giovedì 26 gennaio 2012

NOBODY LIKES YOU WHEN YOU’RE TWENTY-THREE…

…come cantavano i blink-182 molti anni fa (citazioni di lusso, eh?). Sta di fatto che è l’unica frase che mi viene in mente sull’avere ventitré anni: e, visto che oggi è il mio compleanno e raggiungo questa soglia, ci calza a pennello (se oggi facessi diciannove anni potrei citarvi un bel pezzo di Stephen King. Vabbé, pazienza).

L’essere nati il 26 gennaio ha alcuni lati positivi. Tanto per cominciare, ogni anno in questo giorno cade l’Australia Day: e il fatto che il mio compleanno coincida con questa festa non può essere una semplice coincidenza. Al liceo, inoltre, il pomeriggio del mio compleanno me la potevo prendere comoda: il giorno dopo veniva sempre organizzata un’assemblea d’istituto per il Giorno della Memoria, il che voleva dire niente compiti (a voler essere cinici, eh).
Poi, all’università, c’è stato il rovescio della medaglia: negli ultimi cinque anni il mio compleanno è sempre stato accerchiato da esami vari e da giornate passate sui libri. Il che non è stato propriamente esaltante, devo dire.
Finora ho conosciuto ben due persone nate il mio stesso giorno. Non so, magari voi avete coorti di tizi che condividono con voi il compleanno, ma a me questo sembra un risultato incredibile (addirittura Giulia è nata pure il mio stesso anno). Comunque, sempre meglio che essere nati d’estate. Non me ne vogliano i lettori di questo blog che sono nati sotto il solleone, ma a me fare il compleanno d’estate metterebbe un po’ di tristezza: tutti sono via, in vacanza, e specialmente quando si va a scuola la cosa si sente. Sì, oggi sono in vene di alte speculazioni filosofiche.

Quest’anno i miei genitori mi hanno regalato un libro pazzesco, che non conoscevo e non vedo l’ora di leggere [dalle frasi celebri di Luigi Calisi, prossimamente su Wikiquote: “Se mi regalassero soltanto libri per il resto della mia vita, io sarei felicissimo”. Naturalmente è suscettibile di modifiche e abbellimenti]. Per il momento non dico molto, anche perché devo ancora valutarne la qualità. Però devo ammettere che quando l’ho sfogliato a caso e i miei occhi sono caduti su frasi come “Il treno per Priverno non aveva l’aria condizionata” e “La Strada Migliara 53 lasciava spazio a Via del Principe Biancamano” mi sono emozionato. E tenete presente che il libro in questione non è una raccolta di post di Abbasso Roccarina, ma un thriller scritto da un portoghese. Sconvolgente, vero?

Io da un paio di giorni ho ripreso a scrivere la mia seconda opera prima (Maccio Capatonda docet). A novembre, causa studio (e in parte carenza di idee), ero stato costretto a interromperne la stesura, dopo due mesi iniziali in cui avevo scritto tantissimo. Ora lo studio da fare c’è ancora, ma almeno ho avuto delle buone idee che ho scritto furiosamente su alcuni foglietti man mano che venivo illuminato. Non so quale sarà il risultato finale, però per il momento non sembra male. Conto di finirlo entro l’inizio dell’estate, ma questa data ovviamente dipenderà anche da quello che mi troverò a fare nei prossimi mesi. E questo, a differenza del finale del mio romanzo, io non lo so ancora.

Vabbè, il post precedente è stato un clamoroso successo di pubblico, che non conto di ripetere (ma hanno dato una mano Facebook e l’improvvisa fine di Megavideo). Però mi piacerebbe se chi ha commentato quel post passasse anche da questo, lasciando due righe. Tra l'altro oggi c'è stata un'impennata di visite: forse un post sul compleanno ve lo aspettavate, in fin dei conti...

Qualcuno di voi ha visto il film La talpa? Com'è? Lo volevo vedere, ma vivo in un contesto cinematograficamente svantaggiato e quindi l'ho perso (a proposito di post precedente e film non visti).
Sulle nomination agli Oscar ho poco da dire, perché purtroppo molti film non li ho visti (aridaje). A pelle, tiferei per Hugo e War Horse, ma non escluderei nessuno degli altri. Più di tutto, però, tifo per John Williams: è arrivato a un numero immane di nomination, e se ci pensate ha vinto solo 5 Oscar (solo?).

giovedì 19 gennaio 2012

LA MALEDETTA LISTA

L’altro giorno ho finalmente visto uno dei tanti film che fanno parte dell’esclusiva “lista dei film che ho sempre voluto vedere ma per un motivo o per un altro non ho mai visto”. Questa lista, in realtà, non esiste in forma cartacea o digitale, né in nessuna altra rappresentazione concreta: è soltanto una mia lista mentale, e per questo motivo tende ad essere abbastanza evanescente. Certo, più di una volta ho pensato che sarebbe opportuno fissarla, metterla per iscritto, così non me la dimenticherei più: ma poi non lo faccio mai.


Questa lista è molto più lunga e imbarazzante di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Io sono un tipo cui il cinema piace, «e parecchio, per questo mi chiamano vecchio»; diciamo che me ne intendo abbastanza, anche dal punto di vista tecnico; e poi ordino i dvd in base alle case di produzione, e sfido chiunque a farlo altrettanto bene di come lo faccio io. Può sembrare paradossale, dunque, venire a sapere che in realtà la mia filmografia ha dei buchi colossali. E non sto parlando soltanto del cinema classico – che voglio recuperare al più presto, anche se per motivi anagrafici sono in qualche modo giustificato – ma anche di pellicole e nomi molto più recenti.

Vi faccio qualche esempio, giusto per suscitare clamore. Io non ho visto alcun film di Christopher Nolan. Sì sì, proprio così: neanche uno. Divertente, vero? A mia parziale discolpa va detto che qualche scena di Batman Begins su Sky l’ho intravista, però il resto della sua carriera mi manca tutto. Nella famosa lista di cui sopra, però, figurano sia Memento che The Prestige, e devo dire che il trailer del prossimo Cavaliere Oscuro mi ha lasciato a bocca aperta.
Ancora: di David Fincher – un altro regista sulla cresta dell’onda – non ho visto ZodiacThe Social Network e soprattutto Fight Club. Tutti film di cui bramo la visione il prima possibile.
Un altro dei miei punti deboli: i fratelli Cohen. Elenco dei loro film che voglio assolutamente vedere: Fargo, Non è un paese per vecchi e Il grinta, ma pure Arizona Junior e Crocevia della morte non li disdegnerei. Poi magari non mi piacciono, sia chiaro, ma almeno avrei colmato queste lacune.

Ecco, i fratelli Coen. Sarà solo l’inizio, ma almeno l’altra sera un tassello l’ho messo a posto. Finalmente, dopo anni e anni, ho visto Il grande Lebowski. Ne avevo sempre sentito parlare, Mereghetti lo elogiava, praticamente chiunque me lo consigliava. Beh, non so se voi lo avete visto, ma una cosa posso dirlo: la sua fama di film cult è ampiamente giustificata. E meritata.
Più ci ripenso, e più questo film mi piace. Lì per lì, quando lo vedi, può spiazzare: lo stile surreale, parodistico e a tratti grottesco dei registi può non piacere a tutti (infatti a me Burn After Reading non è piaciuto affatto: trascinai a vederlo i miei amici dell'università, e per poco non mi linciarono dopo la visione). Peraltro, in questo caso, contaminano il giallo/noir con la commedia, e capisco che la cosa possa suonare strana. Però c’è poco da fare: questo è il classico film fatto per essere citato negli anni a venire e condiviso (va di moda) sui social network. Gli attori sono monumentali, bravissimi soprattutto quelli di contorno. E la sceneggiatura contiene alcuni dei dialoghi più brillanti e geniali che io abbia mai sentito al cinema: scene come il dialogo sui nichilisti (alzate il volume, è basso) o il dialogo con la proprietaria della tavola calda sono da antologia, con il loro tono dolceamaro tutt’altro che comico; tra l’altro il personaggio del corpulento reduce dal Vietnam (interpretato da un immenso - non è un gioco di parole - John Goodman) è una delle cose migliori del film.
Non so, credo che sia un film che piacerebbe molto al Rocca e a Francescooh. Non chiedetemi perché, è un’impressione a pelle.

Insomma, se fossero tutti così i film di quella lista, sarebbe una vera pacchia. Il vero problema però è: come recuperarli? (un’altra domanda potrebbe essere: come avere il tempo necessario per vederli tutti? Ma ipotizziamo per un secondo che io ce l’abbia) La tv, anche dopo il digitale, non offre granché, e spesso propone film che non vedrei mai. Mi sto sempre più convincendo, anche sulla base di alcune letture che ho fatto per studio recentemente, che la via del futuro sarà l’on demand digitale. Una cosa come Megavideo, ma legale. Guardandomi attorno sto notando che in molti si sono già mossi in questa direzione, anche se con esperimenti pioneristici: in Italia ci sta provando MyMovies, ad esempio.
Beh, vi dico una cosa: io sarei disposto a pagare per vedere un film via Internet. Un costo ragionevole, ovviamente, e pretenderei una buona qualità (su Megavideo l’audio non coincide quasi mai col video: il che crea un bizzarro effetto di straniamento). Nella mia mente sta prendendo forma un chiaro modello di business: prezzi bassi per i film d’annata (quando dico prezzi bassi parlo di circa 2 euro), prezzi più alti se uno vuole vedere film dell’ultima stagione. Non sarebbe male, no? Potrebbe anche essere un modo per distribuire film che magari non trovano spazio al cinema (l’iniziativa di MyMovies si muove in questa direzione), anche perché i costi di una diretta streaming sono infinitamente più bassi di quelli che sottostanno alla distribuzione nelle sale.
Magari sono scenari da fantascienza, anche perché sappiamo tutti che l’Italia non è messa granché bene quanto a diffusione di linee Internet ad alta velocità. Però ho la netta sensazione che il futuro passi anche da cose di questo tipo: potrebbe essere il nuovo modo di concepire l’home video.

“Ammazza che palle!” starete pensando. Infatti sto finendo il post. Vi dico solo che tutta questa tirata è servita principalmente ad esprimere il mio disappunto: mi sembra profondamente ingiusto che un film indipendente (ma spettacolare, e con un cast da urlo) come The Way Back non abbia trovato un distributore italiano. Magari questi sistemi alternativi gli avrebbero giovato. O magari no, chissà. Eh, se fossi un distributore…

giovedì 5 gennaio 2012

DUE ANNI DI MONKEYTANA

Oggi sono esattamente due anni che ho aperto questo blog. Dite la verità, la vostra vita è cambiata in meglio, no?

Diciamo sempre che i blog sono a un passo dal baratro definitivo (ed è vero), però io sono affezionato a questo mio spazio personale in cui posso scrivere quello che più mi piace, così come sono affezionato a quelli dei miei amici. Come dico sempre, il blog è di fatto l'unico strumento di comunicazione che mi lega a molte persone che si trovano fisicamente lontane da me, e quindi ogni tanto trovo utile dare qualche notizia di me qui sopra. Probabilmente in futuro mi farò un social network (non Facebook, al massimo Google+), ma per ora le cose stanno così.

Vai col random.
Nell'ultima settimana ho rivisto un bel po' di gente che non vedevo da tempo. L'uscita di venerdì scorso a Latina è stata bellissima, anche se è cominciata in modo tragicomico. Della cronaca di quella serata ha scritto in maniera avvincente Francescooh; io aggiungo solo che mi ha fatto piacere rivedere persone che per un motivo o per un altro mi erano mancate. Andrea platinato ha raggiunto il suo apice, Livio lo preferivo con più capelli, mentre Tiziano è il genio indie rock nostrano e Francescooh spiega benissimo gli incidenti stradali alle vigilesse.
Anche l'ultimo dell'anno è stato divertente. Gabriele non lo vedevo da una vita: come ho detto quella sera, lui è il mio maestro di vita e di eleganza, quindi il piacere nel vederlo è stato doppio. E poi è mio socio in affari: noi diventeremo ricchi, amico!
Poi a Capodanno l'apparizione improvvisa di Jacopo a Terracina, in un'uscita allargata in cui è confluito mezzo mondo.
Matteo il Rocca lo vedo di più adesso che sta in Francia che quando stava in Italia. Il Cavicca è tornato dalla Germania per Natale ma ora? E' tornato a Heidelberg oppure ha finito l'Erasmus? Boh.
Ieri ho vinto una partita a Cluedo e ne ho persa un'altra.

L'altra sera ho visto in streaming sul sito della Rai uno speciale bellissimo sulla Pixar che hanno trasmesso in seconda serata su Rai1. Era un po' datato (l'ultimo film che mostravano era Cars, che è del 2006), però ricostruiva molto bene le origini degli studios. Intervistavano pure George Lucas, che volete di più? Dalla visione di quel video ho avuto la conferma a ciò che già sapevo da tempo: fare il creativo alla Pixar è il lavoro più bello del mondo. Dovreste vedere il loro quartier generale, gente.

Ora sono alle prese con gli esami e ho poco tempo per fare qualsiasi cosa. Soprattutto mi manca scrivere: spero di poter ricominciare la settimana prossima.
Poi mi dovrò trovare qualcosa da fare da marzo a giugno, da affiancare alla stesura della tesi. Ma questa è un'altra storia...

AGGIUNTA DEL 6 GENNAIO (CHE VALE MEZZO POST)
In questo periodo è impossibile non essere travolti dalle classifiche finali (del 2011) o iniziali (del 2012). Come già feci l'anno scorso ho deciso di irritarvi con le classifiche dell'unica cosa di cui ho una certa competenza: i film!

Al netto dei film che volevo vedere e poi non ho visto (sempre di più, talmente tanti che poi finisco col dimenticarmeli), i tre migliori film del 2011 per me sono stati (in ordine sparso): This must be the place, (un film diretto da un italiano: pazzesco!), Rango (per la prima volta a memoria d'uomo il cartone animato più bello dell'anno non è targato Pixar), Midnight in Paris (più ci ripenso e più mi piace, forse perché non me lo aspettavo). Menzioni d'onore: Le avventure di Tintin (per uno dei piani-sequenza più incredibili che abbia mai visto, e per il modo in cui sono andato a vederlo) e Terraferma (anche questo totalmente inaspettato).
La più grande delusione dell'anno è stata invece Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare (pessimo, davvero pessimo).

Questa, invece, l'imperdibile lista dei film che più attendo nel 2012:
- Wreck-It Ralph. Eh? E che è? Non se ne sa molto (io stesso l'ho scoperto ieri). Sarà il cartone di Natale della Disney (non Pixar), e si svolgerà parzialmente all'interno di un videogioco pixelloso stile anni '80. Guardare il logo per credere.
- Prometheus. Quando lessi che Ridley Scott avrebbe girato un prequel del suo capolavoro del 1979 Alien, pensai più o meno: "Che palle!". Poi, la settimana scorsa, ho visto il trailer. Non so se lo andrò a vedere davvero, ma di certo lo seguirò con molta attenzione.
- War Horse. Non posso non andare a vedere un film di guerra diretto da Steven Spielberg. Non se il protagonista è un cavallo, almeno.
- Brave. Non posso non andare a vedere un film della Pixar. Non se l'ultimo è stato un mezzo passo falso, almeno (non totale come vorrebbero farvi credere alcuni, ma abbastanza per allarmarmi).
- Cloud Atlas. Non se ne sa molto, ma è il nuovo film dei fratelli Wachowski (vi ricordo che uno dei due ha cambiato sesso un po' di anni fa, e adesso si fa chiamare Lara). Le prime immagini mi stuzzicano, ma potrebbe anche essere una delusione colossale.
- Lo Hobbit. Dulcis in fundo. Ho spiegato il perché di questa attesa nel commentatissimo post sui Cojoti (l'ultimo post della storia di quel blog?). Inutile girarci attorno: è il film che attendo di più in assoluto nei prossimi cinque anni. Il che vuol dire che potrebbe essere la più grande delusione di questa lista.

martedì 20 dicembre 2011

IL MIO ULTIMO GIORNO DI UNIVERSITÀ

Dal momento che questo blog è il principale strumento che ho per comunicare con molti di voi, ritengo opportuno informarvi che venerdì scorso è stato il mio ultimo giorno di università di sempre.

Ora qui ci starebbe bene uno di quei miei famosi post pieni di nostalgia e ricordi dei tempi passati, ma so che se facessi così verrei ricoperto da insulti e maledizioni varie. D'altra parte, però, non posso ignorare che le mie lezioni all'università sono finite per sempre. Il risultato è questa via di mezzo che avete davanti. Se volete, leggete questo post con questo sottofondo musicale.

Il mio ultimo giorno di università è cominciato in realtà il penultimo giorno di università. La sera si è tenuto l'evento più glamour dell'anno, la festa di Natale dell'università: un po' la summa di tutte le contraddizioni possibili. Io e Valeria ci abbiamo fatto una capatina, giusto il tempo di arraffare un po' di cibo nella folla. Abbiamo poi preferito lasciare il campo agli altri, che pare siano andati in giro fino alle 5 di mattina. (per GM: c'era un solo professore alla festa, colui che ci apostrofava ironicamente come "i nostri scrittori". Era tristissimo vederlo aggirarsi per la chiesa con il suo maglioncino e la sua pancetta)
L'ultimo giorno vero e proprio, poi, è stato abbastanza surreale. La mattina ho fatto un esame di tedesco, mentre al pomeriggio un professore patito di cinema macedone ha portato pizza e bibite in aula. Qualcuno ha risposto con pandoro e panettone: la "lezione" è andata avanti così. Poi, dopo i saluti di rito (se conosceste il professore in questione come lo conosco io, apprezzereste ancora di più l'uso della parola "rito"), siamo stati un po' a parlare nel cortile. Tutti erano felici e gioiosi per la fine definitiva delle lezioni.
Io, nonostante quello che si potrebbe pensare, fino a quel momento non avevo riflettuto più di tanto sul fatto che quella era la fine: tra tesine e presentazioni varie la cosa mi era sfuggita. Solo a quel punto mi sono reso conto per bene della cosa, senza riuscire a capire se ero felice oppure no. La verità è che il mio reale sentimento è sospeso a metà fra questi due estremi: da un lato ci sono incertezza del futuro (qui Matteo avrà un'altra fitta al cuore. Ma no, Matteo, stai tranquillo!) e ricordi vari, dall'altro non vedo l'ora di andare avanti e vedere cosa mi (ci) riserva il domani. Insomma, un pensiero di una banalità sconcertante, non trovate?
Prima di lasciare l'università ho ricordato ad Andrea - l'ultimo superstite del corso triennale che era con me nel cortile in quel momento - di quando seguivamo le lezioni del tridente d'attacco Antiseri-Pellicani-Pezzimenti. Era quattro anni prima, eppure sembrava passata poco più di una settimana (ma forse era solo perché pochi giorni prima io e lui ci eravamo imbucati a una lezione del Pellicani, così, giusto per). Ecco, forse è questa la cosa più stupefacente: la velocità folle con cui si è mosso il tempo. Questi cinque anni (diciamo quattro, per essere precisi) sono volati via in un baleno. Se poi ripenso ai tempi del liceo, che apparentemente mi sembrano ancora abbastanza vicini, mi accorgo che stiamo parlando di epoche lontanissime. Al di là di tutto - nostalgia, felicità per la fine delle lezioni, futuro nebuloso (o futuro limpido) - mi sembra che in fin dei conti rimanga solo il tempo e il modo in cui lo utilizziamo.
Alla fine arrivo alla navetta, mi imbarco, e aspetto di partire. Finalmente l'autista sale, mette in moto, fa la manovra e si avvia sulla discesa. Mancano pochi metri e poi sarò fuori, l'ultima volta da studente. E proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino.
Era Pinci, ovviamente. Era inevitabile che dovesse mettere la sua firma pure sull'ultimo giorno.

giovedì 1 dicembre 2011

MADRID

Come spesso accade, anche Madrid prima di andarci non mi attirava e invece poi mi è piaciuta. Sto cominciando seriamente a preoccuparmi, e mi pongo domande tipo: se poi vado in un posto che mi attira (l’Australia) e non mi piace che faccio?

Madrid è una bella città. Non ha un’anima immediatamente riconoscibile, né riesco a descrivervela in poche parole: però mi è piaciuta, mi ha lasciato una sensazione positiva. Ci sono stato quattro giorni con Valeria per festeggiare il nostro terzo anniversario: e diciamo che mi sarebbe piaciuto anche andare nella parte albanese della Macedonia, se ci fossi andato con lei.

Quattro giorni sono un tempo più che sufficiente per visitare il centro città. Eravamo armati di guida, il volume dedicato a Madrid del National Geographic: una guida fatta abbastanza bene, con molte mappe chiare, buone descrizioni degli itinerari e qualche indicazione fuori dal mainstream. Peccato che fosse un po’ carente sul fronte degli aggiornamenti: per due volte ci siamo ritrovati davanti a facciate desolate laddove ci sarebbero dovuti essere dei ristoranti. Ma vabbé, per il resto ci siamo trovati bene.

Il centro di Madrid si sviluppa attorno alla famosa Puerta del Sol: una piazza oblunga incredibilmente piena il sabato e la domenica. È il centro della città e dell’intera Spagna: da qui si calcolano ufficialmente le distanza delle città spagnole dalla capitale. A nord della piazza, parallela ad essa, c’è la Gran Via, il cuore dello shopping madrileno; a ovest c’è la zona asburgica, costruita su quella medievale, ed oltre di essa c’è il Palazzo Reale; a est si estende il lungo Paseo del Prado, attorno al quale sono dislocati i tre maggiori musei della città; a sud c’è il Barrio de las Letras, una rete di vicoletti che ospitano taverne e bar. Il tutto a portata di piede: si arriva a fine giornata distrutti, ma in via teoria si potrebbero vedere tutte le cose più importanti senza mai prendere i mezzi pubblici.

Ma perché non prenderli, dico io? La metro di Madrid è – manco a dirlo – spettacolare: 11 linee, treni che passano ogni minuto (ogni tre minuti la sera, quando da noi ne devi aspettare dieci), veicoli modernissimi, stazioni scintillanti e pulitissime. Ormai ci ho fatto il callo: non appena metto il naso (e che naso, signori) fuori dall’Italia mi ritrovo a rosicare per il disservizio pubblico che mi subisco ogni giorno a Roma. La metro di Madrid, inoltre, ha somiglianze inquietanti con quella di Parigi: stessi vagoni (quelli che per aprire devi alzare una manovella, per intenderci), stessi strani oggetti su cui sedersi mentre si aspetta il treno (dei tubi che escono dal terreno a varie altezze). Ha solo un difetto: i soffitti sono bassi. In un corridoio io c’entravo appena: uno come Matteo avrebbe avuto seri problemi.

Il centro di Madrid mi è piaciuto. Dal punto di vista architettonico è un’accozzaglia di stili diversi: palazzi storici lasciano posto a grattacieli decisamente più moderni. Certi posti (la Gran Via o Plaza de España) sembrano usciti da Manhattan; altri (l’edificio trionfale sulle sponde del lago al Parque del Retiro) sembrano un pezzo di Parigi in penisola iberica. Nonostante questo eclettismo, passeggiare per le vie è affascinante.
Più che il vero proprio centro, però, personalmente ho apprezzato molto di più il Barrio de las Letras, che eleggo la mia zona preferita di Madrid. Chiamato così perché nei secoli passati era il luogo di ritrovo di letterati e intellettuali, il quartiere si sviluppa essenzialmente attorno a una via, Calle Huertas, e a una piazza, Plaza de Santa Ana. Qui il paesaggio è completamente diverso da quello della pur vicinissima Puerta del Sol: i palazzoni lasciano spazio a edifici più piccoli, che raramente superano i tre piani, e soprattutto le grandi strade lasciano posto a vicoli e vicoletti, in gran parte pedonali. La zona è piena di invitanti taverne e simpatici locali; sulla strada principale sono incise, per terra, citazioni di opere letterarie di Cervantes, Lope de Vega & co. È un quartiere tranquillo, nonostante sia frequentato da tanta gente: si tratta però in prevalenza di spagnoli, visto che i turisti vengono dirottati altrove. Se andate a Madrid, fateci un salto per una passeggiata nel tardo pomeriggio e fermatevi anche a cena in uno dei localini: vi piacerà.
Mi è piaciuta da morire anche Plaza de España. È una piazza abbastanza grande, costruita attorno a un parco con una grande statua dedicata a Don Chisciotte e Sancho Panza. A dominare lo skyline (ma quanto mi piace questa parola?) sono però due grattacieli voluti dal franchismo, che donano al tutto un’atmosfera decisamente a stelle e strisce (e che sembrano vagamente usciti dall’incipit di Grim Fandango). Non so: stare seduti su una panchina, a vedere due statue monumentali che si specchiano nelle acque placide di una fontana, con una coppia di palazzoni sullo sfondo e le foglie cadute e ingiallite dall’autunno per terra, è qualcosa che mi piace. Ma davvero tanto.

Deludenti i musei (gratis se siete studenti universitari under 25). Il Prado non vale la pena: mi è piaciuto Il 3 maggio di Goya, ma il resto (pittura prevalentemente barocca, prevalentemente spagnola) non mi ha entusiasmato. Meglio il Reina Sofia: il pezzo forte è Guernica, che lascia senza fiato soprattutto per le dimensioni; il resto è arte di tardo Ottocento e Novecento, che in assoluto non mi fa impazzire, ma che qui mi è sembrata comunque apprezzabile.

Una delle vette della vacanza, invece, è stata l’inaspettata gita in barca nel lago del Parque del Retiro. C’è questo laghetto artificiale, sovrastato da un complesso monumentale, e affittano barche a remi per andarci su. Oh, era pieno di gente che si improvvisava popolo di marinai. Io ho coronato finalmente uno dei miei sogni: remare una barca a remi, che fa molto Pirati dei Caraibi. È stato bellissimo e divertente, e me la sono cavata anche abbastanza bene (Valeria si è scapigliata). Il momento più bello è stato quando siamo andati a sbattere (c’era traffico, e comunque venivo da destra) contro una barchetta che ospitava una famigliola francese: uno dei bambini, al momento dell’impatto, si è alzato in piedi e facendo finta di saltare sulla nostra barca ha esclamato “All’arrembage!”. Epocale. Poi due barche piene di ragazzi italiani hanno improvvisato una gara, e uno imitava il Galeazzi commentatore di canottaggio: mi hanno fatto scompisciare.

A Madrid si mangia abbastanza bene. Ho voluto provare a tutti i costi la specialità locale, il cocido madrileno: diciamo che non è la cosa più prelibata che io abbia mai messo sotto ai denti, ma per me viaggiare significa anche provare nuovi sapori. I dolci, poi, sono una cosa spettacolare. Oltre alla classica cioccolata con ichurros che io e Valeria ci sparavamo ogni pomeriggio, menzione d’onore spetta alla Mallorquina: una pasticceria storica di Puerta del Sol, con una vetrina che ti faceva slogare la mascella solo a vederla. La colazione lì, tutte le mattine, è un must.

Il nostro alloggio era centralissimo ed economicissimo. E abbastanza fatiscente: si sentiva benissimo ciò che accadeva nelle altre stanze, il bagno era microscopico, ed era un terzo piano senza ascensore. Però era pulito, e in fin dei conti ci tornavamo solo la sera. Per quello che ci è costato, è andata bene così.

Da come la descrivo, Madrid sembra il paese dei balocchi. Non è così: ho avvertito, più che in altre capitali europee, una palese situazione di degrado. Due cose mi hanno colpito: le file chilometriche per accaparrarsi i biglietti della lotteria (giravano attorno ai palazzi e c’erano poliziotti che mantenevano l’ordine); e le prostitute. Su Calle Montera le prostitute se la comandano. Vi spiego come funziona: stanno ferme lì, al bordo di questa larga e centralissima strada pedonale, anche e soprattutto in pieno giorno. Masticano una gomma, fanno palloni e attirano l’attenzione dei passanti facendoli scoppiare. Se questo non basta passano all’attacco: abbordano letteralmente gli uomini, cercando di trascinarseli da qualche parte nei vicoli là attorno. Il mio esperto amico Gian Maria (esperto perché è stato in Erasmus a Madrid, non perché va a prostitute) mi dice che è sempre così, al punto che quella strada è rinomata proprio per questo. La cosa mi ha colpito per la centralità della zona e per la presenza, fissa, di una pattuglia della polizia nei dintorni: che però se ne sta con le mani in mano. Tutto il mondo è paese.

Basta, ho scritto fin troppo. Voglio soltanto aggiungere una cosa. Madrid è bella, mi è piaciuta, e tutto quello che volete. Però Bilbao è meglio. Fidatevi: Bilbao è qualcosa di totalmente inaspettato.
 
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