giovedì 5 gennaio 2012

DUE ANNI DI MONKEYTANA

Oggi sono esattamente due anni che ho aperto questo blog. Dite la verità, la vostra vita è cambiata in meglio, no?

Diciamo sempre che i blog sono a un passo dal baratro definitivo (ed è vero), però io sono affezionato a questo mio spazio personale in cui posso scrivere quello che più mi piace, così come sono affezionato a quelli dei miei amici. Come dico sempre, il blog è di fatto l'unico strumento di comunicazione che mi lega a molte persone che si trovano fisicamente lontane da me, e quindi ogni tanto trovo utile dare qualche notizia di me qui sopra. Probabilmente in futuro mi farò un social network (non Facebook, al massimo Google+), ma per ora le cose stanno così.

Vai col random.
Nell'ultima settimana ho rivisto un bel po' di gente che non vedevo da tempo. L'uscita di venerdì scorso a Latina è stata bellissima, anche se è cominciata in modo tragicomico. Della cronaca di quella serata ha scritto in maniera avvincente Francescooh; io aggiungo solo che mi ha fatto piacere rivedere persone che per un motivo o per un altro mi erano mancate. Andrea platinato ha raggiunto il suo apice, Livio lo preferivo con più capelli, mentre Tiziano è il genio indie rock nostrano e Francescooh spiega benissimo gli incidenti stradali alle vigilesse.
Anche l'ultimo dell'anno è stato divertente. Gabriele non lo vedevo da una vita: come ho detto quella sera, lui è il mio maestro di vita e di eleganza, quindi il piacere nel vederlo è stato doppio. E poi è mio socio in affari: noi diventeremo ricchi, amico!
Poi a Capodanno l'apparizione improvvisa di Jacopo a Terracina, in un'uscita allargata in cui è confluito mezzo mondo.
Matteo il Rocca lo vedo di più adesso che sta in Francia che quando stava in Italia. Il Cavicca è tornato dalla Germania per Natale ma ora? E' tornato a Heidelberg oppure ha finito l'Erasmus? Boh.
Ieri ho vinto una partita a Cluedo e ne ho persa un'altra.

L'altra sera ho visto in streaming sul sito della Rai uno speciale bellissimo sulla Pixar che hanno trasmesso in seconda serata su Rai1. Era un po' datato (l'ultimo film che mostravano era Cars, che è del 2006), però ricostruiva molto bene le origini degli studios. Intervistavano pure George Lucas, che volete di più? Dalla visione di quel video ho avuto la conferma a ciò che già sapevo da tempo: fare il creativo alla Pixar è il lavoro più bello del mondo. Dovreste vedere il loro quartier generale, gente.

Ora sono alle prese con gli esami e ho poco tempo per fare qualsiasi cosa. Soprattutto mi manca scrivere: spero di poter ricominciare la settimana prossima.
Poi mi dovrò trovare qualcosa da fare da marzo a giugno, da affiancare alla stesura della tesi. Ma questa è un'altra storia...

AGGIUNTA DEL 6 GENNAIO (CHE VALE MEZZO POST)
In questo periodo è impossibile non essere travolti dalle classifiche finali (del 2011) o iniziali (del 2012). Come già feci l'anno scorso ho deciso di irritarvi con le classifiche dell'unica cosa di cui ho una certa competenza: i film!

Al netto dei film che volevo vedere e poi non ho visto (sempre di più, talmente tanti che poi finisco col dimenticarmeli), i tre migliori film del 2011 per me sono stati (in ordine sparso): This must be the place, (un film diretto da un italiano: pazzesco!), Rango (per la prima volta a memoria d'uomo il cartone animato più bello dell'anno non è targato Pixar), Midnight in Paris (più ci ripenso e più mi piace, forse perché non me lo aspettavo). Menzioni d'onore: Le avventure di Tintin (per uno dei piani-sequenza più incredibili che abbia mai visto, e per il modo in cui sono andato a vederlo) e Terraferma (anche questo totalmente inaspettato).
La più grande delusione dell'anno è stata invece Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare (pessimo, davvero pessimo).

Questa, invece, l'imperdibile lista dei film che più attendo nel 2012:
- Wreck-It Ralph. Eh? E che è? Non se ne sa molto (io stesso l'ho scoperto ieri). Sarà il cartone di Natale della Disney (non Pixar), e si svolgerà parzialmente all'interno di un videogioco pixelloso stile anni '80. Guardare il logo per credere.
- Prometheus. Quando lessi che Ridley Scott avrebbe girato un prequel del suo capolavoro del 1979 Alien, pensai più o meno: "Che palle!". Poi, la settimana scorsa, ho visto il trailer. Non so se lo andrò a vedere davvero, ma di certo lo seguirò con molta attenzione.
- War Horse. Non posso non andare a vedere un film di guerra diretto da Steven Spielberg. Non se il protagonista è un cavallo, almeno.
- Brave. Non posso non andare a vedere un film della Pixar. Non se l'ultimo è stato un mezzo passo falso, almeno (non totale come vorrebbero farvi credere alcuni, ma abbastanza per allarmarmi).
- Cloud Atlas. Non se ne sa molto, ma è il nuovo film dei fratelli Wachowski (vi ricordo che uno dei due ha cambiato sesso un po' di anni fa, e adesso si fa chiamare Lara). Le prime immagini mi stuzzicano, ma potrebbe anche essere una delusione colossale.
- Lo Hobbit. Dulcis in fundo. Ho spiegato il perché di questa attesa nel commentatissimo post sui Cojoti (l'ultimo post della storia di quel blog?). Inutile girarci attorno: è il film che attendo di più in assoluto nei prossimi cinque anni. Il che vuol dire che potrebbe essere la più grande delusione di questa lista.

martedì 20 dicembre 2011

IL MIO ULTIMO GIORNO DI UNIVERSITÀ

Dal momento che questo blog è il principale strumento che ho per comunicare con molti di voi, ritengo opportuno informarvi che venerdì scorso è stato il mio ultimo giorno di università di sempre.

Ora qui ci starebbe bene uno di quei miei famosi post pieni di nostalgia e ricordi dei tempi passati, ma so che se facessi così verrei ricoperto da insulti e maledizioni varie. D'altra parte, però, non posso ignorare che le mie lezioni all'università sono finite per sempre. Il risultato è questa via di mezzo che avete davanti. Se volete, leggete questo post con questo sottofondo musicale.

Il mio ultimo giorno di università è cominciato in realtà il penultimo giorno di università. La sera si è tenuto l'evento più glamour dell'anno, la festa di Natale dell'università: un po' la summa di tutte le contraddizioni possibili. Io e Valeria ci abbiamo fatto una capatina, giusto il tempo di arraffare un po' di cibo nella folla. Abbiamo poi preferito lasciare il campo agli altri, che pare siano andati in giro fino alle 5 di mattina. (per GM: c'era un solo professore alla festa, colui che ci apostrofava ironicamente come "i nostri scrittori". Era tristissimo vederlo aggirarsi per la chiesa con il suo maglioncino e la sua pancetta)
L'ultimo giorno vero e proprio, poi, è stato abbastanza surreale. La mattina ho fatto un esame di tedesco, mentre al pomeriggio un professore patito di cinema macedone ha portato pizza e bibite in aula. Qualcuno ha risposto con pandoro e panettone: la "lezione" è andata avanti così. Poi, dopo i saluti di rito (se conosceste il professore in questione come lo conosco io, apprezzereste ancora di più l'uso della parola "rito"), siamo stati un po' a parlare nel cortile. Tutti erano felici e gioiosi per la fine definitiva delle lezioni.
Io, nonostante quello che si potrebbe pensare, fino a quel momento non avevo riflettuto più di tanto sul fatto che quella era la fine: tra tesine e presentazioni varie la cosa mi era sfuggita. Solo a quel punto mi sono reso conto per bene della cosa, senza riuscire a capire se ero felice oppure no. La verità è che il mio reale sentimento è sospeso a metà fra questi due estremi: da un lato ci sono incertezza del futuro (qui Matteo avrà un'altra fitta al cuore. Ma no, Matteo, stai tranquillo!) e ricordi vari, dall'altro non vedo l'ora di andare avanti e vedere cosa mi (ci) riserva il domani. Insomma, un pensiero di una banalità sconcertante, non trovate?
Prima di lasciare l'università ho ricordato ad Andrea - l'ultimo superstite del corso triennale che era con me nel cortile in quel momento - di quando seguivamo le lezioni del tridente d'attacco Antiseri-Pellicani-Pezzimenti. Era quattro anni prima, eppure sembrava passata poco più di una settimana (ma forse era solo perché pochi giorni prima io e lui ci eravamo imbucati a una lezione del Pellicani, così, giusto per). Ecco, forse è questa la cosa più stupefacente: la velocità folle con cui si è mosso il tempo. Questi cinque anni (diciamo quattro, per essere precisi) sono volati via in un baleno. Se poi ripenso ai tempi del liceo, che apparentemente mi sembrano ancora abbastanza vicini, mi accorgo che stiamo parlando di epoche lontanissime. Al di là di tutto - nostalgia, felicità per la fine delle lezioni, futuro nebuloso (o futuro limpido) - mi sembra che in fin dei conti rimanga solo il tempo e il modo in cui lo utilizziamo.
Alla fine arrivo alla navetta, mi imbarco, e aspetto di partire. Finalmente l'autista sale, mette in moto, fa la manovra e si avvia sulla discesa. Mancano pochi metri e poi sarò fuori, l'ultima volta da studente. E proprio in quel momento mi arriva un messaggio sul telefonino.
Era Pinci, ovviamente. Era inevitabile che dovesse mettere la sua firma pure sull'ultimo giorno.

giovedì 1 dicembre 2011

MADRID

Come spesso accade, anche Madrid prima di andarci non mi attirava e invece poi mi è piaciuta. Sto cominciando seriamente a preoccuparmi, e mi pongo domande tipo: se poi vado in un posto che mi attira (l’Australia) e non mi piace che faccio?

Madrid è una bella città. Non ha un’anima immediatamente riconoscibile, né riesco a descrivervela in poche parole: però mi è piaciuta, mi ha lasciato una sensazione positiva. Ci sono stato quattro giorni con Valeria per festeggiare il nostro terzo anniversario: e diciamo che mi sarebbe piaciuto anche andare nella parte albanese della Macedonia, se ci fossi andato con lei.

Quattro giorni sono un tempo più che sufficiente per visitare il centro città. Eravamo armati di guida, il volume dedicato a Madrid del National Geographic: una guida fatta abbastanza bene, con molte mappe chiare, buone descrizioni degli itinerari e qualche indicazione fuori dal mainstream. Peccato che fosse un po’ carente sul fronte degli aggiornamenti: per due volte ci siamo ritrovati davanti a facciate desolate laddove ci sarebbero dovuti essere dei ristoranti. Ma vabbé, per il resto ci siamo trovati bene.

Il centro di Madrid si sviluppa attorno alla famosa Puerta del Sol: una piazza oblunga incredibilmente piena il sabato e la domenica. È il centro della città e dell’intera Spagna: da qui si calcolano ufficialmente le distanza delle città spagnole dalla capitale. A nord della piazza, parallela ad essa, c’è la Gran Via, il cuore dello shopping madrileno; a ovest c’è la zona asburgica, costruita su quella medievale, ed oltre di essa c’è il Palazzo Reale; a est si estende il lungo Paseo del Prado, attorno al quale sono dislocati i tre maggiori musei della città; a sud c’è il Barrio de las Letras, una rete di vicoletti che ospitano taverne e bar. Il tutto a portata di piede: si arriva a fine giornata distrutti, ma in via teoria si potrebbero vedere tutte le cose più importanti senza mai prendere i mezzi pubblici.

Ma perché non prenderli, dico io? La metro di Madrid è – manco a dirlo – spettacolare: 11 linee, treni che passano ogni minuto (ogni tre minuti la sera, quando da noi ne devi aspettare dieci), veicoli modernissimi, stazioni scintillanti e pulitissime. Ormai ci ho fatto il callo: non appena metto il naso (e che naso, signori) fuori dall’Italia mi ritrovo a rosicare per il disservizio pubblico che mi subisco ogni giorno a Roma. La metro di Madrid, inoltre, ha somiglianze inquietanti con quella di Parigi: stessi vagoni (quelli che per aprire devi alzare una manovella, per intenderci), stessi strani oggetti su cui sedersi mentre si aspetta il treno (dei tubi che escono dal terreno a varie altezze). Ha solo un difetto: i soffitti sono bassi. In un corridoio io c’entravo appena: uno come Matteo avrebbe avuto seri problemi.

Il centro di Madrid mi è piaciuto. Dal punto di vista architettonico è un’accozzaglia di stili diversi: palazzi storici lasciano posto a grattacieli decisamente più moderni. Certi posti (la Gran Via o Plaza de España) sembrano usciti da Manhattan; altri (l’edificio trionfale sulle sponde del lago al Parque del Retiro) sembrano un pezzo di Parigi in penisola iberica. Nonostante questo eclettismo, passeggiare per le vie è affascinante.
Più che il vero proprio centro, però, personalmente ho apprezzato molto di più il Barrio de las Letras, che eleggo la mia zona preferita di Madrid. Chiamato così perché nei secoli passati era il luogo di ritrovo di letterati e intellettuali, il quartiere si sviluppa essenzialmente attorno a una via, Calle Huertas, e a una piazza, Plaza de Santa Ana. Qui il paesaggio è completamente diverso da quello della pur vicinissima Puerta del Sol: i palazzoni lasciano spazio a edifici più piccoli, che raramente superano i tre piani, e soprattutto le grandi strade lasciano posto a vicoli e vicoletti, in gran parte pedonali. La zona è piena di invitanti taverne e simpatici locali; sulla strada principale sono incise, per terra, citazioni di opere letterarie di Cervantes, Lope de Vega & co. È un quartiere tranquillo, nonostante sia frequentato da tanta gente: si tratta però in prevalenza di spagnoli, visto che i turisti vengono dirottati altrove. Se andate a Madrid, fateci un salto per una passeggiata nel tardo pomeriggio e fermatevi anche a cena in uno dei localini: vi piacerà.
Mi è piaciuta da morire anche Plaza de España. È una piazza abbastanza grande, costruita attorno a un parco con una grande statua dedicata a Don Chisciotte e Sancho Panza. A dominare lo skyline (ma quanto mi piace questa parola?) sono però due grattacieli voluti dal franchismo, che donano al tutto un’atmosfera decisamente a stelle e strisce (e che sembrano vagamente usciti dall’incipit di Grim Fandango). Non so: stare seduti su una panchina, a vedere due statue monumentali che si specchiano nelle acque placide di una fontana, con una coppia di palazzoni sullo sfondo e le foglie cadute e ingiallite dall’autunno per terra, è qualcosa che mi piace. Ma davvero tanto.

Deludenti i musei (gratis se siete studenti universitari under 25). Il Prado non vale la pena: mi è piaciuto Il 3 maggio di Goya, ma il resto (pittura prevalentemente barocca, prevalentemente spagnola) non mi ha entusiasmato. Meglio il Reina Sofia: il pezzo forte è Guernica, che lascia senza fiato soprattutto per le dimensioni; il resto è arte di tardo Ottocento e Novecento, che in assoluto non mi fa impazzire, ma che qui mi è sembrata comunque apprezzabile.

Una delle vette della vacanza, invece, è stata l’inaspettata gita in barca nel lago del Parque del Retiro. C’è questo laghetto artificiale, sovrastato da un complesso monumentale, e affittano barche a remi per andarci su. Oh, era pieno di gente che si improvvisava popolo di marinai. Io ho coronato finalmente uno dei miei sogni: remare una barca a remi, che fa molto Pirati dei Caraibi. È stato bellissimo e divertente, e me la sono cavata anche abbastanza bene (Valeria si è scapigliata). Il momento più bello è stato quando siamo andati a sbattere (c’era traffico, e comunque venivo da destra) contro una barchetta che ospitava una famigliola francese: uno dei bambini, al momento dell’impatto, si è alzato in piedi e facendo finta di saltare sulla nostra barca ha esclamato “All’arrembage!”. Epocale. Poi due barche piene di ragazzi italiani hanno improvvisato una gara, e uno imitava il Galeazzi commentatore di canottaggio: mi hanno fatto scompisciare.

A Madrid si mangia abbastanza bene. Ho voluto provare a tutti i costi la specialità locale, il cocido madrileno: diciamo che non è la cosa più prelibata che io abbia mai messo sotto ai denti, ma per me viaggiare significa anche provare nuovi sapori. I dolci, poi, sono una cosa spettacolare. Oltre alla classica cioccolata con ichurros che io e Valeria ci sparavamo ogni pomeriggio, menzione d’onore spetta alla Mallorquina: una pasticceria storica di Puerta del Sol, con una vetrina che ti faceva slogare la mascella solo a vederla. La colazione lì, tutte le mattine, è un must.

Il nostro alloggio era centralissimo ed economicissimo. E abbastanza fatiscente: si sentiva benissimo ciò che accadeva nelle altre stanze, il bagno era microscopico, ed era un terzo piano senza ascensore. Però era pulito, e in fin dei conti ci tornavamo solo la sera. Per quello che ci è costato, è andata bene così.

Da come la descrivo, Madrid sembra il paese dei balocchi. Non è così: ho avvertito, più che in altre capitali europee, una palese situazione di degrado. Due cose mi hanno colpito: le file chilometriche per accaparrarsi i biglietti della lotteria (giravano attorno ai palazzi e c’erano poliziotti che mantenevano l’ordine); e le prostitute. Su Calle Montera le prostitute se la comandano. Vi spiego come funziona: stanno ferme lì, al bordo di questa larga e centralissima strada pedonale, anche e soprattutto in pieno giorno. Masticano una gomma, fanno palloni e attirano l’attenzione dei passanti facendoli scoppiare. Se questo non basta passano all’attacco: abbordano letteralmente gli uomini, cercando di trascinarseli da qualche parte nei vicoli là attorno. Il mio esperto amico Gian Maria (esperto perché è stato in Erasmus a Madrid, non perché va a prostitute) mi dice che è sempre così, al punto che quella strada è rinomata proprio per questo. La cosa mi ha colpito per la centralità della zona e per la presenza, fissa, di una pattuglia della polizia nei dintorni: che però se ne sta con le mani in mano. Tutto il mondo è paese.

Basta, ho scritto fin troppo. Voglio soltanto aggiungere una cosa. Madrid è bella, mi è piaciuta, e tutto quello che volete. Però Bilbao è meglio. Fidatevi: Bilbao è qualcosa di totalmente inaspettato.

sabato 12 novembre 2011

LUIGI SI FA ANOBII

SAN FELICE CIRCEO (LT) -- dal nostro corrispondente  La notizia è arrivata all'improvviso, al margine di una conferenza stampa: Luigi si è iscritto ad Anobii, il popolare social network dedicato ai libri. Lo ha affermato il diretto interessato poco fa, rendendo pubblica la sua decisione. Un fatto storico, quasi epocale secondo alcuni commentatori, perché è nota l'avversione di Luigi verso il mondo dei social network.

"Ho deciso di compiere il grando passo: vi confermo che da oggi pomeriggio sono ufficialmente iscritto ad Anobii" sono state le sue prime parole. Anobii è un sito attivo da molti anni, che gode di un certo seguito in Italia. Si tratta di un social network incentrato sul mondo dei libri: gli utenti hanno a disposizione una libreria virtuale, in cui elencare, classificare, recensire, giudicare e condividere i libri che hanno letto, abbandonato, o semplicemente che hanno intenzione di leggere in futuro. "Mi sembra qualcosa di molto interessante" ha proseguito Luigi "Forse ciò alimenterà la mia fama di snob, ma credo che sia un social network depurato da tutte le frivolezze che si trovano altrove, Facebook in primis. Anche se, vi confesso, non ho intenzione di usarlo in senso social: i miei amici saranno soltanto persone conosciute, che lo siano anche nella realtà"

Il primo a parlare di Anobii a Luigi fu Matteo il Rocca, diverso tempo fa; ma la spinta decisiva è arrivata dalla sua ragazza, Valeria, che vi si è iscritta la settimana scorsa. "Matteo aveva profetizzato che, prima o poi, mi sarei inevtiabilmente ritrovato in un social network" ha affermato Luigi "Beh, ora posso dire che la sua profezia si è avverata. Anche se va precisata una cosa: mi ero già trovato in situazioni simili in passato. Hattrick (che ora ho abbandonato) e Wikipedia (cui partecipo saltuariamente) hanno una certa componente social, da me poco utilizzata; senza contare il mondo dei blog, un vero e proprio "network" nel senso etimologico del termine, che ho sempre utilizzato per restare in contatto con i miei amici (non a caso ho accolto molto favorevolmente il recente ritorno - spero duraturo - di Francescooh). Insomma, c'è stata una parte di me che è già stata social, a modo suo e anzitempo. Ora, con Anobii, ho semplicemente trovato uno strumento che lo è esplicitamente"

Al momento Luigi ha dichiarato di aver inserito soltanto parte dei suoi libri nel proprio profilo Anobii. Ha inoltre aggiunto due amici, Valeria e Matteo. A chi gli chiede quali sono le sue speranze per quanto riguarda questa nuova avventura, ha risposto: "Spero che ci siano altri miei amici iscritti a questo servizio: se mi dicono come rintracciarli posso aggiungerli. Sarebbe bello se chi non ha mai sentito parlare di Anobii ci facesse un giro su e decidesse di seguirmi. Ho in mente alcune persone (uno su tutti: il mio amico Gian Maria) che andrebbero pazze per una cosa del genere"

Intanto, la notizia ha già fatto il giro del mondo. La borsa ha riaperto, nonostante sia sabato, ed è volata al +10%; inoltre lo Spread è sceso di quasi 100 punti base. Sembra che l'operazione abbia ricevuto anche il beneplacito del presidente della Repubblica. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi per capire se la mossa di Luigi si rivelerà davvero vincente.

sabato 5 novembre 2011

HO VISTO TERRAFERMA

Cavì, mò non rompere più che non vedo i film che mi consigli e non ascolto le canzoni che mi segnali (anche se i Marta sui Tubi ancora me li devo sentire, e sono passati due anni). Ieri ho visto Terraferma, dopo che me ne avevi parlato bene sia dal vivo (da Barcollando, durante Napoli-Villareal che tu eri smanioso di vedere) sia via Internet (nei commenti su Attraversamento Cojoti). L'ho visto perchè il Cinema delle Provincie (una sala parrocchiale vicino a Piazza Bologna, che trasmette a 3 euro film di un paio di mesi prima) lo aveva in programmazione, e non potevo farmi sfuggire un'occasione del genere. Ora ti (e vi, non è una conversazione a due) racconto cosa ne penso.

Rompiamo subito gli indugi e facciamo saltare questa finta suspence: Terraferma è un film molto bello. Probabilmente è il film italiano (anche se in realtà è una co-produzione Italia/Francia) più bello che io abbia visto al cinema quest'anno, e forse è anche uno dei migliori prodotti nostrani degli ultimi anni. La cosa è sorprendente, e non solo perché non amo i film italiani: lo è ancora di più perché la mia unica esperienza precedente con il cinema di Emanuele Crialese, avuta con Nuovomondo, mi aveva lasciato veramente perplesso (è un eufemismo). Invece Terraferma mi ha sorpreso, forse proprio perché le mie aspettative non erano altissime.

La cosa che più mi ha colpito di questo film è la sua realizzazione tecnica. Vi prego di perdonarmi se pongo sempre l'accento su questa questione, ma credo che mai come nel caso di un film italiano questo aspetto sia da rimarcare. Terraferma è prima di ogni cosa un film bello da vedere. Ma c'è di più. Si tratta di un film che fa una cosa che nel cinema italiano non siamo più abituati a vedere: usa la forza delle immagini per colpire lo spettatore. In questo caso l'aspetto visivo viene prima di qualsiasi altra cosa, anche della storia raccontata e dei temi affrontati: è questo è veramente un bene, perché è ciò che il cinema può dare in più rispetto ad altri mezzi (come ad esempio un libro). Credo che i meriti del film, in tal senso, vadano equamenti divisi tra il regista e il direttore della fotografia, ma in ogni caso il risultato lascia a bocca aperta: dalle riprese subacque a quelle aeree, fino ad arrivare a inquadrature più semplici ma non per questo meno efficaci (penso alle panoramiche dell'isola, ripresa in tutta la sua contraddittoria bellezza). Uno sforzo produttivo notevole, ma anche una grande esperienza visiva, che personalmente ha contribuito molto al fascino del film.

Ma ovviamente Terraferma non è soltanto apparenza. Mi ha colpito molto scoprire che, in realtà, il film non è incentrato sul tema dell'immigrazione. Certo, la questione ha una grandissima importanza nella pellicola ed è sicuramente il motore narrativo della storia, ma credo che il regista-sceneggiatore volesse innanzitutto raccontare una comunità anacronistica, isolata dal resto della civiltà e fondata sulle proprie leggi. Bellissima la riunione di pescatori in cui vengono messe a confronto la legge del mare (non abbandonare nessuno in acqua) e la Legge, mentre è sicuramente più convenzionale la caratterizzazione degli isolani (il nonno che non vuole andare sul continente per curarsi, il giovane legato alla propria casa e al proprio lavoro).

Poi c'è il tema dell'immigrazione, ma in fin dei conti mi sembra sia stato trattato meno in profondità di quanto la campagna pubblicitaria e i media mi avevano fatto pensare: sembra più lo sfondo su cui inquadrare una vicenda più piccola e intima (quella della famiglia protagonista). Tutto ciò non è affatto un difetto, anzi: ho apprezzato molto questo modo di raccontare e affrontare un tema importante, senza prenderlo di petto ma cercando in qualche modo di inserirlo in modo "armonico" in una narrazione ben precisa. E anche qui torna la questione dell'immagine: le scene che più mi hanno colpito a tal proposito (il salvataggio dei clandestini in mare e il soccorso da parte dei turisti sulla spiaggia) sono praticamente prive di dialogo, e si affidano soltanto alla forza di quello che lo spettatore vede sullo schermo. Una scelta vincente, secondo me, perché colpisce e coglie nel segno.

Forse il film è un po' debole nella caratterizzazione dei personaggi. Come ho già detto gli isolani sono piuttosto convenzionali, a partire dai protagonisti (mamma-vedova, figlio-ribelle, nonno-orgoglioso). Mi è sembrato inoltre un po' superficiale (e manicheo) nel rappresentare come cattivi le forze dell'ordine, anche se pure il personaggio interpretato da Beppe Fiorello è siuramente sgradevole. Al di là di ciò, le interpretazioni sono ottime: su tutti la Finocchiaro, veramente straordinaria, ma mi ha fatto piacere vedere il suddetto Fiorello in un ruolo negativo (contro il suo stereotipo di eroe buono).

Insomma, Terraferma mi ha convinto. Riuscirà ad andare avanti nella lunga corsa per gli Oscar? Non lo so, anche perché bisognerebbe vedere tutti gli altri sessanta e passa film candidati per poter dare un giudizio costruttivo. Dal punto di vista tecnico mi sembra un film che potrebbe essere nelle corde degli americani, da quello tematico/narrativo non ne sarei così sicuro. Quello che posso dirvi è che vale decisamente la pena vederlo, e che dà un contributo importante al cinema italiano contemporaneo.

Cavicca, ora mi aspetto un tuo corposo commento. Anche perché questo blog non ha mai ricevuto così tante visite dalla Germania come nell'ultimo mese.
 
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