mercoledì 3 agosto 2011

DUBLINO RANDOM

Probabilmente questo sarà l’ultimo post che vi scrivo dall’Irlanda: sabato mattina prenderò l’aereo e tornerò in patria, e non credo di avere tempo per pubblicare un altro intervento prima di allora. In ogni caso, in questo post metterò tutte le cose che ho notato in queste settimane e che non sono riuscito ad inserire negli altri interventi. Non c’è un filo conduttore, anche se spesso si parlerà di cibo (mi piace parlare di cibo, e il cibo aiuta a comprendere le diverse culture).

Nel caso vi dovesse capitare, nella vita, di vivere a Dublino per un periodo di tempo, sappiate che ci sono delle cose ti tipo prettamente economico che dovete sapere. Uno dei motivi che mi hanno spinto verso questa città, e non verso una meta inglese, era il seguente ragionamento: in Irlanda c’hanno l’euro, in Inghilterra la sterlina, quindi la vita costa di meno, quindi vado lì (sono pur sempre quello che decideva dove espandersi in Europa Universalis II solo dopo aver controllato il prezzo del caffè). Beh, il mio ragionamento era sbagliato, o almeno lo era parzialmente: Dublino è infatti una città estremamente cara sotto certi punti di vista, mentre per altri è più economica dell’Italia.
Cose che costano tanto: • il cibo. Le colazioni e le cene me le forniva la mia famiglia ospitante, ma per il pranzo dovevo provvedere da solo. I prezzi sono generalmente più alti che in Italia, e questo spiega perché il Tesco vince. Addirittura la cosa si ripercuoteva anche sulle grandi catene commerciali: un menù da Burger King costa 8 euro qui, contro i 5 e qualcosa italiani. • i mezzi pubblici. Qui più che altro devo parlare di un salasso. Ho speso 20 euro a settimana per l’abbonamento del treno: e quando scrivo “del treno” intendo dire che, se avessi voluto prendere l’autobus (qui sono tutti a due piani, come a Londra, ma gialli e blu), avrei dovuto pagare, perché si tratta di due abbonamenti distinti. Ma mi è andata anche bene: un mensile dell’autobus (ancora, solo dell’autobus) costa una novantina d’euro! Assurdo, dai.
Cose che costano poco: • cd, dvd, elettronica in genere. Potevo lasciarmi sfuggire il best of (doppio cd) degli Snow Patrol (peraltro irlandesi) a 7 euro? No. Da HMV (catena che mi dicono essere presente anche in UK) ti puoi portare a casa un dvd con 3 euro, mentre anche i videogiochi costano meno che in Italia. • vestiti. Due grandi catene (Pennies e Dunnes Store) dominano il settore: con 3 euro vi potete comprare un paio di scarpe, con 10 un maglione, con 20 una giacca. La qualità, specialmente nel caso di Pennies, lascia molto a desiderare; molto meglio Dunnes, dove secondo me si possono fare degli affari d’oro.

Ma quello che tutti voi vi starete chiedendo ora è: ma, Luigi, dicci, cosa ti mangi in Irlanda? Domanda interessante. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato: la mia padrona di casa è infatti un’ottima cuoca, specialmente rispetto a quello che è capitato ad altri malcapitati studenti. Quasi tutte le sere ci siamo beccati la pasta, spesso con sughi che in Italia sarebbero improponibili, ma che comunque erano più che accettabili; pochi giorni fa si è cimentata anche in una specie di carbonara, senza contare che spesso e volentieri ci ha fatto la lasagna. Chi ha detto che l’Irlanda è tutta carne e patate?
Probabilmente lo ha detto chiunque sia stato da queste parti, ma non a casa della signora. In alcune occasioni, infatti, ho avuto modo di provare alcune specialità locali. La suddetta signora, infatti, si è cimentata una prima volta nel Coddle (piatto tipico di Dublino: stufato di salsicce, patate, cipolle e carote. Veramente ottimo!) e una seconda nello Sheperd’s Pie (sorta di lasagna fatta da uno strato base di carne macinata, e poi a salire con patate spappolate. Buonissimo, l’ho mangiato anche in un pub). Insomma, sì, c’è una predominanza di carne e patate: ma se non avete problemi con questi prodotti, apprezzerete la cucina irlandese.
Altra prelibatezza, stavolta non proprio locale: le Cornish Pasties. In giro per la città ci sono questi minuscoli negozi, facenti parte di una catena, che sfornano quotidianamente e in continuazione queste specie di crepes salate, ripiene di carne, patate, cipolla e cotte al forno. Detto così non sembra niente di che, ma mangiarne una appena uscita dal forno, calda e avvolta nella sua carta, ha un non so che di epico.

Ed ha un sapore ancora più buono se ve l’andate a mangiare a St. Stephen Green. Come ho già scritto, è usanza dei lavoratori d’ufficio dublinesi raccattare da qualche parte del cibo e andarselo a mangiare in questo parco, preferibilmente adagiati sull’erba lungo le sponde del suo laghetto popolato di anatre. Effettivamente la cosa ha il suo fascino, specialmente nei (rari) giorni di sole: addirittura, spesso è difficile trovare posto. Certo, ci sono milioni di altri parchi nel mondo dove andare a fare una cosa del genere: ma a St. Stephen Green ci si sente, in qualche modo, dublinesi. Non so, la cosa aiuta a guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Un altro modo per sentirsi dublinesi? Fare colazione per strada, camminando, con un bicchiere di cartone ripieno di un improbabile liquido che da queste parti spacciano per caffè. Lo fanno tutti: camminate per il centro città una qualsiasi mattina di un giorno lavorativo, e vi imbatterete in frotte di persone in giacca e cravatta, con la ventiquattro ore in una mano e il bicchierone nell’altra. E dovreste vedere come sorseggiano quell’intruglio, e con quale piacere! Ovviamente la cosa ha una spiegazione più o meno logica: lì, d’inverno, fa freddo, e camminare buttando giù qualcosa di caldo aiuta certamente. Nella caffetteria della scuola, comunque, ho voluto provare l’ebbrezza: niente di trascendentale, però camminare con questo bicchierone in mano ha un non so che di affascinante.

Ora la smetto di parlare di cibo, e vi dico qual è il motivo per cui non potrei mai vivere a Dublino. Vedete, questa è una città sul mare; per di più, è una città con un sacco di quei comignoli tipicamente anglosassoni sui tetti. Questi due fattori, combinati insieme, portano alla più temibile minaccia dei nostri tempi: i gabbiani. Dublino è piena di gabbiani: sono ovunque, vi seguono per strada, planano sulle vostre teste. E sganciano. Finora non mi hanno ancora colpito, ma sono ancora memore degli attacchi dei loro colleghi romani…

E come non parlare degli sport gaelici? L’Irlanda, oltre ad essere nota a livello mondiale per il rugby, è anche l’unico posto al mondo dove si praticano due sport assurdi: il calcio gaelico e l’hurling. Il primo è un incrocio tra il calcio, il rugby e una rissa in un pub; il secondo è semplicemente una versione del cricket in cui dovete segnare in delle porte simili a quelle del calcio, anche se in realtà il vero scopo del gioco sembra essere quello di mandare all’ospedale gli avversari.
Ora, voglio farvi capire una cosa. Questi sport non sono soltanto degli orpelli tradizionali, da conservare nella memoria e di cui andare fieri. No: sono praticati su larghissima scala. Vengono giocati nelle scuole. Vengono disciplinati da un’apposita lega (la GAA). E, soprattutto, sono del tutto amatoriali, anche nella massima serie: i giocatori non sono professionisti, ovvero non vengono pagati per giocare, ma lo fanno soltanto per orgoglio personale, per la maglia e soprattutto per la propria contea. E pensate che questi sport vengono giocati, a Dublino, nel Croke Park Stadium, uno degli stadi più grandi d’Europa. [piccola nota: lo stadio di cui parlavo un po’ di post fa, quello che vedevo dal treno, in realtà era questo. Quello del calcio, lo spettacolare Aviva Stadium, sono comunque riuscito ad individuarlo: dal treno si intravede tra due palazzi per alcuni secondi]
La logica conseguenza di tutto ciò è che, in Irlanda, nei parchi e nei campi di strada non si gioca a calcio, ma ci si ammazza (in tutti i sensi) con il calcio gaelico e l’hurling. Vedere un gruppo di ragazzini giocare ad curling nel campetto di Malahide è qualcosa di surreale, ve lo assicuro.

Ho finito. Oh ragà, concludo il post con una delle mie frasi celebri, tenetevi forte. A me piace viaggiare, ma la parte più bella di un viaggio (qualunque esso sia) è quando si torna a casa.
E, aggiungo, ancora di più quando si torna a casa da Valeria.
 
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