venerdì 20 aprile 2012

LANGUAGE. SEX. VIOLENCE. OTHER?

THE SIDEWINDER SLEEPS TONITE
A volte penso all’ordine delle tracce musicali in un cd. Chi lo stabilisce? È il cantante o la casa discografia? O qualche altro losco figuro che nella vista, di mestiere, fa proprio questo? Domande, tante domande che restano come sempre senza risposte.

C’ho pensato qualche giorno fa, quando mio fratello ha comprato Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage, 1982-2011, l’album definitivo dei R.E.M. (definitivo in più di un senso). Le tracce lì sono in ordine cronologico: quaranta canzoni, dalla più vecchia alla più recente, distribuite su due cd. Ho scoperto pezzi che non conoscevo e che mi sono piaciuti parecchio; ho apprezzato anche la loro prima fase, quella molto underground e molto alternative, anche se già so che alla fine ascolterò sempre e comunque le più orecchiabili.

Quest’album mi ha fatto pensare anche ad altre due cose. Primo: c’è una certa malinconia celebrativa nell’ascoltare un greatest hits di una band che si è sciolta. Fa strano sapere che tutto quello che di buono quel gruppo ha fatto è lì, davanti a te, e che in futuro ce li ricorderemo così, perché non hanno nient’altro da aggiungere. È una sentenza definitiva, che ci piaccia o no.

Secondo: ieri ho improvvisamente ripensato al giorno in cui ho scoperto i R.E.M. È successo un giorno d’ottobre del 2003, quando Bad Day cominciò ad andare on air alla radio. Mi piacque subito quella canzone, tant’è che alcuni ricorderanno come l’abbia usata fino allo sfinimento in Driver 3. Lì per lì, nella mia ingenuità di allora (ascoltavo musica sì e no da un paio d’anni), pensai che chi suonava quella canzone fosse un gruppo nuovo; poi in qualche modo scoprii che i R.E.M. erano un gruppo storico: non ricordo come lo venni a sapere (era un mondo in cui ancora non usavo Internet), forse lo sentii alla radio o forse fu grazie ad Andrea (aveva il cd In Time, da cui era tratta la canzone, quello con la luna azzurra in copertina). Beh, ricordando questi fatti ho ripensato a quella strana sensazione che ci fa essere così ignoranti delle cose della vita. Come a dire: c’è stato un tempo in cui ho ascoltato una canzone dei R.E.M. e non avevo la minima idea di chi fossero i R.E.M. Oggi una cosa del genere non mi potrebbe più succedere, e mi chiedo se ci ho guadagnato.

O BOM INVERNO
Qualche mese fa – era gennaio – vi raccontai che i miei mi avevano regalato per il compleanno un libro pazzesco. È giunto finalmente il momento di parlarvene.

Il libro si chiama Il buon inverno (bel titolo, non c'è che dire), lo ha scritto un portoghese di nome João Tordo, è un thriller ed ambientato in gran parte a Sabaudia. Già in quel post di gennaio manifestai il mio stupore per la cosa, ma adesso che ho letto il libro posso sottolinearlo ulteriormente: ragazzi, non è uno scherzo, un portoghese ha realmente scritto un thriller ambientato a Sabaudia!

La trama ha delle premesse interessanti, e riunisce un eterogeneo gruppo di persone di diversa nazionalità in una villa di un produttore cinematografico americano. Ovviamente il suddetto produttore verrà trovato morto, e lì comincia l’incubo per i protagonisti. Non vi racconto altro, nel caso vogliate leggerlo. A mio parere, nella parte centrale, l’intreccio si fa un po’ troppo macchinoso: non tutto scorre liscio, e forse un paio di personaggi si potevano tagliare senza particolari conseguenze; inoltre, cosa forse più grave, un paio di interrogativi mi sono rimasti anche dopo aver portato a termine la lettura. In compenso il libro si lascia leggere, con alcune belle descrizioni, e gli si perdonano un paio di lungaggini filosofiche. Insomma, non è un capolavoro: su Anobii gli ho messo 4 stelle, ma forse è più un 3 stelle e mezzo (la quarta stella se la guadagna perché descrive la stazione di Priverno-Fossanova).

Non posso negare che – al netto degli squartamenti e dei morti ammazzati – è stato divertente leggere questo libro, proprio per la sua ambientazione. La cosa che più mi ha colpito è la precisione con cui vengono descritti certi posti: non so cosa darei per sapere se Tordo è venuto di persona da queste parti oppure se ha fatto tutto con Google Maps (per il libro che sto scrivendo ora, ambientato in un luogo preciso, sto usando tantissimo Google Maps). Certo, alcune imprecisioni da forestiero ci sono: l’autore scrive che gli abitanti di Sabaudia «camminavano dalle pescherie verso i negozi di frutta» (descrizione un po’ da macchietta); le strade sono invase da Vespe (un luogo comune duro a morire. A Sabaudia al massimo trovi Sh modificati); e la villa si trova nel bel mezzo del bosco, in pieno parco nazionale (va bene l’abusivismo dilagante, ma questo mi sembra francamente eccessivo).

Però devo ammettere che fa un certo effetto leggere una storia torbida e eccessiva come questa ambientata in luoghi a noi così familiari. Il buon inverno mi ha fatto riflettere su come, in effetti, sia possibile ambientare un libro anche nel cortile di casa, trasformando un posto conosciuto e tranquillo nell’anticamera dell’inferno: la storia raccontata da Tordo mi ha fatto pensare a Sabaudia in un modo che mai avrei immaginato prima. Già altre opere avevano descritto i luoghi in cui vivo in maniera insolita, ma generalmente li avevano nascosti dietro senhal (vedi alla voce: Romanzo?). Qui invece si parla esplicitamente di Via Migliara 53: capite cosa intendo?

Insomma, se avete voglia leggete questo libro e poi fatemi sapere cosa ne pensate: al di là della sua qualità, della trama e dello stile, ciò che più mi ha colpito è proprio come viene trasfigurata l'ambientazione provinciale.

(Poche righe fa scrivevo che non so cosa avrei dato per sapere se l’autore era venuto di persona da queste parti. Ho trovato da solo la risposta. Ed è inquietante. La trovate in questo articolo. Attenzione: il link contiene anticipazioni sul finale del romanzo! Leggete soltanto fino al paragrafo “il buon inverno” compreso)

mercoledì 11 aprile 2012

ADESSO HO DEGLI OCCHIALI DA SOLE FIGHI

SICILIA ON THE ROAD
Una delle rare litigate che ricordo di aver fatto con i miei amici è avvenuta sul lungomare di Terracina, forse durante il quarto o quinto anno di liceo: l’oggetto della disputa era l’opportunità di fare o non fare un viaggio estivo tutti insieme, un on the road in Sicilia dai toni avventurosi. Io ero contrario, e alla fine il viaggio non si fece (una pura coincidenza, non sono il burattinaio oscuro che qualcuno vorrebbe farvi credere). Questa volta, però, in Sicilia ci sono andato, ed è stato decisamente on the road (soprattutto il ritorno: quattordici ore di autobus, e ho detto tutto).

Il viaggio, comunque, è stato bello: abbiamo visto posti affascinanti, abbiamo alloggiato in un luogo pazzesco, ci siamo sfondati di cibo, e la compagnia sull’autobus è riuscita quantomeno a non essere irritante. Certo, pioveva e tirava vento come su una baleniera islandese, ma alla fine ce la siamo cavata (al ritorno dalle isole Eolie i sorrisi erano molto tesi, soprattutto quando abbiamo cominciato a imbarcare acqua).

I posti veramente memorabili sono stati due: Taormina e Cefalù. Sono i due luoghi in cui io e Valeria torneremmo, e cui consiglio a tutti di dare una possibilità. Sono paeselli arroccati su promontori, tutti vie e viuzze (a Taormina c’è un Vicolo Stretto veramente stretto), pieni di storia e baciati anche da paesaggi naturali mozzafiato. Delle Eolie abbiamo visto Lipari e Vulcano: la prima non ce la siamo goduta a causa della pioggia, ma comunque è affascinante e d’estate deve avere la sua ragione d’esistere; Vulcano l’ho trovata epica, in certi momenti sembrava la Nuova Zelanda (o almeno l’immagine che ho io della Nuova Zelanda), e se avessi avuto più tempo mi sarebbe piaciuto salire fin sopra la cima del cratere fumante. Delle altre mete cito l’unica che mi ha colpito: Tindari, santuario con annesse rovine romane sulla cima di un promontorio, da cui ho scattato foto da sfondo del desktop.

Niente, ci sarebbero ancora altro da raccontare, ma è sempre meglio lasciare un alone di mistero. Però le dimensioni del letto della camera resteranno memorabili.

PARTE INTELLETTUALE DEL POST
Ah, caro Gm, non puoi capire quanto mi sento importante quando qualcuno si caga quello che scrivo nei post e addirittura risponde in modo pertinente. Tra l’altro, è sempre un piacere sentire le tue opinioni, che ti rendono molto stimabile ai miei occhi (un po’ meno a quelli di Francescooh, a quanto pare. Ma lui è un bravo ragazzo, lo giuro, ed è anch’egli stimabile).

Anche Raymond Chandler era un bravo ragazzo, al di là di tutto, e tu sai quanto lo apprezzo (sarà per questo che ho scritto un libro in cui uno dei personaggi, un giornalista che sembra appena uscito da un noir, si chiama Raymond?). Nella citazione che riportavi nel commento dice una cosa molto condivisibile: gettare un po’ di realtà nei romanzi gialli, questa sì che è una cosa che mi piace. Non troppa però, solo un po’: bisognerebbe sempre mantenersi in bilico tra la banalità della realtà e l’eccesso dei fumetti. Bella frase, eh?
Tra l’altro, dopo aver letto il tuo intervento, mi sono andato a rileggere la postfazione di Assassinio sull’Orient Express scritta da Oreste Del Buono, in cui è citato un passo dello stesso saggio di Chandler in cui si ferocemente (e brillantemente) Agatha Christie: anche lì il buon Raymond dice una cosa condivisibile, cioè che gli scrittori che sanno concepire intrecci cervellotici e logico-deduttivi in genere non sanno costruire atmosfere e personaggi degni di questo nome. Interessante, no?

Passiamo adesso alla questione che mi sottoponi (penso che tu, Gm, sia l’unica persona al mondo che mi sottopone questioni. Mi fai sentire come un santone indiano o un avvocato in carriera). Mi chiedi se è possibile scrivere un grande romanzo senza inserirvi neanche un decesso… La domanda non è semplice, anche perché non credo di aver letto così tanti libri da poter dare una risposta sicura. Poi dovremmo prima metterci d’accordo sull’espressione “grande romanzo”, e anche stabilire se per “decesso” si intendono solo gli ammazzamenti o anche le morti naturali. Mmm, adesso faccio una cosa: penso a tutti i grandi romanzi che ho letto, e vedo se contengono morti. Fammi pensare…

Accidenti, questa sì che è una questione difficile! Mi risulta molto difficile pensare a romanzi senza decessi, figuriamoci se restringo il campo soltanto ai grandi romanzi! Però sono portato a pensare che ciò accada a causa di un mio limite: le mie letture sono prevalentemente orientate verso la cosiddetta “letteratura di genere”, un settore in cui è piuttosto facile che ci scappi il morto. Sono convinto che sia possibile, in qualche modo, scrivere un grande romanzo senza decessi: ma, come vedi, probabilmente la definizione di “grande romanzo” cambia da persona a persona. Se qualcuno degli altri lettori di questo blog vuole dire la sua è il benvenuto: il livello intellettuale dei frequentatori di questo sito è molto alto, suvvia (ammazza che sviolinata).

Ah no, aspetta! Colpo di scena! Mi è venuto in mente un grande romanzo senza decessi. Di più: un grande romanzo giallo senza decessi. Lo ha scritto Luigi Calisi e si intitola L’ultima partita: un vero capolavoro, davvero, sarebbe piaciuto pure a Raymond Chandler.

ROCCARAINOLA
Al mio ritorno ho trovato una mail del Rocca in cui mi consigliava la lettura di questo articolo di Wired. Ora, innanzitutto complimenti per la lettura: Wired mi piace, per qualche mese ho comprato pure la rivista (poi ho smesso perché ho tagliato le spese inutili), e anche il sito è ben fatto. Inoltre mi trovo completamente d’accordo col contenuto dell’articolo: io stesso penso che uno dei vantaggi di Facebook sia quello di metterti in contatto, attraverso un unico strumento, con la tua intera rete di conoscenti, indipendentemente dal fatto che essi si conoscano tra di loro. Però la tua mail mi puzza di messaggio subliminale.

Ora ne ho trovata un’altra di tua mail, in cui mi sfidi a duello sulla tematica del 3D al cinema. Ahia, prevedo una lunga chiacchierata su Skype.

A proposito, la notte fra sabato e domenica ho fatto un sogno interamente incentrato sulle dimensioni del tuo pene. Che schifo, ne dovrò parlare col mio analista (una frase con cui chiunque può sentirsi Woody Allen).

Il titolo di questo paragrafo è da intenditori.

RINGKOMPOSITION
L’ho già scritto, ma lo ripeto: voi cinque che avete fatto Pasquetta a Sabaudia siete stati bravi, bravissimi. La foto scattata da Tiziano è epocale, entra di diritto nella Storia (e nel Mito, come ha giustamente scritto Francescooh). Lunedì mandai un sms a Jacopo per sapere se avevate organizzato qualcosa, alla fine, ma non giunse risposta: o il messaggio non è arrivato (probabile), o Jacopo si è scordato di rispondere (estremamente probabile).

Dopo aver visto quella foto, però, mi è venuta una gran voglia di andare tutti insieme alla Ciclonatura.

mercoledì 4 aprile 2012

L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.

Stasera parto per la Sicilia, dove resterò fino a martedì prossimo, quindi per un po’ sentirete molto la mia mancanza. È il solito viaggio pasquale che io e Valeria facciamo ogni anno: questa volta, però, invece di visitare eleganti capitali europee, ce ne stiamo nella nostra bella Italia. Aspettative positive per questo viaggio: l’albergo a 5 stelle in cui alloggeremo pagando pochissimo (spero non sia un bidone); il cibo finalmente ottimo (se andiamo in Sicilia e mangiamo come a Parigi mi arrabbio); l’assenza di vecchie sbragamaroni (purtroppo questa è una variabile difficilmente prevedibile). Previsioni meteo maligne danno nuvole su tutta l’Italia: mah, io intanto mi porto il costume. ;) Vi farò sapere al ritorno.

LEGGERE AGATHA CHRISTIE É IL MIO VIZIO
Ieri sera ho finito di leggere l’antologia Il meglio dei racconti di Agatha Chrisite, che mio fratello mi aveva regalato a Natale. Qualche post fa avevo scritto che da quando avevo Anobii mi sembrava di leggere di più: in realtà credo proprio che non sia così. La verità è che sono abbastanza lento a leggere: lo faccio solo la sera, prima di andare a dormire, e questo è in qualche modo limitante. Comunque, questo libro era un bel mattoncino di 700 e passa pagine, quindi anche per questo la casella di marzo del mio Anobii è rimasta vuota.
Al di là di tutto il libro mi è piaciuto, mi è piaciuto molto, e questo nonostante io non ami particolarmente i racconti e, susseguentemente, le antologie di racconti. In generale preferisco i romanzi: i racconti finiscono per forza di cose con lo spezzettare il ritmo, rendendo la lettura molto discontinua; ecco perché cerco di evitarli. La cosa mi sembrava ancora più evidente nel caso dei gialli: scrivere una storia di questo tipo in una manciata di pagine è, secondo me, una sfida quasi impossibile. Lo scrittore deve presentare una situazione iniziale, poi deve inserire un imprevisto, rendere conto delle indagini che ad esso seguono, e infine concludere la vicenda. Il tutto in una decina o al massimo una ventina di pagine. Sul web abbondano i concorsi letterari dedicati ai racconti gialli, ma francamente credo che scrivere una cosa del genere sia al di là della mia portata.
Dopo aver letto questa antologia, poi, la voglia di partecipare a concorsi del genere passerebbe a chiunque. Avevo già letto due romanzi di Agatha Christie, ma questa antologia mi ha confermato il suo inarrivabile talento: scrive dei racconti pazzeschi, meccanismi perfettamente oliati e in tutto e per tutto paragonabili ai suoi romanzi. Tanto di cappello, veramente: ve lo ripeto, secondo me il coefficiente di difficoltà era improponibile. Dei trentuno racconti che compongono il libro vi segnalo quelli che mi sono piaciuti di più: Tre topolini ciechi, Il mistero della cassapanca spagnola (i più lunghi, settanta pagine cadauno, quasi dei romanzi brevi), Il sogno, Nido di vespe, Doppia colpa (questi qui invece molto brevi, e per di più basati su una manciata di personaggi). Certo, come in tutte le antologie ce ne sono alcuni che non mi sono piaciuti, ma sono solo piccole eccezioni. L’unico problema di questo libro è che fa sorgere spontanea la domanda: come può uno mettersi a scrivere un giallo dopo Agatha Christie?

SE AVESSI FACEBOOK, AVREI UN ALBUM INTITOLATO "FOTO CHE SEMBRANO COPERTINE DI ALBUM MUSICALI"
Negli ultimi giorni mi sto ascoltando parecchio i Noah and the Whale, gruppo indie folk (ah, adoro gli improbabili sottogeneri musicali inventati dalla Wikipedia inglese!) britannico abbastanza interessante. Il secondo e il terzo album che hanno fatto, per esempio, hanno entrambi delle copertine e dei titoli bellissimi (The First Days of Spring e Last Night on Earth). Ah già, vero, poi suonano e cantano, e hanno quel sound leggero vagamente contaminato da cose insolite che piace a me. Scherzi a parte, il loro ultimo album mi piace, ha delle sonorità che si adattano perfettamente alla primavera. La più bella secondo me è L.I.F.E.G.O.E.S.O.N., ma anche Waiting for My Chance to Came e Just Me Before We Met meritano. L’album precedente è invece completamente differente, molto più cupo e pessimista (è un concept album sulla fine di un amore, dopotutto, che vi aspettavate?), ma ugualmente apprezzabile.

CIAO
Ah, Matteo il Rocca, che delusione che mi hai dato! Vai, vai, vai pure a vedere Titanic 3D: so che lo aspetti con ansia. Te pudeat!
Ma no, in realtà non me ne frega niente. Era solo per sputtanarti in pubblico.
 
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