Io ci sono stato veramente a Torino, per frequentare uno
stage di critica cinematografica. Non che avessi grandi aspettative, sia
chiaro, ci andavo per altri fini. Però lo stage in sé è stato molto, ma molto,
deludente. Ci doveva essere un gran mucchio di idioti da quelle parti. Così va
la vita.
Nell’ingombrante sede
che ci ospitava – un vecchio capannone industriale rimesso a nuovo, nella via più inutile
della città – si era data appuntamento un’alta percentuale di soggetti. Soggetti nel senso di soggettoni. Non a
caso c’ero anche io. Però gli altri erano persino più soggetti di me: c’era
Francia, che ha violentato più volte la lingua italiana usando come arma l’uso
errato dei congiuntivi; c’era un altro tizio di cui ho rimosso il nome, con la
sua aria da so tutto io e la sua smania di avere sempre ragione; e poi quella
tipa, quella che diceva di avere avuto una storia con Fausto Brizzi. Ma
figuriamoci. Se almeno le lezioni fossero state interessanti avrei potuto
cavarne qualcosa: e invece niente, tanta teoria, poca pratica. Ancora.
Me ne sono tornato a
casa arricchito della visione de Il
cattivo tenente, un film che in genere viene preceduto dalla sua fama. Ne
avrei fatto volentieri a meno, è stato un pugno nello stomaco. Così va la vita.
Ma, sapete, io penso che sia meglio vedere film brutti piuttosto che non
vederne affatto: e uno stage di critica cinematografica in cui non si vedono
film che stage è? Vedere film brutti è il modo migliore per capire quali sono i
film belli. Beccatevi ‘sta massima, e ricordatevene un giorno.
Meno male che qualche
nuova amicizia (su Facebook, per ora) l’ho rimediata. Un gruppo di gente a
posto l’ho trovato, e non ci ho messo molto a capire che con loro mi sarei
fatto un sacco di risate. Quella volta al bar a parlare delle reti private è
stata memorabile: a volte mi chiedo cosa abbia pensato di noi la barista. A
proposito di baristi, ho rimediato una citazione memorabile di un noto
professore di sociologia della mia università. Un giorno ve la dirò, ma non
ancora. Così va la vita.
A parte il clima
goliardico, e a parte il vero obiettivo della mia visita a Torino (dovevo fare
un’intervista per la tesi: l’ho fatta ed è andata pure bene), la città mi ha
conquistato. Sapete, già solo girovagare per le sue strade ti lascia una bella
sensazione. Entrare nel museo egizio e vedere dal vivo capelli e coccodrilli di
tremila e passa anni fa è stato sublime. E il museo del cinema è un luna park
per cinefili, oltre che una sorpresa inaspettata. Quello che mi piace di Torino
è la pulizia delle strade, la presenza eccessiva dei bar, la cucina piemontese,
il suo essere squadrata. E soprattutto i portici. Come si fa a vivere in una
città senza portici? I portici sono la risposta alla domanda: “All’uomo servono
gli ombrelli?”. Ovviamente la risposta è no. Così va la vita.
Meno male che con me c’era
Valeria. È stata lì da me per i primi tre giorni, girando per la città da sola
mentre io ero allo stage, mentre ci potevamo vedere solo la sera (ma c’è stato
anche un dopo pranzo, o sbaglio?). Le dovrei fare un monumento per questo gesto
d’amore: si deve essere annoiata a morte dopo tre giorni di Torino. Spero che
ne sia valsa la pena. Qualcosa nei suoi occhi mi ha detto di sì. Così va la
vita. Per fortuna.
Dopo che se n’è andata
lei, una sera, me ne stavo per conto mio mentre gli altri se ne erano andati a
spendere soldi in bistecche farcite di grissini. Prima di cena era venuto giù
dalle montagne o da qualche altro posto un temporale di quelli mai visti:
grandine, vento, acqua, rami spezzati. Passata la tempesta il cielo ha osato
persino tornare azzurro, anche se di quell’azzurro della sera, un po’ irreale.
Sono uscito a procacciarmi del cibo: sotto alla Mole, tra volantini spazzati
via dal vento e foglie cadute dagli alberi, sembrava di essere a un passo dalla
fine del mondo. Ma il mondo non è finito, non per me. Così va la vita.
Solo adesso mi accorgo
di non aver menzionato il gestore del b&b: un vegliardo che si metteva lo
smalto sulle unghie (e mi esortava a fare altrettanto), con una brasiliana che
girava spesso per casa e l’invettiva contro la Chiesa sempre pronta a scattare.
Un giorno mi ha fatto tutto un discorso sulla masturbazione, sui giovini sardi
che si inchiappettano le capre e su Berlusconi che vuole fare il Presidente
della Repubblica. Non ricordo in che ordine preciso, ma servito alle nove del
mattino insieme alla colazione è stato un po’ indigesto.
Sta di fatto che a un
certo punto mi sono ritrovato su un Frecciarossa insieme ad altri tipi dell’università,
dopo aver mangiato un panino dell’Old Wild West. Il treno era uno di quelli
vecchi, quelli che hanno ancora la doppia numerazione. Il bar era veramente
piccolo e stretto, c’entravamo a stento in quattro. Così va la vita.
Alla fine – e all’inizio
– c’è sempre Termini, e una corsa disperata per prendere il treno, il regionale
per Terracina. Come diceva il professor Pecora (grandi battute a doppio senso
quel semestre!) citando Gaetano Salvemini: “Io non ho mai perso un treno, ma
non ne ho mai preso uno senza il timore di perderlo”. Così va la vita.
