da Beppe Fiorello è siuramente sgradevole. Al di là di ciò, le interpretazioni sono ottime: su tutti la Finocchiaro, veramente straordinaria, ma mi ha fatto piacere vedere il suddetto Fiorello in un ruolo negativo (contro il suo stereotipo di eroe buono).

Insomma, Terraferma mi ha convinto. Riuscirà ad andare avanti nella lunga corsa per gli Oscar? Non lo so, anche perché bisognerebbe vedere tutti gli altri sessanta e passa film candidati per poter dare un giudizio costruttivo. Dal punto di vista tecnico mi sembra un film che potrebbe essere nelle corde degli americani, da quello tematico/narrativo non ne sarei così sicuro. Quello che posso dirvi è che vale decisamente la pena vederlo, e che dà un contributo importante al cinema italiano contemporaneo.

Cavicca, ora mi aspetto un tuo corposo commento. Anche perché questo blog non ha mai ricevuto così tante visite dalla Germania come nell'ultimo mese.

giovedì 20 ottobre 2011

RESPIRANDO PER AFFOGARE

Potrei ricordare molte cose di questa giornata a Roma. Mi limito a un elenco in ordine cronologico, che a mio parere rende bene l'idea di quello che ho vissuto.

Mi sveglio alle 6.30, esco di casa alle 7. Non piove, ma comincia mentre mi trovo alla fermata. Penso: "Spioverà". Appunto.
Aspetto il bus per venti minuti. Sfreccio verso il centro dell'Eur (luogo mitologico caro a me e Gian Maria, che necessita di essere cantato in un romanzo o - meglio - in una graphic novel), e lì prendo la prima fracicata: alla fermata Eur Palasport sono già zuppo.
Arriva il treno, e improvvisamente capisco che c'è qualcosa che non va, che c'è un dettaglio che non combacia con gli altri, come i deja vu di Matrix: il treno che arriva mi è sconosciuto. Ora, cercate di capirmi: come ben sapete, io conosco più o meno tutti i treni della metro B di Roma. Li riconosco dai graffiti, ricordate? E invece questo era diverso da tutti gli altri: era nuovo di zecca, ma non del tipo di quelli ultramoderni che si vedono di recente; era nuovo, ma la sua forma era quello di un treno vecchio, con degli interni sbalorditivi e una voce diversa (e brutta).
Prendo quel treno, pur con qualche dubbio, e faccio bene: è praticamente l'ultimo treno della metro B che parte regolarmente.

Arrivo a Policlinico, ma non riesco ad uscire dalla stazione: me lo impediscono la folla che blocca l'uscita e la pioggia sferzante che si infila fin dentro al tunnel, aiutata da un vento infernale, almeno a giudicare da come si muovono i pini là fuori. Penso: "Vabbè, aspetto un po': spioverà". Ehm.
L'altoparlante annuncia che il servizio della metro è rallentato; passano pochi minuti e la stessa voce metallica afferma che il servizio è fermo. Mi trovo nel limbo: non posso andare avanti, né tornare a casa. Dopo mezz'ora di vana attesa decido di tentare la fortuna, ed esco sotto al diluvio.
In qualche modo miracoloso prendo un tram, per scoprire che è una corsa limitata e che si ferma dopo una fermata. Scendo, e ancora una volta accade l'impossibile: arriva a ruota un altro tram. Ci salgo, sgusciando come un gatto mentre la gente chiude gli ombrelli, e lentamente mi avvio verso l'università. Nel tragitto vedo che i marciapiedi sono sommersi dall'acqua, e che anche le macchine stanno lì per. Arrivato a destinazione, mi resta l'ultimo ostacolo: guadare Viale Romania, totalmente sommerso da un liquido marrone che definire acqua sarebbe quantomeno improbabile.

Entro nell'università, salgo al quarto piano. Sull'ultima rampa di scale, causa suola bagnata, rischio di cadere e mantengo l'equilibrio con una certa difficoltà: i presenti, tra cui la nipote di un noto cantautore napoletano, se la ridono. Arrivo in classe, apro la porta davanti ed entro: ci sono sette o otto alunni oltre a me. Il prof mi guarda e mi dice: "Buongiorno". Io lo guardo e, alludendo all'obbligo di firma di quel corso, proclamo: "Questa vale almeno due presenze". Risate. (Sì, me l'ero preparata mentre aspettavo che spiovesse)

Ovviamente all'uscita dalla lezione (perché avevo una sola lezione, dalle 8.30 alle 10.30) aveva smesso di piovere, e la situazione era tutto sommato normale, tanto che una cosa azzurra che alcuni chiamano cielo comparve tra le nuvole. Rimanevano "solo" i disagi con i mezzi pubblici: un'attesa infinita per il 3, un viaggio da sardine, persone che attendevano da una vita alle fermate e che entravano senza lasciarci prima scendere, scene di panico, la stazione metro parzialmente allagata. Trovo ospitalità per il pranzo da Valeria (ancora grazie), poi mi appresto al lungo ritorno. Da Via Luigi a Pulci a Viale del Tintoretto in due ore e mezza, interamente in superficie causa metro mutilata: la cosa comica era che qualsiasi piano elaborassi andava in fumo, costringendomi a ridefinire continuamente le regole d'ingaggio. Alla fine sono dovuto andare a Piazza Venezia, visto che a Termini i pochissimi bus per l'Eur presenti erano presi d'assalto da orde sanguinarie.

Alla sera, in tv, ho visto poi scene ben più drammatiche, avvenute evidentemente in altre zone della città. Il padrino mi ha riferito di macchine trascinate dalla corrente; una signora sull'autobus parlava di auto abbandonate dai propri autisti in mezzo alla strada, con gli sportelli aperti; un vecchio pazzo, sul medesimo autobus, ha tirato in mezzo i black bloc (ma perché?).

Vorrei concludere questo post con una citazione: l'alluvione romana mi ha fatto venire in mente la frase di lancio del film La tempesta perfetta - probabilmente una delle più belle frasi di lancio della storia, e ancora più probabilmente già citata su questo blog, anche se non me lo ricordo - che recitava "Chi avrebbe mai immaginato che l'inferno sarebbe stato bagnato?".

Invece no. Chiudo il mio post con una fotografia emblematica di questa giornata, e forse non solo: gli irrigatori accessi e in funzione a pieno regime, spruzzanti acqua a destra e a sinistra, nei giardinetti di Piazza Venezia alle quattro del pomeriggio. Tirate voi le conclusioni.

mercoledì 5 ottobre 2011

IL RIMPIANTO DI UNA VOCE MAI SCRITTA


Nel dicembre del 2010 decisi di scrivere un racconto elaborando un’idea che avevo in mente da un bel po’ di tempo. Quell’idea si sarebbe trasformata in Fino alla spiaggia, piccolo racconto che però mi avrebbe permesso di entrare nella rosa dei semifinalisti del Premio Campiello Giovani. Fin qui niente di nuovo; quello che invece molti di voi non sanno è di cosa parlava il racconto che scrissi.

Fino alla spiaggia era una libera rielaborazione di un fatto storico. Nella seconda metà del 1642 il navigatore olandese Abel Tasman salpò da Batavia (l’odierna Giacarta, in Indonesia) alla ricerca della cosiddetta Terra Australis Ignota: un immaginifico continente, ancora inesplorato, che doveva essere situato da qualche parte tra l’Africa e l’America Meridionale. Tasman – e il suo nome dovrebbe dirvi qualcosa – seguendo questa rotta effettivamente sbarcò su un nuovo territorio: l’isola che ancora oggi porta il suo nome, la Tasmania. Successivamente fu anche il primo europeo ad arrivare in Nuova Zelanda. Ecco, Fino alla spiaggia narrava la mia versione dei fatti di quel primo sbarco in Tasmania.

Quello che ancora meno persone sanno, però, è come io – un ventiduenne italiano del 2011 – sia venuto a conoscenza di questa storia, nota tutt’al più in Oceania e in misura minore in Olanda. Probabilmente nessuno di voi conosceva Abel Tasman e sapeva cosa aveva fatto nella vita. Io invece Abel Tasman so chi è, e lo so dal lontano 2006. La storia di Abel Tasman – una storia straordinaria e tragica: la sua scoperta fu ritenuta inutile dai suoi committenti, e il navigatore morì in povertà – è stata una delle prime cose che ho imparato grazie a Wikipedia.

Ieri sera, verso le 19.30, sono andato su Internet. Dopo aver controllato posta, blog e siti di informazione ho fatto una capatina su Wikipedia. Ho fatto una cosa che faccio spesso: ho dato una letta alla pagina in cui discutono i membri del Progetto di Wikipedia dedicato ai videogiochi (sono un po’ nerd anche io). Si dicevano le solite cose: alcune pagine erano state proposte per la cancellazione, essendo palesemente indegne di stare sul sito. Cliccai sul link di una di queste: “Dirt 2”, voce su un gioco di rally. “Mah” ho pensato, e sono andato a prepararmi la cena.

Quando, un paio d’ore più tardi, Valeria mi ha comunicato la notizia choc, una delle prime cose che ho pensato è stata: “Se Wikipedia scompare, non potrò credere che l’ultima voce che ho letto è stata Dirt 2”. Cioè, mi sarei vergognato a vita. Sono rimasto a leggere l’avviso, che già aveva fatto due volte il giro del mondo su Facebook, e ho capito che al peggio non c’è mai fine. E pensare che era stata una delle mie paure più grandi, quando scrivevo la tesi: che Wikipedia scomparisse da un giorno all’altro, così, all’improvviso. Mi vengono i brividi solo a pensarci.

Dopodiché ho pensato a come sarebbe stato bello un romanzo (ma forse anche un racconto) che parlasse di Wikipedia, magari narrato dal punto di vista (inedito per molti) di qualcuno che vi scrive sopra. Ho già in mente titolo e un paio di scene madri: prima o poi lo scriverò. Pensate che affresco d'epoca che potrebbe essere.

Lì per lì non ho provato nient'altro, mi sono limitato solo a questi pensieri. Rabbia, indignazione, voltastomaco: niente di tutto ciò. Mi sono messo a scrivere il mio nuovo romanzo, cercando di non pensare a quella pagina, a quel "Cara lettrice, caro lettore" iniziale, ai lanci sui quotidiani online.

Poi, prima di addormentarmi, mi è venuta in mente una cosa. Dopo che il mio racconto era stato selezionato, mi ero ripromesso di riscrivere la voce su Abel Tasman. Quella che trovate (trovavate?) sulla Wikipedia italiana l’ho scritta io tanti anni fa, traducendola dall’inglese, ma è incompleta e priva di fonti: dopo la mia decisione mi ero dato da fare su Internet, trovando alcuni documenti e saggi che potevano fare al caso mio; mi ero persino imbattuto nella traduzione inglese del diario di Tasman. Poi, però, non feci più niente: e la voce restò così, discreta ma non referenziata.

Così mentre mi addormentavo, ieri, finalmente ho provato qualcosa. Mi sono sentito in colpa verso il buon vecchio Abel.

P.S. Credo che Wikipedia riaprirà, forse nelle prossime 24 ore. Ma questo “sciopero” resterà nella storia del sito, a livello internazionale. Lo scopo era fare rumore mediatico: operazione riuscita in pieno, visto l’eco che si è generata sui mass media. Mi sembra superfluo fare riflessioni sulla legge che ha suscitato questo polverone, visto che la pensiamo tutti allo stesso modo (ho anche immaginato uno scenario in cui il governo perdeva le elezioni a causa del risentimento popolare contro la chiusura di Wikipedia). Con questo post volevo solo celebrare un sito che, nel bene e nel male, è una delle più grandi innovazioni della Rete.

lunedì 26 settembre 2011

C'ERA UNA VOLTA UNA CHATTA

Il mio ritorno a Roma, avvenuto ieri, è coinciso con il mio grande ritorno su Msn, da cui mancavo da diversi mesi. Come? Eh? Emmesseche?
Ormai uso Msn soltanto per un motivo, o meglio per una persona: quando torno a casa la sera mi sento con Valeria in chat, dal momento che con la pennetta 3 che uso a Roma non mi posso permettere Skype. Non è che mi interessa parlare con altra gente, in realtà, quindi non mi lamento; però anche volendo la mia scelta sarebbe obbligata: praticamente lei è l’unico contatto in linea che mi ritrovo. Qualche volta – ma raramente, e solo per qualche secondo – si connette qualcun altro: ma si tratta di eccezioni piuttosto irrilevanti.

Io ho una sessantina di contatti (un tempo ero sulla novantina, poi ho effettuato un’epurazione di massa), eppure tutti loro sembrano aver abbandonato Msn. Ieri scorrevo la lista, cercando di risalire all’ultima volta che avevo visto in linea la tal persona, o addirittura all’ultima volta che ci avevo parlato. In entrambi i casi, il periodo di tempo era misurabile in mesi; ma per qualche mio contatto credo si possa anche parlare di anni.

So che sto dicendo una cosa banale, perché molti dei miei amici mi dicono la stessa cosa, però le cose stanno proprio così: Msn sta morendo. E a me dispiace tantissimo, perché per un periodo della mia vita (ultimi due anni di liceo/primi due di università, più o meno) è stato il principale strumento di comunicazione con i miei coetanei, forse il primo vero social network della storia. Pensateci un attimo: quando avete cominciato ad usarlo? Io, personalmente, mi iscrissi nel 2006: dopo alcune reiterate richieste da parte di Perroni alla fine capitolai. All’inizio avevo tre contatti: Andrea, Fratta e Jacopo, cui si aggiunse dopo un paio di mesi (più o meno intorno al suo compleanno, se non erro) Matteo il Rocca. Erano anche i primi tempi che avevo una connessione Internet, ed ero talmente inesperto che arrivai a porre al Fratta la seguente, storica domanda: “Ma per usare Msn devo stare collegato ad Internet?”

Sembra una vita fa, eppure sono passati “solo” cinque anni. Oggi chi usa Msn è considerato un dinosauro, una specie di bizzarra anomalia temporale: Facebook lo ha rimpiazzato in tutto e per tutto, spazzandolo via dalla galassia cybernetica. Ho incontrato gente che non ricorda più la password per Msn, e che mi ha detto che non gli serve più a nulla, “tanto c’è Facebook”. Questo mi fa nascere nella mente una riflessione, anch’essa piuttosto banale: non vi sembra che la tecnologia avanzi ad un ritmo troppo veloce? Non sto dicendo che sono contro lo sviluppo tecnologico (per carità!), ma solo che le novità si susseguono l’una dopo l’altra senza darci il tempo di abituarci. Quando ero piccolo io mi vedevo le cassette su Vhs, che esistevano già da una decina d’anni; il lettore Dvd, invece, è durato meno di un decennio, subito superato dalla tecnologia Blu-Ray. Stessa cosa nel mondo di Internet: la vicenda di Msn è emblematica da questo punto di vista.

Forse aveva ragione quel video che prendeva in giro Facebook, quando diceva “Non faccio in tempo ad imparà a usà MySpace che subito me dicono de farme Facebook”. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’avvento di Google+, un nuovo social network destinato ad ingaggiare una dura lotta con Facebook nei prossimi tempi. Matteo mi ha invitato su Google+ quando ancora era elitario, eppure io sono tuttora indeciso se farmelo: da un lato mi affascina, visto che lima molti difetti di Facebook, dall’altro non ne sento un reale bisogno, non avverto la necessità di entrare nel magico mondo dei social network. Boh, forse alla fine lo proverò e poi, se non mi piacerà, mi cancellerò (definitivamente, visto che lì, a differenza di Facebook, è consentito).

Ora come ora, questa nuova battaglia a colpi di socialqualcosa mi sembra avere solo due effetti: il copia-incolla di caratteristiche tra i due colossi, messo in pratica soprattutto da Facebook in reazione al nuovo nemico; e il proliferare di nuove funzioni più o meno rivoluzionarie e utili, create al solo scopo di restare vivi e competitivi nel settore (quelle annunciate recentemente da Facebook, francamente, mi fanno rabbrividire; e condivido – termine che va di moda – uno dei commenti all’articolo che vi ho linkato: “La più grande operazione di schedatura volontaria di massa”).

Vabbè, questo è uno di quei soliti posti in cui mi atteggio senza motivo a gran conoscitore dei media digitali, e in cui risulto vagamente snob. Ve lo alleggerisco nel finale: il titolo del post (e il suo contenuto in realtà) mi sono stati ispirati da una canzone contenuta nell’ultimo album di Daniele Silvestri, intitolata La chatta. Ascoltatela: vi strapperà una risata, ma vi farà anche pensare a come corrono i nostri tempi.

lunedì 5 settembre 2011

MANIFESTO

L’estate stava lentamente volgendo al termine, tirandosi dietro le ultime giornate di sole e gli sciami di turisti affamati. L’aria cominciava ad assumere un sapore diverso, forse effetto della limpidezza eccessiva che colorava il panorama o delle piogge che presto si sarebbero abbattute sulla regione, anticipate dalle grandi e potenti raffiche di vento di quei giorni.

“Settembre è il mese migliore da inserire nel titolo di un libro” pensò Luigi di punto in bianco. Non a caso, in quel tempo, stava leggendo Le luci di settembre: Luigi aveva capito subito, senza neanche aprirlo, che aveva fra le mani qualcosa di buono; con un titolo così epico, semplice ma perfetto allo stesso tempo, non poteva che essere così. Un suo amico avrebbe detto che settembre è il mese ideale per il ripensamento sugli anni e sull’età e su tutto il resto. Luigi in realtà pensava che qualunque mese fosse adatto per una riflessione del genere, quindi scartò l’idea: non era quello l’argomento di cui voleva parlare per il suo ritorno sul blog, dopo un mese di lontananza dovuto alle vacanze estive (“E tromba de meno e scrivi più post!” avrebbe detto ancora una volta quel suo amico). L’ultimo aggiornamento, dopotutto, era stato scritto addirittura in Irlanda: ma si sa, agosto non è un buon mese per Internet.

Forse avrebbe potuto scrivere delle sue vacanze: avrebbe potuto inserire la descrizione delle uscite serali, della pastata a casa Cavicca, del Ferragosto con tanto di primo (mezzo) bagno di mezzanotte della sua vita, della gita in barca dietro alla montagna, delle serate canore, dei TeleFunk’n, del Rocca che lo convinceva a farsi Google+ (a settembre però) e di tante altre cose che non gli venivano in mente in quel momento. Poi pensò che ciò che più gli stava a cuore – le due settimane di vacanza con Valeria – non era descrivibile a parole: e che, in fondo, erano anche fatti suoi.

Lo sguardo gli cadde su un foglio che da un paio di giorni albergava sulla sua scrivania. Luigi lo osservò bene: era una pagina di quaderno, strappata dal suo contenitore originario, su cui qualcuno aveva disegnato qualcosa. A prima vista sembrava solo un semplice scarabocchio, un disegno infantile di un mostro o comunque qualcosa senza un significato apparente. Luigi sapeva, invece, che non era così. Prese il foglio fra le mani e lo osservò per bene. “Dovrebbe venire proprio un bel lavoro” pensò “Devo solo cominciare, poi i dettagli verranno da sé”. E, improvvisamente, gli venne l’idea per il post.

Avrebbe scritto ancora una volta della sua vocazione letteraria, forte come non mai in quel momento, luminosa come un faro a picco su una scogliera nella notte del mondo. Avrebbe cominciato parlando del romanzo che aveva ultimato qualche mese prima, L’ultima partita: tra la fine di agosto e l’inizio di settembre se lo era riletto tutto, trovando altri errori e incongruenze, ma pensando che in fin dei conti non era poi così male. Poi aveva battuto al computer gli errori segnalati dai suoi fidi correttori di bozze, ottenendo così la stesura definitiva del libro. Proprio in quei giorni, poi, si era informato riguardo le case editrici che potevano fare al caso suo (o per le quali lui poteva fare al caso loro), e inoltre aveva preso informazioni sulla registrazione dell’opera alla SIAE: un’operazione piuttosto costosa, ma che serviva a far sparire dalla sua testa le tipiche paranoie da scrittore emergente.

Ecco, sarebbe partito da un caso particolare – quello de L’ultima partita – per poi allargare il discorso ad una tematica più ampia: il suo stile e la sua collocazione nell’oceano della narrativa. Avrebbe scritto che le poche persone che avevano letto quel libro gli avevano dato un parere unanime: il romanzo non era male, no, funzionava, era persino intrippante in qualche punto. Ma come libro per ragazzi. Gli adulti, probabilmente, non lo avrebbero trovato così interessante. Luigi ripensò a quei pareri: ricordò come in un primo momento fosse rimasto interdetto, stupito dall’essere riuscito a scrivere un libro per ragazzi senza volerlo. Forse era anche un po’ deluso, almeno all’inizio. Poi però aveva cominciato a riflettere. “Essere uno scrittore per ragazzi? E perché no?” si era detto. In fondo, non era sempre stata quella il tipo di letteratura che gli era piaciuta? La cosa poteva avere molti spunti interessanti: poteva dare libero sfogo alla fantasia, per esempio; poteva provare ad intercettare gli umori di un pubblico meno esigente di quello adulto; poteva persino tentare, in un delirio di onnipotenza, di riportare le opere per ragazzi ai livelli da lui tanto vagheggiati in un post precedente. Insomma, era una bella scommessa.

Nel post avrebbe dovuto indicare dei modelli, qualcuno cui ispirarsi. Gli venne in mente subito – ma forse solo perché lo stava leggendo in quel periodo – Carlos Ruiz Zafón, che aveva cominciato proprio come scrittore per ragazzi. Ma perché non rifarsi anche ai grandi del passato? Ogni tanto gli veniva da pensare a Robert Louis Stevenson, che peraltro era il maestro sommo in quello che Luigi aveva scoperto essere il suo genere preferito, l’avventura (grafica?). E poi c’erano i grandi parallelismi con il cinema. Gli piaceva pensare alle sue future opere come a certi film di Steven Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Jurassic Park… Magari avrebbe potuto citare anche l’imminente Super 8, così avrebbe potuto annunciare pubblicamente che intendeva andarlo a vedere quanto prima per scriverne una recensione su Attraversamento Cojoti. Sì, ci avrebbe messo anche quello. E magari avrebbe fatto qualche riferimento agli immancabili videogiochi, Monkey Island, Broken Sword, eccetera eccetera.

Ecco, ora le sue fonti di ispirazione c’erano praticamente tutte. Luigi si chiese se servisse altro, nel terzo millennio, per diventare un buon scrittore per ragazzi. Per come la vedeva lui quello era un buon punto di partenza: poi bisognava vedere se c’era il talento, ma quello era un altro discorso.

Chissà se, una volta inviato il manoscritto de L’ultima partita, qualcuno gli avrebbe risposto…. Magari non sarebbe successo niente, pensò. Nel dubbio, però, non poteva rimanere con le mani in mano. Sentiva già il richiamo della musa che lo spingeva a prendere nuovamente in mano la tastiera per dare vita al nuovo romanzo che gli frullava nella testa già da un po’, un mix di giallo e avventura di cui aveva già scelto un titolo. Un titolo epico, ovviamente.

Decise di mettersi subito al lavoro.

mercoledì 3 agosto 2011

DUBLINO RANDOM

Probabilmente questo sarà l’ultimo post che vi scrivo dall’Irlanda: sabato mattina prenderò l’aereo e tornerò in patria, e non credo di avere tempo per pubblicare un altro intervento prima di allora. In ogni caso, in questo post metterò tutte le cose che ho notato in queste settimane e che non sono riuscito ad inserire negli altri interventi. Non c’è un filo conduttore, anche se spesso si parlerà di cibo (mi piace parlare di cibo, e il cibo aiuta a comprendere le diverse culture).

Nel caso vi dovesse capitare, nella vita, di vivere a Dublino per un periodo di tempo, sappiate che ci sono delle cose ti tipo prettamente economico che dovete sapere. Uno dei motivi che mi hanno spinto verso questa città, e non verso una meta inglese, era il seguente ragionamento: in Irlanda c’hanno l’euro, in Inghilterra la sterlina, quindi la vita costa di meno, quindi vado lì (sono pur sempre quello che decideva dove espandersi in Europa Universalis II solo dopo aver controllato il prezzo del caffè). Beh, il mio ragionamento era sbagliato, o almeno lo era parzialmente: Dublino è infatti una città estremamente cara sotto certi punti di vista, mentre per altri è più economica dell’Italia.
Cose che costano tanto: • il cibo. Le colazioni e le cene me le forniva la mia famiglia ospitante, ma per il pranzo dovevo provvedere da solo. I prezzi sono generalmente più alti che in Italia, e questo spiega perché il Tesco vince. Addirittura la cosa si ripercuoteva anche sulle grandi catene commerciali: un menù da Burger King costa 8 euro qui, contro i 5 e qualcosa italiani. • i mezzi pubblici. Qui più che altro devo parlare di un salasso. Ho speso 20 euro a settimana per l’abbonamento del treno: e quando scrivo “del treno” intendo dire che, se avessi voluto prendere l’autobus (qui sono tutti a due piani, come a Londra, ma gialli e blu), avrei dovuto pagare, perché si tratta di due abbonamenti distinti. Ma mi è andata anche bene: un mensile dell’autobus (ancora, solo dell’autobus) costa una novantina d’euro! Assurdo, dai.
Cose che costano poco: • cd, dvd, elettronica in genere. Potevo lasciarmi sfuggire il best of (doppio cd) degli Snow Patrol (peraltro irlandesi) a 7 euro? No. Da HMV (catena che mi dicono essere presente anche in UK) ti puoi portare a casa un dvd con 3 euro, mentre anche i videogiochi costano meno che in Italia. • vestiti. Due grandi catene (Pennies e Dunnes Store) dominano il settore: con 3 euro vi potete comprare un paio di scarpe, con 10 un maglione, con 20 una giacca. La qualità, specialmente nel caso di Pennies, lascia molto a desiderare; molto meglio Dunnes, dove secondo me si possono fare degli affari d’oro.

Ma quello che tutti voi vi starete chiedendo ora è: ma, Luigi, dicci, cosa ti mangi in Irlanda? Domanda interessante. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato: la mia padrona di casa è infatti un’ottima cuoca, specialmente rispetto a quello che è capitato ad altri malcapitati studenti. Quasi tutte le sere ci siamo beccati la pasta, spesso con sughi che in Italia sarebbero improponibili, ma che comunque erano più che accettabili; pochi giorni fa si è cimentata anche in una specie di carbonara, senza contare che spesso e volentieri ci ha fatto la lasagna. Chi ha detto che l’Irlanda è tutta carne e patate?
Probabilmente lo ha detto chiunque sia stato da queste parti, ma non a casa della signora. In alcune occasioni, infatti, ho avuto modo di provare alcune specialità locali. La suddetta signora, infatti, si è cimentata una prima volta nel Coddle (piatto tipico di Dublino: stufato di salsicce, patate, cipolle e carote. Veramente ottimo!) e una seconda nello Sheperd’s Pie (sorta di lasagna fatta da uno strato base di carne macinata, e poi a salire con patate spappolate. Buonissimo, l’ho mangiato anche in un pub). Insomma, sì, c’è una predominanza di carne e patate: ma se non avete problemi con questi prodotti, apprezzerete la cucina irlandese.
Altra prelibatezza, stavolta non proprio locale: le Cornish Pasties. In giro per la città ci sono questi minuscoli negozi, facenti parte di una catena, che sfornano quotidianamente e in continuazione queste specie di crepes salate, ripiene di carne, patate, cipolla e cotte al forno. Detto così non sembra niente di che, ma mangiarne una appena uscita dal forno, calda e avvolta nella sua carta, ha un non so che di epico.

Ed ha un sapore ancora più buono se ve l’andate a mangiare a St. Stephen Green. Come ho già scritto, è usanza dei lavoratori d’ufficio dublinesi raccattare da qualche parte del cibo e andarselo a mangiare in questo parco, preferibilmente adagiati sull’erba lungo le sponde del suo laghetto popolato di anatre. Effettivamente la cosa ha il suo fascino, specialmente nei (rari) giorni di sole: addirittura, spesso è difficile trovare posto. Certo, ci sono milioni di altri parchi nel mondo dove andare a fare una cosa del genere: ma a St. Stephen Green ci si sente, in qualche modo, dublinesi. Non so, la cosa aiuta a guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Un altro modo per sentirsi dublinesi? Fare colazione per strada, camminando, con un bicchiere di cartone ripieno di un improbabile liquido che da queste parti spacciano per caffè. Lo fanno tutti: camminate per il centro città una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo, e vi imbatterete in frotte di persone in giacca e cravatta, con la ventiquattro ore in una mano e il bicchierone nell’altra. E dovreste vedere come sorseggiano quell’intruglio, e con quale piacere! Ovviamente la cosa ha una spiegazione più o meno logica: lì, d’inverno, fa freddo, e camminare buttando giù qualcosa di caldo aiuta certamente. Nella caffetteria della scuola, comunque, ho voluto provare l’ebbrezza: niente di trascendentale, però camminare con questo bicchierone in mano ha un non so che di affascinante.

Ora la smetto di parlare di cibo, e vi dico qual è il motivo per cui non potrei mai vivere a Dublino. Vedete, questa è una città sul mare; per di più, è una città con un sacco di quei comignoli tipicamente anglosassoni sui tetti. Questi due fattori, combinati insieme, portano alla più temibile minaccia dei nostri tempi: i gabbiani. Dublino è piena di gabbiani: sono ovunque, vi seguono per strada, planano sulle vostre teste. E sganciano. Finora non mi hanno ancora colpito, ma sono ancora memore degli attacchi dei loro colleghi romani…

E come non parlare degli sport gaelici? L’Irlanda, oltre ad essere nota a livello mondiale per il rugby, è anche l’unico posto al mondo dove si praticano due sport assurdi: il calcio gaelico e l’hurling. Il primo è un incrocio tra il calcio, il rugby e una rissa in un pub; il secondo è semplicemente una versione del cricket in cui dovete segnare in delle porte simili a quelle del calcio, anche se in realtà il vero scopo del gioco sembra essere quello di mandare all’ospedale gli avversari.
Ora, voglio farvi capire una cosa. Questi sport non sono soltanto degli orpelli tradizionali, da conservare nella memoria e di cui andare fieri. No: sono praticati su larghissima scala. Vengono giocati nelle scuole. Vengono disciplinati da un’apposita lega (la GAA). E, soprattutto, sono del tutto amatoriali, anche nella massima serie: i giocatori non sono professionisti, ovvero non vengono pagati per giocare, ma lo fanno soltanto per orgoglio personale, per la maglia e soprattutto per la propria contea. E pensate che questi sport vengono giocati, a Dublino, nel Croke Park Stadium, uno degli stadi più grandi d’Europa. [piccola nota: lo stadio di cui parlavo un po’ di post fa, quello che vedevo dal treno, in realtà era questo. Quello del calcio, lo spettacolare Aviva Stadium, sono comunque riuscito ad individuarlo: dal treno si intravede tra due palazzi per alcuni secondi]
La logica conseguenza di tutto ciò è che, in Irlanda, nei parchi e nei campi di strada non si gioca a calcio, ma ci si ammazza (in tutti i sensi) con il calcio gaelico e l’hurling. Vedere un gruppo di ragazzini giocare ad curling nel campetto di Malahide è qualcosa di surreale, ve lo assicuro.

Ho finito. Oh ragà, concludo il post con una delle mie frasi celebri, tenetevi forte. A me piace viaggiare, ma la parte più bella di un viaggio (qualunque esso sia) è quando si torna a casa.
E, aggiungo, ancora di più quando si torna a casa da Valeria.

giovedì 28 luglio 2011

MANNAGGIA AL SISTEMA!

Sono stato soltanto un giorno fuori da Dublino (Malahide, pur essendo una città a parte, è di fatto un sobborgo della capitale), eppure è bastato per farmi venire voglia di visitare le zone più selvagge dell’Irlanda.

L’Irlanda non è uno Stato grandissimo: il coast-to-coast in senso orizzontale è percorribile in circa tre ore, mentre in verticale si può arrivare da un estremo all’altro in circa cinque ore. Di conseguenza è tutto molto a portata di mano, ammesso che abbiate voglia di farvi svariate ore di viaggio per giungere alla vostra destinazione. Sabato scorso ho fatto un’escursione in autobus, organizzata dalla scuola, in due posti non molto lontani da Dublino: Glendalough e Kilkenny.

Glendalough ospita le rovine di un’antica città monastica medievale. Ci si arriva dopo aver percorso delle strette strade di campagna, immerse nel verde dell’entroterra irlandese: a un certo punto si sbuca in una valle, e qui vi trovate di fronte a qualcosa di fantastico. Tra due montagne verdeggianti emergono a fatica i resti di questa cittadella: essenzialmente due chiese, una torre circolare e un paio di case; tutto il resto dello spazio è occupato da un bellissimo cimitero (ora ho delle foto che farebbero invidia al post di Selvaggia pubblicato sui Cojoti qualche tempo fa). Da qui si diparte un sentiero che, dopo aver attraversato una foresta costeggiando un fiumiciattolo, arriva a due laghi che, a giudicare dalle foto, rimpiango di non aver raggiunto (il tempo era poco, ed avevo indugiato troppo tra le tombe). Stranamente graziati dal tempo, abbiamo potuto goderci una bella giornata quasi soleggiata, ideale per una gita di questo tipo. Sono stato contento di aver visto un posto del genere, perché difficilmente ci sarei andato per conto mio (non ne conoscevo neanche l’esistenza, d’altra parte): segnatevi questo nome per le vostre escursioni da quelle parti.
Subito dopo Glendalough, proseguendo oltre la valle, le foreste e gli alberi misteriosamente scompaiono, lasciando il posto a colline erbose ma prive di vegetazione. La strada che attraversa questo posto si chiama Hollywood Road, perché alla fine di essa si trova un piccolo villaggio chiamato Hollywood. Eppure, proprio sulle colline che ho attraversato, sono state girate le scene di battaglia di alcuni kolossal hollywoodiani (nel senso americano del termine), come Braveheart e King Arthur. Vi è stato girato anche un filmaccio fantasy, Il regno del fuoco, per il quale sono state realizzate delle finte torri medievali che poi sono rimaste lì in mezzo al nulla: la cosa assurda era che alcuni turisti si fermavano a fotografarle pensando fossero monumenti storici, per la gioia della nostra guida che li derideva.

La seconda tappa del viaggio è stata Kilkenny, luogo dove il prode Cavicca trascorse un periodo di studio alcuni anni fa. Kilkenny è una bella cittadina, con un grande castello e un parco ancora più grande che lo circonda. Il centro purtroppo è soffocato dai negozi, ma c’è comunque una bellissima cattedrale che domina il paesaggio fluviale del posto. A causa del poco tempo a disposizione ci siamo soffermati di più sul castello e sul parco; io personalmente sono rimasto stupito dal numero di persone che affollavano il giardino, e ancora di più dal numero di persone che vi praticavano sport gaelici (penso che dovrò scrivere un post sugli sport gaelici, anche se probabilmente l’unico che lo apprezzerà sarà Matteo). Si dice che a Kilkenny si produca una famosa birra, ma appunto si dice: io non ne ho idea. Mi è rimasto un po' l'amaro in bocca perché non ho potuto vedere per bene la città, che il Cavicca mi dice essere bellissima: in ogni caso è un posto che consiglio.

SPIEGAZIONE DEL TITOLO DEL POST
Oggi mi sono andato a procacciare il pranzo al Tesco (alla Tesco?). Il Tesco (la Tesco?) è una catena di supermercati britannica; di nome la conosco, ma non credo di averla mai vista in Italia (correggetemi se sbaglio). In ogni caso, ha prezzi estremamente economici: essendocene uno vicino alla scuola, verso ora di pranzo è una meta ambita (anche dai lavoratori in giacca e cravatta della zona, che però preferiscono il più prestigioso Spar).
Dunque, oggi io e un ragazzo italiano eravamo indecisi su cosa mangiare. Eravamo davanti al banco dei panini preassemblati, e commentavamo (in italiano, ahimè) le varie scelte possibili. A un certo punto qualcuno ci si avvicina alle spalle e fa: “Ah, vedo che anche voi siete irlandesi”. Mi giro e c’è un ragazzo barbuto e occhialuto: un incrocio fra Giuseppe R. del VD e il cantante dei Baustelle. Gli dico: “Eh sì, dublinesi doc”. “Bene, mi fa piacere” commenta lui prima di arraffare qualcosa dal banco frigo. Poi vado a pagare e lo perdo di vista.
Esco dal supermercato, e mi fermo fuori insieme all’italiano che era con me per soffiarmi il naso. Esce anche il secondo italiano, che si ferma proprio vicino a noi e sembra morire dalla voglia di parlare con noi. Lo accontento: “Anche tu italiano?” gli faccio. E lui, con un chiarissimo accento toscano (per la precisione livornese; purtroppo non sono stato in grado di comprenderne perfettamente le isoglosse e il ceppo linguistico originario), risponde: “Sì. Ma dove stanno gli altri? Mi dovevano aspettare qui! Mannaggia al sistema!”. E rientra nel Tesco. Io e l’altro italiano ci guardiamo perplessi; io rimugino sulla imprecazione che ho appena sentito, la cosa più livornese che riesco ad immaginare. Il livornese a quel punto esce di nuovo e annuncia: “Mi sa che so’ andati a mangiare al Burger King. Ma porca… Lo sapete che faccio? Ora vado a mangiare ‘sta roba là dentro. Tanto che mi possono fare? Mica mi mettono in galera, no?”. E se ne va.
Un apparizione surreale. L’altro italiano mi dice che parlava come quelli del Nido del cuculo. Io, essendo stato istruito da Ur III il Rocca, gli dico: “Magari era proprio uno di loro”. Quello non famoso, ovviamente.

lunedì 25 luglio 2011

TEMA: DESCRIVI IL LUOGO DOVE HAI TRASCORSO LE VACANZE

Dublino è una bella città: partiamo da questo dato di fatto. È anche una città inaspettata sotto certi punti di vista: ho scelto l’Irlanda più che altro per la gente, non per il luogo in sé. Invece Dublino è un posto che consiglierei tanto per un weekend quanto per una visita più approfondita.

In questa prima settimana ho girato il centro in lungo e in largo, visitando alcuni musei e facendomi un’idea del suo stile architettonico, ma fare il pendolare mi permette anche di dare uno sguardo ai sobborghi e alle zone meno battute dai turisti. Prima di arrivare in centro, infatti, il treno attraversa buona parte della periferia nord della città su una ferrovia sopraelevata. Questa è la zona che, se avete visto il bellissimo film Nel nome del padre, vi sarà familiare: case di mattoni tutte uguali, strade strette e putride, un generale senso di disagio. Magari evitate di andarci se siete in vacanza da quelle parti.
Sullo sfondo di questo paesaggio si staglia da un lato il porto di Dublino, con due ciminiere e alcune gru ben visibili contro il cielo grigio; dall’altro, paradossalmente, emerge lo skyline dell’Aviva Stadium, un modernissimo impianto sportivo dal design fantascientifico, che ha ospitato la finale dell’ultima Europa League. Diseguaglianze di una capitale europea.

Il centro di Dublino non è molto grande: lo potete girare tutto a piedi, senza correre il rischio di perdervi qualcosa di importante. Essenzialmente, la città si è sviluppata sulle due sponde di un fiume: su quella nord ci sono i quartieri poveri, su quella sud quelli più ricchi. Il cuore della capitale irlandese è la cosiddetta zona di Temple Bar: un posto che non raccomando. Essenzialmente è una catena infinita di pub, ma si tratta nella maggior parte dei casi di trappole per turisti che vi servono birra a prezzi folli.
Attorno a questa zona si sviluppano tutte le principali attrazioni turistiche della città. C’è il famoso Trinity College (che devo ancora visitare), la zona medievale (molto interessante, soprattutto la Cattedrale di Christchurh), il parco di St. Stephen Green (dove ad ora di pranzo troverete frotte di dublinesi impegnati in pic-nic), le vie dello shopping (Grafton Street è la quinta stada più costosa d’Europa). Voglio spendere due parole in più proprio su questa strada. Essenzialmente è una Via del Corso interamente pedonale, con i negozi di tutte le firme più famose d’abbigliamento e gioielleria. Ma, soprattutto, è il luogo dove si esibiscono gli artisti di strada a Dublino: la maggior parte di essi sono cantanti e musicisti, e fermarsi ad ascoltare le loro performance ha il suo fascino. Molti cantanti irlandesi, peraltro, hanno cominciato così (avete visto il film Once? Fatelo).

Se vi fate un giro al di fuori di questa cerchia di luoghi, potrete trovare altri luoghi interessanti. Innanzitutto i musei: in questi giorni ho visitato quello di storia naturale e quello archeologico, entrambi molto interessanti. Ieri invece ho visto quello delle cere: non ne è valsa la pena, a dire il vero, a parte per il fatto che ho visto un po’ di sbudellamenti nella “horror chamber”.

Ovviamente non si può non parlare di Dublino senza parlare dei suoi pub. Ieri ci ho pranzato in uno di questi, in pieno centro: me la sono cavata con meno di 15 euro, un prezzo onesto per dell’ottimo cibo (a base di patate e carne, ovviamente). L’atmosfera era ottima, e peraltro questa esperienza mi ha fatto capire che il Brian è una buona riproduzione di un Irish Pub.
La cosa più bella dei pub irlandesi è, a mio parere, la loro facciata esterna. Certo, dentro sono bellissimi, tutti rivestiti in legno e con un mucchio di affascinanti cianfrusaglie in esposizione. Ma l’esterno è ciò che deve attirare gli avventori: le loro vetrate, le insegne vecchie di decenni, i barili di birra su cui si appoggiano uomini in giacca e cravatta dopo il lavoro. Davvero niente male. Se non fosse per un nauseabondo odore di birra sarebbero perfetti (mi sono affacciato in un paio di pub vicino alla scuola, e solo annusando ero già ubriaco).

Poi, personalmente, impazzisco per i palazzi in mattoni tipici del nord Europa: qui a Dublino se ne vedono tanti, tutti molto simili fra di loro, tutti con grandi finestre e immancabili comignoli sul tetto. Non so, forse mi piacciono perché sono esotici per uno che viene dal Mediterraneo: però contribuiscono non poco al fascino della città. Una città che è anche ricca di spazi verdi e parchi, nonché di piste ciclabili: il bike sharing va fortissimo, e non è raro imbattersi in lavoratori che si muovono per le vie del centro usando le due ruote.

Sabato sono stato anche fuori Dublino, in posti sperduti e affascinanti fuori dal tempo, forse la cosa più simile a quello che l’Irlanda è nell’immaginario collettivo. Ma ve ne parlerò la prossima volta.

P.S. “Buona notte” in russo si scrive in un modo assurdo, ma si pronuncia “spacoini noci”. “Ciao” si dice “priviet”. Praticamente è come stare a Mosca. La cosa che più mi spaventa dei russi? Il loro amore per le armi da fuoco (il mio compagno di stanza ha un portachiavi che altro non è che il bossolo di un proiettile, e continua a chiamarlo “a souvenir from Russia”) e per la violenza (pochi giorni fa ho visto una ragazzina di 14 anni guardare il video di uno sgozzamento su Internet). Però oggi ho incontrato un russo simpatico, e mi sono fatto una cultura sul calcio russo e sulle ultime vicende di Roberto Carlos.

giovedì 21 luglio 2011

INTERESSANTISSIME CRONACHE GAELICHE

Il posto in cui alloggio mi piace talmente tanto che consiglierei a chiunque di andare a Dublino soltanto per poter visitare Malahide.

Malahide – Mullach Íde se masticate il gaelico o vi chiamate Matteo Roccarina – è un villaggio a circa quindi chilometri da Dublino, sulla costa a nord della capitale irlandese. Si gira tutto a piedi in mezz’ora, ma se ci limitiamo al centro città la visita dura una manciata di minuti: c’è un porto, un grande prato verde, alcuni simpatici negozi, qualche pub, uno Starbucks Coffee e una specie di spiaggia. Lo stile architettonico è quello tipico di quei Paesi: sì, ecco, esattamente quello cui state pensando in questo momento.

Ma dove vivo io di preciso? Beh, sto fuori dal centro, verso ovest: in pratica alla periferia della periferia di Dublino. È una tipica zona residenziale, con villette a schiera con giardino davanti e dietro, senza cancello e senza mura di cinta, ma con grandi vetrate che danno direttamente all’interno delle abitazioni. In una di queste – l’unica di colore rosa, per la precisione – vive la signora che mi ospita. Già, perché la mia “famiglia ospitante” è formata in realtà soltanto da una persona: una simpatica e tranquilla vecchietta che vive da sola con tre gatti e un cane. E, al momento, sei studenti da tutto il mondo in giro per casa.
La tipa in questione è in realtà molto affabile, e parlare con lei è piacevole. Credo che mi abbia particolarmente in simpatia per il fatto delle sigarette (vedi post precedente), quindi si intrattiene sempre a chiacchierare del più e del meno con me. Io ne sono contento, perché parlare con una madrelingua è la cosa migliore che posso fare da queste parti.
Ancora meglio mi è andata qualche sera fa: la signora aveva due ospiti, due amiche che vivono nei paesi vicini. Mentre cenavo loro parlavano dei fatti loro, e io mi sono stupito di riuscire a seguire le loro conversazioni. Poi ovviamente siamo usciti a parlare dell’Italia, della crisi economica e di Berlusconi (ovviamente male: una delle signore voleva sapere perché gli piacciono così tanto le donne…). Insomma, è stata una cosa davvero simpatica.
Piccolo dettaglio culinario: la signora cucina spesso pasta. Pasta condita con sughi improbabili, certo, ma almeno è pasta! Ieri mi ha fatto un piatto tipico dublinese (patate bollite, carote, cipolle e salsicce) che ho apprezzato molto.

A questo punto tutti voi vi starete chiedendo come diavolo faccio ad arrivare a Dublino. Beh, diciamo che sono abbastanza fortunato: Malahide è il capolinea settentrionale della cosiddetta DART, un sistema ferroviario che attraversa Dublino e i suoi sobborghi da nord a sud; inoltre, per Malahide, passa anche la Northern Commuter, qualcosa di analogo ma con meno fermate (e quindi un po’ più veloce). Dublino, purtroppo per me e per i miei studi, è priva di una rete di metropolitana nel senso tradizionale del termine, ma devo ammettere che viste le sue dimensioni ridotte non ne ha bisogno: la DART e la Commuter bastano e avanzano.
Ogni mattina quindi mi faccio circa dieci minuti a piedi per raggiungere la stazione di Malahide, per poi trascorre i successivi trenta minuti in treno, fino a Pearse Station; da lì alla scuola, poi, sono altri dieci minuti di cammino. Sembra una cosa assurda e lunghissima, però considerate che è meno di quanto impiego tutti i giorni a Roma per andare all’università: la cosa, almeno per ora, non mi pesa, e mi piace guardare gli altri pendolari in treno.
Treni che, soprattutto nel caso della Commuter, sono spettacolari, pulitissimi, comodi e, anche nelle ore di punta, sempre abbastanza silenziosi. La gente non ama parlare, quasi tutti preferiscono la musica o il giornale. Niente, il mio studio antropologico dei dublinesi pendolari finisce qui.

Ma come avrete intuito ci sono altri studenti con me in casa. Chi sono questi oscuri individui? Beh, sono tutti minorenni (tranne una di 18, gli altri hanno tutti tra i 15 e i 17 anni). Degli altri cinque che oltre a me attualmente si trovano qui, quelli di qualche interesse sono solo tre. 1) Il canadese. Viene dalla parte francese, ma parla inglese meglio di un laureato ad Oxford. Francamente non capisco cosa ci faccia qui, ma è il più simpatico della compagnia e ha un buon senso dell’umorismo. 2) La taiwanese. C’è una impressionante comunità proveniente da Taiwan da queste parti. La ragazza in questione si trova nel mio stesso gruppo di studio ed ha il mio identico livello linguistico, quindi riusciamo a parlare e capirci abbastanza bene. È rimasta totalmente stupita dal fatto che in Italia i film vengono doppiati in italiano, e dal fatto che in Europa i negozi chiudono di notte (dettagli che creano atmosfera). 3)Il russo. È il mio terribile compagno di stanza. Dice di fumare da quando aveva 10 anni, però a quanto pare non beve vodka (mah). La cosa peggiore di lui però non è questa, ma il fatto che non parla una parola di inglese: vi giuro, mi parla in russo come se io potessi capirlo. Devo ammettere che in pochi giorni la situazione è migliorata, e ora riesco quantomeno a capire cosa mi dice. Peraltro, ora so dire “buona notte” in russo, il che nella vita può sempre tornare utile, no?

Ok, questo per quanto riguarda la mia sistemazione e i miei compagni di casa. “Ma qualcosa su Dublino no?” direte voi. Certo, ma nelle prossime puntate. Con acqua Prata.

martedì 19 luglio 2011

PROLOGO AL MIO VIAGGIO A DUBLINO

Scrivo questo post da una caffetteria, e già questo è per certi versi incredibile. È la caffetteria più squallida di tutti i tempi, certo, ma anche questo fa parte dell’esperienza.

Mi trovo a Dublino da due giorni, ma sembra già passata un’eternità. Visto che la connessione wi-fi della scuola miracolosamente sembra funzionare alla grande, ho deciso di dare vita ad un mio sogno nel cassetto: quello di raccontarvi un po’ quello che succede da queste parti. Una delle molle che mi spinsero nel gennaio 2010 ad aprire il blog, dopotutto, fu il desiderio di raccontare quello che avevo visto poco tempo prima a Bilbao. Proviamo a vedere cosa ne esce fuori.

Di cose da raccontare ne ho tante, soprattutto se rapportate al poco tempo che ho trascorso qui. Comincerò in ordine cronologico, raccontando il prologo del mio viaggio.
Sabato scorso, nel pomeriggio, mi sono fatto coraggio e ho chiamato la signora che mi avrebbe dovuto ospitare per tre settimane in terra irlandese. Risponde al terzo tentativo: dalla voce capisco subito che è piuttosto anzana, ma fortunatamente parla piuttosto piano e riesco a capire tutto (con mia grande sorpresa). Poi, improvvisamente, LA domanda. “Luigi, do you smoke?”. Piuttosto perplesso, rispondo: “No, I don’t smoke”. E lei, dopo un attimo di esitazione, mi fa la richiesta più assurda che io potessi immaginare: mi chiede di portarle due stecche di Marlboro Rosse dall’Italia, perché in Irlanda i prodotti da fumo costano il doppio. Ora, provate ad immaginare la scena di me che vado dal tabaccaio e compro delle sigarette. Anzi, due stecche di sigarette. Riuscite a concepire qualcosa di più surreale?
Vado dal tabaccaio di San Vito e faccio l’ordinazione, ricevendo anche due accendini in omaggio. Per sdrammatizzare la situazione (quando devi pagare 94 euro per delle cose che ti uccideranno la situazione è sicuramente drammatica), dico al tabaccaio dove sono dirette quelle sigarette. Ci facciamo due risate.
Pensate che mi ero anche informato su Internet sulla possibilità di trasportare sigarette in aereo. Sappiate che nell’Unione Europea (finché ne facciamo parte) potete portare fino a quattro stecche senza alcun problema. Oltre quella soglia, la scusa dell’uso personale potrebbe non bastarvi…

Assolte queste questioni, rimaneva una grande paura: quella di perdere la valigia. Era la prima volta che ero costretto ad imbarcare la valigia: e la prospettiva di aspettare a Dublino un numero imprecisato di giorni senza la mia roba, spedita per sbaglio in quel di Brisbane, non mi allettava. Per fortuna, nonostante racconti terrificanti sentiti da più voci, questo volta tutto è andato bene. C’è sempre il ritorno però.
Sappiate però che il Charles de Gaulle di Parigi è un pessimo aeroporto. Sapete qual è l’aeroporto più bello in cui sono mai stato? (non che sia stato in così tanti aeroporti in vita mia) Quello di Santander: una hall, quattro gate, un bar, e la presenza inquietante della Guardia Civil. Nient’altro: semplice ed essenziale.

Beh, poi sono arrivato all’aeroporto di Dublino e un simpatico irlandese ha raccattato me e un dodicenne arabo per portarci alle rispettive case. E per la prima volta in vita mia ho provato l’ebbrezza della guida a destra. Vi dico solo che stavo per entrare in auto dalla portiera sbagliata… Ma il massimo è stato quando il tizio ha imboccato una rotonda dal lato sbagliato: uno shock, davvero. Comunque con l’autista ho avuto il mio primo assaggio di inglese, cavandomela abbastanza bene.

Infine, sono giunto alla mia destinazione: Malahide, quindici chilometri a nord di Dublino. Il posto dove pernotto da due giorni con altri cinque studenti, una donna irlandese, tre gatti e un cane, e che sarà casa mia fino al 6 agosto. Ma la descrizione di questo villaggio merita un post a parte.

Aggiungo solo una cosa: mi sono rotto di minorenni che mi sfruttano per comprare sigarette/alcool. Emmobastaperò!

domenica 3 luglio 2011

NON CI SONO PIÚ I CARTONI DI UNA VOLTA

Questo post, a dispetto di quanto potrebbe far pensare il titolo, non è uno dei miei ennesimi post nostalgici, di quelli del tipo “come passa il tempo” o “aridatece il 1999!”. È invece un post in cui vi faccio partecipi di una riflessione che mi è scaturita da un fatto concreto.

In questi giorni, al termine di una faticosa giornata di studio, io e mio fratello ci divertiamo a rievocare alcuni aspetti della nostra infanzia. Generalmente ripensiamo ai prodotti dell’industria culturale che hanno segnato i nostri primi anni di vita (“prodotti dell’industria culturale”? Ma come parlo?), e in modo particolare ripensiamo alla roba che vedevamo in televisione (cartoni, serie tv, film) e ai videogiochi (che, stando a quanto affermato nel post precedente, sono cultura). Visto che siamo in un ambiente web 2.0, e visto che si sono presi la briga di inventare Youtube e Wikipedia, le nostre ricerche partono da qui.

L’altra sera siamo finiti, seguendo il gioco dei link, a rievocare le vecchie produzioni Disney che tanto ci hanno deviato, portandoci ad essere, in fin dei conti, quello che siamo adesso. Alcuni di questi prodotti li vedevamo sulla Rai, altri sul satellite, ma credo che fra repliche e controrepliche siano bene o male noti a tutti quelli della nostra generazione. Vi faccio qualche nome, e vi metto qualche link: fra le sitcom Crescere che fatica e Quell’uragano di papà, fra i cartoni animati i capolavori Ecco Pippo! e soprattutto Duck Tales (con lo spin-off cinematografico Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta). Potrei continuare, ma mi fermo qui.

Anche a distanza di anni (molti anni: sono produzioni della prima metà degli anni ’90), queste cose conservano ancora il fascino di una volta. Sicuramente l’effetto nostalgia gioca la sua parte: magari alcuni di voi non li hanno mai visti e in questo momento si staranno ponendo la stessa domanda udita in Star Whores (“Ma come cazzo fa a piacerti, oh?”. È un inciso utile solo a confermare uno dei motivi di interesse di Matteo per il mio blog). Al di là di questo, comunque, credo che questi cartoni e questi telefilm fossero anche di ottima qualità. Allora non me ne potevo certo accorgere, ma rivedendoli oggi mi rendo conto che non sono invecchiati affatto (a parte per le ridicole mode anni ’90). Quel che intendo dire è che mi sembrano ben fatti sia tecnicamente – vedi la grafica dei disegni, per i cartoni – che sotto il profilo contenutistico – Crescere che fatica affrontava un sacco di temi, che si facevano sempre più seri man mano che i protagonisti crescevano, senza tralasciare però le risate; Quell'uragano di papà conteneva più di una frecciata allo stereotipo dell'uomo americano. I Duck Tales, poi, hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella mia formazione: adoravo quei cartoni, con dei personaggi fantastici impegnati in avventure mirabolanti. Per un bambino era davvero il massimo: non li avrei scambiati con niente al mondo.

Mi sono accorto che non sono l’unico a pensarla così: i commenti di Youtube, in questo senso, sono stati piuttosto consolanti. Youtube, sotto certi punti di vista, è il paradiso per il nostalgico medio (in tutti i sensi: vedi il post di Matteo): contiene di tutto, e la gente finisce con l’aggregarsi per parlare delle proprie passioni. Nei video che vi ho linkato la cosa è lampante: i commenti sono quasi tutti sulla falsariga del “Oddio che bello avevo 5 anni li adoravo”, del “Ridatemi la mia infanzia” o del “Non riuscivo a vivere senza”. Il mio commento preferito è nel video di Ecco Pippo!: un tipo ha scritto che ogni sera, prima di andare a dormire, si faceva le avventure mentali con lui che era il figlio adottato di Pippo. Geniale.

E poi c’è un’altra categoria di commenti, che suona più o meno così: “Che belli che erano i cartoni di una volta, non come quelli che si vede ora mio fratello/cugino/nipote”. Ecco, questa cosa mi ha dato da pensare. Che differenza c’è tra i cartoni di allora e quelli di oggi? Premetto subito che non posso rispondere con esattezza a questa domanda, e per un motivo molto semplice: io i cartoni di oggi non li conosco. Li ho intravisti, soprattutto attraverso le loro incarnazioni da merchandising, e me ne sono fatto un’idea altamente superficiale. Però un’impressione a pelle me la danno: mi sembra che ci sia stato un impoverimento generale. Da un lato la qualità tecnica è scaduta, con un ricorso sempre più ampio (e deleterio) al digitale e un design troppo spigoloso e appuntito. Dall’altro mi sembra che a livello di contenuti si voli sempre più basso, specialmente nell'ambito dei telefilm. Ripeto, è un discorso superficiale e generalizzato.

La cosa pare aver colpito soprattutto la Disney, che tanto ha reso felice la mia infanzia. Viste da fuori, cose come Hannah Montana mi sembrano non solo brutte, ma anche vagamente pericolose visti i modelli che propongono. Per tacere dei cartoni, che a partire dai primi anni 2000 sono andati precipitando sempre di più nell’abisso (tant’è che per un periodo – speriamo finito – anche i Classici Disney ci hanno rimesso).

Ma perché tutto questo discorso? Beh, io ripeto sempre che molti cartoni sono quasi più godibili dagli adulti che dai bambini. Vero, però ciò non toglie che i cartoni siano dedicati soprattutto ai più piccoli. E costituiscono, a mio parere, un importante strumento educativo. Non voglio imboccare una pericolosa china pedagogica, però sono convinto che una buona fruizione dei cartoni animati possa avere effetti benefici sulla formazione di un bambino. E in questo settore la Disney è stata maestra. In tal senso, mi sembra che i cartoni di una volta (alcuni, non tutti) riuscissero meglio in questo intento: non erano solo un divertimento e uno spasso, ma trasmettevano anche dei valori. Oggi, invece, mi sembra più che altro che vengano alimentati i disvalori già latenti nella società. Come dire: oggi sono i cartoni che inseguono i bambini. E non credo che questo sia un bene.

E vai con la psicologia spicciola! Questo post in mente mi sembrava bello, ma poi scritto mi fa quasi pena. Non sono sicuro di essermi espresso bene (ce l’ho molto meno con la Disney di quanto non sembri da questo post), adotto argomenti semplificatori e quasi populisti, e vi giuro che il succo non è “Ai miei tempi le cose funzionavano meglio”. L’idea alla base del tutto è che, forse, per costruire un futuro migliorare bisognerebbe migliore l’educazione dei più piccoli, che il futuro lo faranno. E partire dai media – che ora come ora la cultura la veicolano – non sarebbe una cattiva idea.

Forse è anche per questo che mi sta venendo in mente di diventare uno scrittore per ragazzi.

lunedì 20 giugno 2011

PROFEZIE CHE SI AVVERANO

Negli ultimi tempi sto notando dei segnali. Forse sono io che interpreto male gli eventi, forse sono di parte, forse non ci capisco niente. Però gli indizi ci sono tutti.

Si tratta ancora una volta di videogiochi, però vi prego di non smettere di leggere. Sapete, ho questa strana idea in testa: che i videogiochi, in un futuro molto prossimo, saranno riconosciuti come una forma di cultura e manifestazione del pensiero; al pari – per dirne una – del cinema. Non credo che saranno mai arte (forse neanche il cinema lo è. Non tutto il cinema, almeno), però cultura sì, lo diventeranno.

In realtà i videogiochi – ma sarebbe più corretto dire alcuni videogiochi – una forma di cultura lo sono già. Il problema è che la gente non percepisce questo fatto: per la maggior parte delle persone i videogiochi sono ancora – scusate il gioco di parole – semplici giochi, oggetti usati dai bambini per divertimento o per essere tenuti a bada in assenza dei genitori. Una concezione che poteva andare bene venti anni fa (ma nel 1991, venti anni fa, usciva Monkey Island 2. Tanto per dire un nome che confuta questo ragionamento populista), e che oggi, viste le evoluzioni, va terribilmente stretta al settore.

Quello che manca, allora, è una cultura del videogioco. Dove per cultura del videogioco intendo quella cosa che circonda i videogiochi e fa sì che essi siano percepiti come un prodotto culturale, e non come un semplice divertimento per ragazzi. Ad esempio, una società con una cultura del videogioco sviluppata produce ottime voci su Wikipedia relative ai videogiochi (questo serve a farti capire, Matteo, quanto strada deve fare it.wiki). Ma non solo: una società del genere parla di videogiochi diffusamente, e non la considera una tematica da nerd.

Ecco, vi faccio un parallelo: in una società con una cultura del videogioco sviluppata si parla di videogiochi come si parla, nella nostra, di cinema. Ecco allora che i quotidiani ogni tanto parlano delle ultime uscite, di cosa ne pensa la critica, di quanto vendono; oppure degli amici si incontrano e parlano – senza dover abbassare la voce – degli ultimi videogiochi cui hanno giocato; o ancora per strada ci si imbatte nelle locandine dei prossimi blockbuster videoludici. Fantascienza, vero? Di più: fantascienza nerd.

Però, come dicevo in apertura, secondo me si tratta di un processo inevitabile. A supporto della mia teoria c’è una semplice evidenza: il numero di persone che hanno giocato (o giocano) ai videogiochi cresce sempre di più. Fra vent’anni, la gran parte della popolazione saprà di cosa stiamo parlando. Certo, ci saranno quelli cui non piacerà videogiocare: ma mica a tutti piace andare al cinema, no?
Questa rivoluzione – ma credo sia una semplice evoluzione – sta cominciando ora, nell’epoca che ci stiamo trovando a vivere. Proprio in questi mesi, forse in questo anno. E io vedo i famosi indizi di cui sopra.

Corriere.it – se non il più autorevole, uno dei più visitati siti d’informazione giornalistica – ha un blog dedicato alle nuove tecnologie. Sempre più spesso il giornalista che lo cura (un nerd pauroso, mio idolo a vita) parla di quella che – si capisce ad occhio, e dalle magliette che indossa – è la sua vera passione: i videogiochi. E lo fa con cognizione di causa, senza tutti quegli stereotipi da servizio-del-Tg5-sulla-violenza-dei-videogiochi. Recentemente ha detto che gli piace Grim Fandango: cioè, un giornalista che dice che gli piace Grim Fandango. Wow.
La cosa interessante è che non solo su questo blog si parla di videogiochi, ma ci sono anche diversi commenti ai post. Scritti da videogiocatori, si intende. Non sono tantissimi, ok, ma è pur sempre un inizio. Il semplice fatto di avere una rubrica fissa su questo argomento, a mio parere, è segno che qualcosa sta cambiando.
Rimanendo nel settore giornalistico, noto che anche L’Unità ha una sezione analoga, e forse anche qualche altro sito. Di certo, Il Post (ottimo sito, straconsigliato) di videogiochi ne parla di tanto in tanto: e anche qui fioccano commenti e interventi del pubblico.

E cosa leggo, poi, sul sopracitato blog del corriere? I risultati di un’indagine condotta negli Stati Uniti, volta a delineare il profilo socio-demografico dei videogiocatori. I risultati sono sorprendenti (ma non troppo): l’età media è 37 anni (37!), e ben il 42% dei videogiocatori è in realtà una videogiocatrice (il 42%!). Non può che essere una buona notizia: vuol dire che i videogiochi stanno progressivamente diventando mainstream.

Poi ci sono segnali più deboli, ma che comunque mi rallegrano. Penso a un editoriale di Adventure’s Planet (sito italiano dedicato al più bel genere di videogiochi che esista, le avventure grafiche), che trasuda cultura del videogioco da ogni poro. Così come a piccolissimi segnali che ho intravisto su Wikipedia (una buona cartina tornasole della situazione).

Certo, poi uno vede un qualsiasi spot della Wii e capisce che questa è tutta fatica inutile. La gente vuole videogiochi stupidi, possibilmente con inutili periferiche che devono essere agitate per l’aria, senza una trama e senza emozioni. Peggio per loro: non sanno quello che si perdono.

Un bello sproloquio, non c’è che dire. Sembra quasi scritto da un videogiocatore incallito. E invece non gioco a un videogioco da un bel po’ (fatta eccezione per brevi sessioni negli ultimi due mesi). Ora, per alleggerire questo post, ecco due cose che non c’entrano niente.

PRIMA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Sabato sera a casa di Giulia abbiamo giocato a un gioco sempreverde. Non credo abbia un nome, ma lo conosciamo tutti: ognuno scrive su un foglio un pezzo di una storia (lui, lei, dove, cosa fanno, cosa dice lui, cosa dice lei), poi si passa di mano e alla fine escono cose assurde. Vi voglio regalare uno dei risultati prodotti delle nostre menti deviate: «Francesco (mio fratello) / e Margherita Hack / sulla torre di Pisa / fanno battute zozze, ridendo in modo sguaiato / lui dice: “Un Ufo!” / lei dice: “Dieci punti in meno a Grifondoro!”»

SECONDA COSA CHE NON C’ENTRA NIENTE
Avete visto cosa è successo domenica? Pontida e tutto il resto? Volete sapere perché Bossi non ha fatto cadere il governo? Ve lo dico io: ha avuto paura. Lo ha visto nella folla e ha avuto paura. Probabilmente lo guardava dritto negli occhi, come solo lui sa fare. Ebbene sì, signori, ho le prove: l’Oscuro Signore di Lariano™ era a Pontida, al raduno della Lega. Guardate per credere!
Dai, dagli occhiali in giù è uguale. (Livio non ti arrabbiare, ti supplico!)

martedì 14 giugno 2011

LA BOCCIATURA

Ieri, per la prima volta in vita mia, sono stato bocciato ad un esame. Di più: sono stato bocciato alla prima domanda, senza possibilità di appello. Rapido e indolore, devo dire.
Non sapevo la risposta alla domanda, lo ammetto. Ho provato a inventare qualcosa – come faccio sempre in questi casi – e il prof. mi ha cacciato, anche in modo abbastanza brusco. La cosa che più mi dispiace non è tanto il fatto che avevo studiato (e anche molto), né che avessi frequentato sempre il corso durante il semestre, né che non mi sia stata fatta una seconda domanda. La cosa che più mi innervosisce è il dover perdere tempo. Che palle, dovrò ristudiarlo da capo.

Una cosa che mi ha colpito è stato lo stupore della gente. E anche l’affetto. Ho ricevuto diverse telefonate e molti incoraggiamenti. A volte pure eccessivi: sembrava quasi mi fosse morto qualcuno (uno ha esordito dicendo: “Come stai?”)… Però mi hanno fatto molto piacere, davvero.
Più di tutti, però, ha fatto Valeria. E qui, nei film, ci sarebbe una dissolvenza in nero e uno stacco di telecamera.

In realtà, però, questa non era la prima volta che venivo bocciato, ma la seconda. La prima volta vera e propria fu a un preappello scritto di Macroeconomia. La storia è talmente divertente che vale la pena di essere raccontata di nuovo. Arrivo in classe e la prof. sta consegnando i compiti. I risultati sono agghiaccianti: in pochi hanno superato il 18, e la maggior parte dei miei compagni staziona tra il 12 e il 15. Arriva il mio turno, vado alla cattedra, e la prof. mi fa (sorridendo): “Beh, non sei andato benissimo”. Il voto era 9. 9 su 30. Fu il voto più basso dell'intero appello: manco in doppia cifra... Olé!

Per sdrammatizzare, poi, il Padrino™ mi ha raccontato un aneddoto su una sua bocciatura. Esame di chimica, programma immenso, professore cattivo. Il Padrino™ si avvicina, e fa per sedersi sulla sedia. È ancora in sospensione quando il professore gli fa una domanda assurda: lui rimane fermo, ancora mezzo in piedi, ci pensa qualche secondo e poi, senza neanche sedersi fa: “Arrivederci”. Dovreste sentirlo raccontato da lui, gente.

Poi vabbé, oggi ho fatto un altro esame e ho preso 30, ma i due programmi non sono neanche lontanamente paragonabili.

La bocciatura è un nome perfetto per un gruppo rock-alternativo, non trovate?

lunedì 6 giugno 2011

LA CONGIURA DI PRATO FIORITO

Scrivo questo post per distruggere le vostre certezze. Sono recentemente entrato in possesso di informazioni incredibili che potrebbero seriamente destabilizzare il vostro subconscio, quindi vi prego di adottare tutte le cautele necessarie prima di continuare la lettura di questo post.

Il fatto è che la Microsoft ci sta fregando tutti. Uno ad uno. E la colpa è tutta di Prato fiorito. Ma sì, ve lo ricordate? Una volta si chiamava Campo minato: poi una svolta politcally correct gli ha affibbiato questo nome da educande. Ora vi dimostrerò che non sto parlando a vuoto.

Fate un esperimento per il bene della scienza. Aprite Prato fiorito, ora. Ci siete? Bene, cliccate col tasto sinistro su una qualsiasi casella. Fffatto? Ok, ora cominciate una nuova partita premendo F2, e cliccate su una nuova casella a caso. E poi fatelo ancora, e ancora, e ancora.

Notate qualcosa di strano? No? Beh, ve lo dico io allora: al primo colpo non beccate mai una mina (o un fiore). Mai. Strano, non trovate? Non bisogna avere una laurea in statistica per capire che le probabilità di beccare sempre una casella buona al primo colpo sono nulle. Dopotutto, dal secondo tiro in poi, molto probabilmente verrete fatti fuori in un batter d’occhio. E allora ecco la mia teoria: Prato fiorito ci frega, impedendoci di morire al primo colpo. Gioca slealmente, spingendoci ad andare avanti, facendoci credere che si può fare. E poi ci distrugge.

Ho elaborato questa teoria quasi per scherzo, mentre mi esercitavo per un esame di informatica. Poi, come un qualsiasi giovine dei nostri tempi, ho chiesto lumi a Wikipedia. Non l'avessi mai fatto.

Innanzitutto, ho scoperto cosa sono quei numeri che compaiono sotto alle caselle. Il punteggio, direte voi. Era quello che pensavo anche io. E invece no: l’unica forma di punteggio presente nel gioco è il tempo con cui riuscite a completare il quadro (se riuscite a completarlo). Quei numero indicano il numero di mine presenti nelle caselle adiacenti a quella che contiene la cifra. Il che trasforma il gioco in qualcosa di razionale, a pensarci bene.

Ma, poco più sotto, i miei occhi cadono su un’altra frase. Cito testualmente: “se tale primo clic cade in corrispondenza di una mina, il tracciato viene istantaneamente modificato (seppur in minima parte) per far sì che il primo clic del giocatore sia sempre a lui favorevole, e quindi cada su una casella libera da mine”. Pazzesco.

Oh ragà, questo non è solo un post per nerd. La questione apre degli orizzonti filosofici infiniti, con temi come lo strapotere delle macchine sull’uomo, le illusioni della realtà e la voglia di vincere tipicamente umana. O forse no.

In ogni caso, ascoltatevi Welcome Home di Radical Face

P.S. Prato Fiorito è un nome perfetto per un romanzo fantasy adolescenziale di ambientazione pseudo-medievale. Ed è anche il nome di una frazione di Roma. Ma questa è solo una coincidenza.
 
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