giovedì 23 febbraio 2012

ALCUNI ARGOMENTI ARRETRATI

LIBRI
Da quando mi sono iscritto ad Anobii ho come l’impressione di leggere più libri. Una volta, da bambino, leggevo tantissimo, ad un ritmo piuttosto sostenuto. Poi col passare degli anni ho rallentato, arrivando persino a periodi di diverse settimane senza la compagnia di un libro. Ma come si può, mi chiedo?
Negli ultimi tempi ho letto due libri molto belli, che vi consiglio. Il primo è Uno studio in rosso, di Arthur Conan Doyle, prima opera in cui compare l’arcinoto Sherlock Holmes. Sapete, non me lo aspettavo così avvincente: lo stile è molto attuale, abbastanza incalzante, e la storia ti prende anche se è l’archetipo di tutte le crime story. Per certi versi leggere questo libro è come leggere un’avventura grafica (l’unico genere per cui vale la pena avvicinarsi ai videogiochi): vai in giro, parla con la gente, raccogli indizi, risolvi il caso. Forse il difetto principale del libro è che potrebbe essere stucchevole assistere alla perfetta analisi del protagonista, che è antipaticamente infallibile: ecco, forse leggersi tutte le sue avventure successive potrebbe essere noioso. Questo, comunque, ve lo consiglio: volenti o nolenti, il genere giallo è passato di qua.
Ma ancora di più vi consiglio il secondo libro che ho letto ultimamente: Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Avete presente 1984 di George Orwell? Bene, questo appartiene allo stesso genere – quello distopico – ma è stato scritto sedici anni prima (scrivere un romanzo distopico prima o dopo la seconda guerra mondiale non è proprio la stessa cosa) ed è anche molto più bello. L’idea di fondo è la stessa: descrivere un futuro più o meno lontano in cui l’umanità ha perso qualsiasi connotazione positiva. La svolgimento è invece diverso: Huxley immagina un mondo senza guerre, senza infelicità, senza malattie, in cui non si conosce il dolore; in cambio di tutto questo, i cittadini sono stati privati di qualsiasi emozione, accusate di essere la causa dello squilibrio da cui nasce ogni cosa. Il libro merita davvero, non solo per lo scenario inquietante che descrive ma anche per lo stile e per l’organizzazione narrativa: non è pesante e scorre via facilmente. L’edizione che ho comprato (Oscar Mondadori, collana Classici Moderni) contiene anche un’altra opera dello stesso Huxley: intitolata Ritorno al mondo nuovo, è una raccolta di saggi scritta quasi trent’anni dopo, in cui l’autore ritorna sui temi affrontati nel romanzo, col senno di poi. Ecco, questo è un po’ pesante – e in qualche riflessione superato – però il romanzo è da leggere assolutamente.

L'IMPORTANZA DI ESSERE ISLANDESI
Una delle cose più interessanti di Internet, secondo me, è la possibilità che dà a chiunque di entrare in contatto con prodotti culturali di ogni parte del mondo. Se penso che solo fino a dieci anni fa l’unica musica che una persona normale poteva ascoltare era quella propinata dalla radio… Certo, all’epoca non c’erano Lady Gaga e Kesha, ma questa è una magra consolazione.
Ora, nonostante io abbia grandi lacune nell’ambito della musica italiana (o sbaglio?) e nonostante non ne capisca poi molto di musica, una cosa che mi piace fare è scoprire misconosciuti gruppi delle scene musicali più improbabili d’Europa (e non solo). L’ultima band su cui mi è capitato di mettere le orecchie mi ha conquistato, nonostante abbia all’attivo soltanto un album. L’ho scoperta grazie alla rivista online Players (ricordate? Ci scrissi un post sui Cojoti. Di recente ha stretto un accordo con la Feltrinelli che gli sta garantendo una certa sicurezza economica e la possibilità di continuare a pubblicare) ed ha l’evocativo nome di Of Monsters And Men. Fanno indie rock tendente al folk, sono islandesi ma cantano in inglese, hanno una voce maschile ed una femminile, e alcuni li accostano ai Mumford & Sons (ma questa frase ha senso solo se conoscete i Mumford & Sons). Nei testi parlano di tutte le cose che vi vengono in mente pensando all’Islanda, tranne i patronimici. Vi consiglio di ascoltare Little Talks e King & Lionheart. Non so, penso che potrebbero piacere a Tiziano e Livio.

PAROLE PROFETICHE DEL MIO BLOG
Oh, ma vi ricordate di quella volta che ho fatto chiudere Megavideo con un mio post? Beh, non posso non notare che, proprio poco dopo la mia pubblicazione di un intervento riguardante il crowdfunding, sia successo qualcosa.
L’8 febbraio un nuovo progetto ha fatto la sua comparsa sul sito Kickstarter. Stavolta, però, non era un brufoloso nerd americano a chiedere soldi alla massa per autofinanziarsi il sogno nel cassetto: a farlo era Tim Schafer. Ora, sarebbe troppo lungo e terribilmente noioso raccontare tutto di Tim Schafer, per cui la farò molto breve: Schafer è uno dei miei autori preferiti di videogiochi (il giorno in cui la componente autoriale dei videogiochi verrà compresa, allora questo settore sarà maturo) e manco a dirlo ha ideato diverse avventure grafiche storiche (su tutte Grim Fandango, capolavoro). Schafer ora ha una propria società, e la dura realtà del mercato lo ha costretto a finanziare il suo nuovo progetto attraverso i soldi dei fan: le avventure grafiche purtroppo sono un genere di nicchia, e quindi i produttori ritengono poco fruttuoso investire soldi su progetti del genere. Ecco quindi l’idea del crowdfunding.
La cosa è pazzesca, anche se per valutarla bene bisognerà aspettare il gioco finito. Ciò che più mi ha colpito è che l’obiettivo (400.000 dollari) è stato raggiunto in meno di 24 ore: al momento stanno oltre i due milioni di dollari, tant’è che il buon Schafer ha già annunciato traduzioni in diverse lingue (tra cui l’italiano). Vi giuro, la cosa mi ha lasciato sbalordito, e adesso queste righe sembrano sobrie solo perché sono passati diversi giorni e quindi ho smaltito l’entusiasmo. Tra l’altro le ricompense per chi donava sono pazzesche: se volete dargli più di 10.000 dollari andate a cena con Schafer e vi fate pure il giro dei suoi uffici. Vi link la pagina di Kickstarter, anche se nessuno di voi ci cliccherà sopra: tra l’altro Schafer è un campione di ironia, quindi vi consiglio di vedere il video con cui presenta il progetto.

DA EMILIO
Il 9 febbraio, mentre ancora ero all’oscuro di ciò che Tim Schafer stava tramando, ho rivisto un mio caro amico (Gian Maria) e un mio caro nemico (P.), e ce ne siamo andati tutti e tre in trattoria, come ai vecchi tempi.
Io sono stato benissimo. Gian Maria non lo vedevo da prima del suo Erasmus in Russia, e già vederlo ancora tutto intero mi ha fatto piacere. Alla mia domanda “Allora, com’è Mosca?” Gian Maria ha risposto dando una di quelle definizioni che lo renderebbero un grande scrittore se solo si mettesse davanti a scrivere seriamente: “Mosca assomiglia a una puntata di Dragon Ball: c’è uno stato di tensione perenne”. Comunque, nel giro di poche ore abbiamo messo insieme tutto il materiale per scrivere un romanzo pulp molto noir, ricco di personaggi epocali e frasi epiche. Il protagonista potrebbe essere un cecchino russo senza un polmone, che ha fatto la guerra in Afganistan arrivando secondo per numero di nemici uccisi (27; al primo posto è arrivata a una donna); il tizio viene richiamato d’urgenza in patria perché una nuova missione lo attende: stanare i commercianti svizzeri che a Lugano mettono decorazioni natalizie troppo brutte sulle vetrine dei loro negozi. Si rischia la prigione per cose del genere, sappiatelo.

EPILOGO
Poi è arrivato anche quel giorno epico in cui ho fatto il mio ultimo esame all’università. Proprio l’ultimo ultimo, intendo. C’ho messo un po’ a realizzare la cosa, perché la prima cosa che mi è arrivata addosso è stata tutta la stanchezza accumulata. Alla fine però c’è stata quella consapevolezza un po’ strana, una sensazione davvero insolita, esattamente come il mio statone vuoto.
Ecco, qui come citazione finale ci starebbe bene l’ultima frase di Halo, ma preferisco usare le parole del Poeta: “Fine? Nessuna fine, signori. C’è sempre un dopo, fratelli!”

venerdì 10 febbraio 2012

POST CHE ATTENDEVO DI SCRIVERE DA TEMPO

Tutti voi sapete fin troppo bene che io sono un grande appassionato di cinema, e questo vi ha portato ad essere di volta in volta le cavie predilette delle mie ridicole recensioni, i testimoni increduli di frasi come “il mio direttore della fotografia preferito è Janusz Kaminski” e le vittime impotenti di lunghe discussioni su aspetti tanto tecnici quanto minuziosi. Pochissimi di voi, però, sanno come questa passione è nata. È giunto il momento di raccontarvelo.

In realtà sarebbe quantomeno banale ridurre il tutto ad un’unica causa. Sono convinto che, se ci pensassi più di due minuti, troverei diverse motivazioni che mi hanno portato ad essere quello che sono: il fatto che i miei genitori siano a loro volta appassionati di cinema, per esempio, così come la presenza costante del Dizionario dei Film di Paolo Mereghetti in casa mia sin dall’edizione 1997. Tutte concause che, accumulandosi, hanno sortito il loro effetto. C’è però un fatto che, più di tutti gli altri, mi ha fatto appassionare al cinema. E non solo: mi ha fatto appassionare anche a un certo modo di fare cinema, che come un grimaldello (questa parola mi ricorda un mio sogno davvero improbabile. Un giorno dovrò raccontarvi anche dei miei sogni) ha scassinato l’intero forziere, facendomi capire cos’è veramente il cinema.

Ricordate il 1999? Se penso a quell’anno mi vengono in mente cose molto diverse tra loro: il viaggio a Imola e dintorni con i miei, gli esami di quinta elementare (portai la poesia A Zacinto, tuttora l’unica che conosco a memoria), la paura oserei dire medioevale per la fine del millennio (che avrebbe portato il temuto Millennium Bug). E poi mi ricordo sicuramente lo Specchio della Stampa. Lo Specchio della Stampa?
In quel tempo mio padre comprava ogni settimana questo magazine d’attualità allegato al quotidiano La Stampa. Il giornale girava un po’ per casa per qualche giorno, poi finiva sulla libreria insieme agli altri numeri che lo avevano preceduto. Ancora oggi un intero scaffale della libreria di mio padre è adibito a questa particolare collezione: oltre duecento numeri, dal 1996 (anno di nascita della rivista) fino a quando smise di comprarlo (intorno al 2000 credo). Se vi metteste a controllare numero dopo numero, però, vi accorgereste che ne manca uno: non è un errore o una dimenticanza, è solo che quel numero lo conservo io nella mia libreria; da dove infatti l’ho appena preso, con la copertina logorata e più di qualche orecchia ai lati, ma ancora intatto e patinato.
Il numero in questione è il 175, del 29 maggio 1999. Gli articoli principali erano sul decennale della strage di Piazza Tienanmen, sull’ecosistema bosco, sul business del divorzio e su un romanzo in uscita avente per protagonista Annibale. Ma la copertina e ben quattro articoli erano dedicati ad uno degli eventi cinematografici dell’anno: l’uscita di Star Wars – Episodio I: La minaccia fantasma.

Con una notevole perizia filologica sono riuscito a datare il mio primo incontro con un film della saga di Guerre Stellari: fu un 31 dicembre, non ricordo se nel 1996 o nel 1997. Davano in tv l’Episodio IV, in seguito noto come Una nuova speranza, e mentre gli adulti cenavano io mi vidi questo film di fantascienza. Ricordo con consapevolezza soltanto una scena di quella visione: il ritorno di Luke alla casa distrutta degli zii, e la vista dei loro cadaveri carbonizzati (la cosa mi inquietò non poco).
Poi, probabilmente nel corso del ’98, vidi l’intera “trilogia classica”: il Padrino™ mi regalò il cofanetto con l’edizione speciale in Vhs dei film. Di queste visioni ho un altro ricordo preciso: io che guardo i film in salotto, la sera, mentre nel frattempo finisco di fare i compiti di geografia (ci facevano ricopiare le mappe fisiche e politiche).
Tutto questo per dire che io già conoscevo Star Wars quando apparve quel famoso articolo su Specchio, però fino a quel momento la cosa non aveva avuto poi tanta importanza. In ogni caso mio padre mi fece vedere il numero, con Yoda in copertina e il titolo in grande “La forza sia con voi” (sottotitolo: “il ritorno di guerre stellari”), ed io lessi i quattro articoli. Fu lì che cominciai a capire che il fenomeno aveva dimensioni molto maggiori di quanto avevo immaginato fino ad allora.

L’incipit del primo articolo mi colpì talmente tanto che lo ricordo ancora quasi a memoria (per la serie: gli inutili dettagli che conserva la mia mente). “Stellari o banali? Tavanata galattica o summa del pensiero moderno? Poema epico di incomparabile profondità oppure baraccone commerciale per acchiappare il pubblico più scemo? Specchio è andato a vedere La minaccia fantasma. E non riesce a decidersi. Per questo vi propone un articolo a due facce: dove la Forza incontra il suo Lato Oscuro”. Ma era quello che seguiva dopo che mi sconvolse: otto pagine occupate da altrettanti primi piani dei personaggi del film, tutti alieni fatta eccezione per Ewan McGregor e Liam Neeson. Raramente avevo visto qualcosa di così impressionante e sconvolgente. L’articolo si sviluppava poi, come annunciato, su due binari paralleli: da un lato la saga veniva esaltata (era paragonata alla grande letteratura, all’epica e alla Bibbia), dall’altro distrutta (con trovate divertenti: i film erano definiti una soap opera, la spada laser era etichettata come “una specie di torcia Beghelli che si accende quando la fantasia di Lucas piomba nel buio”, mentre Dart Vader diventava “un asmatico con problemi di deambulazione”).
Dopo un’intervista a Natalie Portman e una a Ewan McGregor arrivava il pezzo forte, ciò che mi ha fatto conservare per una vita quel giornale. Un doppio foglio ripiegato (non so spiegarlo in altro modo) si apriva ed offriva da un lato una mappa dei pianeti su cui si svolgeva il film, dall’altro la genealogia dei personaggi, con delle linee che indicavano i rapporti che intercorrevano tra di essi. Detto così fa ridere un sacco, lo so, ma io in quei momenti mi rendevo conto che avevo a che fare con qualcosa di – lasciatemelo dire – epico. E tutto era nato dal cinema, e in qualche modo al cinema stava tornando. Nella mia breve esperienza, non avevo mai visto niente di simile.

In Italia, La minaccia fantasma arrivò soltanto nel mese di settembre del 1999. Io lo andai a vedere pochi giorni dopo l’uscita, al cinema Traiano di Terracina. Vorrei poter avere le parole adatte per descrivere quello che provai durante lo spettacolo. Episodio I fu il primo film-non-a-cartone-animato che vidi al cinema in vita mia (se si escludono Space Jam e qualche filmetto che ci portarono a vedere con la scuola alle elementari); fu anche il primo film che vidi in un cinema serio (il Traiano è tuttora una bomba, peccato la concorrenza lo abbia messo in ginocchio), e ovviamente il primo film con impiego massiccio di effetti speciali. Un cocktail micidiale, soprattutto se somministrato a un bambino di dieci anni.
Il risultato – piuttosto scontato – fu che mi appassionai oltre qualsiasi logica alla saga di Guerre Stellari. Ma non solo. Per la prima volta in vita mia avevo scoperto la grande forza del cinema: quella di dare vita ai sogni. Per mesi, in un epoca precedente all’avvento di Internet, avevo fantasticato sulle poche immagini del film che avevo a disposizione – quelle di Specchio – cercando di immaginare come sarebbe stato vederle in movimento, ipotizzando gli sviluppi della trama, immedesimandomi (c’è poco da fare, chiunque lo avrà fatto) negli eroi della mia fantasia. Eppure l’effetto finale, quello che vidi al cinema quel lontano giorno di settembre, andò oltre ogni aspettativa: il cinema mi aveva conquistato, emozionato, lasciato a bocca aperta.
In seguito molto difficilmente ho provato la stessa cosa davanti a uno schermo, e probabilmente mai nella stessa intensità di allora: come scrissi già su Attraversamento Cojoti, l’età è un fattore fondamentale in questo genere di cose, e probabilmente è giusto così. Non sarà l’unico motivo, ma a me piace pensarlo: senza Episodio I, il mio rapporto con il cinema non sarebbe stato lo stesso. E chissà che il cinema, in futuro, non rivesta una parte ancora più importante nella mia vita.

Ho scritto questo post per due motivi.
1) Oggi, 10 febbraio 2012, esce al cinema Episodio I. Come, di nuovo? Ebbene sì: George Lucas (classica persona da odi et amo) ha deciso di riconvertire in 3D l’intera saga, partendo da questo film. Se andrà bene continuerà con gli altri, se andrà male si fermerà. Per quanto, come a questo punto vi sarà chiaro, io sia particolarmente legato a Episodio I, vi supplico: non andate a vederlo. Il 3D deve affondare: dovremo ricordarlo soltanto come un esperimento fallito. Chiaro?
2) L’altro giorno io e Valeria - nonostante fossi in debito con lei di un film che non le era andato a genio - siamo andati a vedere Hugo Cabret (altro film in 3D… Per la cronaca mi ha deluso, mi aspettavo qualcosa in più. Però come omaggio al cinema e come ricostruzione d’epoca funziona). Alla fine dello spettacolo - quando si sono accese le luci in sala e la gente ha cominciato a infilarsi i cappotti, quando cioè si ritorna alla realtà - un bambino che era seduto nella nostra stessa fila mi ha fatto commuovere. Si è rivolto ai genitori e ha detto: “È stato bellissimo! Grazie!”. Vorrei potervi descrivere il tono entusiasta con cui lo ha detto, ma non ci riuscirei mai. Ecco, credo che sia una delle cose più belle che un bambino possa dire dopo aver visto un film. Ci ho rivisto la stessa magia che ho conosciuto io nel ’99 con La minaccia fantasma. La magia del cinema.

mercoledì 1 febbraio 2012

(COUCH)SURFING, (COUCH)SURFING U.S.A.

Quando Matteo R. (la Melissa P. de noartri) mi disse su Skype che sarebbe andato per una decina di giorni in Svezia e Norvegia praticando couchsurfing, io gli dissi sicuro: “Ah sì, io questa cosa qua l’ho studiata all’università”. La sua espressione stupita e perplessa mi fece capire che non c’avevo capito niente.

Forse lo conoscete già: il couchsurfing (letteralmente “fare surf sul divano”) è un modo di viaggiare che si è affermato molto negli ultimi tempi. Consiste essenzialmente nel viaggiare gratis andando ospite per un certo numero di giorni a casa di altre persone, in tutto il mondo, dopo essersi messi d’accordo su Internet. Spero di averlo spiegato bene in questi termini; in ogni caso, mi sembra evidente che una cosa del genere io non l’ho studiata all’unviersità.
Il fatto è che, in quella conversazione, per una serie di motivi (che vanno dalla qualità della conversazione su Skype alla mia difficoltà nel capire l’inglese parlato) ho confuso il couchsurfing con il crowdfunding. E ce ne vuole, direte voi.

Il crowdfunding è una cosa che ho scoperto da poco, quando appunto se ne è parlato durante una lezione. È una di quelle classiche cose legate a Internet che quando te ne parlano tu dici: “Ma no, dai, non potrà funzionare mai”. E invece a quanto pare va.
Il termine vuol dire qualcosa come “finanziamento dalla folla”, e già questo basterebbe per descrivere quello che il crowdfunding è: essenzialmente, una forma di finanziamento collettiva per progetti che altrimenti non riceverebbero visibilità e possibilità. Il sistema è molto semplice: ci si registra su uno dei siti che forniscono il servizio, si descrive la natura del proprio progetto, magari si mostra anche qualche frutto del proprio lavoro, poi si stabilisce un obiettivo monetario da raggiungere. E infine si aspetta.
Ma si aspetta cosa? Dai, chi è che, specialmente in un periodo come questo, si mette a finanziare sconosciuti con progetti improbabili da realizzare? E poi perché farlo?

Incuriosito, sono andato ad esplorare i due siti indicatici dalla prof: Indiegogo e Kickstarter. E sono rimasto a bocca aperta. Tanto per cominciare, i progetti che si incontrano sono di ogni tipo: dai film al teatro, passando per album musicali e iniziative di volontariato. Ma la cosa assurda è che questi tipi riescono veramente a raccogliere dei soldi per realizzare i propri sogni; e non stiamo parlando di qualche centinaio di dollari, ma di migliaia e migliaia di bigliettoni (come direbbero nel peggior film hollywoodiano).
Vi faccio qualche esempio, così ci capiamo meglio. Un utente è riuscito a tirar su oltre 500 $ per realizzare una piece teatrale intitolata con delicatezza Shut Up, Emily Dickinson. Vabbè, dai, cosa non si fa per amore del buon teatro?
Passiamo oltre: grazie a Kickstarter due fotografi si sono finanziati, con oltre 4.000 $, un periodo di lavoro in Alaska che sfocerà poi in una mostra e in un libro fotografico. Niente male, vero?
C’è di più. Stuart Murdoch, leader del piacevole gruppo scozzese indie rock Belle & Sebastian, sempre grazie a Kickstarter ha tirato su 92.000 $ per poter realizzare un film musicale ispirato al suo album God Help the Girl: migliaia di dollari forniti da volontari e appassionati a un professionista.
Ma poi c’è lui, l’idolo delle folle, un nerd di dimensioni epocali: un ragazzo californiano che pare si sia fatto conoscere grazie a Youtube e con un proprio sito, e che ora sta tentando di realizzare un film intitolato Angry Video Game Nerd. A quanto pare è molto convincente, nel suo video di presentazione, visto che ha raccolto 259.000 $ (sì, avete letto bene).

Ma cosa ci guadagna uno che finanzia una cosa del genere?  A livello economico nulla: non credo siano previste retribuzioni monetarie. In tal senso, si tratta di un investimento a fondo perduto (ma come parlo?), una specie di donazione volontaria fatta al simpaticone di turno. Oltre alla soddisfazione, però, una forma di compenso è prevista: l’autore di ogni progetto predispone in partenza delle fasce di contribuzione (ad esempio da 1 a 5 dollari, da 10 a 15, e così via), ad ognuna delle quali corrisponde una qualche forma di ricompensa materiale (c’è chi invia una copia autografata del film, chi verrà ringraziato nei titoli di coda, chi riceverà il making of, e via di questo passo). Insomma, qualcosa in cambio si ottiene.

I siti che vi ho segnalato sono in lingua inglese, e pertanto si rivolgono prevalentemente ad un pubblico anglofono, però può essere che vi si trovi pure qualcosa di diverso. In Italia ho visto che ci sono siti analoghi, ma i progetti riescono a raccogliere soltanto poche decine di euro. Probabilmente non è tutto ora quello che luccica: come nel caso de Ilmiolibro, per ogni progetto che emerge ce ne sono dieci (o più) che affondano nel dimenticatoio. Però intanto io ve l’ho segnalato: magari tutto quello di cui avete bisogno per partire è una mano da degli sconosciuti. O un calcio (sottinteso: in culo) come nel caso di Kickstarter.

POSTILLA AL POST DI COMPLEANNO
Valeria mi ha regalato una bellissima macchina fotografica nuova. È piccola e compatta, esattamente come la volevo, ha tanti megapixel e fa anche dei bei video. Non vedo l’ora di poterla provare in qualche viaggio! ;)
La mia vecchia macchina è sempre stata un po’ troppo ingombrante, e in molti casi ho dovuto rinunciare a portarla con me. Ad esempio, ho pochissime foto fatte all’università, e questo mi dispiace molto: quelle con i turbanti al Turban Day sono fantastiche (anche per i nomi: quella che ritrae me e Gian Marco si intitola “gli stimabili conturbanti”. Notare il gioco di parole). Vabbé, scritto così sembra che all’università ci sono andato per spassarmela.

Vi stimo tutti e vi ringrazio per la botta di commenti degli ultimi due post (sia gli habitué sia, soprattutto, i redivivi). So che questo intervento non è poi così avvincente, però mi piace che ci teniamo in contatto così.
E poi ve lo dico: il mio prossimo post sarà una bomba (sottile tentativo di fidelizzare il mio pubblico)

 
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