venerdì 31 dicembre 2010

RRRRICAPITOLIAMO

La verità è che adoro gli articoli riepilogativi. Poco importa che siano post di un blog o articoli giornalistici: mi piacciono, e considero la loro lettura un tempo ben speso. Non lo scorso anno, magari, quando siamo stati inondati da bollettini di analisi del decennio; ma questa volta, con appena dodici mesi da ricordare, la cosa è più che fattibile.

Nello scrivere un post di questo tipo, non posso non confrontarmi con lo spettro di Francescooh. Il suo intervento di fine 2007, su Mod, resta tuttora uno dei più memorabili esempi di riepilogo annuale che io abbia mai letto. Non solo aneddoti e fatti personali, ma anche uno struggente senso di malinconia e fatalità, segno del tempo che passa e non perdona; il tutto condito dall’ironia che caratterizzava il suo blog e la sua persona, e dal finale più spettacolare che sia mai stato scritto (“Buona notte e buone botte da Celebrity Deathmach”). [Sembra un’elegia funebre in effetti… Tranquilli, Francescooh è vivo e vegeto. Credo]
Il fascino dei riepiloghi di fine anno è tutto qui: voltarsi indietro a guardare quello che ci siamo appena lasciati alle spalle. Siamo tutti affascinati dal passare del tempo, è inutile girarci attorno: è la rappresentazione più essenziale e immediata della fragilità umana.

Per cosa ricorderemo il 2010, quindi? Non voglio fare l’elenco dei soliti minatori cileni, del disastro ambientale nel Golfo del Messico e della vittoria spagnola al Mondiale sudafricano, ma mi piacerebbe rimanere in una cerchia più ristretta, essenzialmente basata su quello che mi pare.

Il 2010 è stato l’anno del declino colossale dei blog. Certo, è stato aperto quel capolavoro di Monkeytana, ma nel complesso il panorama si è ulteriormente impoverito. Che questa forma espressiva stia scomparendo altrettanto velocemente di come si è affermata? Personalmente spero di no. I blog hanno ancora molto da dire, se si ha qualcosa da dire ovviamente. La mia idea è che ad una prima ondata di euforia collettiva (2004-2008), che ha spinto un po’ tutti ad aprirne uno, seguirà una fase di stabilizzazione e ridimensionamento (iniziata nel 2009), che ridurrà notevolmente il numero dei blog, a beneficio della loro qualità e completezza. Speriamo bene.
Intanto, nella nostra piccola cerchia, si sono verificati fatti importanti. WR! ha lasciato il posto a Abbasso Roccarina!: il Rocca è così diventato il primo ad effettuare un aggiornamento della propria immagine sul web (il primo a farlo in maniera duratura, almeno, visto che tentativi analoghi si erano risolti in bolle di sapone); è il blog più letto e commentato del giro, forte di un pubblico di lettori affezionati e occasionali visitatori mitteleuropei (smettereste di frequentare Matteo, se sapeste quello che mi racconta quando siamo soli).
A metà anno, c’è stata l’esperienza dell’Accademia degl’Vmidi. Esperienza che è ancora in corso, ma che ora come ora sembra lontana da una piena affermazione. Io stesso vorrei dedicarle più tempo, ma le cose da fare sono tante e non sempre c’è tempo per tutto. Auguri Accademia, ce la puoi fare.
Fra le cose positive c’è stata anche l’apertura di Funambolicamente sulla falsariga. Resta un mistero il suo clamoroso abbandono dopo pochi mesi di vita. Dai Cavicca, ci mancano i tuoi pungenti commenti!

Al declino dei blog si è accompagnato il consolidamento di Facebook. Continuo ad essere uno dei pochi che si oppone al social network, nonostante abbia visto cadere mese dopo mese altri illustri antagonisti sotto i colpi del “Mi piace” (vero Gianfranco?). Resta da vedere come si sta evolvendo Fb. Matteo, qualche giorno fa, mi ha fatto una lucida analisi critica di Facebook, confermandomi che anche lì è cominciata la fase discendente. Fisiologico, direte voi. Era ora, direi io.

Restando in ambito web, questo è stato l’anno in cui ho scoperto Il Post. Trattasi essenzialmente di un sito di informazione (non lo definirei proprio un giornale online): difficile da descrivere, è molto più intuitivo se ci andate sopra e vi ci fate un giro. Troverete un po’ di informazione alternativa, notizie curiose, approfondimenti e commenti su quello che passa in maniera cronachistica sui media mainstream. Occhio che è di sinistra, eh!

Il film più bello dell’anno? Toy Story 3. Senza rivali, oltretutto. Andatevi a rileggere la mia recensione pubblicata sull’Accademia degl’Vmidi: i motivi del successo stanno tutti lì. Ripensando al volo alle pellicole degli ultimi mesi, mi è piaciuto molto anche Shutter Island: la critica non lo ha gradito molto, ma secondo me funziona e sorprende (almeno a una prima visione; ho come l’impressione che la seconda volta perda qualcosa). Il miglior film italiano è stato senza dubbio Basilicata Coast to Coast: un raro esempio di cinema nostrano che riesce ad essere originale, divertente e profondo nello stesso tempo; e lo fa, paradossalmente, esaltando il provincialismo più provinciale che c’è, utilizzandolo per andare oltre il semplice svolgimento del racconto.
Si allunga, purtroppo, la lista dei film-che-avrei-voluto-vedere-e-non-ho-visto: Inception, The Social Network, Amabili Resti e L’esplosivo piano di Bazil sono quelli di cui più sentirò la mancanza. Potevo risparmiarmi Avatar e il suo inutile 3D, in effetti, ma dovevo vederlo per avere la conferma che non mi sarebbe piaciuto.

L’evento editoriale dell’anno è stato Romanzo?, opera prima del giovane scrittore Matteo Roccarina. La sua originale formula distributiva ne farà un piccolo oggetto di culto, ve lo dico io. A tal proposito, nel 2011 mi riprometto di acquistarlo anche io.

Infine, piccolo spazio schritorio. Nel 2010 ho completato un progetto cui stavo lavorando da un po’, e che ora è in fase di rilettura. Al momento sono impegnato in qualcosa di più piccolo e concreto, prima di lanciarmi in una nuova impresa a lunga scadenza. Avrete presto mie notizie.

Buon anno nuovo

lunedì 20 dicembre 2010

WHITE WINTER HYMNAL

Su questo blog non sono mai state pubblicate immagini. La cosa può essere spiegata in vari modi. Da un lato non ne ho mai sentito uno specifico bisogno: le foto avrebbero aggiunto poco a quello che ho scritto, e avrebbero avuto soltanto una funzione ornamentale. Dall’altro mi scoraggiano e fanno anche un po’ paura tutte quelle restrizioni teoriche sull’utilizzo delle immagini coperte da copyright: paura che ho trasmesso anche al Rocca, e che è stata oggetto di una satira fine e divertente nel post su Perroni. Insomma, il mio blog assomiglia graficamente al buon vecchio Times: zero foto, molte parole. È un po’ palloso, diciamolo.

Questa volta però voglio rendervi partecipi dell’eccezionalità della situazione, e vi metto in bella mostra un paio di foto. Venerdì scorso, tornando a casa in treno, ci siamo imbattuti in questo.



Attraversare la campagna romana prima e l’Agro Pontino poi in queste condizioni è stato qualcosa di surreale. Io così tanta neve l’avevo vista solo fugacemente sulle Alpi, a primavera: prati e collinette imbiancate, dalle nostre parti, sono cose dell’altro mondo. Chissà come deve essere vivere in posti freddi. Chissà come deve essere fare a battaglia di palle di neve.

Il treno sferragliava, sfrecciando a fianco di un paesaggio inedito e vagamente inquietante. Col senno di poi, il massimo sarebbe stato ascoltare come colonna sonora di quei momenti White Winter Hymnal dei Fleet Foxes (che poi è la title track di questo post): è una canzone che mi evoca esattamente quelle immagini, unite a un senso di indefinibile tranquillità e all’odore della legna tagliata in montagna.

Per questo motivo White Winter Hymnal è a mio parere una canzone natalizia in piena regola – forse la più bella di tutte – anche se non parla del Natale. Nel mondo anglosassone fare uscire un cd natalizio è una tappa obbligata per qualsiasi cantante o gruppo degni di questo nome. L’esempio più recente è quello dei Coldplay, che hanno appena rilasciato il singolo Christmas Lights, ma si tratta di un’operazione in cui si sono cimentati un po’ tutti, come dimostrano alcune puntate monografiche di Rock History che Virgin Radio sta mandando in onda da qualche giorno.

In realtà queste cose mi hanno sempre puzzato molto di commerciale; e a ragione, temo. Il dubbio che una collezione di cover o brani a tema natalizio possa essere finalizzato soltanto alla vendita di qualche milionata di copie è troppo forte, e non viene scacciato neanche dall’ipotesi della sperimentazione artistica. Ma poi mi chiedo: voi comprereste mai un cd di Natale? Un album contenente soltanto pezzi storici rivisti, a modo loro, dagli artisti più disparati? O un disco con soltanto canzoni a tema natalizio? Io personalmente no.

E allora adesso vi spiazzo. A me, in fondo, questa idea delle canzoni natalizie piace. Lo trovo un modo simpatico per festeggiare e, dal punto di vista degli artisti, per cimentarsi con generi anche molto diversi da quelli in cui bazzicano di solito; o, in alternativa, per contaminare canzoni note e stranote con melodie poco ortodosse. L’idea delle canzoni natalizie mi piace a tal punto che, ai temi del celeberrimo Xbox and Friends, ne approntati una veramente ridicola; purtroppo per tutti noi, però, non la incisi mai.

Solo che mi chiedo: perché farci un intero cd con cose del genere? Se uno vuole divertirsi e sperimentare lo faccia pure, magari anche con mezzi arrabattati. Apprezzerei molto di più che poi queste tracce venissero inserite in altri album, magari come bonus track; o ancora mi garberebbe molto una distribuzione gratuita, magari via Internet o via Youtube: farebbe pensare molto di più a un divertissement, e molto di meno a un’operazione commerciale. Oltre ad essere più in linea con lo spirito del Natale

Ok, è un post scritto di fretta. Ma ho talmente tante cose da fare, e così poco tempo per realizzarle...

Buon Natale a tutti, gente.

domenica 12 dicembre 2010

IL PUNTO DI NON RITORNO

Qualcosa come due o tre settimane fa, sul blog di Livio è comparso un post incentrato sul Kinect, l’accessorio per la console Xbox 360° che permette di giocare senza alcun tipo di periferica di controllo. Quella di Microsoft è una mossa che arriva a un paio di anni di distanza dall’esperimento quasi pioneristico tentato da Nintendo con la Wii, e a due mesi circa dal lancio del Playstation Move di Sony. Il gioco senza fili – e senza controller – sembra essere l’ultima frontiera dell’intrattenimento videoludico.

Quando mi allontanai dal mondo dei videogiochi, tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, sulle riviste specializzate non si faceva altro che parlare della grafica sempre più immersiva e fotorealistica, degli innovativi sistemi fisici che permettevano di simulare le leggi di gravità, e delle grandi possibilità di interazione con il mondo di gioco offerte da alcuni grandi titoli dell’epoca. L’accento era posto sul realismo dell’esperienza, sulla possibilità di immergersi in un altro mondo, sulla capacità data al giocatore di vivere una vicenda quasi sulla propria pelle.

Le due tendenze mi sembrano collegate, e in un certo senso propedeutiche l’una all’altra. Quando la grafica ha raggiunto lo stato dell’arte, allora si è cominciato a ragionare sul modo in cui chi gioca può entrare fisicamente in contatto con il gioco stesso: ed ecco l’attuale invasione di periferiche che eliminano le periferiche.

Vi dirò di più: io in questa linea evolutiva ci vedo anche un parallelismo con quanto è successo - e sta tuttora succedendo - nel mondo del cinema. Pensateci un attimo: dapprima i film hanno cominciato ad esplorare i territori degli effetti speciali, e dagli anni ’70 ai primi anni 2000 abbiamo assistito ad un crescendo portentoso di raffinate tecniche, dapprima artigianali e poi digitali; ed ora, arrivati al punto oltre il quale non si può continuare, hanno tirato fuori dal cappello la tecnologia 3D, che promette di trasportare lo spettatore addirittura all’interno del film. Esaltazione di grafica e degli effetti speciali da un lato, immersione fisica e visiva dall’altro: ecco come cinema e videogiochi dialogano fra loro. Certo, le tempistiche sono state differenti: e se quarant’anni nel cinema sembrano un paio di secoli, allora nel mondo dei videogiochi costituiscono una vera e propria era geologica. La tecnologia videoludica evolve ad una velocità criminale, ed è quasi impossibile starle dietro senza perdersi qualche pezzo. A meno di non chiamarsi G. P., di avere un lauto conto in banca e una spiccata tendenza alla nerdaggine.

Quello che in realtà ci si dovrebbe chiedere è se tutto questo è giusto. Ok, a tutti piace vedere un trionfo di esplosioni ed effetti speciali, e a tutti piace girovagare per mondi infiniti e dettagliatissimi impersonando eroi armati di spadoni a due mani. Ma è veramente su questo che bisogna puntare? Cosa ha prodotto questa continua attenzione alla forma dei prodotti? Nel cinema un progressivo pregiudizio della critica nei confronti degli effetti speciali; pregiudizio che, il più delle volte, è purtroppo dannatamente fondato, vista la pochezza di certe super produzioni. Nei videogiochi abbiamo avuto una continua rincorsa all’orpello visivo e alla tecnologia superiore, premiata sia dal pubblico che dalla critica a dire il vero, ma in ultima analisi piuttosto fredda e distaccata.

Tutto questo sembra andare a discapito dell’elemento narrativo che dovrebbe caratterizzare, in quanto opere dell'ingegno umano, cinema e videogiochi. Intendiamoci: ci sono stati negli ultimi anni degli autentici capolavori in tale ambito, opere degne di essere ricordate per decenni e che devono ricevere tutta la nostra stima; molte di queste hanno fatto uso massiccio dell’elemento visivo, ma a tutto vantaggio del risultato finale. Tuttavia la mia impressione è che sempre di più, in futuro, la dimensione narrativa verrà spinta in un angolo, a tutto vantaggio di elementi più intuitivi e facilmente riconoscibili, ma senza dubbio meno profondi e soddisfacenti.

Il problema, almeno per i videogiochi, è anche culturale. Il cinema è generalmente considerato un’arte, ha una propria storia ultracentenaria e un retroterra artistico ampiamente documentato: come a dire, in un modo o nell’altro continuerà a cavarsela come ha sempre fatto. I videogiochi, invece, non hanno la strada spianata davanti: sono un fenomeno relativamente recente, percepito come eminentemente giovane e per di più di serie B, quasi come se giocare fosse una cosa ridicola e senza senso; ai videogiochi viene rimproverato l’essere troppo violenti, l’essere diseducativi e l’essere frastornanti. Chiunque abbia avuto delle esperienza videoludiche che siano andate oltre il Solitario di Windows sa bene che – inutile girarci attorno – queste affermazioni non sono false; ma, ovviamente, non sono neanche vere in toto. C’è del buono in questo mondo; c’è profondità narrativa, c’è cura del design, c’è una scelta magistrale della colonna sonora. C’è, in poche parole, cultura.

L’Italia è parecchio indietro su questo fronte, mentre nel mondo anglosassone le cose sembrano muoversi in modo diverso. Wikipedia, in questi casi, è una cartina tornasole perfetta: fatevi un giro sulle voci dedicate ai videogiochi della versione italiana, e poi confrontatele con le omologhe di quella in inglese. Un altro mondo. Mi chiedo, allora, cosa sia andato storto da noi: e mi rispondo che manca una seria cultura del videogiocare, azzoppata da una concezione limitata del medium e – poco ma sicuro – dal tasso di pirateria più alto del mondo occidentale.

Quindi, che fare? Beh, se nessuno ci fornisce una cultura dei videogiochi, allora perché non ce la costruiamo da soli? Il momento mi sembra propizio, e ci sono tanti piccoli segnali che me lo suggeriscono. Da qualche tempo anche i mezzi di informazione più generalisti si stanno cominciando ad interessare a questo mondo, fino ad ora rimasto pressoché ignorato dai mass media (mica qualcuno di voi si vedeva Game Network nel 2001, sul satellite?). La versione online del Corriere della Sera dedica un articolo a settimana nella propria home page ai videogiochi, seppur molto focalizzato sull’aspetto economico (anche perché è il settore dell’industria culturale che fattura di più: da qualche anno i videogiochi hanno superato anche il cinema in quanto a giro d’affari); Repubblica Xl, per via del suo target molto giovanile, se ne occupa praticamente da sempre; senza contare Internet, il non-luogo dove forse, cercando bene, si può trovare la migliore informazione alternativa.

Quel che importa è parlare dei videogiochi in una prospettiva culturale, perché se lo meritano. Il popolo dei videogiocatori ha tutti i numeri per farcela: è in continuo aumento, perché alle nuove leve si aggiungono quelli che giocavano negli anni '80 e ’90, ora lavoratori e genitori. Chi si avvicina oggi al divertimento videoludico ha un grande vantaggio rispetto alla nostra generazione: hanno avuto dei predecessori che hanno aperto la strada. Ora però sta ancora a noi mostrare qual è la via da seguire. La cultura dei videogiochi si costruisce innanzitutto capendo quello che si ha tra le mani: che è si un potentissimo strumento di divertimento, ma è anche un prodotto pensato e ideato dalla mente umana. Un prodotto culturale. Ed è una riflessione che può cominciare a fare chiunque: vedrete che, per come si stanno evolvendo le cose, ci sarà sempre più gente che capirà quello che direte.

Lo sapete invece come non si costruisce la cultura di cui sto parlando? Filmando quattro idioti che giocano a Super Mario Wii urlando e muovendosi in continuazione, e poi facendo vedere suddetto filmato su tutti i canali televisivi nazionali per pubblicizzare il gioco. Sono queste le cose che fanno male ai videogiochi, e che non smuoveranno di una virgola la loro percezione presso il grande pubblico.

Guardate che se me gira scrivo un libro sulle avventure grafiche. Sarebbe un best seller
 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.