lunedì 24 gennaio 2011

DESTINI INCROCIATI

Lo sapete qual è una bella radio? Radio 24. “Ecco” penserete voi “Il solito studente della Luiss che fa pubblicità a una radio di Confindustria…”. No, non è così.

In realtà non la ascolto neanche tanto. Quando sto in macchina preferisco radio che trasmettono musica (principalmente Rds e Subasio, o, se mi trovo al di qua di Porto Badino, Virgin Radio), e quando non sto in macchina, piuttosto banalmente, non ascolto radio. Però quando mi capita di sintonizzarmi sulle sue frequenze, non di rado mi ritrovo ad ascoltare programmi intelligenti, ben fatti e veramente interessanti. Peraltro, il sito della radio offre un fantastico servizio di podcast: ogni singola puntata di ogni singolo programma può essere ascoltata in qualsiasi momento, ovunque voi siate.

Tralasciando tutti quelli di attualità, politica ed economia – roba su cui non esito a cambiare stazione – va riconosciuto che ci sono alcune cose interessanti. Sono ottimi i programmi sportivi, ad esempio: sia “Palla a spicchi”, dedicato al basket, sia quelli a base di calcio, come “A bordo campo” e “A tempo di sport”; purtroppo la politica del microfono aperto, e quindi la possibilità di intervenire data agli spettatori, spesso ha involontari effetti comici, però il lavoro dei conduttori è sicuramente encomiabile.

Anche “La rosa purpurea”, dedicato al cinema e in onda il sabato pomeriggio, è veramente molto intrigante. Oltre alla rassegna delle uscite della settimana, propone interviste, recensioni, e anche qui interazione con il pubblico, nella forma di un gioco a premi consistente nell’indovinare, a partire da una frase, di che film si tratta (quindi se io vi dico “Che posto di merda. E abbiamo combattuto tutta la notte per ritornarci”, di che film sto parlando? Senza usare Google, eh).

Ma poi c’è un programma davanti al quale tutti gli altri impallidiscono, un programma che ammazza decisamente il campionato. Si chiama “Destini incrociati”, ed è semplicemente fantastico.

La sua idea di partenza è molto semplice: una voce narrante ci racconta le storie di due persone famose che, per un motivo o per un altro (o per caso), hanno finito per incrociarsi. Certo, ci aveva già pensato Plutarco con le sue Vite parallele (che sfoggio di erudizione, vè?), ma è una formula particolare che a mio parere funziona sempre. Specialmente se realizzata con garbo e intelligenza.

Il programma dura circa un’ora, e va in onda tutti i giorni dalle 15 alle 16 (e in replica dalle 23 alle 24). Il conduttore (e ideatore) è Giacomo Zito, già doppiatore e attore – la qual cosa si sente. La programmazione alterna lunghi spezzoni narrativi a estratti audio originali (provenienti da film o interviste), e ogni tanto vengono inserite delle canzoni, attinenti ai personaggi e alla storia che viene raccontata davanti alle nostre orecchie. Beh, non so spiegarvelo meglio: il tutto è scritto talmente bene, e recitato in modo talmente perfetto, che riesce ad appassionare come pochi altri programmi (specialmente radiofonici) riescono a fare.

Le coppie analizzate sono state tante nel corso di questi anni; generalmente si tratta di personaggi dello sport o dello spettacolo, ma non sono mancati politici o artisti. Spesso sono formate da nomi celeberrimi (Federer – Nadal; Sergio Leone – Ennio Morricone), altre volte sono meno intuitive (Amanda Lear – David Bowie?). Sabato sera, tornando a casa, sentivo in replica la puntata su Bruce Lee e Chuck Norris: ho scoperto che Norris era campione mondiale di karate, e che Lee lo volle in un suo film americano, lanciandogli la carriera che tutti conosciamo e creando, di fatto, il mito del calcio rotante. Ripensando velocemente alle puntate che ho sentito in passato, una delle più belle in assoluto fu quella che parlava delle vite incrociate di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger (che purtroppo non riesco a recuperare); mentre prima o poi dovrò ascoltare quella su Tim Burton e Johnny Depp.

Insomma, qualcosa su cui vale la pena intrattenersi. E che mi conferma come, in fondo, sia quella la cosa bella del giornalismo: raccontare storie, e raccontarle bene.

martedì 11 gennaio 2011

INIZI

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Avete mai letto un incipit più bello di questo? Beh, io si.

Proprio recentemente pensavo a quanto è importante l’incipit di un’opera letteraria. L’incipit deve notoriamente catturare l’attenzione del lettore, invogliarlo a continuare la lettura, e possibilmente fargli ricordare per sempre il romanzo che si sta accingendo a leggere. Nel mio caso, pensavo a che diavolo di incipit potesse avvincere un anonimo redattore di una ipotetica casa editrice cui far sorbire uno dei miei numerosi possibili best seller. Si gioca tutto lì, o almeno così dicono: se l’inizio è brutto, cestinano.

Quindi occorre andare a scuola dai bravi maestri. Ora lancerò un contest pauroso e ridicolo, ma potenzialmente divertente: qual è il vostro incipit preferito? Non limitatevi solo ai libri, spaziate a tutte le opere culturali. Io vi farò qui di seguito le mie proposte, almeno stando a quella minima parte delle arti che conosco.

5) Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano “La Gazza ladra” di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando. Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’Orchestra Filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.
- Vorrei dieci minuti del suo tempo – disse senza preamboli una voce di donna.

Questa lunga citazione iniziale è l’incipit del surreale “L’uccello che girava le viti del mondo” (1995), dello scrittore giapponese Murakami Haruki. Ha un suo fascino, molto particolare: il libro è un bel mattone, anche se non succede poi molto a livello narrativo; la gran parte dello spazio, effettivamente, è occupato da descrizioni. E io adoro le descrizioni, specialmente se sono scritte con garbo e personalità. Poi la frase finale dell’incipit lascia abbastanza col fiato sospeso, e dà origine all’atmosfera di suspance che caratterizza la prima metà del romanzo.

4) Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Questa frase è invece l’incipit del racconto di fantascienza “Sentinella” di Fredric Brown (1954). Lo ammetto: è entrato in questa classifica soltanto perché fa parte di questo racconto, in assoluto uno dei più belli che abbia mai letto; è lungo meno di una pagina, ma è scritto veramente con maestria. Questo inizio, però, non è male: mi stuzzicano tutte quelle frasi coordinate con “e”. E il “cinquantamila anni-luce da casa” è epico quanto basta.

3) Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo.
Giusto per fare da contraltare alla frase iniziale di questo post, ecco un altro incipit di Gabriel Garcia Marquez, questa volta tratto da “Cronaca di una morte annunciata” (1981). Due righe semplicissime e allo stesso tempo perfette, con quelle parole iniziali che, pur non rivelando niente (il titolo del libro già dice tutto) sono comunque di fortissimo impatto emotivo. Libro molto bello tra l’altro: a me “Cent’anni di solitudine” proprio non è andato giù, mentre queste non esito a definirlo un capolavoro.

2) Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.
Giù il cappello, signori, di fronte all’incipit de “Il grande sonno” di Raymond Chandler (1939). Non potete capire quanto mi affascinano queste poche righe: sarà per la prima persona, sarà per la veloce successione di brevi frasi, sarà per le descrizioni (ve l’ho detto che le adoro), ma lo considero uno dei migliori mai scritti. È peraltro un’ottima introduzione ad uno dei libri fondamentali del noir, oltre che al suo memorabile protagonista Philip Marlowe. Pagherei oro per poter essere io ad aver scritto quel “minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline” e quel geniale “avevo appuntamento con quattro milioni di dollari”.

1) Parigi in autunno. Gli ultimi giorni dell’anno, e la fine del millennio.
Mi dispiace per tutti voi, ma il mio incipit preferito in assoluto appartiene a un videogioco (orrore!). Si tratta di “Broken Sword: Il segreto dei Templari”, ideato da Charles Cecil e sviluppato dalla Revolution Software nel 1996; è un’avventura grafica ormai considerata un classico del genere. La potenza di questa breve frase è immensa: mi evoca praticamente di tutto, attraverso alcune parole chiave azzeccatissime (Parigi, autunno, ultimi giorni, fine, millennio). Un incipit epico e memorabile, profondo e malinconico, che si avvicina di molto al sublime. E il fatto che molte persone si ricordino di questa frase, quando parlano con me di "Broken Sword", mi fa pensare che la mia impressione non sia poi così isolata.

Questa è la mia personale top 5. Come vedete c’è un po’ di tutto, quindi non abbiate paura. Se poi un giorno vi chiederanno qual è il vostro incipit preferito e voi risponderete con quello di un mio romanzo, avrete realizzato uno dei grandi sogni della mia vita: essere ricordati per quello che si è scritto.

Ovviamente sono debitore verso Gian Maria (e verso le nostre gite in navetta) per l’incipit del post.
 
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