Solo un paio d’ore
prima il tassista che mi portava lì – dopo essersi esibito ai 100 all’ora sul
lungomare di Bari – si era perso in quel dedalo di strade e capannoni
abbandonati che forse un tempo era qualcosa di straordinario, ma oggi
assomiglia più che altro a una cattedrale nel deserto. La prima strada è
fiancheggiata da stand dismessi, su cui ancora spadroneggiano insegne sbiadite:
su una di esse leggo “Birra Peroni”, su un’altra “Panini caldi”. Il capannone
180 – la mia destinazione – è lì da qualche parte, ma il tassista deve chiedere
un paio di volte agli strani individui del luogo per trovare la strada giusta:
il dubbio che lo abbia fatto a posta per far lievitare il conto rimane, ma il
labirinto in cui ci eravamo ficcati è una giustificazione più che valida.
“Ora stanno cercando
di rianimarla: ci fanno concerti, mostre, spettacoli” continua il ragazzo. La
verità, però, è che il posto cade a pezzi: la facciata del palazzo di fronte a
noi – un edifico dall’architettura simil-moresca – avrebbe bisogno di una bella
intonacata. Le insegne dicono che ospita un paio di emittenti televisive: Tele
Puglia o giù di lì. Di fianco, l’ingresso principale della Fiera è chiuso da
una pesante cancellata che sembra presa di peso da un castello medievale: un
invito più che eloquente a stare fuori, tanto dentro c’è poco da fare.
La sede della film
commission pugliese, in tutto questo, stride completamente. È nuova, ben
curata, ben arredata, e soprattutto viva: ci sono esseri umani che ci lavorano,
ci sono macchine parcheggiate fuori dal suo edificio. La gente che incontro è
gentile e sorridente, mentre il direttore è uno dei tipi più in gamba che abbia
mai conosciuto (e non lo dico perché mi ha offerto un piatto di orecchiette
pomodoro e rucola. Ottime, peraltro). Il ragazzo barbuto con cui mi intrattengo
a parlare mi fa fare tutto il giro della struttura. “Cerchiamo di fare qualcosa
di buono per chi fa cinema: questo posto è aperto a tutti, specialmente ai
giovani. Vengono qua e noi li aiutiamo: siamo qui per questo” aggiunge. Un’oasi
felice in un mare di decadenza.
Tre ore dopo il mio
arrivo alla Fiera chiamo un secondo taxi per tornare in stazione. Il viaggio di
ritorno verso il centro – sul lungomare schiacciato tra il porto e uno scenario
da periferia violenta – mi fa venire voglia di girare un film sulla malavita
locale. Quando arrivo in stazione mi accorgo che mancano sala d’attesa e bar:
decido quindi di impiegare le due ore che mi separano dalla partenza in
un’esplorazione dei dintorni. Entro nel primo edificio accanto alla stazione
centrale: un cartello recita “Ferrovie Appulo-Lucane. Direzione Matera”. Esco.
Dalla stazione parte un lungo viale pedonalizzato, la classica via dei negozi
che trovate in tutte le grandi città: la via è pulita e ben curata, e la
sovrapposizione tra questo scenario e quello che mi sono appena lasciato alle
spalle mi disorienta.
Alla fine del viale il
panorama cambia ancora: scorgo un arco in pietra e mi accorgo che in quella
zona i palazzi moderni lasciano rapidamente il passo a strutture più antiche.
Un cartello mi informa che sto entrando nel “Borgo antico di Bari”; il rapido
passaggio di ragazzi in motorino senza casco dice molto di più. Mi piacerebbe
addentrarmi nei vicoletti che scorgo – strade strette, panni stesi, scalette –
ma le facce rabbuiate della gente sono un invito a sloggiare.
Sulla via del ritorno mi
imbatto in un bel palazzo stile liberty, sfarzoso e imponente: dentro c’è un
negozio Benetton, entro e rimango meravigliato davanti alle vetrate e
all’ascensore in ferro battuto. Qua e là emergono altri palazzi affascinanti, e
mi rendo conto di trovarmi nel paese delle contraddizioni. In un grande parco
vicino alla stazione prendo uno yogurt e mi siedo su una panchina: attorno a me
sento parlare almeno dieci lingue diverse dalla mia (barese incluso), e i
colori della pelle si mischiano e confondono gli uni con gli altri. Mi tornano in
mente le parole del direttore della film commission sul cinema pugliese degli
anni ’90, sul Mediterraneo, e sul miscuglio dei popoli.
La mia terza volta in
Puglia – la prima non legata a un matrimonio – si conclude quindi alla stazione
centrale. Mentre il sole tramonta e arrossa il cielo, il Frecciargento
proveniente da Lecce e diretto a Roma Termini (ferma a: Barletta, Foggia,
Benevento, Caserta) sfreccia su sterminati campi dorati accanto a pale eoliche
vorticanti, lasciandosi alle spalle una terra spaccata a metà.
