martedì 26 giugno 2012

LE COLLINE CHE VERSANO SOUND

È tutto accaduto, più o meno. Le parti su Torino, in ogni caso, sono abbastanza vere. Mi sono ritrovato veramente a girovagare in una Torino post-apocalittica sotto il cielo sereno della sera, dopo che un tifone aveva quasi spazzato via la città. E un tale che conoscevo ha veramente parlato di programmi erotici delle tv private, mentre le locandine di vecchi classici del cinema ci guardavano severi dalle pareti di un bar. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Io ci sono stato veramente a Torino, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non che avessi grandi aspettative, sia chiaro, ci andavo per altri fini. Però lo stage in sé è stato molto, ma molto, deludente. Ci doveva essere un gran mucchio di idioti da quelle parti. Così va la vita.

Nell’ingombrante sede che ci ospitava – un vecchio capannone industriale rimesso a nuovo, nella via più inutile della città – si era data appuntamento un’alta percentuale di soggetti. Soggetti nel senso di soggettoni. Non a caso c’ero anche io. Però gli altri erano persino più soggetti di me: c’era Francia, che ha violentato più volte la lingua italiana usando come arma l’uso errato dei congiuntivi; c’era un altro tizio di cui ho rimosso il nome, con la sua aria da so tutto io e la sua smania di avere sempre ragione; e poi quella tipa, quella che diceva di avere avuto una storia con Fausto Brizzi. Ma figuriamoci. Se almeno le lezioni fossero state interessanti avrei potuto cavarne qualcosa: e invece niente, tanta teoria, poca pratica. Ancora.

Me ne sono tornato a casa arricchito della visione de Il cattivo tenente, un film che in genere viene preceduto dalla sua fama. Ne avrei fatto volentieri a meno, è stato un pugno nello stomaco. Così va la vita. Ma, sapete, io penso che sia meglio vedere film brutti piuttosto che non vederne affatto: e uno stage di critica cinematografica in cui non si vedono film che stage è? Vedere film brutti è il modo migliore per capire quali sono i film belli. Beccatevi ‘sta massima, e ricordatevene un giorno.

Meno male che qualche nuova amicizia (su Facebook, per ora) l’ho rimediata. Un gruppo di gente a posto l’ho trovato, e non ci ho messo molto a capire che con loro mi sarei fatto un sacco di risate. Quella volta al bar a parlare delle reti private è stata memorabile: a volte mi chiedo cosa abbia pensato di noi la barista. A proposito di baristi, ho rimediato una citazione memorabile di un noto professore di sociologia della mia università. Un giorno ve la dirò, ma non ancora. Così va la vita.

A parte il clima goliardico, e a parte il vero obiettivo della mia visita a Torino (dovevo fare un’intervista per la tesi: l’ho fatta ed è andata pure bene), la città mi ha conquistato. Sapete, già solo girovagare per le sue strade ti lascia una bella sensazione. Entrare nel museo egizio e vedere dal vivo capelli e coccodrilli di tremila e passa anni fa è stato sublime. E il museo del cinema è un luna park per cinefili, oltre che una sorpresa inaspettata. Quello che mi piace di Torino è la pulizia delle strade, la presenza eccessiva dei bar, la cucina piemontese, il suo essere squadrata. E soprattutto i portici. Come si fa a vivere in una città senza portici? I portici sono la risposta alla domanda: “All’uomo servono gli ombrelli?”. Ovviamente la risposta è no. Così va la vita.

Meno male che con me c’era Valeria. È stata lì da me per i primi tre giorni, girando per la città da sola mentre io ero allo stage, mentre ci potevamo vedere solo la sera (ma c’è stato anche un dopo pranzo, o sbaglio?). Le dovrei fare un monumento per questo gesto d’amore: si deve essere annoiata a morte dopo tre giorni di Torino. Spero che ne sia valsa la pena. Qualcosa nei suoi occhi mi ha detto di sì. Così va la vita. Per fortuna.

Dopo che se n’è andata lei, una sera, me ne stavo per conto mio mentre gli altri se ne erano andati a spendere soldi in bistecche farcite di grissini. Prima di cena era venuto giù dalle montagne o da qualche altro posto un temporale di quelli mai visti: grandine, vento, acqua, rami spezzati. Passata la tempesta il cielo ha osato persino tornare azzurro, anche se di quell’azzurro della sera, un po’ irreale. Sono uscito a procacciarmi del cibo: sotto alla Mole, tra volantini spazzati via dal vento e foglie cadute dagli alberi, sembrava di essere a un passo dalla fine del mondo. Ma il mondo non è finito, non per me. Così va la vita.

Solo adesso mi accorgo di non aver menzionato il gestore del b&b: un vegliardo che si metteva lo smalto sulle unghie (e mi esortava a fare altrettanto), con una brasiliana che girava spesso per casa e l’invettiva contro la Chiesa sempre pronta a scattare. Un giorno mi ha fatto tutto un discorso sulla masturbazione, sui giovini sardi che si inchiappettano le capre e su Berlusconi che vuole fare il Presidente della Repubblica. Non ricordo in che ordine preciso, ma servito alle nove del mattino insieme alla colazione è stato un po’ indigesto.

Sta di fatto che a un certo punto mi sono ritrovato su un Frecciarossa insieme ad altri tipi dell’università, dopo aver mangiato un panino dell’Old Wild West. Il treno era uno di quelli vecchi, quelli che hanno ancora la doppia numerazione. Il bar era veramente piccolo e stretto, c’entravamo a stento in quattro. Così va la vita.

Alla fine – e all’inizio – c’è sempre Termini, e una corsa disperata per prendere il treno, il regionale per Terracina. Come diceva il professor Pecora (grandi battute a doppio senso quel semestre!) citando Gaetano Salvemini: “Io non ho mai perso un treno, ma non ne ho mai preso uno senza il timore di perderlo”. Così va la vita.

domenica 10 giugno 2012

SONO ANCORA QUI

Fammi scrivere un post, va’, sennò poi la gente dice che mi sono fatto Facebook e ho abbandonato il blog. No, in realtà è solo che non ho molto da dire in questo periodo. Mica frequento portoghesi/capoverdani che mi introducono ai segreti dei cognomi dei calciatori degli anni ‘90! Quella sì che sarebbe una bella storia da raccontare…

Con la speranza di non scrivere “un post che sembra scritto nel 2005” (cit.) volevo dire che, a dispetto della mia latitanza, sento ancora il blog come uno spazio dotato di un senso. Nonostante Facebook, intendo.
Sapete, su Facebook c’è sempre il timore di perdersi qualcosa. Magari per due giorni non ti colleghi: dopo non ti metti a scorrere tutti i post dei tuoi amici (anche se ne hai pochi come me), e allora qualcosa che magari poteva interessarti ti sfugge. Certo, i tag li hanno inventati per questo, ma devono essere messi a monte. Il blog invece ha un tempo diverso, meno frenetico e rapsodico (ho usato l’aggettivo “rapsodico” anche nella tesi. Il mio relatore mi prenderà per pazzo, ma io adoro questa parola. Pensate ai film che contengono la parola “rapsodia” nel titolo: esiste qualcosa di più incisivo?). Ogni tanto mi rileggo vecchi post di questo e altri blog, e mi risulta molto difficile credere di poter fare lo stesso con Facebook (per quanto la cosa sia possibile): ha un carattere troppo estemporaneo. E poi c’è il fatto che, se devo spiegare una cosa articolando un discorso, preferiscono ancora il buon vecchio blog: più spazio, più calma nel lettore, più intimità.
(E va bene, lo ammetto: sto scrivendo un post che sembra scritto nel 2005)

Tipo: di Ray Bradbury ho già detto qualcosina su Facebook il giorno della sua morte, ma ci sarebbe ancora tanto da aggiungere. Con lui ho come l’impressione di essere arrivato tardi: è il classico autore (scrittore in questo caso, ma un discorso analogo vale per certi registi) di cui vorrei leggere/vedere di più, e invece per un motivo o per un altro non ci riesco mai. Ho letto solo un suo libro – l’immortale Fahrenheit 451 – ma non c’è stata volta che non sia capitato in libreria senza sfogliare qualche sua opera minore.
Fateci caso: Bradbury lo trovate sempre nel settore “Fantasy/Fantascienza” (sulla gente che popola questi scaffali delle librerie ci si potrebbe scrivere un saggio grandioso. Quando, in futuro, ci saranno solo gli e-book e la gente li comprerà davanti allo schermo del proprio Pc, tutto ciò sarà svanito e sembrerà fantascienza volta al passato. Fantapassato o qualcosa del genere). In realtà lui sfugge a questa etichetta, ha scritto cose trasversali, non facilmente ascrivibili a un genere preciso. Certo, la sua opera più famosa è sicuramente fantascienza – fantascienza distopica – ma c’è un altro mondo nell’universo bradbuyano che ho finora soltanto intravisto, e che voglio conoscere al più presto.
Mi riferisco a quello che questo articolo di Wired sintetizza nell’espressione “le suggestioni dell’infanzia”, e che annovera tra i suoi esponenti libri come L’albero di Halloween, L’estate incantata e Addio all’estate: tutte opere in cui si parla dell’infanzia e dei suoi aspetti favolistici e a volte un po’ inquietanti. Una cosa decisamente nelle mie corde, insomma. Il suddetto articolo di Wired paragona, in tal senso, Bradbury a Spielberg e Dinsey (tutto torna, come vedete), e si conclude con il racconto di un aneddoto bellissimo. Ho sempre sfogliato le pagine di questi suoi libri in libreria. L’ho fatto anche oggi alla stazione Termini. Addio all’estate è bello già dal titolo: ho sempre pensato – pur non avendolo mai letto – che questo è il libro sul passaggio dall’infanzia all’età adulta che io non scriverò mai. L’estate incantata invece è praticamente introvabile in Italia: c’è stato un periodo della mia vita in cui l’ho cercato in inglese, ma spero segretamente in una prossima ristampa postuma delle sue opere. L’albero di Halloween ha una brutta copertina, ma me ne farò una ragione.
Insomma, sono arrivato tardi solo perché mi sarebbe piaciuto apprezzarlo di più mentre era in vita (mi viene in mente Jacopo che scrive sul suo blog – il suo blog! – l’effetto che gli ha fatto vedere al cinema Gran Torino sapendo che era il primo e ultimo film con Clint Eastwood che avrebbe visto sul grande schermo. Non perché dovesse morire, eh, ma perché il buon Clint aveva annunciato di finirla lì con la carriera d’attore. Vabbé, comunque Jacopo cucina una pasta al tonno che ha un sapore identico a quella della mensa. È un complimento e un ringraziamento). E poi anche perché era l’ultimo esponente di un’epoca gloriosa della fantascienza: l’ultimo dei classici, in qualche modo.

Nel frattempo, mentre attendo risposte che potrebbero farmi capire cosa fare nel prossimo futuro, scrivo la tesi e aspetto di andare a Torino. Sarò da quelle parti dal 17 al 23 giugno, per frequentare uno stage di critica cinematografica. Non so a cosa mi servirà – non credo a molto, almeno in prospettiva lavorativa – ma è comunque un’esperienza, e per di più attinente a una cosa che mi piace fare da sempre.
In realtà la mia visita a Torino ha anche un secondo fine: dovrei (il condizionale è d’obbligo) condurre delle interviste che mi serviranno per la tesi. E c’è persino un terzo fine: dal momento che mi trovo lì, e che dopo le 17.30 sono libero, coglierò l’occasione per vedermi la città. Valeria mi raggiungerà i primi tre giorni: andremo al Museo del Cinema e al Museo Egizio (sono affascinato dalle mummie oltre qualsiasi ragionevolezza, sappiatelo), sfruttando la posizione centrale del b&b (sperando di non incappare in sole clamorose); poi lei se ne andrà e spero di non ritrovarmi, nei successivi tre giorni, in un’atmosfera da gita scolastica.

Il titolo di questo post omaggia quello di una canzone di Leo Pari. Proprio così
 
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