venerdì 27 luglio 2012

DAL NOSTRO INVIATO

“Vedi, tutto questo è proprio un peccato: una grande opportunità persa” mi disse un ragazzo che avevo conosciuto da un quarto d’ora in un caldo pomeriggio di luglio. Barba scura, qualche filo bianco che la colorava, una voce particolare, leggermente catarrosa: ero in piedi con lui davanti a una porta a vetri, e insieme guardavamo lo spettacolo decadente della Fiera del Levante.

Solo un paio d’ore prima il tassista che mi portava lì – dopo essersi esibito ai 100 all’ora sul lungomare di Bari – si era perso in quel dedalo di strade e capannoni abbandonati che forse un tempo era qualcosa di straordinario, ma oggi assomiglia più che altro a una cattedrale nel deserto. La prima strada è fiancheggiata da stand dismessi, su cui ancora spadroneggiano insegne sbiadite: su una di esse leggo “Birra Peroni”, su un’altra “Panini caldi”. Il capannone 180 – la mia destinazione – è lì da qualche parte, ma il tassista deve chiedere un paio di volte agli strani individui del luogo per trovare la strada giusta: il dubbio che lo abbia fatto a posta per far lievitare il conto rimane, ma il labirinto in cui ci eravamo ficcati è una giustificazione più che valida.

“Ora stanno cercando di rianimarla: ci fanno concerti, mostre, spettacoli” continua il ragazzo. La verità, però, è che il posto cade a pezzi: la facciata del palazzo di fronte a noi – un edifico dall’architettura simil-moresca – avrebbe bisogno di una bella intonacata. Le insegne dicono che ospita un paio di emittenti televisive: Tele Puglia o giù di lì. Di fianco, l’ingresso principale della Fiera è chiuso da una pesante cancellata che sembra presa di peso da un castello medievale: un invito più che eloquente a stare fuori, tanto dentro c’è poco da fare.

La sede della film commission pugliese, in tutto questo, stride completamente. È nuova, ben curata, ben arredata, e soprattutto viva: ci sono esseri umani che ci lavorano, ci sono macchine parcheggiate fuori dal suo edificio. La gente che incontro è gentile e sorridente, mentre il direttore è uno dei tipi più in gamba che abbia mai conosciuto (e non lo dico perché mi ha offerto un piatto di orecchiette pomodoro e rucola. Ottime, peraltro). Il ragazzo barbuto con cui mi intrattengo a parlare mi fa fare tutto il giro della struttura. “Cerchiamo di fare qualcosa di buono per chi fa cinema: questo posto è aperto a tutti, specialmente ai giovani. Vengono qua e noi li aiutiamo: siamo qui per questo” aggiunge. Un’oasi felice in un mare di decadenza.

Tre ore dopo il mio arrivo alla Fiera chiamo un secondo taxi per tornare in stazione. Il viaggio di ritorno verso il centro – sul lungomare schiacciato tra il porto e uno scenario da periferia violenta – mi fa venire voglia di girare un film sulla malavita locale. Quando arrivo in stazione mi accorgo che mancano sala d’attesa e bar: decido quindi di impiegare le due ore che mi separano dalla partenza in un’esplorazione dei dintorni. Entro nel primo edificio accanto alla stazione centrale: un cartello recita “Ferrovie Appulo-Lucane. Direzione Matera”. Esco. Dalla stazione parte un lungo viale pedonalizzato, la classica via dei negozi che trovate in tutte le grandi città: la via è pulita e ben curata, e la sovrapposizione tra questo scenario e quello che mi sono appena lasciato alle spalle mi disorienta.

Alla fine del viale il panorama cambia ancora: scorgo un arco in pietra e mi accorgo che in quella zona i palazzi moderni lasciano rapidamente il passo a strutture più antiche. Un cartello mi informa che sto entrando nel “Borgo antico di Bari”; il rapido passaggio di ragazzi in motorino senza casco dice molto di più. Mi piacerebbe addentrarmi nei vicoletti che scorgo – strade strette, panni stesi, scalette – ma le facce rabbuiate della gente sono un invito a sloggiare.

Sulla via del ritorno mi imbatto in un bel palazzo stile liberty, sfarzoso e imponente: dentro c’è un negozio Benetton, entro e rimango meravigliato davanti alle vetrate e all’ascensore in ferro battuto. Qua e là emergono altri palazzi affascinanti, e mi rendo conto di trovarmi nel paese delle contraddizioni. In un grande parco vicino alla stazione prendo uno yogurt e mi siedo su una panchina: attorno a me sento parlare almeno dieci lingue diverse dalla mia (barese incluso), e i colori della pelle si mischiano e confondono gli uni con gli altri. Mi tornano in mente le parole del direttore della film commission sul cinema pugliese degli anni ’90, sul Mediterraneo, e sul miscuglio dei popoli.

La mia terza volta in Puglia – la prima non legata a un matrimonio – si conclude quindi alla stazione centrale. Mentre il sole tramonta e arrossa il cielo, il Frecciargento proveniente da Lecce e diretto a Roma Termini (ferma a: Barletta, Foggia, Benevento, Caserta) sfreccia su sterminati campi dorati accanto a pale eoliche vorticanti, lasciandosi alle spalle una terra spaccata a metà.

giovedì 5 luglio 2012

ABISSI D'ACCIAIO

La fermata del 716 a Piramide, su via Ostiense, è sempre buia. In realtà non è che manchi l’illuminazione: credo che sia più che altro colpa degli alberi, tronchi alti e pieni di rami e foglie che finiscono sempre coll’oscurare tutto.
In ogni caso, secondo me ieri la luce era proprio spenta. Un ciclista vegliardo mi passa davanti sfrecciando sulla corsia preferenziale: quando mi supera noto che indossa un casco con una minuscola luce di posizione lampeggiante, che si accende e spegne nella notte come il segnale di un allarme imminente. La fermata è affollata, come sempre: uno dei motivi che mi spingono a prendere il bus lì e non a Garbatella è la compagnia. In genere siamo io e una manciata di stranieri, gente che sa come tenere la strada. (Una volta c’era questa pubblicità di un ciclo di film dedicati alla metropoli di notte, e la voce fuori campo recitava qualcosa come: “Se usi un mezzo pubblico di notte, assumi un’espressione dura e arrabbiata”, e le immagini mostravano Eminem in 8 Mile tutto rabbuiato seduto su un autobus scassato. Penso sia l’unica cosa che mi ha insegnato Eminem, ora che ci penso)
Mi si avvicina un altro ciclista. È un rastone jamaicano (in realtà aveva un cappello, quindi non potevo vedere i suoi capelli, ma dovevano essere per forza rasta; e non potevo sapere se fosse veramente jamaicano, ma lo sembrava al punto giusto da esserlo). Si ferma vicino a me e mi chiede qualcosa in una lingua a me sconosciuta, ma da come guarda il mio orologio capisco che o voleva sapere l’ora o era interessato a fregarmelo. Guardo a fatica le lancette, è buio e devo orientare il quadrante verso l’insegna bluastra del kebabbaro dall’altra parte della strada. “Undici e un quarto” gli dico, ma lui non capisce. “A quarter past eleven” gli ripeto, e lui se ne esce con un “Oh! That’s great!” e mi sfodera un sorriso da rastone jamaicano prima di scomparire nella notte verso la Stazione Ostiense. (Il rastone jamaicano è il mio personaggio preferito di questo post. Dopo il Cavicca, che introdurrò a breve).
Poi è il turno di una coppia corpulenta, un uomo e una donna, che cominciano a litigare istericamente proprio a fianco a me in una lingua che non fatico a riconoscere come russo. L’unica parola che capisco è l’italianissimo “Vaffanculo” che lei gli rivolge dopo un paio di minuti. Alla fine l’autobus ce la fa a passare, e mi avvio verso casa.

Vedete, lì a Piramide era tutto così scuro, e l’umanità che la popolava era così ai margini della società, che non ho potuto fare a meno di ripensare al bagno di luce delle nuove stazioni della metropolitana. C’ero stato per la prima volta poco prima, raggiungendo il Cavicca per andare a cena con lui.
Il treno che mi portava verso il quartiere africano era abbastanza pieno. Su tutti spiccavano tre giovani evidentemente reduci da una giornata al mare, che dovevano andare a Tiburtina e non sapevano se avevano preso il treno giusto. Ovviamente avevano sbagliato, ma mi stavano così antipatici che non ho voluto toglier loro il piacere di scoprirlo da soli.
Quando le porte si aprirono, alla stazione Libia, mi ritrovai in un altro mondo. Luce, là sotto c’era tanta luce, e le pareti tirate a lucido tipiche di un posto che non sarebbe stato mai più così pulito; c'erano panchine bellissime, che mi ricordavano vagamente i tubi dove uno si può sedere nella metro di Parigi. Mi unisco alla folla che sciama verso l’uscita, e mi sorprendo a camminare in un atrio enorme, chiuso da un’enorme parete riflettente: sopra la mia testa non c’è nulla, e mi ritrovo a guardare dal fondo un enorme abisso, alla fine del quale si staglia il cielo azzurro della sera. Seguono sette – sì, sette, li ho contati – piani di scale mobili che si attorcigliano su se stesse. La struttura prosegue anche in superficie, c’è tutto un impianto di cemento e vetro che ha un non so che di spettacolare, circondato da un piccolo parco. Quando il Cavicca arriva, non possiamo fare a meno di parlare meravigliati della stazione. Poi lui mi conduce per vie secondarie ad una bettola thailandese.

Il Cavicca è sempre lui. È l’unico che conosco che è andato in Erasmus ed è tornato dimagrito. In compenso non avvisa quando viene a San Felice.
Il ristorante da fuori sembra piuttosto fatiscente. Ci accolgono due palme finte e fluorescenti, “tipo quelle del lungomare di Terracina” le schernisce Cavicca. Un’asiatica – per tutta la serata ci chiediamo se i gestori siano realmente thailandesi, ma a questa domanda solo Gian Maria avrebbe potuto rispondere – ci conduce in una sala sul retro: scopro che il posto in realtà è enorme, solo che si sviluppa in lunghezza. Un televisore senza audio proietta immagini della Thailandia, anche se il Cavicca avanza il sospetto che siano state scattate in Sicilia.
Il locale è pieno, ma noi veniamo fatti accomodare a un tavolo per due: sembriamo una coppia gay, e suggelliamo questa ipotesi quando assaggiamo l’uno il cibo dell’altro. Il Cavicca, deciso a far alzare il prezzo della cena oltre ogni limite, decide di prendere un antipasto, un primo e un secondo: a quel punto ero in trappola, e ordino del pane verdognolo per antipasto, del riso all’ananas (servito in un ananas aperto a metà) per primo e del pollo saltato con peperoni e anacardi per secondo. Mi rimane solo il rimpianto di non aver preso da bere il latte di cocco. La cipolla è ovunque, e a fine serata Cavicca assume una posa da saggio e sentenzia: “Dal thailandese non ce puoi andà a un appuntamento con una ragazza”.
Rimaniamo soddisfatti dalla cena, anche se per me il ristorante indiano è ancora una spanna sopra. La prossima volta, decidiamo, andiamo a provare il ristorante etiope in front of il sorchettaro. La serata prosegue in una gelateria artigianale che ovviamente costa tantissimo, poi decidiamo di andare a vedere un’altra delle nuove stazioni della metro: Sant’Agnese – Annibaliano.

Ma io come faccio a descrivervi una cosa del genere? Non lo so, magari non è bella in senso assoluto, ma sicuramente lo è per gli standard di Roma. Una piazza nella piazza, ma sotto alla piazza, eppure all’aperto, piena di luci, fanali, fari, praticamente illuminata a giorno. E poi scale, pareti diagonali, un semicerchio che chiude il tutto. Io e Cavicca ci siamo restati almeno una mezz’oretta lì, soltanto passeggiando; cinque tipi dell’Atac parlavano e scherzavano tra loro, ma per il resto la stazione era deserta; ogni tanto qualcuno si affacciava, guardava ammirato la stazione, e poi se ne andava.
Lì, in uno scenario futuristico, io e il Cavicca abbiamo parlato di: linee autobus deviate e linee autobus mai sentite prima; gente affacciata a un balcone strapieno, sicuramente studenti Luiss; del trasloco di casa sua; del McDonald’s che non c’era, oppure era solo coperto; del Rocca, che chissà se lo vedremo questa estate; del Palma, che Cavicca dice che sono due o tre anni che non lo vede; del fatto che Perroni ha il potere di ridurre la teoria dei sei gradi separazione a uno e mezzo; di Jacopo, cui il Cavicca dà sempre buca al 45 giri; di Francescooh, che dobbiamo assolutamente vedere questa estate; di Livio, con cui abbiamo un raduno in sospeso; del fatto che d’estate, in fin dei conti, ce la tajamo sempre; e ovviamente dell’Uomo Falena.

Alla fine lo saluto, e vengo inghiottito da quel pozzo di luce che è la fermata Sant’Agnese – Annibaliano della novella Metro B1 di Roma. Fuori, dall’altra parte, l’oscurità di Piramide.
 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.