Quello di Jim Thompson è un nome in cui mi sono imbattuto più volte negli ultimi tempi. Maestro del noir americano e nichilista cronico, è stato uno scrittore poco apprezzato da vivo e estremamente rivalutato da morto, forse perché ha legato la sua fama ad un genere poco apprezzato dalla critica come il pulp. Di lui non ho letto nulla, ma so che gli viene attribuita una frase bellissima: «Esistono trentadue modi diversi di scrivere un romanzo, ed io li ho provati tutti. Ma esiste una sola trama: le cose non sono quello che sembrano». Un aforisma perfetto, pur nella sua imperfetta assolutezza (o più probabilmente proprio per questo).
Il libro più famoso di Thompson si intitola L’assassino che è in me, è uscito nel 1952, ed è stato recentemente ripubblicato dalla Fanucci Editore (che, da Dick in poi, si sta progressivamente specializzando negli scrittori “belli di fama e di sventura”). Il motivo per cui questo romanzo è tornato sugli scaffali delle librerie va riscontrato nel fantastico mondo culturale in cui viviamo, fatto di convergenze e stretti rapporti commerciali tra i vari media: ovvero, ne è stato tratto un film.
La pellicola in questione è arrivata sui nostri schermi lo scorso venerdì, con l’inopportuno titolo originale The Killer Inside Me (incomprensibile la scelta di non tradurlo). E sabato sera ho avuto l’opportunità di vederla. Diciamo che è stata una scelta volontaria, dettata da grandi logiche democratiche più forti di me. Diciamo. Cercherò di dimenticare che nello stesso cinema davano anche Inception, The Social Network, Porco Rosso, Devil e – perché no? – Rapunzel. Perché sono pressoché sicuro che scegliere uno qualsiasi di questi altri film sarebbe stata un’azione molto più saggia che scegliere The Killer Inside Me.
In realtà mi viene molto difficile commentare un film del genere. Io stesso non ho le idee particolarmente chiare su quello che ho visto: in un primo momento, a caldo, il film mi ha veramente disturbato; poi, tornandoci su a freddo, ho trovato la pellicola anche alquanto illogica e senza senso. Ho solo una certezza: The Killer Inside Me non mi è piaciuto.
La trama è piuttosto semplice. Anni ’50: uno sceriffo della provincia americana più polverosa sembra una persona normale. E invece è un pazzo maniaco. La vicenda, in estrema sintesi, è tutta qui: le quasi due ore di film servono soltanto a esplicitare meglio quello che già il titolo del film ci dice. Certo, la pellicola ci accenna i motivi della follia del protagonista, che vanno ricercati nei traumi infantili che egli ha dovuto subire. E si, il tizio si esibisce anche in qualche scena di assoluta pazzia. Solo che la materia – e questa è una mia impressione personale – mi sembra poco adatta ad essere filmata. Forse le cose che sulla carta funzionavano bene non hanno ottenuto lo stesso effetto tradotte in immagini, vuoi perché non erano adatte di partenza, vuoi perché sono state sviluppate male. A che serve, ad esempio, la fastidiosa voce off del protagonista che scandisce il film? Sembra più che altro un retaggio della prima persona utilizzata dallo scrittore nel libro, ma nella pellicola suggerisce che dietro alle azioni dello sceriffo ci sia chissà quale piano ingegnoso; e invece il tutto si risolve in una bolla di sapone. Anche il colpo di scena finale non appare tanto sensato: come a dire “ti abbiamo incastrato, Ford, e chissenefrega se per farlo sono morti altri innocenti”. Suvvia…
Il film ha suscitato molte critiche anche per la violenza che contiene, ed in effetti è abbastanza tosto. Sarebbe più esatto chiamarla crudezza, perché a conti fatti di sangue non ce n’è molto: a fare impressione sono soprattutto le scene di percosse perpetrate sulle donne del protagonista, raccontate senza eufemismi di sorta. Sicuramente il film voleva colpire con queste sequenze, e credo che ci sia riuscito: non sono immagini gratuite, ma testimoniano con tutta la forza possibile la pazzia del protagonista (che prima ammazza – letteralmente – di botte la futura moglie, e poi si fa un caffè fischiettando). Non per tutti i gusti, in ogni caso, e anche piuttosto angosciante.
All’attivo voglio segnalare la bella ricostruzione dell’America anni ’50, sia sotto il profilo visivo (adoro quelle grosse e molleggianti auto) sia sotto quello acustico (musica country e jazz). Dal punto di vista della recitazione niente di eccezionale da segnalare: a tratti i protagonisti (Casey Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson) sono quasi insopportabili; molto meglio Elias Koteas, il migliore di tutti nei panni di un comprimario stereotipato ma affascinante.
Che dire, un film che non mi sento di consigliare. Privo di un vero senso, ha una trama e una struttura che suonano quasi come una presa in giro nei confronti dello spettatore: mi riservo, magari, di leggere il libro e vedere se effettivamente si ha la stessa sensazione. Di certo le scene di cruda violenza non lo fanno scivolare giù facilmente.
Voto: *½ su ****
Chissà com’era Devil, poi. 80 minuti in un ascensore non possono essere peggio di una cosa del genere, dai…
Persino Milano può essere low cost
11 anni fa
