A volte penso all’ordine
delle tracce musicali in un cd. Chi lo stabilisce? È il cantante o la casa
discografia? O qualche altro losco figuro che nella vista, di mestiere, fa
proprio questo? Domande, tante domande che restano come sempre senza risposte.
C’ho pensato qualche
giorno fa, quando mio fratello ha comprato Part Lies, Part Heart, Part Truth,
Part Garbage, 1982-2011, l’album definitivo dei R.E.M. (definitivo in più di un
senso). Le tracce lì sono in ordine cronologico: quaranta canzoni, dalla più
vecchia alla più recente, distribuite su due cd. Ho scoperto pezzi che non
conoscevo e che mi sono piaciuti parecchio; ho apprezzato anche la loro prima
fase, quella molto underground e molto alternative, anche se già so che alla
fine ascolterò sempre e comunque le più orecchiabili.
Quest’album mi ha
fatto pensare anche ad altre due cose. Primo: c’è una certa malinconia
celebrativa nell’ascoltare un greatest hits di una band che si è sciolta. Fa
strano sapere che tutto quello che di buono quel gruppo ha fatto è lì, davanti
a te, e che in futuro ce li ricorderemo così, perché non hanno nient’altro da
aggiungere. È una sentenza definitiva, che ci piaccia o no.
Secondo: ieri ho
improvvisamente ripensato al giorno in cui ho scoperto i R.E.M. È successo un
giorno d’ottobre del 2003, quando Bad Day cominciò ad andare on air alla radio.
Mi piacque subito quella canzone, tant’è che alcuni ricorderanno come l’abbia
usata fino allo sfinimento in Driver 3. Lì per lì, nella mia ingenuità di
allora (ascoltavo musica sì e no da un paio d’anni), pensai che chi suonava
quella canzone fosse un gruppo nuovo; poi in qualche modo scoprii che i R.E.M.
erano un gruppo storico: non ricordo come lo venni a sapere (era un mondo in
cui ancora non usavo Internet), forse lo sentii alla radio o forse fu grazie ad
Andrea (aveva il cd In Time, da cui era tratta la canzone, quello con la luna
azzurra in copertina). Beh, ricordando questi fatti ho ripensato a quella
strana sensazione che ci fa essere così ignoranti delle cose della vita. Come a
dire: c’è stato un tempo in cui ho ascoltato una canzone dei R.E.M. e non avevo
la minima idea di chi fossero i R.E.M. Oggi una cosa del genere non mi potrebbe
più succedere, e mi chiedo se ci ho guadagnato.
O BOM INVERNO
Qualche mese fa – era gennaio
– vi raccontai che i miei mi avevano regalato per il compleanno un libro
pazzesco. È giunto finalmente il momento di parlarvene.
Il libro si chiama Il
buon inverno (bel titolo, non c'è che dire), lo ha scritto un portoghese di nome João Tordo, è un thriller ed
ambientato in gran parte a Sabaudia. Già in quel post di gennaio manifestai il
mio stupore per la cosa, ma adesso che ho letto il libro posso sottolinearlo
ulteriormente: ragazzi, non è uno scherzo, un portoghese ha realmente scritto
un thriller ambientato a Sabaudia!
La trama ha delle premesse
interessanti, e riunisce un eterogeneo gruppo di persone di diversa nazionalità
in una villa di un produttore cinematografico americano. Ovviamente il suddetto
produttore verrà trovato morto, e lì comincia l’incubo per i protagonisti. Non
vi racconto altro, nel caso vogliate leggerlo. A mio parere, nella parte
centrale, l’intreccio si fa un po’ troppo macchinoso: non tutto scorre liscio,
e forse un paio di personaggi si potevano tagliare senza particolari conseguenze;
inoltre, cosa forse più grave, un paio di interrogativi mi sono rimasti anche
dopo aver portato a termine la lettura. In compenso il libro si lascia leggere,
con alcune belle descrizioni, e gli si perdonano un paio di lungaggini
filosofiche. Insomma, non è un capolavoro: su Anobii gli ho messo 4 stelle, ma forse
è più un 3 stelle e mezzo (la quarta stella se la guadagna perché descrive la
stazione di Priverno-Fossanova).
Non posso negare che –
al netto degli squartamenti e dei morti ammazzati – è stato divertente leggere
questo libro, proprio per la sua ambientazione. La cosa che più mi ha colpito è
la precisione con cui vengono descritti certi posti: non so cosa darei per
sapere se Tordo è venuto di persona da queste parti oppure se ha fatto tutto
con Google Maps (per il libro che sto scrivendo ora, ambientato in un luogo
preciso, sto usando tantissimo Google Maps). Certo, alcune imprecisioni da
forestiero ci sono: l’autore scrive che gli abitanti di Sabaudia «camminavano
dalle pescherie verso i negozi di frutta» (descrizione un po’ da macchietta);
le strade sono invase da Vespe (un luogo comune duro a morire. A Sabaudia al
massimo trovi Sh modificati); e la villa si trova nel bel mezzo del bosco, in
pieno parco nazionale (va bene l’abusivismo dilagante, ma questo mi sembra
francamente eccessivo).
Però devo ammettere
che fa un certo effetto leggere una storia torbida e eccessiva come questa
ambientata in luoghi a noi così familiari. Il buon inverno mi ha fatto
riflettere su come, in effetti, sia possibile ambientare un libro anche nel
cortile di casa, trasformando un posto conosciuto e tranquillo nell’anticamera
dell’inferno: la storia raccontata da Tordo mi ha fatto pensare a Sabaudia in un
modo che mai avrei immaginato prima. Già altre opere avevano descritto i luoghi
in cui vivo in maniera insolita, ma generalmente li avevano nascosti dietro
senhal (vedi alla voce: Romanzo?). Qui invece si parla esplicitamente di Via
Migliara 53: capite cosa intendo?
Insomma, se avete
voglia leggete questo libro e poi fatemi sapere cosa ne pensate: al di là della
sua qualità, della trama e dello stile, ciò che più mi ha colpito è proprio come viene trasfigurata l'ambientazione provinciale.
(Poche righe fa
scrivevo che non so cosa avrei dato per sapere se l’autore era venuto di
persona da queste parti. Ho trovato da solo la risposta. Ed è inquietante. La
trovate in questo articolo. Attenzione: il link contiene anticipazioni sul
finale del romanzo! Leggete soltanto fino al paragrafo “il buon inverno”
compreso)
