mercoledì 3 agosto 2011

DUBLINO RANDOM

Probabilmente questo sarà l’ultimo post che vi scrivo dall’Irlanda: sabato mattina prenderò l’aereo e tornerò in patria, e non credo di avere tempo per pubblicare un altro intervento prima di allora. In ogni caso, in questo post metterò tutte le cose che ho notato in queste settimane e che non sono riuscito ad inserire negli altri interventi. Non c’è un filo conduttore, anche se spesso si parlerà di cibo (mi piace parlare di cibo, e il cibo aiuta a comprendere le diverse culture).

Nel caso vi dovesse capitare, nella vita, di vivere a Dublino per un periodo di tempo, sappiate che ci sono delle cose ti tipo prettamente economico che dovete sapere. Uno dei motivi che mi hanno spinto verso questa città, e non verso una meta inglese, era il seguente ragionamento: in Irlanda c’hanno l’euro, in Inghilterra la sterlina, quindi la vita costa di meno, quindi vado lì (sono pur sempre quello che decideva dove espandersi in Europa Universalis II solo dopo aver controllato il prezzo del caffè). Beh, il mio ragionamento era sbagliato, o almeno lo era parzialmente: Dublino è infatti una città estremamente cara sotto certi punti di vista, mentre per altri è più economica dell’Italia.
Cose che costano tanto: • il cibo. Le colazioni e le cene me le forniva la mia famiglia ospitante, ma per il pranzo dovevo provvedere da solo. I prezzi sono generalmente più alti che in Italia, e questo spiega perché il Tesco vince. Addirittura la cosa si ripercuoteva anche sulle grandi catene commerciali: un menù da Burger King costa 8 euro qui, contro i 5 e qualcosa italiani. • i mezzi pubblici. Qui più che altro devo parlare di un salasso. Ho speso 20 euro a settimana per l’abbonamento del treno: e quando scrivo “del treno” intendo dire che, se avessi voluto prendere l’autobus (qui sono tutti a due piani, come a Londra, ma gialli e blu), avrei dovuto pagare, perché si tratta di due abbonamenti distinti. Ma mi è andata anche bene: un mensile dell’autobus (ancora, solo dell’autobus) costa una novantina d’euro! Assurdo, dai.
Cose che costano poco: • cd, dvd, elettronica in genere. Potevo lasciarmi sfuggire il best of (doppio cd) degli Snow Patrol (peraltro irlandesi) a 7 euro? No. Da HMV (catena che mi dicono essere presente anche in UK) ti puoi portare a casa un dvd con 3 euro, mentre anche i videogiochi costano meno che in Italia. • vestiti. Due grandi catene (Pennies e Dunnes Store) dominano il settore: con 3 euro vi potete comprare un paio di scarpe, con 10 un maglione, con 20 una giacca. La qualità, specialmente nel caso di Pennies, lascia molto a desiderare; molto meglio Dunnes, dove secondo me si possono fare degli affari d’oro.

Ma quello che tutti voi vi starete chiedendo ora è: ma, Luigi, dicci, cosa ti mangi in Irlanda? Domanda interessante. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato: la mia padrona di casa è infatti un’ottima cuoca, specialmente rispetto a quello che è capitato ad altri malcapitati studenti. Quasi tutte le sere ci siamo beccati la pasta, spesso con sughi che in Italia sarebbero improponibili, ma che comunque erano più che accettabili; pochi giorni fa si è cimentata anche in una specie di carbonara, senza contare che spesso e volentieri ci ha fatto la lasagna. Chi ha detto che l’Irlanda è tutta carne e patate?
Probabilmente lo ha detto chiunque sia stato da queste parti, ma non a casa della signora. In alcune occasioni, infatti, ho avuto modo di provare alcune specialità locali. La suddetta signora, infatti, si è cimentata una prima volta nel Coddle (piatto tipico di Dublino: stufato di salsicce, patate, cipolle e carote. Veramente ottimo!) e una seconda nello Sheperd’s Pie (sorta di lasagna fatta da uno strato base di carne macinata, e poi a salire con patate spappolate. Buonissimo, l’ho mangiato anche in un pub). Insomma, sì, c’è una predominanza di carne e patate: ma se non avete problemi con questi prodotti, apprezzerete la cucina irlandese.
Altra prelibatezza, stavolta non proprio locale: le Cornish Pasties. In giro per la città ci sono questi minuscoli negozi, facenti parte di una catena, che sfornano quotidianamente e in continuazione queste specie di crepes salate, ripiene di carne, patate, cipolla e cotte al forno. Detto così non sembra niente di che, ma mangiarne una appena uscita dal forno, calda e avvolta nella sua carta, ha un non so che di epico.

Ed ha un sapore ancora più buono se ve l’andate a mangiare a St. Stephen Green. Come ho già scritto, è usanza dei lavoratori d’ufficio dublinesi raccattare da qualche parte del cibo e andarselo a mangiare in questo parco, preferibilmente adagiati sull’erba lungo le sponde del suo laghetto popolato di anatre. Effettivamente la cosa ha il suo fascino, specialmente nei (rari) giorni di sole: addirittura, spesso è difficile trovare posto. Certo, ci sono milioni di altri parchi nel mondo dove andare a fare una cosa del genere: ma a St. Stephen Green ci si sente, in qualche modo, dublinesi. Non so, la cosa aiuta a guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Un altro modo per sentirsi dublinesi? Fare colazione per strada, camminando, con un bicchiere di cartone ripieno di un improbabile liquido che da queste parti spacciano per caffè. Lo fanno tutti: camminate per il centro città una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo, e vi imbatterete in frotte di persone in giacca e cravatta, con la ventiquattro ore in una mano e il bicchierone nell’altra. E dovreste vedere come sorseggiano quell’intruglio, e con quale piacere! Ovviamente la cosa ha una spiegazione più o meno logica: lì, d’inverno, fa freddo, e camminare buttando giù qualcosa di caldo aiuta certamente. Nella caffetteria della scuola, comunque, ho voluto provare l’ebbrezza: niente di trascendentale, però camminare con questo bicchierone in mano ha un non so che di affascinante.

Ora la smetto di parlare di cibo, e vi dico qual è il motivo per cui non potrei mai vivere a Dublino. Vedete, questa è una città sul mare; per di più, è una città con un sacco di quei comignoli tipicamente anglosassoni sui tetti. Questi due fattori, combinati insieme, portano alla più temibile minaccia dei nostri tempi: i gabbiani. Dublino è piena di gabbiani: sono ovunque, vi seguono per strada, planano sulle vostre teste. E sganciano. Finora non mi hanno ancora colpito, ma sono ancora memore degli attacchi dei loro colleghi romani…

E come non parlare degli sport gaelici? L’Irlanda, oltre ad essere nota a livello mondiale per il rugby, è anche l’unico posto al mondo dove si praticano due sport assurdi: il calcio gaelico e l’hurling. Il primo è un incrocio tra il calcio, il rugby e una rissa in un pub; il secondo è semplicemente una versione del cricket in cui dovete segnare in delle porte simili a quelle del calcio, anche se in realtà il vero scopo del gioco sembra essere quello di mandare all’ospedale gli avversari.
Ora, voglio farvi capire una cosa. Questi sport non sono soltanto degli orpelli tradizionali, da conservare nella memoria e di cui andare fieri. No: sono praticati su larghissima scala. Vengono giocati nelle scuole. Vengono disciplinati da un’apposita lega (la GAA). E, soprattutto, sono del tutto amatoriali, anche nella massima serie: i giocatori non sono professionisti, ovvero non vengono pagati per giocare, ma lo fanno soltanto per orgoglio personale, per la maglia e soprattutto per la propria contea. E pensate che questi sport vengono giocati, a Dublino, nel Croke Park Stadium, uno degli stadi più grandi d’Europa. [piccola nota: lo stadio di cui parlavo un po’ di post fa, quello che vedevo dal treno, in realtà era questo. Quello del calcio, lo spettacolare Aviva Stadium, sono comunque riuscito ad individuarlo: dal treno si intravede tra due palazzi per alcuni secondi]
La logica conseguenza di tutto ciò è che, in Irlanda, nei parchi e nei campi di strada non si gioca a calcio, ma ci si ammazza (in tutti i sensi) con il calcio gaelico e l’hurling. Vedere un gruppo di ragazzini giocare ad curling nel campetto di Malahide è qualcosa di surreale, ve lo assicuro.

Ho finito. Oh ragà, concludo il post con una delle mie frasi celebri, tenetevi forte. A me piace viaggiare, ma la parte più bella di un viaggio (qualunque esso sia) è quando si torna a casa.
E, aggiungo, ancora di più quando si torna a casa da Valeria.

giovedì 28 luglio 2011

MANNAGGIA AL SISTEMA!

Sono stato soltanto un giorno fuori da Dublino (Malahide, pur essendo una città a parte, è di fatto un sobborgo della capitale), eppure è bastato per farmi venire voglia di visitare le zone più selvagge dell’Irlanda.

L’Irlanda non è uno Stato grandissimo: il coast-to-coast in senso orizzontale è percorribile in circa tre ore, mentre in verticale si può arrivare da un estremo all’altro in circa cinque ore. Di conseguenza è tutto molto a portata di mano, ammesso che abbiate voglia di farvi svariate ore di viaggio per giungere alla vostra destinazione. Sabato scorso ho fatto un’escursione in autobus, organizzata dalla scuola, in due posti non molto lontani da Dublino: Glendalough e Kilkenny.

Glendalough ospita le rovine di un’antica città monastica medievale. Ci si arriva dopo aver percorso delle strette strade di campagna, immerse nel verde dell’entroterra irlandese: a un certo punto si sbuca in una valle, e qui vi trovate di fronte a qualcosa di fantastico. Tra due montagne verdeggianti emergono a fatica i resti di questa cittadella: essenzialmente due chiese, una torre circolare e un paio di case; tutto il resto dello spazio è occupato da un bellissimo cimitero (ora ho delle foto che farebbero invidia al post di Selvaggia pubblicato sui Cojoti qualche tempo fa). Da qui si diparte un sentiero che, dopo aver attraversato una foresta costeggiando un fiumiciattolo, arriva a due laghi che, a giudicare dalle foto, rimpiango di non aver raggiunto (il tempo era poco, ed avevo indugiato troppo tra le tombe). Stranamente graziati dal tempo, abbiamo potuto goderci una bella giornata quasi soleggiata, ideale per una gita di questo tipo. Sono stato contento di aver visto un posto del genere, perché difficilmente ci sarei andato per conto mio (non ne conoscevo neanche l’esistenza, d’altra parte): segnatevi questo nome per le vostre escursioni da quelle parti.
Subito dopo Glendalough, proseguendo oltre la valle, le foreste e gli alberi misteriosamente scompaiono, lasciando il posto a colline erbose ma prive di vegetazione. La strada che attraversa questo posto si chiama Hollywood Road, perché alla fine di essa si trova un piccolo villaggio chiamato Hollywood. Eppure, proprio sulle colline che ho attraversato, sono state girate le scene di battaglia di alcuni kolossal hollywoodiani (nel senso americano del termine), come Braveheart e King Arthur. Vi è stato girato anche un filmaccio fantasy, Il regno del fuoco, per il quale sono state realizzate delle finte torri medievali che poi sono rimaste lì in mezzo al nulla: la cosa assurda era che alcuni turisti si fermavano a fotografarle pensando fossero monumenti storici, per la gioia della nostra guida che li derideva.

La seconda tappa del viaggio è stata Kilkenny, luogo dove il prode Cavicca trascorse un periodo di studio alcuni anni fa. Kilkenny è una bella cittadina, con un grande castello e un parco ancora più grande che lo circonda. Il centro purtroppo è soffocato dai negozi, ma c’è comunque una bellissima cattedrale che domina il paesaggio fluviale del posto. A causa del poco tempo a disposizione ci siamo soffermati di più sul castello e sul parco; io personalmente sono rimasto stupito dal numero di persone che affollavano il giardino, e ancora di più dal numero di persone che vi praticavano sport gaelici (penso che dovrò scrivere un post sugli sport gaelici, anche se probabilmente l’unico che lo apprezzerà sarà Matteo). Si dice che a Kilkenny si produca una famosa birra, ma appunto si dice: io non ne ho idea. Mi è rimasto un po' l'amaro in bocca perché non ho potuto vedere per bene la città, che il Cavicca mi dice essere bellissima: in ogni caso è un posto che consiglio.

SPIEGAZIONE DEL TITOLO DEL POST
Oggi mi sono andato a procacciare il pranzo al Tesco (alla Tesco?). Il Tesco (la Tesco?) è una catena di supermercati britannica; di nome la conosco, ma non credo di averla mai vista in Italia (correggetemi se sbaglio). In ogni caso, ha prezzi estremamente economici: essendocene uno vicino alla scuola, verso ora di pranzo è una meta ambita (anche dai lavoratori in giacca e cravatta della zona, che però preferiscono il più prestigioso Spar).
Dunque, oggi io e un ragazzo italiano eravamo indecisi su cosa mangiare. Eravamo davanti al banco dei panini preassemblati, e commentavamo (in italiano, ahimè) le varie scelte possibili. A un certo punto qualcuno ci si avvicina alle spalle e fa: “Ah, vedo che anche voi siete irlandesi”. Mi giro e c’è un ragazzo barbuto e occhialuto: un incrocio fra Giuseppe R. del VD e il cantante dei Baustelle. Gli dico: “Eh sì, dublinesi doc”. “Bene, mi fa piacere” commenta lui prima di arraffare qualcosa dal banco frigo. Poi vado a pagare e lo perdo di vista.
Esco dal supermercato, e mi fermo fuori insieme all’italiano che era con me per soffiarmi il naso. Esce anche il secondo italiano, che si ferma proprio vicino a noi e sembra morire dalla voglia di parlare con noi. Lo accontento: “Anche tu italiano?” gli faccio. E lui, con un chiarissimo accento toscano (per la precisione livornese; purtroppo non sono stato in grado di comprenderne perfettamente le isoglosse e il ceppo linguistico originario), risponde: “Sì. Ma dove stanno gli altri? Mi dovevano aspettare qui! Mannaggia al sistema!”. E rientra nel Tesco. Io e l’altro italiano ci guardiamo perplessi; io rimugino sulla imprecazione che ho appena sentito, la cosa più livornese che riesco ad immaginare. Il livornese a quel punto esce di nuovo e annuncia: “Mi sa che so’ andati a mangiare al Burger King. Ma porca… Lo sapete che faccio? Ora vado a mangiare ‘sta roba là dentro. Tanto che mi possono fare? Mica mi mettono in galera, no?”. E se ne va.
Un apparizione surreale. L’altro italiano mi dice che parlava come quelli del Nido del cuculo. Io, essendo stato istruito da Ur III il Rocca, gli dico: “Magari era proprio uno di loro”. Quello non famoso, ovviamente.

lunedì 25 luglio 2011

TEMA: DESCRIVI IL LUOGO DOVE HAI TRASCORSO LE VACANZE

Dublino è una bella città: partiamo da questo dato di fatto. È anche una città inaspettata sotto certi punti di vista: ho scelto l’Irlanda più che altro per la gente, non per il luogo in sé. Invece Dublino è un posto che consiglierei tanto per un weekend quanto per una visita più approfondita.

In questa prima settimana ho girato il centro in lungo e in largo, visitando alcuni musei e facendomi un’idea del suo stile architettonico, ma fare il pendolare mi permette anche di dare uno sguardo ai sobborghi e alle zone meno battute dai turisti. Prima di arrivare in centro, infatti, il treno attraversa buona parte della periferia nord della città su una ferrovia sopraelevata. Questa è la zona che, se avete visto il bellissimo film Nel nome del padre, vi sarà familiare: case di mattoni tutte uguali, strade strette e putride, un generale senso di disagio. Magari evitate di andarci se siete in vacanza da quelle parti.
Sullo sfondo di questo paesaggio si staglia da un lato il porto di Dublino, con due ciminiere e alcune gru ben visibili contro il cielo grigio; dall’altro, paradossalmente, emerge lo skyline dell’Aviva Stadium, un modernissimo impianto sportivo dal design fantascientifico, che ha ospitato la finale dell’ultima Europa League. Diseguaglianze di una capitale europea.

Il centro di Dublino non è molto grande: lo potete girare tutto a piedi, senza correre il rischio di perdervi qualcosa di importante. Essenzialmente, la città si è sviluppata sulle due sponde di un fiume: su quella nord ci sono i quartieri poveri, su quella sud quelli più ricchi. Il cuore della capitale irlandese è la cosiddetta zona di Temple Bar: un posto che non raccomando. Essenzialmente è una catena infinita di pub, ma si tratta nella maggior parte dei casi di trappole per turisti che vi servono birra a prezzi folli.
Attorno a questa zona si sviluppano tutte le principali attrazioni turistiche della città. C’è il famoso Trinity College (che devo ancora visitare), la zona medievale (molto interessante, soprattutto la Cattedrale di Christchurh), il parco di St. Stephen Green (dove ad ora di pranzo troverete frotte di dublinesi impegnati in pic-nic), le vie dello shopping (Grafton Street è la quinta stada più costosa d’Europa). Voglio spendere due parole in più proprio su questa strada. Essenzialmente è una Via del Corso interamente pedonale, con i negozi di tutte le firme più famose d’abbigliamento e gioielleria. Ma, soprattutto, è il luogo dove si esibiscono gli artisti di strada a Dublino: la maggior parte di essi sono cantanti e musicisti, e fermarsi ad ascoltare le loro performance ha il suo fascino. Molti cantanti irlandesi, peraltro, hanno cominciato così (avete visto il film Once? Fatelo).

Se vi fate un giro al di fuori di questa cerchia di luoghi, potrete trovare altri luoghi interessanti. Innanzitutto i musei: in questi giorni ho visitato quello di storia naturale e quello archeologico, entrambi molto interessanti. Ieri invece ho visto quello delle cere: non ne è valsa la pena, a dire il vero, a parte per il fatto che ho visto un po’ di sbudellamenti nella “horror chamber”.

Ovviamente non si può non parlare di Dublino senza parlare dei suoi pub. Ieri ci ho pranzato in uno di questi, in pieno centro: me la sono cavata con meno di 15 euro, un prezzo onesto per dell’ottimo cibo (a base di patate e carne, ovviamente). L’atmosfera era ottima, e peraltro questa esperienza mi ha fatto capire che il Brian è una buona riproduzione di un Irish Pub.
La cosa più bella dei pub irlandesi è, a mio parere, la loro facciata esterna. Certo, dentro sono bellissimi, tutti rivestiti in legno e con un mucchio di affascinanti cianfrusaglie in esposizione. Ma l’esterno è ciò che deve attirare gli avventori: le loro vetrate, le insegne vecchie di decenni, i barili di birra su cui si appoggiano uomini in giacca e cravatta dopo il lavoro. Davvero niente male. Se non fosse per un nauseabondo odore di birra sarebbero perfetti (mi sono affacciato in un paio di pub vicino alla scuola, e solo annusando ero già ubriaco).

Poi, personalmente, impazzisco per i palazzi in mattoni tipici del nord Europa: qui a Dublino se ne vedono tanti, tutti molto simili fra di loro, tutti con grandi finestre e immancabili comignoli sul tetto. Non so, forse mi piacciono perché sono esotici per uno che viene dal Mediterraneo: però contribuiscono non poco al fascino della città. Una città che è anche ricca di spazi verdi e parchi, nonché di piste ciclabili: il bike sharing va fortissimo, e non è raro imbattersi in lavoratori che si muovono per le vie del centro usando le due ruote.

Sabato sono stato anche fuori Dublino, in posti sperduti e affascinanti fuori dal tempo, forse la cosa più simile a quello che l’Irlanda è nell’immaginario collettivo. Ma ve ne parlerò la prossima volta.

P.S. “Buona notte” in russo si scrive in un modo assurdo, ma si pronuncia “spacoini noci”. “Ciao” si dice “priviet”. Praticamente è come stare a Mosca. La cosa che più mi spaventa dei russi? Il loro amore per le armi da fuoco (il mio compagno di stanza ha un portachiavi che altro non è che il bossolo di un proiettile, e continua a chiamarlo “a souvenir from Russia”) e per la violenza (pochi giorni fa ho visto una ragazzina di 14 anni guardare il video di uno sgozzamento su Internet). Però oggi ho incontrato un russo simpatico, e mi sono fatto una cultura sul calcio russo e sulle ultime vicende di Roberto Carlos.

giovedì 21 luglio 2011

INTERESSANTISSIME CRONACHE GAELICHE

Il posto in cui alloggio mi piace talmente tanto che consiglierei a chiunque di andare a Dublino soltanto per poter visitare Malahide.

Malahide – Mullach Íde se masticate il gaelico o vi chiamate Matteo Roccarina – è un villaggio a circa quindi chilometri da Dublino, sulla costa a nord della capitale irlandese. Si gira tutto a piedi in mezz’ora, ma se ci limitiamo al centro città la visita dura una manciata di minuti: c’è un porto, un grande prato verde, alcuni simpatici negozi, qualche pub, uno Starbucks Coffee e una specie di spiaggia. Lo stile architettonico è quello tipico di quei Paesi: sì, ecco, esattamente quello cui state pensando in questo momento.

Ma dove vivo io di preciso? Beh, sto fuori dal centro, verso ovest: in pratica alla periferia della periferia di Dublino. È una tipica zona residenziale, con villette a schiera con giardino davanti e dietro, senza cancello e senza mura di cinta, ma con grandi vetrate che danno direttamente all’interno delle abitazioni. In una di queste – l’unica di colore rosa, per la precisione – vive la signora che mi ospita. Già, perché la mia “famiglia ospitante” è formata in realtà soltanto da una persona: una simpatica e tranquilla vecchietta che vive da sola con tre gatti e un cane. E, al momento, sei studenti da tutto il mondo in giro per casa.
La tipa in questione è in realtà molto affabile, e parlare con lei è piacevole. Credo che mi abbia particolarmente in simpatia per il fatto delle sigarette (vedi post precedente), quindi si intrattiene sempre a chiacchierare del più e del meno con me. Io ne sono contento, perché parlare con una madrelingua è la cosa migliore che posso fare da queste parti.
Ancora meglio mi è andata qualche sera fa: la signora aveva due ospiti, due amiche che vivono nei paesi vicini. Mentre cenavo loro parlavano dei fatti loro, e io mi sono stupito di riuscire a seguire le loro conversazioni. Poi ovviamente siamo usciti a parlare dell’Italia, della crisi economica e di Berlusconi (ovviamente male: una delle signore voleva sapere perché gli piacciono così tanto le donne…). Insomma, è stata una cosa davvero simpatica.
Piccolo dettaglio culinario: la signora cucina spesso pasta. Pasta condita con sughi improbabili, certo, ma almeno è pasta! Ieri mi ha fatto un piatto tipico dublinese (patate bollite, carote, cipolle e salsicce) che ho apprezzato molto.

A questo punto tutti voi vi starete chiedendo come diavolo faccio ad arrivare a Dublino. Beh, diciamo che sono abbastanza fortunato: Malahide è il capolinea settentrionale della cosiddetta DART, un sistema ferroviario che attraversa Dublino e i suoi sobborghi da nord a sud; inoltre, per Malahide, passa anche la Northern Commuter, qualcosa di analogo ma con meno fermate (e quindi un po’ più veloce). Dublino, purtroppo per me e per i miei studi, è priva di una rete di metropolitana nel senso tradizionale del termine, ma devo ammettere che viste le sue dimensioni ridotte non ne ha bisogno: la DART e la Commuter bastano e avanzano.
Ogni mattina quindi mi faccio circa dieci minuti a piedi per raggiungere la stazione di Malahide, per poi trascorre i successivi trenta minuti in treno, fino a Pearse Station; da lì alla scuola, poi, sono altri dieci minuti di cammino. Sembra una cosa assurda e lunghissima, però considerate che è meno di quanto impiego tutti i giorni a Roma per andare all’università: la cosa, almeno per ora, non mi pesa, e mi piace guardare gli altri pendolari in treno.
Treni che, soprattutto nel caso della Commuter, sono spettacolari, pulitissimi, comodi e, anche nelle ore di punta, sempre abbastanza silenziosi. La gente non ama parlare, quasi tutti preferiscono la musica o il giornale. Niente, il mio studio antropologico dei dublinesi pendolari finisce qui.

Ma come avrete intuito ci sono altri studenti con me in casa. Chi sono questi oscuri individui? Beh, sono tutti minorenni (tranne una di 18, gli altri hanno tutti tra i 15 e i 17 anni). Degli altri cinque che oltre a me attualmente si trovano qui, quelli di qualche interesse sono solo tre. 1) Il canadese. Viene dalla parte francese, ma parla inglese meglio di un laureato ad Oxford. Francamente non capisco cosa ci faccia qui, ma è il più simpatico della compagnia e ha un buon senso dell’umorismo. 2) La taiwanese. C’è una impressionante comunità proveniente da Taiwan da queste parti. La ragazza in questione si trova nel mio stesso gruppo di studio ed ha il mio identico livello linguistico, quindi riusciamo a parlare e capirci abbastanza bene. È rimasta totalmente stupita dal fatto che in Italia i film vengono doppiati in italiano, e dal fatto che in Europa i negozi chiudono di notte (dettagli che creano atmosfera). 3)Il russo. È il mio terribile compagno di stanza. Dice di fumare da quando aveva 10 anni, però a quanto pare non beve vodka (mah). La cosa peggiore di lui però non è questa, ma il fatto che non parla una parola di inglese: vi giuro, mi parla in russo come se io potessi capirlo. Devo ammettere che in pochi giorni la situazione è migliorata, e ora riesco quantomeno a capire cosa mi dice. Peraltro, ora so dire “buona notte” in russo, il che nella vita può sempre tornare utile, no?

Ok, questo per quanto riguarda la mia sistemazione e i miei compagni di casa. “Ma qualcosa su Dublino no?” direte voi. Certo, ma nelle prossime puntate. Con acqua Prata.

martedì 19 luglio 2011

PROLOGO AL MIO VIAGGIO A DUBLINO

Scrivo questo post da una caffetteria, e già questo è per certi versi incredibile. È la caffetteria più squallida di tutti i tempi, certo, ma anche questo fa parte dell’esperienza.

Mi trovo a Dublino da due giorni, ma sembra già passata un’eternità. Visto che la connessione wi-fi della scuola miracolosamente sembra funzionare alla grande, ho deciso di dare vita ad un mio sogno nel cassetto: quello di raccontarvi un po’ quello che succede da queste parti. Una delle molle che mi spinsero nel gennaio 2010 ad aprire il blog, dopotutto, fu il desiderio di raccontare quello che avevo visto poco tempo prima a Bilbao. Proviamo a vedere cosa ne esce fuori.

Di cose da raccontare ne ho tante, soprattutto se rapportate al poco tempo che ho trascorso qui. Comincerò in ordine cronologico, raccontando il prologo del mio viaggio.
Sabato scorso, nel pomeriggio, mi sono fatto coraggio e ho chiamato la signora che mi avrebbe dovuto ospitare per tre settimane in terra irlandese. Risponde al terzo tentativo: dalla voce capisco subito che è piuttosto anzana, ma fortunatamente parla piuttosto piano e riesco a capire tutto (con mia grande sorpresa). Poi, improvvisamente, LA domanda. “Luigi, do you smoke?”. Piuttosto perplesso, rispondo: “No, I don’t smoke”. E lei, dopo un attimo di esitazione, mi fa la richiesta più assurda che io potessi immaginare: mi chiede di portarle due stecche di Marlboro Rosse dall’Italia, perché in Irlanda i prodotti da fumo costano il doppio. Ora, provate ad immaginare la scena di me che vado dal tabaccaio e compro delle sigarette. Anzi, due stecche di sigarette. Riuscite a concepire qualcosa di più surreale?
Vado dal tabaccaio di San Vito e faccio l’ordinazione, ricevendo anche due accendini in omaggio. Per sdrammatizzare la situazione (quando devi pagare 94 euro per delle cose che ti uccideranno la situazione è sicuramente drammatica), dico al tabaccaio dove sono dirette quelle sigarette. Ci facciamo due risate.
Pensate che mi ero anche informato su Internet sulla possibilità di trasportare sigarette in aereo. Sappiate che nell’Unione Europea (finché ne facciamo parte) potete portare fino a quattro stecche senza alcun problema. Oltre quella soglia, la scusa dell’uso personale potrebbe non bastarvi…

Assolte queste questioni, rimaneva una grande paura: quella di perdere la valigia. Era la prima volta che ero costretto ad imbarcare la valigia: e la prospettiva di aspettare a Dublino un numero imprecisato di giorni senza la mia roba, spedita per sbaglio in quel di Brisbane, non mi allettava. Per fortuna, nonostante racconti terrificanti sentiti da più voci, questo volta tutto è andato bene. C’è sempre il ritorno però.
Sappiate però che il Charles de Gaulle di Parigi è un pessimo aeroporto. Sapete qual è l’aeroporto più bello in cui sono mai stato? (non che sia stato in così tanti aeroporti in vita mia) Quello di Santander: una hall, quattro gate, un bar, e la presenza inquietante della Guardia Civil. Nient’altro: semplice ed essenziale.

Beh, poi sono arrivato all’aeroporto di Dublino e un simpatico irlandese ha raccattato me e un dodicenne arabo per portarci alle rispettive case. E per la prima volta in vita mia ho provato l’ebbrezza della guida a destra. Vi dico solo che stavo per entrare in auto dalla portiera sbagliata… Ma il massimo è stato quando il tizio ha imboccato una rotonda dal lato sbagliato: uno shock, davvero. Comunque con l’autista ho avuto il mio primo assaggio di inglese, cavandomela abbastanza bene.

Infine, sono giunto alla mia destinazione: Malahide, quindici chilometri a nord di Dublino. Il posto dove pernotto da due giorni con altri cinque studenti, una donna irlandese, tre gatti e un cane, e che sarà casa mia fino al 6 agosto. Ma la descrizione di questo villaggio merita un post a parte.

Aggiungo solo una cosa: mi sono rotto di minorenni che mi sfruttano per comprare sigarette/alcool. Emmobastaperò!
 
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