lunedì 24 maggio 2010

BREVE ANTISTORIA DEI BLOG

Forse non tutti lo sanno, ma i blog nacquero nel 2006, nel Lazio meridionale. La storia ha ormai consegnato al passato il nome dell’inventore ufficiale di questa nuova forma di comunicazione, ma pare si trattasse di un insegnante di inglese con il pallino dell’informatica: la sua idea fu semplicemente quella di creare una piattaforma con cui dialogare con i suoi alunni anche fuori dall’orario di lezione. Il professore non lo poteva certo immaginare, ma aveva appena dato il via ad una serie di eventi che avrebbero cambiato il volto della comunizazione su Internet.
Visto che aprire un blog sembrava facile, visto che la cosa pareva avere successo, e visto che era una novità ed era circondata da un'aurea misteriosa, tre intraprendenti studenti dell’ultimo anno del liceo classico – autoproclamatisi I Nullafreganti – decisero di seguire la strada che il loro docente aveva indicato. Memori delle ore liete trascorse in classe a cazzeggiare, i tre decisero di trasportare sul web le loro riflessioni sulla vita scolastica che affrontavano quotidianamente: nacque così Il diario della Nutria Bionda, che qualcuno ha definito una “necessaria tappa di passaggio”. E, a conti fatti, è stato proprio così: un blog sperimentale, redatto da tre (più due) autori, che permise un primo approccio alla tecnologia e agli stili del mondo online. Purtroppo la cosa non poteva durare, visto che il progetto era troppo legato ad una particolare realtà (che peraltro stava andando alla deriva molto velocemente): dopo una manciata di mesi il blog esaurì la sua spinta, vide le prime defezioni, e cominciò una lunga agonia che si sarebbe protratta fino al 2008.

Gli eventi però erano in movimento, e non potevano essere arrestati. Nell’autunno del 2007 uno dei fondatori della Nutria Bionda, Matteo il Rocca, decise di mettersi in proprio. Ad ottobre fece il grande passo, fondando WR!, ad oggi il più grande e longevo blog della storia. Se quelli citati finora furono poco più che esperimenti, con WR! ci troviamo di fronte al primo vero blog: aggiornamenti frequenti, gran feeling con i lettori, un’impronta autoriale forte, enorme varietà di temi (dall’esperienza quotidiana alle discussioni sui massimi sistemi). Il successo è travolgente, forse persino inebriante per l’autore: ma sta di fatto che WR! è ancora vivo e vegeto, e per di più ha dato vita a una serie sconvolgente di emulatori.
Contemporaneamente, con una coincidenza che potrebbe quasi essere definita inquietante, faceva la sua comparsa sulle scene un altro blog. L’autore era un misterioso studente del liceo artistico, residente in Lariano, che si faceva chiamare Sinistro: e il nome del blog era L’era di Apocalisse. È ancora oggi fonte di mistero e leggenda come egli sia entrato in possesso della conoscenze necessarie per aprire un blog: è vero che Sinistro conosceva Matteo il Rocca, ma i due si erano incontrati solo una volta. È probabile, dunque, che Sinistro sia approdato a questa tecnologia da un’altra fonte andata perduta, e sia così frutto di un altro ceppo. L’era di Apocalisse prese il via lentamente, con poca audience e post lunghissimi. Successivamente, grazie a un cambiamento nello stile dell’autore e alle interconnessioni che si sviluppavano con la nascente repubblica dei blog, anche questo progetto è arrivato a un pubblico stabile di lettori (seppur sia spesso minato da problemi di natura tecnica).

Fu però WR! a dare il via alla rivoluzione. Negli ultimi due mesi del 2007 videro la luce due nuovi blog. Il primo fu creato da un amico comune del Rocca e di Sinistro, tale Francescooh. Egli mise in piedi un blog molto particolare, Mod, caratterizzato da uno stile personalissimo e quasi delirante. Ben presto, però, da tutto questo emerse una vena poetica e malinconica che si intrecciò con la veloce parabola del blog stesso, chiuso dopo meno di un anno: non prima, però, di aver regalato al suo fedele pubblico di lettori post di autentica bellezza, entrando nella leggenda.
Nello stesso periodo anche un altro dei Nullafreganti, Andrea il Perro, cominciò la sua avventura personale, aprendo il White Blog (oggi Der Blaue Blog). Il blog assicurò una continuità rassicurante per tutto il 2008; ma a partire da quel punto il ritmo degli aggiornamenti è precipitato, facendolo passare in seconda fila rispetto al resto del gruppo. Il suo pubblico di lettori, tuttavia, spera sempre in un’improvvisa ripresa.

A quel punto le cose si erano fatte interessanti. Nel mondo, a poco più di un anno dalla loro ideazione, esistevano già sei blog – chi più attivo, chi meno. Improvvisamente, era diventato di moda aprirne uno. A inizio 2008 arrivò anche Fungoblog, gestito da un esponente di spicco della scena musicale underground pontina, tale Fungo. Costui decise di perseguire l’ideale della qualità a scapito di quello della quantità: da qui la scelta di centellinare i nuovi post, donando però ad ognuno di essi capacità espressive e stilistiche uniche. Ancora oggi Fungoblog è un punto di riferimento per la musica indie e gli amanti del bel scrivere.
Alla fine dell’anno arrivò This is not a fake blog, gestito dall’amico comune Jacopo. Dai primi post sembrò un vero e proprio capolavoro, riscontrando anche un ottimo successo di pubblico. Poi però cadde preda di una certa discontinuità, fino a chiudere dopo poco più di dieci interventi. Il suo creatore, successivamente, diede vita a un secondo tentativo, That was a fake blog. Si tratta di uno dei blog meglio scritti di sempre, indi per cui tutti speriamo che regga.
Insomma, alla fine i blog contagiarono tutti. Passando per secondi blog (oltre al già citato Jacopo vanno sottolineati Pulp di Francescooh e Ho detto e ho scritto, no? del Rocca), anche nuovi internauti approdarono a questa innovativa forma di comunicazione: dapprima una Erasmus di nome Valeria (Girivari), poi il sottoscritto Luigi, e infine – ultimo ma non meno importante – Il Cavicca (Funambolicamente sulla falsariga), che non ha certo bisogno di presentazioni (ah, si?). Si è venuta così a creare una rete nella Rete, fatta di blog diversi ma interconnessi, che sono diventati strumento di discussione e comunicazione, oltre che un modo interessante per mantenere i contatti.

Mah, a cosa serve tutto questo sproloquio (che in pochi leggeranno, e ancora in meno apprezzeranno)? Essenzialmente a niente: era solo un post che meditavo da tempo, una specie di celebrazione di questo nostro piccolo mondo digitale. Per scriverlo mi sono documentato, rileggendo post persi nel tempo e facendomi anche un sacco di risate. Sono sicuro che anche i diretti interessati si sarebbero divertiti (e chissà che ogni tanto non si vadano a rileggere il passato?); per tutti gli altri, spero sia stato un modo per farsi una veloce idea di quello che abbiamo fatto finora.
Eppure, c’è ancora un capitolo da scrivere in questa storia. A giorni arriverà un nuovo blog nella nostra cerchia. Vi prego di accoglierlo bene, di frequentarlo, di commentarlo. Anzi, soprattutto di commentarlo. Credo sia il progetto più ambizioso che abbia mai calcato le nostre scene, e avrà bisogno, almeno all’inizio, di molto, molto, molto incoraggiamento. È questione di giorni, davvero: rimanete sintonizzati.

(a chi fosse interessato alla vera storia del fenomeno blog, consiglio il capitolo 7 del libro New Journalism di Marco Pratellesi; meno completa, ma pur sempre un punto di partenza, è la voce su Wikipedia)

CODA
Ringrazio tutti i commentatori dello scorso post, soprattutto quelli che si affacciavano da queste parti per la prima (o seconda) volta. Mi piace questo tipo di interazione, e spero vivamente che continuiate a seguirmi (anche se non so se io mi seguirei).
Stefano, come hai fatto a vederlo in italiano? Era doppiato o aveva i sottotitoli? Mumble, mumble… Ah, se segui questo link potrai leggere con i tuoi occhi ciò che ti ho scritto oggi nell’sms.

domenica 16 maggio 2010

ONORE AI MIEI FILM (PSEUDO)STORICI

L’altro giorno è successa una cosa molto buffa, che può essere uno spunto per un’analisi approfondita di quello che la sociologia della comunicazione chiama “rumore”. Si vabbé, mi sto solo dando un tono.
Io, Valeria e Gian Marco “Lo Stimatore” ci trovavamo alla Stazione Termini. Dopo un lauto pranzo al McDonald’s, a base di Crispy McBacon, Coca-Cola, e discussioni cinematografiche avanzate (sul tema: sono meglio i film ambientati nell’Iraq contemporaneo, o quelli che si svolgono al tempo della Guerra di Secessione Americana? Risposta scontata, dai) ci stavamo per salutare: io e Valeria dovevamo prendere un treno, Gian Marco un autobus. Ma proprio prima di lasciarci, Gian Marco mi dice la seguente frase: “Ah, ma lo sai che mi sono visto Nine in inglese? È carino, peccato che non si sa quando esce in Italia”.
Pausa. Rifletto. Ma Nine non è quel musical sulla vita di Fellini, quello con un cast stellare che non solo è uscito già in Italia, ma è stato anche un flop colossale di critica e pubblico? Cosa sta dicendo Gian Marco? E poi – conoscendo i suoi gusti cinematografici – possibile che fosse tanto interessato al film da vederselo in inglese? Mah. Sta di fatto che comincio un lungo e aspro dibattito con lui, cercando di spiegargli che il film in Italia era già uscito da diversi mesi; lui però non voleva saperne, e ribatteva colpo su colpo, affermando che doveva uscire ad aprile, e invece era stato rinviato. Il tutto avveniva nella hall di Termini, proprio davanti al negozio Nike, mentre una anziana senzatetto seduta per terra ci scrutava con aria afflitta. Il dialogo è andato avanti per almeno sei-sette minuti, e sia io che lui ci siamo scaldati abbastanza, perché eravamo entrambi fermamente convinti di quello che stavamo dicendo, minacciando di andare su Internet (moderno mezzo enciclopedico) per controllare. Alla fine s’era pure fatta ‘na certa, così decidiamo di tagliare corto. Così Gian Marco conclude dicendo: “Ma si, te lo dico, lo hanno posticipato perché in questo periodo c’era la concorrenza di altri cartoni animati”.
Un'altra pausa. Cartoni animati? È stato solo in quel momento che ho capito che io e lui stavamo parlando di due film completamente diversi. Lui si riferiva infatti a 9, film d’animazione molto promettente, uscito a fine 2009 in Usa e ancora desaparecido qui da noi (potete vederne il visionario trailer a questo indirizzo); io invece pensavo lui si riferisse al musical. Insomma, morale della favola: avevamo ragione entrambi sulle rispettive informazioni, e ci siamo fatti un sacco di risate.
Ora la domanda è: Gian Marco commenterà questo post?

Oggi sono andato a vedere Robin Hood, nonostante il parere dei più fosse negativo. Anche il mio giudizio è negativo, o per meglio dire non è positivo. A quelli che a questo punto diranno: “Visto, che ti dicevo?” rispondo come rispondo a chi mi dice che è inutile andare alle lezioni di Ba*****ne: “Ci devo andare per poter dire che non valeva la pena andarci”.
Ho trovato buona l’idea di narrare quello che in pratica è l’antefatto della storia di Robin Hood, perché in questo modo il film si connota in modo originale rispetto ad altre pellicole che hanno affrontato le stesse tematiche. Peccato che il film non trasmetta molto, nonostante le sue due ore e mezzo di durata. La storia (che ancora devo capire se rispecchia in qualche modo la realtà dei fatti, o se è completamente romanzata) è davvero molto fortuita, e tutta la vicenda sembra appesa a un filo troppo labile per sembrare verosimile. I personaggi, a parte il protagonista, sono costruiti poco e male: e questo vale per la cricca di Robin Hood (Frate Tuck, Little John, ecc, figure appena abbozzate che non rivaleggiano neanche con quelli del cartoon Disney), ma soprattutto per gli antagonisti (se ne contano almeno tre, ma insieme non ne fanno mezzo).
Le scene d’azione, poi, non sono granché. Certo, sono decisamente migliori che in molti altri film in cui la telecamera si muove violentemente e non ci fa capire niente, ma da uno come Ridley Scott mi aspetto molto, soprattutto (anzi, forse solo) sotto questo aspetto. Aggiungerei anche, a costo di essere tacciato di sadismo, che le battaglie mostrate non sono per niente violente, cosa abbastanza inconcepibile visto che si tratta di un film di cappa e spada ambientato nel Medioevo, in cui francamente mi aspetto di vedere arti mozzati e sangue a go-go (vi assicuro che sono più violenti i titoli di coda, realizzati con un mix di animazione e immagini ritoccate graficamente al computer).
Russel Crowe è praticamente perfetto in ruoli del genere. Forse pure troppo: col senno di poi, sembra essere rimasto intrappolato dietro la maschera dell’eroe in costume. Purtroppo non è doppiato da Luca Ward, che ha dovuto rinunciare a causa dell’infortunio rimediato sull’Isola dei Famosi (la mia stima nei suoi confronti è calata notevolmente), e senza di lui la prova di Crowe perde molto del suo fascino.
Strano a dirsi, mi è piaciuta la colonna sonora, composta dallo sconosciuto Marc Streitenfeld: epica e appropriata quanto basta, cosa che riscontro sempre più raramente nei film che vado a vedere al cinema.
Voto: * ½ su **** (Mereghetti gli ha dato **)
Insomma, più vedo film del genere e più capisco quanto sia bello Il gladiatore. Che, nonostante tutti i suoi grossolani errori storici, alla fine era un film avvincente, con una grande storia, personaggi memorabili (dal protagonista ai comprimari), una regia spettacolare, delle musiche trascinanti e – diciamolo – delle grandi scene di battaglia. Ma, soprattutto, aveva una incredibile capacità di emozionare e persino commuovere. O forse è solo il fatto che io avevo undici anni.

Mi spiace, un post tutto cinematografico. Potrei dirvi anche che la versione inglese di Wikipedia ha cambiato grafica – ed ora come ora mi piaceva più la vecchia – ma credo che francamente ve ne importi ben poco.
Tiziano, non ti ho fermato venerdì scorso alla stazione perché ti ho visto (anzi, ti ha visto Valeria: io neanche pensavo ci fosse un essere umano sotto tutta quella barba) quando il mio treno stava già partendo. Altrimenti ti avrei sicuramente salutato: non so più neanche io da quando non ti vedo (forse dai tempi delle figuracce rimediate da Jacopo al Sistina).
Mi affascina il fermento che si è scatenato sull’idea di blog-zine. Per ora non dico altro.

domenica 9 maggio 2010

AND WHEN YOU’RE OUT OF FUEL, I’M STILL AFLOAT

E se uno dei più grandi album rock degli ultimi anni in realtà non avesse mai visto la luce?

Nel 1994 fecero il loro ingresso sulla scena musicale i Weezer. Wikipedia definisce il loro genere come alternative rock / power pop; facciamola semplice e diciamo che si tratta di un gruppo rock. Molti di voi li conosceranno, chi a livello superficiale, chi in modo più approfondito; ebbero un certo successo un paio di anni fa con il brano Pork and Beans che, pur non arrivando a essere trasmesso alla radio, circolò a lungo su Mtv. In realtà ho come l’impressione che qui in Italia non li conosca praticamente nessuno, a parte gli appassionati del genere. In America godono invece di una più ampia popolarità e, pur rimanendo legati a uno zoccolo duro di appassionati ben codificato, riescono sempre a piazzare i loro cd all’interno della top ten.
Tutto questo, però, è venuto dopo. In quell’ormai lontano 1994 i Weezer rappresentarono una novità più che interessante nel panorama musicale statunitense. In un mondo che risentiva fortemente delle sonorità e dello stile di vita grunge, i Weezer ebbero il coraggio (o l’ingenuità, o l’acume commerciale) di mostrarsi semplicemente per quello che erano: quattro ragazzi americani sui venticinque anni, imbevuti di cultura pop anni ’90 e dalle fattezze inequivocabilmente nerd. E così uscì l’omonimo album Weezer (conosciuto anche come The Blue Album).
Basta vedere le facce e i vestiti dei quattro componenti del gruppo, sulla copertina del cd, per farsi velocemente un’idea di quello che è l’universo nerd. Se poi si ascoltano le canzoni, la cosa si fa ancora più chiara. Capelli e camice improbabili, poster appesi in camera, giochi e videogiochi, amori che non si realizzano, sogni impossibili, l’orgoglio di essere diversi. È lo stile del geek rock, quel sottogenere di nicchia dell’alternative rock che eleva i nerd al rango di eroi e si fa portavoce dei loro valori.
Ok ok, io tifo in modo spudorato per i nerd. E considero The Blue Album un lavoro bellissimo, pieno zeppo di canzoni fantastiche: dalla celeberrima Buddy Holly (che ha un video geniale, diretto dal futuro regista cinematografico Spike Jonze) alla criptica My Name Is Jonas, dalla lunghissima Only in Dreams alla nerdissima In the Garage, passando pure dalle fresche Holiday e Surf Wax America; ma la migliore di tutte per me è senza dubbio The World Has Turned and Left Me Here, una delle più belle canzoni mai scritte sugli amori immaginati.
Ecco, era un repertorio musicale da nerd, e che solo loro avrebbe conquistato. Beh, successe una cosa incredibile: il loro album di debutto divenne uno dei più venduti del decennio, ricevendo una quantità immane di premi e riconoscimenti. Fu una vera bomba: e i nerd erano improvvisamente (e del tutto inaspettatamente) diventati delle rockstar.

È da tutto questo background che viene fuori ciò che in realtà voglio raccontarvi in questo post. Dopo il tour che seguì e accompagnò il debutto della band, il frontman del gruppo, Rivers Cuomo, cominciò a lavorare al materiale per il secondo album. Narra la leggenda che, durante le vacanze di Natale del 1994, egli incise da solo, a casa sua, alcuni brani che avrebbero dovuto formare l’ossatura del successivo lavoro dei Weezer; e nel frattempo delineò anche a grandi linee il progetto.
Nelle intenzioni di Cuomo, il secondo album dei Weezer sarebbe dovuto essere una rock opera a tema fantascientifico, strutturata come un’unica grande storia suddivisa in 15 canzoni legate l’una all’altra senza interruzioni. Una cosa alla Pink Floyd, praticamente, ma condita con tutti quei temi che tanto erano cari ai Weezer e da un’ambientazione tipicamente geek (la fantascienza). La storia si svolgeva nell’anno 2126 a bordo di un’astronave; protagonista era un equipaggio formato da 6 elementi (tra uomini, due donne e un robot), incaricato di trovare qualcuno o qualcosa su un pianeta lontano. Ogni personaggio avrebbe dovuto essere “doppiato” da una persona diversa: Cuomo avrebbe interpretato il protagonista, due cantanti di gruppi alternative avrebbero prestato la loro voce alle due donne, mentre i restanti ruoli sarebbero stati coperti dagli altri tre dei Weezer. In realtà l’intera storia era una metafora. Come ha dichiarato Cuomo in seguito, sarebbe stata evidente l’analogia tra il viaggio nello spazio ignoto e l’impatto che i quattro ragazzi avevano avuto col successo e il mondo dello spettacolo.
Tutto questo si sarebbe dovuto chiamare con il fighissimo nome Songs from the Black Hole, ma non andò mai in porto. Nel corso del 1995 l’idea di fondo attorno cui ruotava il progetto cambiò e fu progressivamente abbandonata. Tuttavia del materiale era stato inciso, e di certo non andava perduto. Nel corso degli anni, in modo più o meno ufficiale, sono stati resi noti i testi e persino le rudimentali registrazioni effettuate da Cuomo nel 1994. Da questo materiale ci si è potuti fare un’idea dell’intera vicenda narrata nell’opera. In particolare la storia ruotava attorno al protagonista e alle due donne: innamorato di colei che invece non se lo fila, e amato dalla tipa che a lui non piace, il personaggio principale si trova a fare i conti con la ricerca del vero amore. Alla fine, tutta la vicenda lo porterà a riconsiderare le sue sensazioni verso l’intera missione/avventura musicale, inducendogli tra l’altro anche un bel po’ di sano pessimismo.
Sono solo frammenti. Non sappiamo (né sapremo mai) cosa sarebbe potuto essere Songs from the Black Hole, ma solo questi piccoli dettagli hanno mandato in brodo di giuggiole i fan dei Weezer. Un’idea più vicina alla realtà dei fatti ce la possiamo fare ascoltando quello che si è salvato del materiale registrato. Si tratta generalmente di registrazioni effettuate in modo semi-amatoriale da Cuomo a casa sua, quindi la qualità non è altissima: ma basta e avanza. Ed ecco quindi Devotion, You Won’t Get With Me Tonight, Longtime Sunshine, Superfriend e la magnifica I Just Trew Out the Love of My Dreams. Altre due canzoni, Getchoo e Tired of Sex, sono state invece dirottate sull’album successivo della band, ricevendo così una registrazione decente.

La storia di Songs from the Black Hole è avvincente. Ci apre una finestra su un mondo possibile, in cui l’album è stato regolarmente registrato, pubblicato e venduto (poco, perché sarebbe stato senza dubbio un fiasco commerciale). Probabilmente avrebbe amplificato e sviluppato all’ennesima potenza le tematiche dell’album d’esordio, e ci avrebbe parlato in modo nuovo dell’essere nerd. In seguito i Weezer sono cambiati. Quando il successo è diventato davvero pesante, per esigenze di copione hanno dovuto indossare definitivamente l’abito da rockstar. La loro produzione musicale si è mantenuta generalmente buona, con delle punte davvero notevoli (probabilmente The Red Album, del 2008, è il loro progetto più sperimentale in assoluto). Ma quello che dopo gli anni ’90 è venuto a mancare è senza dubbio la loro aura magica da nerd, con le loro camice e il loro orgoglio quasi infantile di essere diversi.
La differenza si vede già nel loro secondo album (quello vero stavolta): Pinkerton, un concept album vagamente ispirato alla Madama Butterfly di Puccini. Fu un insuccesso commerciale, segnato da sonorità più dark e graffianti rispetto al passato. Anche Pinkerton è bellissimo, ma non era più la stessa cosa. I Weezer erano diventati grandi.

lunedì 3 maggio 2010

VOGLIO IL BOLLINO DOC!

Negli ultimi mesi ho scoperto che mi piace cucinare. Per il compleanno mi è stato regalato un libro di ricette sulla pasta, e da allora ho cominciato a sperimentarne qualcuna. La cosa che mi dà più soddisfazione, nel cucinare, è la sensazione che quello che vado a mangiare l’ho preparato proprio io. Mi piace seguire ogni singola fase della preparazione, sentire l’odore del sugo che si diffonde nell’aria, e poi assaporare il piatto finito. Insomma, mi sento realizzato.
Tuttavia, non cucino mai solo per me stesso: perché, nonostante tutta la soddisfazione che mi dà, se lo devo fare solo per me non mi viene voglia. Generalmente cucino per due (me e Valeria, la mia musa ispiratrice e assaggiatrice ufficiale), ma un paio di settimane fa ho cucinato persino per cinque persone (dei malloreddus al sugo di salsiccia che mi hanno lasciato molto soddisfatto). Come eccezione che conferma la regola, poche sere fa ho cucinato solo per me (un sugo con peperoni e guanciale: ho preferito testare su di me gli effetti di questa bomba). Ieri a pranzo, invece, mi sono esibito nuovamente nella amatriciana, che già avevo sperimentato una volta ma senza essere del tutto soddisfatto: a questo giro invece ce la siamo proprio gustata! Mi rendo conto, però, che una amatriciana deve necessariamente conquistare il bollino Doc (Degustazione Opportunamente Cavicchiolesca) prima di essere definita tale: indi per cui, prima o poi, il Cavicca dovrà farmi da cavia e degustare. Magari ce la possiamo anche tajare al massimo, e organizzare una sfida culinaria. Che te ne pare?
In ogni caso, sempre il Cavicca mi avvisa telefonicamente della magnificenza del ristorante Thai. Beh, allora conducimici. Lo sai che sono aperto a queste mense esotiche. (Oh, quanto se paga?)

Ma lasciamo la cucina e spostiamoci altrove. Negli ultimi giorni sono stato ben due volte al cinema: e ho visto un film italiano e un film spagnolo. Non vedo un film americano da febbraio: su, fatemi un applauso…
Il primo è Basilicata Coast to Coast. Attenzione: non bollatelo come una stupidaggine. Si tratta di una commedia che quasi quasi mi viene da definire deliziosa. Dietro una trama semplice e lineare, si nasconde un road movie di ben altra intensità, con diversi personaggi credibili e a tutto tondo. Un classico esempio di come il viaggio conti più della destinazione. Peccato che un paio di storie rimangano inspiegate, perché gli attori (anche Max Gazzè, che attore non è) se la cavano davvero bene. Consigliato a chiunque voglia vedere un film italiano che non sembra un film italiano.
Il secondo è Cella 211, che ho visto in compagnia di Gianfranco su sua proposta. È una produzione spagnola, trionfatrice agli ultimi premi Goya, con attori sconosciuti (almeno a noi) e girata con due soldi tutta all’interno di una sola ambientazione (un carcere durante una rivolta dei detenuti). Beh, che dire: bello. Coinvolgente e ricco di tensione dall’inizio alla fine, senza mai mollare la presa. Un thriller che, in mancanza di altro (tecnicamente è piuttosto limitato, soprattutto a livello di mezzi e fotografia), punta tutto sulla sceneggiatura: e ci mette davanti a dei bei dilemmi morali, oltre che a situazioni di suspance pura e a curiosi (ed esotici, per il pubblico italiano) riferimenti alla geografia e alla storia spagnola. È davvero così utopico vedere un film italiano di questo livello? Ora come ora pare proprio di si. Come notavamo in una bella discussione io e Gianfranco, la Spagna sta sfornando negli ultimi tempi una serie impressionante di pellicole a diffusione internazionale (Rec, The Orphanage, Planet 51, più recentemente Agora, più anticamente Il destino di un guerriero). Molti di questi film non li ho visti, quindi non posso giudicare: ma quello che colpisce è come essi vengano venduti benissimo in tutto il mondo, e come grandi budget (in alcuni casi addirittura grandissimi budget) vengano investiti da un Paese che economicamente sta un passo dietro all’Italia (e che non vanta una tradizione cinematografica così splendente)

Bello il post di Tiziano, semplice ma essenziale. Tra l’altro, col potere delle parole e delle immagini, mi ha spinto ad ascoltare i The Pains of Being Pure at Heart (che ad un primo ascolto mi sembrano interessanti; e che comunque hanno un nome bellissimo). Anche io volevo scrivere un post a sfondo musicale, ma mi chiedo quando avrò tempo.

lunedì 26 aprile 2010

AGGIORNAMENTO E PROPOSTE

Abbiamo sempre pensato che Holly e Benji fosse un tantino esagerato, no? Beh, ieri sulla home page di Youtube mi è apparso questo video, e non volevo crederci. Notate l'inquietante bambino asiatico che si vede dopo circa 17 secondi.

Sono stato un po’ impegnato in questi ultimi tempi, e quindi non ho avuto tempo per aggiornare il blog. A dire il vero sono sempre impegnato: mi servirebbero giornate da 48 ore per fare tutto quello che vorrei fare.
Ho praticamente finito il lavoro di ricerca sulla tesi. Finito per modo di dire: credo che potrei continuare pressoché all’infinito, visto che salta continuamente fuori qualcosa di interessante. Un paio di settimane fa è anche uscito uno dei pochi libri in italiano su Wikipedia, che ho prontamente comprato e che mi accingo a leggere: gli ho dato uno sguardo veloce e mi sembra perfetto (c’è persino un focus on linguistico sulle wikipedie serba e kazaka! [questa era un’informazione per Matteo]).
Giovedì sera io e Valeria siamo stati al concerto gratuito organizzato da Nat Geo Music al Circo Massimo. Star della serata era Pino Daniele; prima di lui hanno suonato la band di Prince (che ha fatto delle musiche a metà tra il raggae e il rock) e una vocalist africana (particolare). Poi ha cominciato a piovere, e quindi tanti saluti: però il Circo Massimo è un luogo che si presta ai concerti, per via del pendio che lo circonda (da cui prima o poi mi dovrò rotolare fino a terra).
Venerdì sera invece siamo stati alla discoteca Akab, dove un nostro amico si esibiva in un concorso di pittura. Detto così sembra molto strano, però il risultato è stato gradevole: la mostra si teneva in una sala appartata, mentre in quella principale suonava una band blues formata da sole ragazze. Insomma, si poteva stare a parlare lontani dal casino. Poi a mezzanotte è cominciata la "musica" tunz tunz, e allora ce ne siamo andati. Comunque bella la strada che va da Piramide a Testaccio, ve la consiglio, soprattutto di notte.

Risposte varie ai commenti del post precedente.
Tiziano, lo so che ti stupisci della mia scarsa frequentazione dei ristoranti cinesi. Il fatto è che dalle mie parti scarseggiano: una volta a Terracina ce ne erano ben due, ma alla fine hanno chiuso entrambi (e comunque erano famosi essenzialmente per l’aneddoto palmacciano “Oh ragà, andiamo dal cinese” che forse qualcuno ricorderà). Quindi, non c’era mai stata la tentazione. Nella Detroit pontina ovviamente la situazione è diversa: dopotutto non potrebbe essere la Detroit pontina senza ristoranti cinesi, no?
Livio, eri posseduto da James Joyce mentre scrivevi quel commento? Comunque io sono disponibile ad andare a vedere mostre e musei, basta che ci si organizzi per tempo. Sono anche disponibile ad andare a sparare i raggi luminosi, come leggerai nel commento che ho lasciato sul tuo blog.
Stefano, quella battuta era talmente brutta che mi sono vergognato nello scriverla.
Matteo, ti dico una cosa: questa stagione ad Hattrick siamo tutti forti! La prima giornata ha visto trionfare tutti quelli che conosco. Finalmente ci si diverte.

Io il prossimo weekend resto a Roma. L’idea era quella di andare al famigerato concerto del primo maggio. Ora, quali sono i vostri progetti? Volete venire anche voi? A me del concerto non me ne importa molto, però potrebbe essere un’occasione per rivederci: anche se venite solo per poco a me farebbe piacere. Domenica molto probabilmente sarà impegnato con Tiziana & co, però magari si potrebbe organizzare qualcosa anche per venerdì sera (tipo: mi piacerebbe rivedere er Cavicca) o persino sabato (anche se credo che dopo il concerto si sarà stanchi). Insomma, sono aperto alle vostre proposte e idee: fatevi sentire commentando qui. Un saluto a tutti.
 
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