martedì 30 novembre 2010

IL RECENSORE INSIDE ME

Quello di Jim Thompson è un nome in cui mi sono imbattuto più volte negli ultimi tempi. Maestro del noir americano e nichilista cronico, è stato uno scrittore poco apprezzato da vivo e estremamente rivalutato da morto, forse perché ha legato la sua fama ad un genere poco apprezzato dalla critica come il pulp. Di lui non ho letto nulla, ma so che gli viene attribuita una frase bellissima: «Esistono trentadue modi diversi di scrivere un romanzo, ed io li ho provati tutti. Ma esiste una sola trama: le cose non sono quello che sembrano». Un aforisma perfetto, pur nella sua imperfetta assolutezza (o più probabilmente proprio per questo).

Il libro più famoso di Thompson si intitola L’assassino che è in me, è uscito nel 1952, ed è stato recentemente ripubblicato dalla Fanucci Editore (che, da Dick in poi, si sta progressivamente specializzando negli scrittori “belli di fama e di sventura”). Il motivo per cui questo romanzo è tornato sugli scaffali delle librerie va riscontrato nel fantastico mondo culturale in cui viviamo, fatto di convergenze e stretti rapporti commerciali tra i vari media: ovvero, ne è stato tratto un film.

La pellicola in questione è arrivata sui nostri schermi lo scorso venerdì, con l’inopportuno titolo originale The Killer Inside Me (incomprensibile la scelta di non tradurlo). E sabato sera ho avuto l’opportunità di vederla. Diciamo che è stata una scelta volontaria, dettata da grandi logiche democratiche più forti di me. Diciamo. Cercherò di dimenticare che nello stesso cinema davano anche Inception, The Social Network, Porco Rosso, Devil e – perché no? – Rapunzel. Perché sono pressoché sicuro che scegliere uno qualsiasi di questi altri film sarebbe stata un’azione molto più saggia che scegliere The Killer Inside Me.

In realtà mi viene molto difficile commentare un film del genere. Io stesso non ho le idee particolarmente chiare su quello che ho visto: in un primo momento, a caldo, il film mi ha veramente disturbato; poi, tornandoci su a freddo, ho trovato la pellicola anche alquanto illogica e senza senso. Ho solo una certezza: The Killer Inside Me non mi è piaciuto.

La trama è piuttosto semplice. Anni ’50: uno sceriffo della provincia americana più polverosa sembra una persona normale. E invece è un pazzo maniaco. La vicenda, in estrema sintesi, è tutta qui: le quasi due ore di film servono soltanto a esplicitare meglio quello che già il titolo del film ci dice. Certo, la pellicola ci accenna i motivi della follia del protagonista, che vanno ricercati nei traumi infantili che egli ha dovuto subire. E si, il tizio si esibisce anche in qualche scena di assoluta pazzia. Solo che la materia – e questa è una mia impressione personale – mi sembra poco adatta ad essere filmata. Forse le cose che sulla carta funzionavano bene non hanno ottenuto lo stesso effetto tradotte in immagini, vuoi perché non erano adatte di partenza, vuoi perché sono state sviluppate male. A che serve, ad esempio, la fastidiosa voce off del protagonista che scandisce il film? Sembra più che altro un retaggio della prima persona utilizzata dallo scrittore nel libro, ma nella pellicola suggerisce che dietro alle azioni dello sceriffo ci sia chissà quale piano ingegnoso; e invece il tutto si risolve in una bolla di sapone. Anche il colpo di scena finale non appare tanto sensato: come a dire “ti abbiamo incastrato, Ford, e chissenefrega se per farlo sono morti altri innocenti”. Suvvia…

Il film ha suscitato molte critiche anche per la violenza che contiene, ed in effetti è abbastanza tosto. Sarebbe più esatto chiamarla crudezza, perché a conti fatti di sangue non ce n’è molto: a fare impressione sono soprattutto le scene di percosse perpetrate sulle donne del protagonista, raccontate senza eufemismi di sorta. Sicuramente il film voleva colpire con queste sequenze, e credo che ci sia riuscito: non sono immagini gratuite, ma testimoniano con tutta la forza possibile la pazzia del protagonista (che prima ammazza – letteralmente – di botte la futura moglie, e poi si fa un caffè fischiettando). Non per tutti i gusti, in ogni caso, e anche piuttosto angosciante.

All’attivo voglio segnalare la bella ricostruzione dell’America anni ’50, sia sotto il profilo visivo (adoro quelle grosse e molleggianti auto) sia sotto quello acustico (musica country e jazz). Dal punto di vista della recitazione niente di eccezionale da segnalare: a tratti i protagonisti (Casey Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson) sono quasi insopportabili; molto meglio Elias Koteas, il migliore di tutti nei panni di un comprimario stereotipato ma affascinante.

Che dire, un film che non mi sento di consigliare. Privo di un vero senso, ha una trama e una struttura che suonano quasi come una presa in giro nei confronti dello spettatore: mi riservo, magari, di leggere il libro e vedere se effettivamente si ha la stessa sensazione. Di certo le scene di cruda violenza non lo fanno scivolare giù facilmente.

Voto: *½ su ****

Chissà com’era Devil, poi. 80 minuti in un ascensore non possono essere peggio di una cosa del genere, dai…

giovedì 18 novembre 2010

SE IL DIGITALE FA BENE

L’ultima moda della magistrale è costituita dai lavori di gruppo. Per qualche oscuro meccanismo al di fuori della portata di noi studenti, la quasi totalità dei professori dei corsi che seguiamo questo semestre ha indetto un lavoro (ricerca, presentazione, tesina, e via di questo passo) che – potete giurarci – varrà una discreta e variabile percentuale del voto finale d’esame. Se non hai un lavoro di gruppo da propinare ai tuoi alunni sei out, fuori moda, all’antica.

In realtà è una cosa che già era nell’aria. L’anno scorso almeno in un paio di occasioni eravamo stati avvisati: “Alla magistrale c’è un taglio molto più pratico, e sarete chiamati a occuparvi materialmente di ciò che altrimenti studiereste solo in teoria”. Ecco quindi spiegato l’accento che molti docenti hanno posto su questo aspetto. Forse però la cosa ci stupisce perché la nostra facoltà – in quanto umanistica – è poco abituata a lavori del genere. Un paio di anni or sono il neo universitario Jacopo, adepto della facoltà di Architettura e quindi avvezzo a plastici, disegni e progetti, mi raccontò di aver seguita una lezione puramente teorica; e dopo avermi detto che era stata molto interessante e coinvolgente, aggiunse però: “Oh Luì, comunque che palle cinque anni così: tu come fai a sorbirti tutte queste chiacchiere?”.

Ecco, è una domanda interessante. Devo dire che in molti casi vale la pena ascoltare le lezioni frontali dei professori. Ma questo accade quando 1) il prof. è bravo 2) la materia è interessante 3) le nozioni sono utili; e purtroppo non sempre le cose vanno così, come il mio attuale semestre sembra confermare. Allo stesso tempo non me la sento di bocciare totalmente i lavori di gruppo: un approccio un po’ più pratico a quello che studiamo non ci fa proprio male, senza contare che collaborare con altre persone è una lezione che va al di là di quello che possiamo imparare dietro ai banchi.

Se paragonato ad altri corsi, il mio canale è stato abbastanza fortunato: delle tre materie che seguiamo questo semestre solo una ci ha assegnato un lavoro di gruppo. Si tratta della materia più interessante del gruppo (Storia del giornalismo), e oltretutto la partecipazione al suddetto lavoro è “fortemente consigliata” dal professore: ecco dunque che si sono formati i gruppi e ci si è lanciati al lavoro.

In cosa consiste questa attività? Molto semplice: ciascun gruppo deve indagare il comportamento di una testata giornalistica durante un periodo travagliato e complesso come il Maggio Francese del ’68; seguirà una presentazione in classe e una tesina da consegnare al professore. Dove li andiamo a prendere i giornali di quaranta e passa anni fa, direte voi? In un luogo magico e fuori dal tempo come un’emeroteca. Magico e fuori dal tempo, si, ma anche scomodo e spesso disorganizzato alla italica maniera (tant’è che ormai una delle attività preferite dagli studenti è sbeffeggiare la incasinatissima Biblioteca Nazionale di Roma). In ogni caso non ci sono alternative: o quello o niente lavoro di gruppo.

Formato un gruppo amico con Andrea e Michele, a un certo punto è arrivato il momento di scegliere la testata: e vuoi per la presenza di un piemontese doc tra di noi, vuoi perché abbiamo pensato “tanto non la vorrà nessuno”, la nostra scelta è caduta su “La Stampa”. Siamo andati in emeroteca (alla Biblioteca del Senato, che consiglio a tutti i romani per la sua efficienza), ci siamo tesserati, e abbiamo ordinato un plico abnorme di numeri, rassegnati a una ricerca che si preannunciava lunga e complicata. Ancora non lo sapevamo, ma da lì a pochi giorni le nostre vite sarebbero cambiate per sempre.

Accadde tutto per caso. L’aula era semi vuota, come sempre prima dell’inizio delle lezioni: alla gente, per qualche strano motivo, piace arrivare all’ultimo minuto disponibile, come se esistesse una concreta possibilità che le stanze siano predisposte per lo sterminio di massa degli studenti. Scommetto che quel giorno il cielo era grigio, minacciava pioggia, e la mattina era stata una fredda e pungente mattina d’autunno. Il mondo era immobile e tutto si muoveva.
L’assistente entrò in aula nel suo cappotto lungo e cominciò a fare domande a bruciapelo, quasi a tradimento: “E come procede il lavoro di gruppo? E quanti gruppi siete? E che giornali avete scelto?”. Si fece consegnare una lista, scritta a mano con calligrafia pulita ed ordinata: era l’elenco dei gruppi. Ormai la cosa era ufficiale, non avremmo più potuto far niente. Il potere aveva allungato le sue lunghe mani sulle nostre vite.
Improvvisamente la voce dell’assistente tuonò sopra le nostre teste: “Ma chi fa La Stampa?”. Ecco ci ha scoperto, pensai, sa tutto, conosce il nostro terribile segreto. Ora ci porta nel cortile e ci fa fucilare. Avemmo comunque il coraggio di alzare la mano, tutti e tre. L’assistente ci guardò severo, come a capire se stavamo dicendo la verità. Sperai solo che fosse rapido e indolore. “Oh, ma avete visto che hanno messo tutto online? Potete consultarli su Internet i numeri” disse. Pausa. Consapevolezza. Aula computer. Internet Explorer. Lastampa.it. Archivio Storico. Seleziona data. Godimento.

Questa storia che vi ho raccontato non è solo un simpatico squarcio della mia fantasmagorica autobiografia. Ma è anche un importante sguardo su quanto di buono la digitalizzazione sta portando nelle nostre vite.

Da circa due settimane “La Stampa” ha trasferito tutto il suo archivio sul proprio sito, da dove è possibile consultarlo gratuitamente online. Quando dico tutto intendo qualsiasi numero dal 1867 ad oggi, inserti settimanali compresi; quando dico gratuitamente intendo proprio senza sborsare un euro; e quando dico online intendo da qualsiasi posto sia connesso alla grande Rete, ovunque nel mondo. Ogni singola pagina può essere visionata, zoomata e esportata in formato pdf. Un’operazione titanica che merita tutto il nostro plauso.

Provate a immaginare quanto risulti facilitato, a questo punto, un lavoro di ricerca. Provate a immaginare con che facilità sia possibile accedere a quella che resta pur sempre una fonte. Provate a immaginare come tutto ciò possa arricchire le bibliografie dei saggi e dei libri. Il tutto senza muoversi da casa, e con accesso praticamente immediato: praticamente una mezza rivoluzione. Senza contare il fascino di poter osservare da vicino come si facevano i giornali cento o cinquanta anni fa, diversissimi da quelli che oggi troviamo in edicola (anche se fra le pagine degli annunci – anch’esse visionabili – abbiamo letto “signorina offrensi”: segno che alcune cose non sono cambiate proprio per niente).

È vero, il web non è stato pensato dai suoi inventori per essere uno sterminato archivio della conoscenza umana. Ma, volenti o nolenti, lo sta progressivamente diventando: sia per un processo consapevole (pensiamo a iniziative come questa o a progetti come Wikipedia – pur con mille cautele, cfr. Calisi 2010), sia in modo indiretto (Internet non dimentica, gente: ricordatelo quando disseminate informazioni su Facebook). Per quanto sotto certi aspetti tutto ciò possa intristirci, dobbiamo renderci conto che ci troviamo di fronte a una immensa possibilità di fare qualcosa di buono.

Per questo io plaudo a quanto ha realizzato "La Stampa". Non tanto per i contenuti – il giornale in questione è uno dei più lampanti e inquietanti esempi di editoria impura italiana, essendo controllato dalla Fiat – ma proprio per l’operazione in sé: che denota un uso consapevole e quasi avveniristico delle nuove tecnologie. Un esempio che mi auguro seguano anche altre testate, prima o poi.

Mi rendo conto che così sto scavando la fossa alle emeroteche. E devo dire che me ne rammarico profondamente: sfogliare un giornale dal vivo, sentire il rumore della carta che si increspa e l’odore che si tramanda di anno in anno è ovviamente tutt’un'altra cosa. Ma il fascino di questa nostalgia non è immune dallo scorrere del tempo, che ha la brutta abitudine di procedere in avanti: e così la carta si sbriciola, l’inchiostro sbiadisce, e il testo diventa illeggibile. Ammettiamolo: il digitale, in qualche caso, è una vera manna dal cielo.

Con buona pace dei componenti degli altri gruppi del nostro corso, che sicuramente ci odiano dal profondo del cuore mentre praticano agghiaccianti riti voodoo indirizzati verso di noi.

giovedì 11 novembre 2010

PORCO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

I miei lettori mi scuseranno per la prolungata assenza da questi schermi, ma dovete capire che la scorsa settimana mi è successa una cosa che non mi era mai capitata prima: mi sono laureato. Una volta si sarebbe detto che la laurea è una di quelle cose che capita una sola volta nella vita. Beh, oggi non è così: per la maggior parte di noi capiterà due volte, e di ciò dobbiamo ringraziare la cara riforma universitaria.
Non mi era mai stata chiara fino in fondo, negli ultimi tre anni, l’inutilità di questo nostro italico sistema universitario; ma ora, con un pezzo di carta in tasca, vedo le cose da una nuova prospettiva. Il 3+2 è fondamentalmente senza senso. Ci fanno scrivere una tesi, ce la fanno discutere, ci fanno una bella festa, ci mettono pure l’alloro in testa, ci danno un titolo di studio, ci chiamano “dottori”; e poi il giorno dopo torniamo sui banchi, dietro ai libri, alle prese con nuovi esami e nuovi corsi. Nel momento in cui si prende la laurea magistrale, il titolo triennale decade: e allora che senso ha prenderlo, scusate?
In ogni caso, è successo. Io sono molto soddisfatto della mia tesi, mi è piaciuto il modo in cui abbiamo festeggiato, e ho apprezzato molto i regali che mi sono arrivati. Gli aspetti positivi della doppia laurea sono tutti qua. Resta la consapevolezza di aver raggiunto un primo importante traguardo, diciamo oltre la metà del tunnel. A volte (spesso) mi chiedo cosa mi aspetterà alla fine. Sarà poi vero che il viaggio conta più della destinazione?

Bene, questo era solo un preambolo autobiografico. Come avrete capito dal titolo del post (ma forse anche no), stavolta voglio parlare di cinema. È un argomento di cui ho scritto più di qualche volta su questo blog, e di cui parlo spesso nella vita reale, motivo per cui rischio di diventare un po’ ripetitivo. Allora voglio movimentare un po’ le cose, e stavolta farò qualcosa di totalmente innovativo: scriverò una recensione di un film che non ho mai visto. Eccola qui.

Domani, 12 novembre, è venerdì, e come consuetudine, arriveranno nei cinema italiani le nuove uscite cinematografiche della settimana. Se buttate un occhio all’elenco delle pellicole noterete alcuni film più o meno pubblicizzati – il tanto vituperato The Social Network, l’abnorme Noi credevamo, l’intrigante Devil – e altri decisamente meno conosciuti. E poi noterete Porco Rosso. Si, proprio così: domani esce un film intitolato Porco Rosso. Strano? E se vi dicessi che è un cartone animato giapponese? E se vi rivelassi che è una pellicola del 1992, distribuita per la prima volta nel nostro Paese soltanto ora?

Andiamo con ordine. Nel 1992 il cineasta giapponese Hayao Miyazaki completò lo sviluppo del suo nuovo film in animazione tradizionale, Porco Rosso appunto. Quello di Miyazaki è un nome che dice poco a molti cinefili, e praticamente niente all’uomo della strada, eppure è una vera e propria icona del cinema orientale. Nato come disegnatore di manga, ha poi collaborato in qualità di animatore ad alcune serie animate (tra cui Heidi e Anna dai capelli rossi, con cui nel bene e nel male siamo cresciuti), per poi fare il salto sul grande schermo nel 1979 con il film Lupin III – Il castello di Cagliostro. Negli anni ’80 ha fondato un proprio studio di produzione – il semi-leggendario Studio Ghibli – e da allora ha continuato la sua produzione sfornando film molto apprezzati dalla critica; tanto da arrivare, nel 2003, a vincere il Premio Oscar per il Miglior Film di Animazione e l’Orso d’Oro a Berlino per La città incantata.

Ecco, è con una certa vergogna che affermo qui di non aver mai visto neanche un film di Miyazaki. Però mi piace un sacco, ed i suoi film sono bellissimi. Quello che mi piace di lui è la poetica di fondo, che si concretizza in alcune tematiche ricorrenti (la fascinazione per il volo, lo scontro tra la natura benigna e la civiltà corrotta), in un diffuso senso di malinconia e in un romanticismo struggente. Mi attirano irrimediabilmente molti dei suoi film – su tutti Nausicaa della Valle del Vento, Princess Mononoke e Il castello errante di Howl. E ovviamente mi attira anche Porco Rosso, uno dei film più strani e riusciti del regista. Solo che da noi la pellicola in questione è rimasta inedita per 18 anni prima di venire distribuita, a partire da domani, dalla Lucky Red.

Cos’ha di bello questo film dallo strano titolo? Beh, tanto per cominciare una storia bellissima e totalmente fuori di testa. La vicenda si svolge in Italia nel 1929; il protagonista è Marco Pagot, un ex aviatore che, a seguito di un incidente aereo capitatogli durante la Prima Guerra Mondiale, è stato trasformato in un maiale (!). Braccato dalla polizia fascista per qualche strano motivo (la battuta più celebre del film è “Meglio essere un maiale che un fascista”), si è rifugiato sulle coste della Dalmazia: dove vive facendo il cacciatore di taglie, combattendo i pirati del cielo che depredano i cargo in viaggio sull’Adriatico, pilotando uno sgangherato aereo rosso (ed ecco spiegato il titolo). In questo scenario visionario si inserisce la competizione con un altro aviatore, l’americano Donald Curtis, e l’amore per due donne, la dolce Gina e l’intraprendente Fio.

Già una trama del genere dovrebbe giustificare qualsiasi curiosità verso la pellicola. Vanno poi aggiunti uno stile grafico che, stando ai fermo immagine, sembra molto dettagliato e non troppo super-deformed, e una colonna sonora che sembra coinvolgente, almeno stando a quanto ho sentito su YouTube. Ma dopotutto ve l’ho detto, il film non l’ho visto.

C’è però un ulteriore elemento che mi ispira particolarmente in questo film. Poco fa facevo riferimento alla poetica di Miyazaki, alle tematiche ricorrenti della sua filmografia e ai contenuti delle sue opere: Porco Rosso, sotto questo punto di vista, mi sembra un capolavoro. Valgano per tutto alcuni estratti del bellissimo articolo che questa mattina Paolo Mereghetti ha dedicato al film sul “Corriere della Sera”, dal titolo Il maiale volante di Miyazaki, pirata (antifascista) del cielo. Come giustamente scrive il critico, «il protagonista ha la statura degli eroi mitici che ci ha tramandato il cinema, vicinissimi a scoprire il mistero della vita e poi rassegnati e immalinconiti dal mondo di nani in cui hanno accettato di vivere», una persona (anzi, un maiale) che «come i Bogart, come i Wayne, come i cavalieri dell’aria che sfidavano pericoli e nemici protetti dalla sola candida sciarpa e dalla donna amata, […] è il campione di un mondo che forse non è mai esistito, dove i discorsi di una ragazzina sull’onore degli aviatori possono redimere i più incalliti briganti e le donne aspettano che la timidezza dei loro spasimanti lasci finalmente il campo a un’appassionata dichiarazione d’amore». Bello, bravo, bis.

A questo punto importa davvero aver visto il film? No, non credo. Magari un giorno mi capiterà di vederlo (lo spero proprio in realtà!), e c’è la possibilità neanche troppo remota che non mi piaccia (dopotutto non sono un cultore dell’animazione nipponica). Però di una cosa sono sicuro: Porco Rosso è senza dubbio uno dei film più belli che io non abbia mai visto.

(Se per caso ho suscitato la curiosità di qualcuno di voi con questo post, e ho instillato in voi la volontà di andare a vedere il film al cinema questo weekend, sappiate che sarà un’impresa ardua. Il film verrà distribuito in sole 46 sale in tutta Italia, e la possibilità di beccarlo saranno veramente pochissime: dopotutto, non è certo destinato a diventare un campione d’incassi. Dispiace però che film così belli e particolari debbano sottostare alle regole di un mercato così ingiusto. In ogni caso vi linko un articolo in cui c’è l’elenco completo dei cinema che lo proietteranno nel fine settimana)
 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.