E così ho provato l’ebbrezza di un concorso letterario.
Giovedì sono salito su un Frecciargento con la migliore compagnia che potessi desiderare (Valeria) e sono partito alla volta di Verona. Ricordate
Romeo + Juliet di Baz Luhrmann? Io no, non l’ho mai visto; ma mi è sempre piaciuto il fatto che si ambientasse a Verona Beach. Verona Beach suona benissimo, specialmente se sei in California.
Beh, il concorso è il Campiello Giovani: è dedicato ai giovani tra i 15 e i 22 anni, e io ci sono rientrato per dodici giorni. Saputo del bando, durante le vacanze di Natale ho scritto un racconto che avevo in mente da diversi anni. In genere faccio marinare le idee per un bel po’ prima di scriverle: non sono uno che scrive di getto. Il soggetto si forma prima nella mia testa, pezzo dopo pezzo o all’improvviso, e lo lascio star lì per un periodo di tempo piuttosto variabile: da alcuni mesi a qualche anno.
Fino alla spiaggia, scritto in tre giorni a cavallo tra 2010 e 2011 (precisamente: il 24 e il 27 dicembre; il 5 gennaio), l’ho ideato interamente nel 2006.
Con mia sorpresa, a metà marzo sono stato selezionato fra i 25 semi-finalisti del concorso. Tra l’altro, di questi 25 ben tre provenivano dalla provincia di Latina: la cosa mi ha fatto veramente tanto piacere, perché mi sembra un segnale positivo da quella che, volenti o nolenti, è la nostra terra. Più tardi ho saputo che i partecipanti totali erano stati circa 400: di conseguenza, già essere in questa prima rosa era un riconoscimento significativo.
Venerdì scorso, a Verona, c’è stata la cerimonia di selezione della cinquina finalista: cinque di quei venticinque sarebbero stati scelti, e a settembre avrebbero preso parte alla finalissima, ospitata a Venezia. Ma, più di tutto, avrebbero visto il proprio racconto pubblicato in un’antologia.
Ok, io non sono stato selezionato. Peccato, perché la fase finale avrebbe comportato una bella visibilità, e la visibilità serve come l’aria ad un aspirante scrittore. Però i racconti scelti, almeno da quello che ho potuto constatare di persona, sono scritti veramente bene. Fluenti, evocativi, con ottima scelta di termini: tanto di cappello ai miei avversari. Tra i cinque, anche un ragazzo di Latina: tifo per lui, a questo punto, anche perché mi è stato subito simpatico.
È stata un’esperienza avvincente. Un vero e proprio evento, con alcuni ospiti vip, un conduttore vip, e noi venticinque seduti sul palco, sotto i riflettori (in quello che è stato il più caldo primo aprile degli ultimi decenni, probabilmente). C’era un’atmosfera molto professionale: non un evento glamour, capiamoci, ma sembrava di essere veramente degli scrittori, davanti a quel teatro quasi tutto esaurito. Bello, davvero. A parte la tensione che mi ha fatto inzuppare di sudore.
Col senno di poi, visti i finalisti, ho capito che il mio racconto era un po’ fuori luogo. Innanzitutto per il genere: a conti fatti, ho scritto una storia d’avventura. Certo, con risvolti psicologici ed emotivi non banali (o almeno spero), ma pur sempre una storia d’avventura. Di fronte a racconti a sfondo sociale, forse il mio appariva un po’ più banale e sicuramente meno impegnato.
Ma poi, soprattutto, per lo stile. Questa esperienza mi ha confermato una teoria che avevo già sviluppato leggendo Matteo Roccarina, e notando le differenze fra i nostri modi di scrivere. Matteo è un vero scrittore: quello che scrive può piacere o non piacere (dipende dal vostro rapporto con la necrofilia, e la parola “rapporto” non è casuale), però bisogna ammettere che lo scrive bene. Leggere un suo scritto è come leggere un libro.
Stesso discorso per l’altro grande scrittore che conosco, Gian Maria Volpicelli. Quello che scrive può piacere o non piacere (dipende dal vostro rapporto con Raymond Chandler, ma qui fortunatamente la parola “rapporto” è casuale), però lo scrive bene. Leggere una sua opera è come leggere un hard-boiled.
Io sono diverso, e sono arrivato ad una conclusione. Io non scrivo libri. Io scrivo film. Attenzione: non scrivo sceneggiature. Scrivo proprio film. Non so spiegarvelo bene: forse dovrei farvi leggere qualcosa scritto da me e basta. Ma ci sono alcuni indizi che sono rivelatori: l’enfasi che pongo sui dialoghi, in cui concentro tutte le frasi ad effetto (forse dovevo fare il dialoghista); la mia tendenza a descrivere situazioni visivamente ben definite (forse dovevo fare il direttore della fotografia); e il fatto stesso che io abbia come punti di riferimento più opere filmiche che letterarie (forse dovevo fare il regista. Forse).
Quello che mi chiedo è: tutto questo è necessariamente un difetto? Beh, no, non credo. È solo un altro modo di approcciarsi alla scrittura. Mica esiste un solo stile, dopotutto. E io, almeno per ora (e probabilmente per sempre), so scrivere soltanto in questo modo. Quindi va bene così.
Ho tanti progetti in mente. Ho appena finito di scrivere un libro (attualmente è in fase di lettura e valutazione presso i critici più severi in circolazione), ma non vedo l’ora di rimettermi al lavoro. Ricordate le idee che si accumulano nella mia testa? Ora ne tirerò fuori un’altra e la svilupperò, e voglio farlo il prima possibile. E poi ho voglia di partecipare ad altri concorsi. Mettermi in gioco (con altre persone, ma anche con me stesso) è stato fantastico: voglio vedere fin dove riesco ad arrivare.
Quando venerdì il conduttore mi ha chiesto, microfono alla mano e riflettori su di me, perché scrivo, io ho risposto: “Per evadere dalla realtà quotidiana. Mi piace scrivere perché mi permette di sognare, di visitare luoghi e tempi lontanissimi, che altrimenti non avrei mai potuto vedere”. Sì, me l’ero preparata nel backstage, dietro le quinte, ma è vero. E voglio far sognare anche i miei lettori.
Il titolo di questo post è bellissimo, ma lo capirà solo Valeria: dev’essere così. Penso che mi farà ridere per sempre: e a te?
[Sul blog di Valeria, reportage esclusivo sulla nostra due giorni turistica a Verona]