lunedì 26 settembre 2011

C'ERA UNA VOLTA UNA CHATTA

Il mio ritorno a Roma, avvenuto ieri, è coinciso con il mio grande ritorno su Msn, da cui mancavo da diversi mesi. Come? Eh? Emmesseche?
Ormai uso Msn soltanto per un motivo, o meglio per una persona: quando torno a casa la sera mi sento con Valeria in chat, dal momento che con la pennetta 3 che uso a Roma non mi posso permettere Skype. Non è che mi interessa parlare con altra gente, in realtà, quindi non mi lamento; però anche volendo la mia scelta sarebbe obbligata: praticamente lei è l’unico contatto in linea che mi ritrovo. Qualche volta – ma raramente, e solo per qualche secondo – si connette qualcun altro: ma si tratta di eccezioni piuttosto irrilevanti.

Io ho una sessantina di contatti (un tempo ero sulla novantina, poi ho effettuato un’epurazione di massa), eppure tutti loro sembrano aver abbandonato Msn. Ieri scorrevo la lista, cercando di risalire all’ultima volta che avevo visto in linea la tal persona, o addirittura all’ultima volta che ci avevo parlato. In entrambi i casi, il periodo di tempo era misurabile in mesi; ma per qualche mio contatto credo si possa anche parlare di anni.

So che sto dicendo una cosa banale, perché molti dei miei amici mi dicono la stessa cosa, però le cose stanno proprio così: Msn sta morendo. E a me dispiace tantissimo, perché per un periodo della mia vita (ultimi due anni di liceo/primi due di università, più o meno) è stato il principale strumento di comunicazione con i miei coetanei, forse il primo vero social network della storia. Pensateci un attimo: quando avete cominciato ad usarlo? Io, personalmente, mi iscrissi nel 2006: dopo alcune reiterate richieste da parte di Perroni alla fine capitolai. All’inizio avevo tre contatti: Andrea, Fratta e Jacopo, cui si aggiunse dopo un paio di mesi (più o meno intorno al suo compleanno, se non erro) Matteo il Rocca. Erano anche i primi tempi che avevo una connessione Internet, ed ero talmente inesperto che arrivai a porre al Fratta la seguente, storica domanda: “Ma per usare Msn devo stare collegato ad Internet?”

Sembra una vita fa, eppure sono passati “solo” cinque anni. Oggi chi usa Msn è considerato un dinosauro, una specie di bizzarra anomalia temporale: Facebook lo ha rimpiazzato in tutto e per tutto, spazzandolo via dalla galassia cybernetica. Ho incontrato gente che non ricorda più la password per Msn, e che mi ha detto che non gli serve più a nulla, “tanto c’è Facebook”. Questo mi fa nascere nella mente una riflessione, anch’essa piuttosto banale: non vi sembra che la tecnologia avanzi ad un ritmo troppo veloce? Non sto dicendo che sono contro lo sviluppo tecnologico (per carità!), ma solo che le novità si susseguono l’una dopo l’altra senza darci il tempo di abituarci. Quando ero piccolo io mi vedevo le cassette su Vhs, che esistevano già da una decina d’anni; il lettore Dvd, invece, è durato meno di un decennio, subito superato dalla tecnologia Blu-Ray. Stessa cosa nel mondo di Internet: la vicenda di Msn è emblematica da questo punto di vista.

Forse aveva ragione quel video che prendeva in giro Facebook, quando diceva “Non faccio in tempo ad imparà a usà MySpace che subito me dicono de farme Facebook”. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’avvento di Google+, un nuovo social network destinato ad ingaggiare una dura lotta con Facebook nei prossimi tempi. Matteo mi ha invitato su Google+ quando ancora era elitario, eppure io sono tuttora indeciso se farmelo: da un lato mi affascina, visto che lima molti difetti di Facebook, dall’altro non ne sento un reale bisogno, non avverto la necessità di entrare nel magico mondo dei social network. Boh, forse alla fine lo proverò e poi, se non mi piacerà, mi cancellerò (definitivamente, visto che lì, a differenza di Facebook, è consentito).

Ora come ora, questa nuova battaglia a colpi di socialqualcosa mi sembra avere solo due effetti: il copia-incolla di caratteristiche tra i due colossi, messo in pratica soprattutto da Facebook in reazione al nuovo nemico; e il proliferare di nuove funzioni più o meno rivoluzionarie e utili, create al solo scopo di restare vivi e competitivi nel settore (quelle annunciate recentemente da Facebook, francamente, mi fanno rabbrividire; e condivido – termine che va di moda – uno dei commenti all’articolo che vi ho linkato: “La più grande operazione di schedatura volontaria di massa”).

Vabbè, questo è uno di quei soliti posti in cui mi atteggio senza motivo a gran conoscitore dei media digitali, e in cui risulto vagamente snob. Ve lo alleggerisco nel finale: il titolo del post (e il suo contenuto in realtà) mi sono stati ispirati da una canzone contenuta nell’ultimo album di Daniele Silvestri, intitolata La chatta. Ascoltatela: vi strapperà una risata, ma vi farà anche pensare a come corrono i nostri tempi.

lunedì 5 settembre 2011

MANIFESTO

L’estate stava lentamente volgendo al termine, tirandosi dietro le ultime giornate di sole e gli sciami di turisti affamati. L’aria cominciava ad assumere un sapore diverso, forse effetto della limpidezza eccessiva che colorava il panorama o delle piogge che presto si sarebbero abbattute sulla regione, anticipate dalle grandi e potenti raffiche di vento di quei giorni.

“Settembre è il mese migliore da inserire nel titolo di un libro” pensò Luigi di punto in bianco. Non a caso, in quel tempo, stava leggendo Le luci di settembre: Luigi aveva capito subito, senza neanche aprirlo, che aveva fra le mani qualcosa di buono; con un titolo così epico, semplice ma perfetto allo stesso tempo, non poteva che essere così. Un suo amico avrebbe detto che settembre è il mese ideale per il ripensamento sugli anni e sull’età e su tutto il resto. Luigi in realtà pensava che qualunque mese fosse adatto per una riflessione del genere, quindi scartò l’idea: non era quello l’argomento di cui voleva parlare per il suo ritorno sul blog, dopo un mese di lontananza dovuto alle vacanze estive (“E tromba de meno e scrivi più post!” avrebbe detto ancora una volta quel suo amico). L’ultimo aggiornamento, dopotutto, era stato scritto addirittura in Irlanda: ma si sa, agosto non è un buon mese per Internet.

Forse avrebbe potuto scrivere delle sue vacanze: avrebbe potuto inserire la descrizione delle uscite serali, della pastata a casa Cavicca, del Ferragosto con tanto di primo (mezzo) bagno di mezzanotte della sua vita, della gita in barca dietro alla montagna, delle serate canore, dei TeleFunk’n, del Rocca che lo convinceva a farsi Google+ (a settembre però) e di tante altre cose che non gli venivano in mente in quel momento. Poi pensò che ciò che più gli stava a cuore – le due settimane di vacanza con Valeria – non era descrivibile a parole: e che, in fondo, erano anche fatti suoi.

Lo sguardo gli cadde su un foglio che da un paio di giorni albergava sulla sua scrivania. Luigi lo osservò bene: era una pagina di quaderno, strappata dal suo contenitore originario, su cui qualcuno aveva disegnato qualcosa. A prima vista sembrava solo un semplice scarabocchio, un disegno infantile di un mostro o comunque qualcosa senza un significato apparente. Luigi sapeva, invece, che non era così. Prese il foglio fra le mani e lo osservò per bene. “Dovrebbe venire proprio un bel lavoro” pensò “Devo solo cominciare, poi i dettagli verranno da sé”. E, improvvisamente, gli venne l’idea per il post.

Avrebbe scritto ancora una volta della sua vocazione letteraria, forte come non mai in quel momento, luminosa come un faro a picco su una scogliera nella notte del mondo. Avrebbe cominciato parlando del romanzo che aveva ultimato qualche mese prima, L’ultima partita: tra la fine di agosto e l’inizio di settembre se lo era riletto tutto, trovando altri errori e incongruenze, ma pensando che in fin dei conti non era poi così male. Poi aveva battuto al computer gli errori segnalati dai suoi fidi correttori di bozze, ottenendo così la stesura definitiva del libro. Proprio in quei giorni, poi, si era informato riguardo le case editrici che potevano fare al caso suo (o per le quali lui poteva fare al caso loro), e inoltre aveva preso informazioni sulla registrazione dell’opera alla SIAE: un’operazione piuttosto costosa, ma che serviva a far sparire dalla sua testa le tipiche paranoie da scrittore emergente.

Ecco, sarebbe partito da un caso particolare – quello de L’ultima partita – per poi allargare il discorso ad una tematica più ampia: il suo stile e la sua collocazione nell’oceano della narrativa. Avrebbe scritto che le poche persone che avevano letto quel libro gli avevano dato un parere unanime: il romanzo non era male, no, funzionava, era persino intrippante in qualche punto. Ma come libro per ragazzi. Gli adulti, probabilmente, non lo avrebbero trovato così interessante. Luigi ripensò a quei pareri: ricordò come in un primo momento fosse rimasto interdetto, stupito dall’essere riuscito a scrivere un libro per ragazzi senza volerlo. Forse era anche un po’ deluso, almeno all’inizio. Poi però aveva cominciato a riflettere. “Essere uno scrittore per ragazzi? E perché no?” si era detto. In fondo, non era sempre stata quella il tipo di letteratura che gli era piaciuta? La cosa poteva avere molti spunti interessanti: poteva dare libero sfogo alla fantasia, per esempio; poteva provare ad intercettare gli umori di un pubblico meno esigente di quello adulto; poteva persino tentare, in un delirio di onnipotenza, di riportare le opere per ragazzi ai livelli da lui tanto vagheggiati in un post precedente. Insomma, era una bella scommessa.

Nel post avrebbe dovuto indicare dei modelli, qualcuno cui ispirarsi. Gli venne in mente subito – ma forse solo perché lo stava leggendo in quel periodo – Carlos Ruiz Zafón, che aveva cominciato proprio come scrittore per ragazzi. Ma perché non rifarsi anche ai grandi del passato? Ogni tanto gli veniva da pensare a Robert Louis Stevenson, che peraltro era il maestro sommo in quello che Luigi aveva scoperto essere il suo genere preferito, l’avventura (grafica?). E poi c’erano i grandi parallelismi con il cinema. Gli piaceva pensare alle sue future opere come a certi film di Steven Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Jurassic Park… Magari avrebbe potuto citare anche l’imminente Super 8, così avrebbe potuto annunciare pubblicamente che intendeva andarlo a vedere quanto prima per scriverne una recensione su Attraversamento Cojoti. Sì, ci avrebbe messo anche quello. E magari avrebbe fatto qualche riferimento agli immancabili videogiochi, Monkey Island, Broken Sword, eccetera eccetera.

Ecco, ora le sue fonti di ispirazione c’erano praticamente tutte. Luigi si chiese se servisse altro, nel terzo millennio, per diventare un buon scrittore per ragazzi. Per come la vedeva lui quello era un buon punto di partenza: poi bisognava vedere se c’era il talento, ma quello era un altro discorso.

Chissà se, una volta inviato il manoscritto de L’ultima partita, qualcuno gli avrebbe risposto…. Magari non sarebbe successo niente, pensò. Nel dubbio, però, non poteva rimanere con le mani in mano. Sentiva già il richiamo della musa che lo spingeva a prendere nuovamente in mano la tastiera per dare vita al nuovo romanzo che gli frullava nella testa già da un po’, un mix di giallo e avventura di cui aveva già scelto un titolo. Un titolo epico, ovviamente.

Decise di mettersi subito al lavoro.

mercoledì 3 agosto 2011

DUBLINO RANDOM

Probabilmente questo sarà l’ultimo post che vi scrivo dall’Irlanda: sabato mattina prenderò l’aereo e tornerò in patria, e non credo di avere tempo per pubblicare un altro intervento prima di allora. In ogni caso, in questo post metterò tutte le cose che ho notato in queste settimane e che non sono riuscito ad inserire negli altri interventi. Non c’è un filo conduttore, anche se spesso si parlerà di cibo (mi piace parlare di cibo, e il cibo aiuta a comprendere le diverse culture).

Nel caso vi dovesse capitare, nella vita, di vivere a Dublino per un periodo di tempo, sappiate che ci sono delle cose ti tipo prettamente economico che dovete sapere. Uno dei motivi che mi hanno spinto verso questa città, e non verso una meta inglese, era il seguente ragionamento: in Irlanda c’hanno l’euro, in Inghilterra la sterlina, quindi la vita costa di meno, quindi vado lì (sono pur sempre quello che decideva dove espandersi in Europa Universalis II solo dopo aver controllato il prezzo del caffè). Beh, il mio ragionamento era sbagliato, o almeno lo era parzialmente: Dublino è infatti una città estremamente cara sotto certi punti di vista, mentre per altri è più economica dell’Italia.
Cose che costano tanto: • il cibo. Le colazioni e le cene me le forniva la mia famiglia ospitante, ma per il pranzo dovevo provvedere da solo. I prezzi sono generalmente più alti che in Italia, e questo spiega perché il Tesco vince. Addirittura la cosa si ripercuoteva anche sulle grandi catene commerciali: un menù da Burger King costa 8 euro qui, contro i 5 e qualcosa italiani. • i mezzi pubblici. Qui più che altro devo parlare di un salasso. Ho speso 20 euro a settimana per l’abbonamento del treno: e quando scrivo “del treno” intendo dire che, se avessi voluto prendere l’autobus (qui sono tutti a due piani, come a Londra, ma gialli e blu), avrei dovuto pagare, perché si tratta di due abbonamenti distinti. Ma mi è andata anche bene: un mensile dell’autobus (ancora, solo dell’autobus) costa una novantina d’euro! Assurdo, dai.
Cose che costano poco: • cd, dvd, elettronica in genere. Potevo lasciarmi sfuggire il best of (doppio cd) degli Snow Patrol (peraltro irlandesi) a 7 euro? No. Da HMV (catena che mi dicono essere presente anche in UK) ti puoi portare a casa un dvd con 3 euro, mentre anche i videogiochi costano meno che in Italia. • vestiti. Due grandi catene (Pennies e Dunnes Store) dominano il settore: con 3 euro vi potete comprare un paio di scarpe, con 10 un maglione, con 20 una giacca. La qualità, specialmente nel caso di Pennies, lascia molto a desiderare; molto meglio Dunnes, dove secondo me si possono fare degli affari d’oro.

Ma quello che tutti voi vi starete chiedendo ora è: ma, Luigi, dicci, cosa ti mangi in Irlanda? Domanda interessante. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato: la mia padrona di casa è infatti un’ottima cuoca, specialmente rispetto a quello che è capitato ad altri malcapitati studenti. Quasi tutte le sere ci siamo beccati la pasta, spesso con sughi che in Italia sarebbero improponibili, ma che comunque erano più che accettabili; pochi giorni fa si è cimentata anche in una specie di carbonara, senza contare che spesso e volentieri ci ha fatto la lasagna. Chi ha detto che l’Irlanda è tutta carne e patate?
Probabilmente lo ha detto chiunque sia stato da queste parti, ma non a casa della signora. In alcune occasioni, infatti, ho avuto modo di provare alcune specialità locali. La suddetta signora, infatti, si è cimentata una prima volta nel Coddle (piatto tipico di Dublino: stufato di salsicce, patate, cipolle e carote. Veramente ottimo!) e una seconda nello Sheperd’s Pie (sorta di lasagna fatta da uno strato base di carne macinata, e poi a salire con patate spappolate. Buonissimo, l’ho mangiato anche in un pub). Insomma, sì, c’è una predominanza di carne e patate: ma se non avete problemi con questi prodotti, apprezzerete la cucina irlandese.
Altra prelibatezza, stavolta non proprio locale: le Cornish Pasties. In giro per la città ci sono questi minuscoli negozi, facenti parte di una catena, che sfornano quotidianamente e in continuazione queste specie di crepes salate, ripiene di carne, patate, cipolla e cotte al forno. Detto così non sembra niente di che, ma mangiarne una appena uscita dal forno, calda e avvolta nella sua carta, ha un non so che di epico.

Ed ha un sapore ancora più buono se ve l’andate a mangiare a St. Stephen Green. Come ho già scritto, è usanza dei lavoratori d’ufficio dublinesi raccattare da qualche parte del cibo e andarselo a mangiare in questo parco, preferibilmente adagiati sull’erba lungo le sponde del suo laghetto popolato di anatre. Effettivamente la cosa ha il suo fascino, specialmente nei (rari) giorni di sole: addirittura, spesso è difficile trovare posto. Certo, ci sono milioni di altri parchi nel mondo dove andare a fare una cosa del genere: ma a St. Stephen Green ci si sente, in qualche modo, dublinesi. Non so, la cosa aiuta a guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Un altro modo per sentirsi dublinesi? Fare colazione per strada, camminando, con un bicchiere di cartone ripieno di un improbabile liquido che da queste parti spacciano per caffè. Lo fanno tutti: camminate per il centro città una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo, e vi imbatterete in frotte di persone in giacca e cravatta, con la ventiquattro ore in una mano e il bicchierone nell’altra. E dovreste vedere come sorseggiano quell’intruglio, e con quale piacere! Ovviamente la cosa ha una spiegazione più o meno logica: lì, d’inverno, fa freddo, e camminare buttando giù qualcosa di caldo aiuta certamente. Nella caffetteria della scuola, comunque, ho voluto provare l’ebbrezza: niente di trascendentale, però camminare con questo bicchierone in mano ha un non so che di affascinante.

Ora la smetto di parlare di cibo, e vi dico qual è il motivo per cui non potrei mai vivere a Dublino. Vedete, questa è una città sul mare; per di più, è una città con un sacco di quei comignoli tipicamente anglosassoni sui tetti. Questi due fattori, combinati insieme, portano alla più temibile minaccia dei nostri tempi: i gabbiani. Dublino è piena di gabbiani: sono ovunque, vi seguono per strada, planano sulle vostre teste. E sganciano. Finora non mi hanno ancora colpito, ma sono ancora memore degli attacchi dei loro colleghi romani…

E come non parlare degli sport gaelici? L’Irlanda, oltre ad essere nota a livello mondiale per il rugby, è anche l’unico posto al mondo dove si praticano due sport assurdi: il calcio gaelico e l’hurling. Il primo è un incrocio tra il calcio, il rugby e una rissa in un pub; il secondo è semplicemente una versione del cricket in cui dovete segnare in delle porte simili a quelle del calcio, anche se in realtà il vero scopo del gioco sembra essere quello di mandare all’ospedale gli avversari.
Ora, voglio farvi capire una cosa. Questi sport non sono soltanto degli orpelli tradizionali, da conservare nella memoria e di cui andare fieri. No: sono praticati su larghissima scala. Vengono giocati nelle scuole. Vengono disciplinati da un’apposita lega (la GAA). E, soprattutto, sono del tutto amatoriali, anche nella massima serie: i giocatori non sono professionisti, ovvero non vengono pagati per giocare, ma lo fanno soltanto per orgoglio personale, per la maglia e soprattutto per la propria contea. E pensate che questi sport vengono giocati, a Dublino, nel Croke Park Stadium, uno degli stadi più grandi d’Europa. [piccola nota: lo stadio di cui parlavo un po’ di post fa, quello che vedevo dal treno, in realtà era questo. Quello del calcio, lo spettacolare Aviva Stadium, sono comunque riuscito ad individuarlo: dal treno si intravede tra due palazzi per alcuni secondi]
La logica conseguenza di tutto ciò è che, in Irlanda, nei parchi e nei campi di strada non si gioca a calcio, ma ci si ammazza (in tutti i sensi) con il calcio gaelico e l’hurling. Vedere un gruppo di ragazzini giocare ad curling nel campetto di Malahide è qualcosa di surreale, ve lo assicuro.

Ho finito. Oh ragà, concludo il post con una delle mie frasi celebri, tenetevi forte. A me piace viaggiare, ma la parte più bella di un viaggio (qualunque esso sia) è quando si torna a casa.
E, aggiungo, ancora di più quando si torna a casa da Valeria.

giovedì 28 luglio 2011

MANNAGGIA AL SISTEMA!

Sono stato soltanto un giorno fuori da Dublino (Malahide, pur essendo una città a parte, è di fatto un sobborgo della capitale), eppure è bastato per farmi venire voglia di visitare le zone più selvagge dell’Irlanda.

L’Irlanda non è uno Stato grandissimo: il coast-to-coast in senso orizzontale è percorribile in circa tre ore, mentre in verticale si può arrivare da un estremo all’altro in circa cinque ore. Di conseguenza è tutto molto a portata di mano, ammesso che abbiate voglia di farvi svariate ore di viaggio per giungere alla vostra destinazione. Sabato scorso ho fatto un’escursione in autobus, organizzata dalla scuola, in due posti non molto lontani da Dublino: Glendalough e Kilkenny.

Glendalough ospita le rovine di un’antica città monastica medievale. Ci si arriva dopo aver percorso delle strette strade di campagna, immerse nel verde dell’entroterra irlandese: a un certo punto si sbuca in una valle, e qui vi trovate di fronte a qualcosa di fantastico. Tra due montagne verdeggianti emergono a fatica i resti di questa cittadella: essenzialmente due chiese, una torre circolare e un paio di case; tutto il resto dello spazio è occupato da un bellissimo cimitero (ora ho delle foto che farebbero invidia al post di Selvaggia pubblicato sui Cojoti qualche tempo fa). Da qui si diparte un sentiero che, dopo aver attraversato una foresta costeggiando un fiumiciattolo, arriva a due laghi che, a giudicare dalle foto, rimpiango di non aver raggiunto (il tempo era poco, ed avevo indugiato troppo tra le tombe). Stranamente graziati dal tempo, abbiamo potuto goderci una bella giornata quasi soleggiata, ideale per una gita di questo tipo. Sono stato contento di aver visto un posto del genere, perché difficilmente ci sarei andato per conto mio (non ne conoscevo neanche l’esistenza, d’altra parte): segnatevi questo nome per le vostre escursioni da quelle parti.
Subito dopo Glendalough, proseguendo oltre la valle, le foreste e gli alberi misteriosamente scompaiono, lasciando il posto a colline erbose ma prive di vegetazione. La strada che attraversa questo posto si chiama Hollywood Road, perché alla fine di essa si trova un piccolo villaggio chiamato Hollywood. Eppure, proprio sulle colline che ho attraversato, sono state girate le scene di battaglia di alcuni kolossal hollywoodiani (nel senso americano del termine), come Braveheart e King Arthur. Vi è stato girato anche un filmaccio fantasy, Il regno del fuoco, per il quale sono state realizzate delle finte torri medievali che poi sono rimaste lì in mezzo al nulla: la cosa assurda era che alcuni turisti si fermavano a fotografarle pensando fossero monumenti storici, per la gioia della nostra guida che li derideva.

La seconda tappa del viaggio è stata Kilkenny, luogo dove il prode Cavicca trascorse un periodo di studio alcuni anni fa. Kilkenny è una bella cittadina, con un grande castello e un parco ancora più grande che lo circonda. Il centro purtroppo è soffocato dai negozi, ma c’è comunque una bellissima cattedrale che domina il paesaggio fluviale del posto. A causa del poco tempo a disposizione ci siamo soffermati di più sul castello e sul parco; io personalmente sono rimasto stupito dal numero di persone che affollavano il giardino, e ancora di più dal numero di persone che vi praticavano sport gaelici (penso che dovrò scrivere un post sugli sport gaelici, anche se probabilmente l’unico che lo apprezzerà sarà Matteo). Si dice che a Kilkenny si produca una famosa birra, ma appunto si dice: io non ne ho idea. Mi è rimasto un po' l'amaro in bocca perché non ho potuto vedere per bene la città, che il Cavicca mi dice essere bellissima: in ogni caso è un posto che consiglio.

SPIEGAZIONE DEL TITOLO DEL POST
Oggi mi sono andato a procacciare il pranzo al Tesco (alla Tesco?). Il Tesco (la Tesco?) è una catena di supermercati britannica; di nome la conosco, ma non credo di averla mai vista in Italia (correggetemi se sbaglio). In ogni caso, ha prezzi estremamente economici: essendocene uno vicino alla scuola, verso ora di pranzo è una meta ambita (anche dai lavoratori in giacca e cravatta della zona, che però preferiscono il più prestigioso Spar).
Dunque, oggi io e un ragazzo italiano eravamo indecisi su cosa mangiare. Eravamo davanti al banco dei panini preassemblati, e commentavamo (in italiano, ahimè) le varie scelte possibili. A un certo punto qualcuno ci si avvicina alle spalle e fa: “Ah, vedo che anche voi siete irlandesi”. Mi giro e c’è un ragazzo barbuto e occhialuto: un incrocio fra Giuseppe R. del VD e il cantante dei Baustelle. Gli dico: “Eh sì, dublinesi doc”. “Bene, mi fa piacere” commenta lui prima di arraffare qualcosa dal banco frigo. Poi vado a pagare e lo perdo di vista.
Esco dal supermercato, e mi fermo fuori insieme all’italiano che era con me per soffiarmi il naso. Esce anche il secondo italiano, che si ferma proprio vicino a noi e sembra morire dalla voglia di parlare con noi. Lo accontento: “Anche tu italiano?” gli faccio. E lui, con un chiarissimo accento toscano (per la precisione livornese; purtroppo non sono stato in grado di comprenderne perfettamente le isoglosse e il ceppo linguistico originario), risponde: “Sì. Ma dove stanno gli altri? Mi dovevano aspettare qui! Mannaggia al sistema!”. E rientra nel Tesco. Io e l’altro italiano ci guardiamo perplessi; io rimugino sulla imprecazione che ho appena sentito, la cosa più livornese che riesco ad immaginare. Il livornese a quel punto esce di nuovo e annuncia: “Mi sa che so’ andati a mangiare al Burger King. Ma porca… Lo sapete che faccio? Ora vado a mangiare ‘sta roba là dentro. Tanto che mi possono fare? Mica mi mettono in galera, no?”. E se ne va.
Un apparizione surreale. L’altro italiano mi dice che parlava come quelli del Nido del cuculo. Io, essendo stato istruito da Ur III il Rocca, gli dico: “Magari era proprio uno di loro”. Quello non famoso, ovviamente.

lunedì 25 luglio 2011

TEMA: DESCRIVI IL LUOGO DOVE HAI TRASCORSO LE VACANZE

Dublino è una bella città: partiamo da questo dato di fatto. È anche una città inaspettata sotto certi punti di vista: ho scelto l’Irlanda più che altro per la gente, non per il luogo in sé. Invece Dublino è un posto che consiglierei tanto per un weekend quanto per una visita più approfondita.

In questa prima settimana ho girato il centro in lungo e in largo, visitando alcuni musei e facendomi un’idea del suo stile architettonico, ma fare il pendolare mi permette anche di dare uno sguardo ai sobborghi e alle zone meno battute dai turisti. Prima di arrivare in centro, infatti, il treno attraversa buona parte della periferia nord della città su una ferrovia sopraelevata. Questa è la zona che, se avete visto il bellissimo film Nel nome del padre, vi sarà familiare: case di mattoni tutte uguali, strade strette e putride, un generale senso di disagio. Magari evitate di andarci se siete in vacanza da quelle parti.
Sullo sfondo di questo paesaggio si staglia da un lato il porto di Dublino, con due ciminiere e alcune gru ben visibili contro il cielo grigio; dall’altro, paradossalmente, emerge lo skyline dell’Aviva Stadium, un modernissimo impianto sportivo dal design fantascientifico, che ha ospitato la finale dell’ultima Europa League. Diseguaglianze di una capitale europea.

Il centro di Dublino non è molto grande: lo potete girare tutto a piedi, senza correre il rischio di perdervi qualcosa di importante. Essenzialmente, la città si è sviluppata sulle due sponde di un fiume: su quella nord ci sono i quartieri poveri, su quella sud quelli più ricchi. Il cuore della capitale irlandese è la cosiddetta zona di Temple Bar: un posto che non raccomando. Essenzialmente è una catena infinita di pub, ma si tratta nella maggior parte dei casi di trappole per turisti che vi servono birra a prezzi folli.
Attorno a questa zona si sviluppano tutte le principali attrazioni turistiche della città. C’è il famoso Trinity College (che devo ancora visitare), la zona medievale (molto interessante, soprattutto la Cattedrale di Christchurh), il parco di St. Stephen Green (dove ad ora di pranzo troverete frotte di dublinesi impegnati in pic-nic), le vie dello shopping (Grafton Street è la quinta stada più costosa d’Europa). Voglio spendere due parole in più proprio su questa strada. Essenzialmente è una Via del Corso interamente pedonale, con i negozi di tutte le firme più famose d’abbigliamento e gioielleria. Ma, soprattutto, è il luogo dove si esibiscono gli artisti di strada a Dublino: la maggior parte di essi sono cantanti e musicisti, e fermarsi ad ascoltare le loro performance ha il suo fascino. Molti cantanti irlandesi, peraltro, hanno cominciato così (avete visto il film Once? Fatelo).

Se vi fate un giro al di fuori di questa cerchia di luoghi, potrete trovare altri luoghi interessanti. Innanzitutto i musei: in questi giorni ho visitato quello di storia naturale e quello archeologico, entrambi molto interessanti. Ieri invece ho visto quello delle cere: non ne è valsa la pena, a dire il vero, a parte per il fatto che ho visto un po’ di sbudellamenti nella “horror chamber”.

Ovviamente non si può non parlare di Dublino senza parlare dei suoi pub. Ieri ci ho pranzato in uno di questi, in pieno centro: me la sono cavata con meno di 15 euro, un prezzo onesto per dell’ottimo cibo (a base di patate e carne, ovviamente). L’atmosfera era ottima, e peraltro questa esperienza mi ha fatto capire che il Brian è una buona riproduzione di un Irish Pub.
La cosa più bella dei pub irlandesi è, a mio parere, la loro facciata esterna. Certo, dentro sono bellissimi, tutti rivestiti in legno e con un mucchio di affascinanti cianfrusaglie in esposizione. Ma l’esterno è ciò che deve attirare gli avventori: le loro vetrate, le insegne vecchie di decenni, i barili di birra su cui si appoggiano uomini in giacca e cravatta dopo il lavoro. Davvero niente male. Se non fosse per un nauseabondo odore di birra sarebbero perfetti (mi sono affacciato in un paio di pub vicino alla scuola, e solo annusando ero già ubriaco).

Poi, personalmente, impazzisco per i palazzi in mattoni tipici del nord Europa: qui a Dublino se ne vedono tanti, tutti molto simili fra di loro, tutti con grandi finestre e immancabili comignoli sul tetto. Non so, forse mi piacciono perché sono esotici per uno che viene dal Mediterraneo: però contribuiscono non poco al fascino della città. Una città che è anche ricca di spazi verdi e parchi, nonché di piste ciclabili: il bike sharing va fortissimo, e non è raro imbattersi in lavoratori che si muovono per le vie del centro usando le due ruote.

Sabato sono stato anche fuori Dublino, in posti sperduti e affascinanti fuori dal tempo, forse la cosa più simile a quello che l’Irlanda è nell’immaginario collettivo. Ma ve ne parlerò la prossima volta.

P.S. “Buona notte” in russo si scrive in un modo assurdo, ma si pronuncia “spacoini noci”. “Ciao” si dice “priviet”. Praticamente è come stare a Mosca. La cosa che più mi spaventa dei russi? Il loro amore per le armi da fuoco (il mio compagno di stanza ha un portachiavi che altro non è che il bossolo di un proiettile, e continua a chiamarlo “a souvenir from Russia”) e per la violenza (pochi giorni fa ho visto una ragazzina di 14 anni guardare il video di uno sgozzamento su Internet). Però oggi ho incontrato un russo simpatico, e mi sono fatto una cultura sul calcio russo e sulle ultime vicende di Roberto Carlos.
 
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