domenica 31 ottobre 2010

ECCO PERCHÉ HALLOWEEN MI AFFASCINA

Come molti di voi sapranno, uno dei film che più hanno segnato la mia infanzia (e quindi il resto della mia vita) è stato Tim Burton’s The Nightmare Before Christamas. La pellicola diretta da Henry Selick – e non da Tim Burton, come pure molti erroneamente credono – è basata su un libro per bambini scritto e disegnato da Burton quando lavorava per la Disney. Può piacere o non piacere (a me piace), e personalmente ci ravviso tutto il gotico stile burtoniano degli anni a venire nella sua forma migliore. Il film è un «elogio del lato oscuro dell’infanzia, sagra di innocue efferatezze, trionfo del macabro gentile» (dal Dizionario dei Film di Paolo Mereghetti). E, a mio parere, è l’incarnazione perfetta dello spirito di Halloween.

Non voglio inserirmi nella polemica che ogni anno, di questi tempi, fa la sua comparsa sui giornali: Halloween si, Halloween no, Halloween festa dei satanisti, Halloween di origine celtica, e via di questo passo. A me la faccenda sembra piuttosto chiara: la festa di Halloween è una tipica tradizione nordamericana, ed è ridicolo appropriarsene cercando in tutti i modi di festeggiarla. L’invasione di zucche e scheletri nei nostri negozi e sui nostri cartelloni pubblicitari si riduce, a mio parere, a una semplice operazione commerciale, volta ad accalappiare il pubblico più ingenuo e superficiale.
È forse un effetto della globalizzazione delle culture – o quantomeno del violento espansionismo del punto di vista statunitense che tutto fagocita? Può darsi: sta di fatto che negli ultimi anni è cresciuta, in Italia, la voglia di festeggiare Halloween. Sbagliato, anzi sbagliatissimo: non è qualcosa di nostro, non ci appartiene, è un’appropriazione indebita di festa altrui. Non è che noi il ventinove luglio ci mettiamo a festeggiare l’Ólavsøka, no? E allora perché dovremmo farlo con Halloween?

Beh, voglio dirvi una cosa: Halloween è una delle cose che invidio all’America (oltre alla California, alla Route 66 e alle tavole calde con i sedili imbottiti e i tavoli vicino alle finestre). Non l’ho mai festeggiato, né intendo cominciare a farlo: però mi affascina, dannazione! E ora vi spiego perché:

1) Tanto per cominciare, Halloween mi sembra essenzialmente una festa per bambini e, in parte, adolescenti. I primi sono liberi di dare libero sfogo alla propria fantasia, travestendosi, elaborando scherzi mefistofelici, e mangiando i più variopinti dolcetti che si siano mai visti; per di più, come notava la game designer Tasha Harris (chi?) in un’intervista che ho letto pochi giorni fa (a proposito di Costume Quest, videogioco ambientato proprio la notte del 31 ottobre), «Halloween è uno di quei giorni in cui i bambini possono uscire e esplorare il quartiere, magari anche da soli». Il che già di per sé è una festa, specie nel neighbourhood americano come quello che tutti noi abbiamo in mente. Gli adolescenti, invece, saranno attratti dagli aspetti più truculenti e spaventosi della festa: il che suppongo si concretizzi in scherzi goliardici ad amici e parenti (Dawson’s Creek docet).
E gli adulti? A quanto pare stanno a guardare: Halloween non è una festa per vecchi. Questo infantilismo di fondo, secondo me tipico di questo giorno, contribuisce al fascino che scaturisce dalla festa: risveglia il bambino che c’è in ognuno di noi. Coltivatela bene, quella parte di voi, che è fondamentale nella vita.

2) Vogliamo parlare poi del simbolo di Halloween? La zucca (stregata?) con il ghigno malefico e la candela dentro. A prescindere dalla leggenda che c’è dietro (in linea con l’atmosfera generale della tradizione), è proprio un oggetto fantastico: inquietante e ammaliante allo stesso tempo, su Internet se ne trovano foto bellissime.
Tra l’altro, Jack-o’-lantern contribuisce all’alone misterioso che circonda la notte delle streghe: è di fatto una lanterna, quindi si presuppone che serva al buio, nell’oscurità; ma è intagliata in modo tale da sembrare spaventosa, o comunque malvagia. Notte, male, paura: tutto torna.

3) Cosa sarebbe Halloween, poi, senza il macabro? Qui ovviamente dipende molto dai gusti personali. Io, ad esempio, sono facilmente impressionabile nella realtà, ma le “efferatezze innocue” di cui si parlava all’inizio le sopporto ben volentieri; e mi piacciono pure parecchio. Sto parlando di tutto l’armamentario tradizionale collegato alla festa: cervelli colanti, teste decapitate, corpi maciullati, arti sanguinolenti, e via massacrando.
Capiamoci: non sto facendo un elogio dell’orrido. Ci sono cose impressionanti su cui non si deve scherzare, e io sono il primo a rabbrividire in certi casi. Però la notte di Halloween, alla fin fine, mi sembra un modo per esorcizzare tutto questo: è un horror a misura di bambino, sopportabile da tutti. E, a ben vedere, anche piuttosto divertente.

4) E poi mettiamoci anche la componente ludica dei travestimenti: fossi stato un bambino americano mi sarei gasato troppo alla prospettiva di diventare ogni anno un mostro diverso (battuta facile facile: dai Luì, con quel naso non ti serviva manco la maschera). Dopotutto, sempre di una festa si tratta: e allora ben venga anche il “dolcetto o scherzetto”, e ben vengano anche le presumibili indigestioni dei giorni a seguire.

Insomma, ho come l’impressione che in Nord America, la notte del 31 ottobre, si respiri un’atmosfera fantastica. Atmosfera che, per ovvi motivi, è totalmente impossibile replicare dalle nostre parti, dove la festa si riduce a serate a tema o a slogan promozionali. Non è così invece. Mi piacerebbe farmi una passeggiata per le strade americane la sera di Halloween, e vedere cosa succede. Vorrei immergermi in un altro mondo, completamente diverso dal mio, e respirare quell’aria.
Vi dirò di più: questo mi sembra lo scenario ideale per un romanzo (si, nell’ultimo post avevo detto qualcosa del genere a proposito dell’autunno: ma Halloween in che stagione capita, almeno nell’emisfero nord? Appunto). Però non dovete pensare a una di quelle stereotipate storie horror per teenager: io voglio che Halloween sia solo lo sfondo della vicenda, faccia solo da cornice ad un’altra storia. Il tutto dovrebbe durare solo una manciata di ore, magari soltanto la notte stessa (adoro i romanzi che si sviluppano in un tempo limitato: sono i più appassionanti da leggere, e i più difficili da scrivere). Il protagonista potrebbe essere uno straniero capitato per caso in America il giorno delle celebrazioni, così da spararmi anche la cartuccia dell’alienazione dell’uomo in una cultura diversa (tematica vecchia, ma sempre efficace). Non male, dai.

Ecco, tutto questo per me è Halloween. Più uno stato d’animo che un qualcosa di concreto.

martedì 26 ottobre 2010

AUTUMNPOST

Un anno fa, di questi tempi, ero di ritorno dal mio primo viaggio a Bilbao. Bilbao è una bellissima città, forse la più bella in cui sono mai stato nella mia breve carriera di viaggiatore. Soprattutto è una città che non ti aspetti: a chi verrebbe in mente di andarci in vacanza, senza qualche buon motivo dietro? Beh, io il motivo fortunatamente ce l’avevo, e devo ringraziare Valeria per avermi dato l’opportunità di visitare un posto così particolare. (In realtà Valeria sta dietro praticamente a tutti i viaggi seri che ho fatto in vita mia, e oltre che per questo dovrei ringraziarla per un milione di altre cose).

Non voglio descrivervi questa città (se volete qualcosa del genere leggete l’ultimo post del Rocca, dedicato a Berlino), ma i miei sentimenti su questa città. Quando Valeria se ne andò in Erasmus, Bilbao mi fu da subito molto antipatica. Poi, man mano che Valeria si trovava bene lì, la città mi fu ancora più antipatica. “Una città può essere antipatica?” vi starete chiedendo voi. “Si”, vi rispondo io.
Ben presto però le cose cambiarono. Già quando ci arrivai, un nuvoloso pomeriggio di fine ottobre, capii che mi sarebbe piaciuta: lo capii già solo dal tragitto autolinee-casa. Era un posto così diverso da quelli in cui sono abituato a vivere, che come minimo dovevo essere spinto a capire come era fatto e cosa aveva da offrire. Beh, Valeria – impareggiabile guida turistica – mi portò in giro in lungo e in largo, facendomi conoscere ogni singolo angolo della città. Tutto molto bello, non c’è che dire. Però, in fondo, Bilbao non mi conquistò in quel momento. Era sicuramente una bellissima città, un posto molto affascinante e in cui tutto sembrava funzionare a meraviglia. Solo che non era scattata la scintilla.

Avvenne improvvisamente. Ero seduto su uno scomodissimo sedile all’aeroporto di Santander (Mattè, se hai trovato piccolo Ciampino, che ha venti e passa gate, dovresti vedere quello: ne ha 5). Era il ritorno del mio ultimo viaggio in terra basca: aspettavo l’aereo Ryanair che mi avrebbe riportato in Italia. Avevo con me il mio fido bagaglio a mano, e fissavo con aria annoiata le grandi vetrate sulla parete di fronte a me: si vedeva la pista d’atterraggio e, più in là, la zona portuale della città. Fu proprio in quel momento che mi accorsi di provare una strana sensazione. Era un inedito mix di tristezza, dispiacere e voglia di non andarsene. Era nostalgia di Bilbao. Era la consapevolezza che, almeno per un bel po’ di tempo, non sarei tornato da quelle parti.

Mi sono chiesto spesso se sia possibile provare un sentimento così malinconico nei confronti di un posto in cui, in fondo, sono stato poco tempo. Capisco che Valeria, che ci ha vissuto quattro mesi, possa sentire la mancanza di quella che è stata la sua casa; ma io? Beh, io lo prendo come un segno del fatto che la città mi ha affascinato come pochi altri posti nel mondo (in Europa) hanno saputo fare.
Col senno di poi, c’è una cosa che mi è piaciuta particolarmente: i colori e l’atmosfera della città. Non so se vi è mai capitato di associare un colore a un particolare luogo o a un particolare momento. A me succede spesso, anche se spesso non so spiegare a parole quello che sento nella mia testa. In ogni caso, il colore di Bilbao è un indefinibile grigio. Ma non un grigio brutto e smorto: direi più che altro un grigio autunno. Di una cosa sono sicuro, infatti: se avessi visitato Bilbao in primavera o in estate, non mi sarebbe piaciuta così tanto. Ne sono certo. L’autunno ha un fascino tutto speciale, gente: già la parola è così bella e perfetta, specialmente in inglese (immagino sempre qualche titolo sulla falsariga di Autumn in New York: epico ed affascinante come nient’altro al mondo). Insomma, l’autunno è la mia stagione preferita, nonché il momento ideale dell’anno per ambientare un romanzo (specie se malinconico; ma questa è un’ovvietà, lo so).

Dopo questo lunghissimo sproloquio (che giustifica il titolo, ispirato ovviamente alla canzone Autumnsong dei Manic Street Preachers). Passiamo a tematiche più soft.

Per esempio, Livio, spiegaci una cosa: che cos’è il complesso monumentale del santuario di Sant’Angelo? Guarda, ho cercato anche su Google: ma mi esce una chiesa in provincia di Milano, e a quel punto la gita da te proposta diventerebbe poco agevole. Da come ne parli mi sembra che si trovi dalle parti nostre, ma a dire il vero non ne ho mai sentito parlare: illuminami, che nel caso mi applico per aiutarti.
(Per quanto riguarda il racconto di un paio di post fa: era essenzialmente semi-serio. I nomi rimandano a personaggi realmente esistiti, e lo stile è esageratamente parodico)

Mi unisco al Rocca nell’invocazione da lui pronunciata: oh Cavicca, ritorna! Anche io aspettavo il post sugli albanesi, e magari ora potresti anche fornirci il tuo parere su Berlino. Dai, su.

Grazie a tutti per i commenti (oltremodo numerosi nelle ultime puntate), al prossimo aggiornamento!

lunedì 18 ottobre 2010

LIFE IN A COMICS

Ho voglia di cominciare questo aggiornamento con dei doverosi ringraziamenti a due/tre persone che – finalmente! - hanno cominciato a commentare più o meno stabilmente il mio blog: si tratta di Gian Maria, Gabriele e spero Tiziana (che per qualche oscuro motivo commenta sempre il penultimo post pubblicato). Mi fa piacere perché da sempre li voglio nel mio piccolo nucleo di lettori, e ultimamente hanno accontentato le mie fin troppo insistenti richieste. Ora magari, giusto per smentirmi, non si faranno sentire per un po’, ma comunque li ringrazio per essersi sorbiti i miei simpatici deliri.

LIFE...
Dopo questa evidente captatio benevolentiae posso passare alle cronache recenti. “Cronache recenti” è il titolo dell’ultimo post pubblicato dal Cavicca sul suo blog, come potete vedere voi stessi nella colonna qui a fianco. Quando dico ultimo intendo dire proprio l’ultimo: il nostro mi ha confessato, venerdì sera, che non ricorda più la password per accedere al sito, indi per cui il blog è temporaneamente sospeso. Io spero vivamente che riesca a trovare dei super hacker per rientrare in possesso di quel che è suo, perché Funambolicamente sulla falsariga mi piaceva davvero tanto: aveva uno stile che mescolava romanità, quotidianità e riflessioni, e lo ritengo tuttora uno di quelli scritti meglio di tutta la cerchia. E poi, diciamocelo: ma che razza di scusa è “non mi ricordo più la password”?!? Dai, su…
Tutto ciò accadeva venerdì sera, durante una bella uscita romana. Io e Valeria abbiamo fuso vari soggetti (Giulia e Marco; Tiziana e Gabriele; Cavicca), pur con qualche dubbio, ma alla fine ne è uscito fuori un bel gruppo affiatato. Siamo stati al “Sergent Pepper’s Pub”, locale con un nome che si commenta da solo: bello lo stile degli interni, ma un po’ scarsina la qualità del cibo a dire il vero. Che dire: queste uscite sono sempre divertentissime, tanto che poi mi sembra stupido scriverne, visto che a parole non riesco a trasmettere la stessa atmosfera che permeava l’aria l’altra sera. Beh, allora mi limito a ringraziare i presenti per i bei momenti passati insieme, sperando che queste uscite si facciano più frequenti.

Tutto andava bene l’altra sera, fino al momento del dramma personale del Cavicca. Ci offre un passaggio in macchina, così saliamo tutti a bordo della Lancia del padre. Si ride, si scherza, e Cavicca mette in moto. Immediatamente, gli altoparlanti dell’auto ci regalano in Dolby Surround le inconfondibili note di Caravan Petrol (Comm’ si’ bell’ a cavall’ a ‘sto cammell’, ecc). La prendiamo a ride: “Mattè, ma che radio ascolti?”, “Aò, lo vedi che sei proprio un napoletano?”. Ma qualcosa va storto: il Cavicca è nervoso, sorride appena, armeggia con il volante come se fosse fatto di carboni ardenti. Mi bastano pochi secondo per capire: non è la radio quella che stiamo ascoltando. È un cd. Guardo il Cavicca a bocca aperta, incapace di formulare qualsiasi discorso. Lui tenta goffamente di rimediare, e cambia velocemente traccia: esce Perdere l’amore di Massimo Ranieri. È troppo: ora sappiamo definitivamente che la cameriera del Brian, in quella notte dorata della nostra tarda adolescenza, aveva perfettamente ragione.

(Si scherza, ovviamente. Io e Valeria erigeremo presto un monumento al Cavicca: ci ha riportato all’Eur da Prati, in macchina, restando tutti imbottigliati nel traffico del Lungotevere, sbagliando più volte strada nonostante il navigatore. Ci siamo sentiti gran parte di quel cd, passando dalla musica classica ai Lunapòp, da Tiziano Ferro ad Angelo Branduardi, senza riuscire a capire chi diavolo lo aveva realizzato. Poi il Cavicca ci ha raccontato lo spassosissimo aneddoto di quando, una notte, chiese indicazioni stradali a “due signorine ben vestite sul bordo della strada”, capendo solo dopo aver abbassato il finestrino di chi si trattava e che cosa stavano facendo lì... Grazie Cavicca, ti vogliamo tutti bene)

...IN A COMICS
Sono stato contento (e soprattutto mi sono stupito) che abbiate letto il post precedente: era più che altro un omaggio a Gian Maria e ai mondi che costruiamo nelle nostre discussioni. Gian Maria è un tipo molto particolare (come tutti in fondo), ma è anche uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei: parlare con lui è estremamente stimolante, nel senso culturale del termine.

Ora, che c’è di nuovo? Beh, c’è che nel suo ultimo post Livio (alias Sinistro) ha affermato che vorrebbe frequentare la Scuola Internazionale di Comics di Roma; c’è che Gabriele, forte del suo talento, la suddetta scuola l’ha già frequentata con ottimi risultati (conservo ancora la sua opera Roads sul mio computer, ma vorrei tanto stamparla e farmela autografare da lui); c’è che Jacopo pure disegna, anche se – ahimè – non legge più i blog. E poi c’è che io e Gian Maria, nella nostra delirante fantasia, abbiamo ideato un fumetto. Capite ciò che intendo?
Come tutti i nostri progetti non è da prendere totalmente sul serio. Però è suscettibile di modifiche ed è pur sempre un punto di partenza. Il suo sviluppo ideale ci sembra quello della miniserie: direi sulla decina di puntate, sulla falsariga dell’ottimo Caravan; più lunga non sarebbe realizzabile, mentre forse c’è troppo materiale per realizzare una singola graphic novel. Non c’è un modello di stile dichiarato, solo che ci viene più da associarlo – narrativamente parlando – ai fumetti americani. Di seguito gli elementi essenziali dell’opera. Attenzione: contiene elementi fortemente umoristici e/o parodici. E, come sempre, è tratta da una storia vera.

Il protagonista, Zam Littlefoxes, è uno studente universitario la cui vita cambia radicalmente in un pomeriggio qualsiasi: tornando a casa in macchina, nel garage di casa sua, salva la vita a una signora (giovane e carina, forse una poliziotta), rimasta comicamente incastrata con un braccio tra il muro e la propria auto. La signora insiste per ricompensare Zam con 100 euro, e lui, da bravo giovine dei nostri tempi, li usa per comprare un iPhone da un suo amico. Come mai l’amico voleva liberarsi di un gingillo tecnologico del genere? E come mai lo mette in vendita a una cifra così bassa? Boh: sta di fatto che questo amico, poche ore dopo aver venduto il telefono, ha un incidente e muore.
Zam è disperato, ma all’università conosce una ragazza “che sembra uscita da un manga”: se ne innamora perdutamente al primo sguardo, perché, come dice lui stesso, “quello è proprio il tipo di ragazza per cui perderei la testa”. Durante una lezione, Zam si mette a giocherellare con l’iPhone, attirando l’attenzione di un oscuro professore di sociologia, il baffuto prof. Pellicans; manco a dirlo, il professore lo convoca dopo la lezione nel suo studio (interamente rivestito in legno, con un cane impagliato di nome Ortega in un angolo e l'immancabile lente d'ingrandimento sulla scrivania), e qui gli rivela la verità: quell’iPhone, in realtà, è un manufatto di enorme potenza, in grado di influenzare le capacità cognitive di chi lo utilizza e di donare al suo portatore poteri inimmaginabili.
E così, visto che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, Zam, ispirato dal suo nuovo mentore Pellicans, si mette ad indagare sulla misteriosa morte dell’amico, convinto che essa non sia del tutto accidentale, ma che sia stata causata dalla brama di potere che porta seco l’iPhone. Ovviamente ha ragione, e nel primo albo se la vede con i mandanti dell’omicidio. Tuttavia nell’ultima pagina, guardando le nuvole tramontare dall’alto di una collina (si, anche le nuvole, non solo il sole), mormora: “Sento che li incontrerò ancora”.
La cosa ha sviluppi interessanti. Nel secondo albo Zam scopre che la ragazza che sembra uscita da un manga in realtà è veramente uscita da un manga, il che apre la porta a citazioni fumettistiche e a scene surreali. In qualche punto dovremmo ritirare in mezzo la signora che Zam ha salvato, così da rendere più interessante e intricato l’intreccio. A metà della serie, inoltre, il mentore Pellicans decide di prendersi un periodo sabbatico per andare a conoscere la cultura araba: tornerà nell’ultima puntata, con scimitarra e tutto il resto, convinto di essere un Messia. I cattivi sono tanti, nella tradizione di Spider-Man: mi piace pensare che uno di questi – il più terribile – sia un ragazzo sociopatico e poco gradevole allo sguardo, chiuso nel suo mondo fatto di pseudo-politica, film di David Lynch, videogiochi e consumismo sfrenato.

(Messaggio per Gabriele, sperando che passi di qua: ti informo che, come dicevo poco fa, il mio amico Livio/Sinistro ha una mezza idea di frequentare la Scuola Internazionale di Comics lì a Garbatella. Magari lascia un commento con le tue impressioni sulla tua esperienza lì, così puoi aiutarlo a scegliere. Se ciò accadrà, il mio blog sarà definibile “social network”: a quel punto mi applicherò per inserire dei bottoni “Mi piace” sotto ogni post, e farò in modo che chi commenta cedi la proprietà intellettuale del proprio testo a me)

In chiusura di post vi segnalo che uno dei miei siti preferiti, Lucasdelirium, il 14 ottobre ha compiuto dieci anni. Non ve ne fregherà un fico secco, ma io sono contento per il bravissimo curatore del sito, che seguo da circa quattro anni: è uno dei pochi posti in cui si parla in maniera intelligente di videogiochi (di solo un certo tipo di videogiochi a dire il vero), senza luoghi comuni, con spunti critici e riflessioni argute.

martedì 12 ottobre 2010

RACCONTO BREVE, NOIR E UMORISTICO

Il gobbo decise che era il caso di eseguire una perizia calligrafica. Alzò un braccio coperto da pochi stracci e sollevò una cornetta del telefono. «Fate venire quaggiù un esperto» sussurrò «C’è qualcosa che non quadra»
I suoi stanchi occhi, perennemente nascosti dietro abissali fondi di bottiglia, avevano visto passare di tutto in quegli anni. Doveva solo ricevere, leggere e archiviare: niente di più. Non che gli piacesse, ovviamente: ma quello era l’unico modo che il destino gli aveva offerto per espiare la sua terribile colpa.
Controllò ancora una volta la superficie del dischetto. Era praticamente cieco, ma aveva sviluppato un incredibile sesto senso: sapeva leggere con le dita. Aveva scoperto che, se sfiorato col giusto tatto, l’inchiostro poteva parlare. I microscopici rilevi provocati sulla carta da una penna troppo irruenta – o troppo nervosa – potevano aprire al gobbo i segreti dell’universo. E quel giorno, passando sotto le dita l’ennesima etichetta, aveva scoperto qualcosa di incredibile.
Il tecnico arrivò. Indossava un camice bianco, semplice e funzionale. Sul petto aveva ricamato con filamenti d’oro massiccio il nome dell’organizzazione per cui lavorava: SSIUL Agency. «Dov’è?» chiese.
«Lì, sul tavolo da lavoro» rispose il gobbo.
L’uomo si avvicinò a grandi passi, afferrò una lampada da scrivania e la avvicinò al dischetto. Impallidì, e dovette sedersi. «Oh mio Dio…» fu tutto ciò che riuscì a mormorare.
Il gobbo annuì gravemente. Aveva ragione. Ne era sicuro. «Dobbiamo trovare questo Limerick. E dobbiamo farlo stanotte»

Dieci ore prima

«Sto nella merda fino al collo» sputò fuori Limerick. Era la più schifosa giornata uggiosa dell’anno, uno di quei giorni in cui capisci che l’autunno è alle porte e con esso tutto il male del mondo.
«Ancora rogne con Aquilani?» chiese Luiz.
«Dannazione, si»
Aspettavano la navetta – uno sgangherato furgone utilizzato fino a poco tempo prima come ambulanza, cui erano stati aggiunti dei sedili e tolte svariate incrostazioni di sangue – sotto quel cielo grigio, in compagnia di una pioggia leggera ma fastidiosa. Indossavano trench grigi, cappelli a falde larghe dello stesso colore, e se ne sbattevano altamente della pioggia.
«Non ce la farò mai. Aquilani vuole tutto entro lunedì» disse Limerick.
«C’è tempo» disse semplicemente Luiz.
Limerick scosse la testa. Era entrato nell’agenzia investigativa da qualche mese, e quella era la sua prima vera possibilità per fare carriera. Il grande capo – tale Aquilani, un vecchio di origine pugliesi con tanto di baffi, occhiali, sigaro e tutto il resto – aveva scelto lui per quel dossier confidenziale: se la cosa fosse andata in porto, il futuro sarebbe stato più roseo di un coniglietto pasquale.
Luiz invece era un fotografo di origini portoricane. Fino a qualche tempo prima era specializzato in cronaca fotografica sportiva, ma un giorno aveva deciso che era un lavoro troppo noioso e se n’era andato. Due giorni dopo, un pazzo era entrato allo stadio e aveva scaricato tre mitra sparando all’impazzata sulla folla: il ragazzo che il giornale aveva mandato al suo posto aveva fatto lo scoop dell’anno, ed era fuggito in Australia a fare vita da nababbo.
La navetta arrivò, annunciata dal risuonare sinistro di ferraglia e valvole scoppiettanti. Salirono e presero posto in fondo al mezzo.
«Tra l’altro ho anche sbagliato a compilare la fottuta etichetta del disco!» continuò a lamentarsi Limerick. Era un tipo simpatico, nonostante tutti quei borbottii; era il classico uomo che, se invitato a casa da una spagnola, non ci avrebbe combinato niente.
«Beh, questo è un errore cui si può rimediare facilmente…» disse Luiz con una strana inclinazione nella voce, come se qualcuno gli stesse grattando le corde vocali.
Limerick lo guardò senza capire. O forse aveva intuito cosa l’altro volesse dire, ma non voleva crederci. Il buon vecchio Luiz era un tipo a posto, ma Limerick aveva il sospetto che, a lasciarlo fare, sarebbe stato capace di portare sulla cattiva strada anche un il più santo dei poveri diavoli di quella città.
«Potresti mettere una firmetta proprio…» cominciò il fotografo.
«No!»
«Non se ne accorgerà nessuno…»
«Non se ne parla, non tradisco in questo modo la fiducia di Aquilani!»
«Si può fare un lavoro di fino. Conosco dei ragazzi, giù al quartiere cinese, che potrebbero falsificare anche la madre di Aquilani senza che lui se ne accorga»
«È troppo rischioso»
«Preferisci tornare da lui e dirgli che hai sbagliato?» disse Luiz alzando le sopracciglia «Sai bene che ti imporrebbe come minimo il seppuku. E mentre sei lì agonizzante ti riderebbe in faccia dicendo qualcosa come: “Voleva fare l’investigatore!”»
La navetta arrivò a destinazione e parcheggiò. L’edificio che si trovavano di fronte i due, ora, era freddo e triste come solo gli antichi edifici restaurati sanno essere. Il cielo vomitava acqua come se volesse sommergere l’umanità. Limerick e Luiz si fermarono sotto un improbabile colonnato marmoreo, sporco e decadente. Rimasero in piedi sulla gradinata, l’uno accanto all’altro, con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a loro: sembravano gli ultimi sopravvissuti di un mondo che non esisteva più.
«Allora mi toccherà ricorrere al tuo bieco stratagemma, Luiz»
«Tranquillo. Vedrai che nessuno si accorgerà del misfatto»
Limerick gli porse un foglio. «Questa è l’introduzione che ho buttato giù per il dossier. Dacci un’occhiata»
Luiz afferrò il foglio sgualcito che l’apprendista detective estrasse dalla tasca del trench. Lanciò al testo un’occhiata veloce: «Usi abitualmente la parola “commendevole”, oppure è solo un parto della tua fantasia deviata?»
«Sai già la risposta» disse semplicemente Limerick «Come ti sembra?»
«È dannatamente affascinante. Ma devo avvisarti che la frase “col choque ben stretto in mano” si presta ad infiniti doppi sensi» commentò Luiz. Nonostante tutto, il buon vecchio Limerick ci sapeva fare con la scrittura di genere.
«Beh, ora me ne vado a fare questa cosa»
«Mi raccomando, eh» lo ammonì Luiz «Calma e sangue freddo. Aquilani non perdona»
Limerick si calzò per bene il cappello sulla testa, abbassandoselo sulla fronte. Annuì e si avviò nelle strade, mentre la pioggia martoriava il suo bel trench grigio e la città sembrava ingoiarlo nella nebbia della sera.

Ore 4 del mattino

Aquilani fu svegliato dal trillare nervoso del telefono. Nel sogno, incontrava Max Weber in un vicolo buio e gli sbatteva la testa contro il muro fino a spappolargliela; nella realtà, si trovava nel suo letto a baldacchino, sotto coperte color porpora ricamate a mano in Uzbekistan. Si alzò malvolentieri e si incamminò verso la scrivania. Era interamente occupata da carte e documenti riservati; spiccavano solo una lente d’ingrandimento e un vecchio telefono. Sollevò la cornetta.
«Dimmi tutto»
Sapeva già chi era.
«Lo abbiamo trovato poco fa»
«Era nel cinema porno thailandese?»
«No. Stava tornando a casa dal lavoro: arrotondava facendo il ragazzo delle pizze»
Aquilani emise un rumore gutturale. «Ora dov’è?»
«Lo abbiamo già messo al lavoro. Comincia stanotte»
«Ottimo» mormorò Aquilani. Si mise un sigaro in bocca e se lo accese: volute di fumo lo avvolsero minacciose, volteggiando nella penombra della stanza e dirigendosi verso le pareti arabescate. «Che n’è stato del gobbo invece?»
«Lo abbiamo liberato. Ha esaurito la sua missione. Ora è di troppo: quel Limerick da solo basta e avanza»
Aquilani afferrò la lente e ci giocherellò. «Peccato. Sarebbe stato un grande detective…» disse.
«…Ma non poteva sapere del suo sistema di sicurezza. Non poteva sapere della doppia firma…»
«Già, non poteva» mormorò Aquilani. Era diabolico, doveva ammetterlo. «Buonanotte»
«Buonanotte signor Aquilani»
Abbassò la cornetta e se ne tornò a letto, anche se ormai difficilmente si sarebbe rimesso a dormire. La notte era ancora buia e tenebrosa, fuori dalle grandi finestre della sua casa, ma non lo era stata abbastanza per proteggere Limerick dalla sua vendetta. Non si tradiva così la sua fiducia. Aveva inventato quell’ingegnoso sistema della doppia firma proprio per non farsi fregare: mai si sarebbe aspettato che proprio Limerick – che aveva ricevuto in casa con tutti gli onori possibili – sarebbe arrivato ad ingannarlo.
Poco male. Il traditore avrebbe avuto tutta l’eternità per rifletterci su. Gli serviva giusto un sostituto per quel vecchio gobbo: non si scappa, dopotutto.
Afferrò la versione de “Lo scontro di civiltà” manoscritta da Samuel Huntington stesso, e aspettò che facesse giorno .

(tratto da una storia vera)

lunedì 4 ottobre 2010

IMPRESSIONI DI INIZIO MAGISTRALE

C’è stato un momento, nel corso della scorsa settimana, in cui mi sono reso conto all’improvviso di essere di nuovo una matricola. Mi sono guardato attorno, nell’aula in cui ero capitato per una lezione, e ho realizzato di non conoscere praticamente nessuno di coloro che mi stavano attorno: una sensazione da primo anno di università – da primi giorni del primo anno, anzi – che non mi sarei mai aspettato di riprovare all’alba del mio quarto anno.
La “vecchia guardia” – l’insieme glorioso di coloro che una volta erano i miei compagni di triennale – si è dispersa. In parte assorbita dall’altisonante corso intermente in lingua inglese (varrà davvero qualcosa?), in parte emigrata altrove (altre facoltà, altre università, persino altri Stati), in parte semplicemente svanita nel nulla. Beh, me lo aspettavo ovviamente: ma mi fa strano lo stesso. Forse la cosa è da attribuire alla particolare conformazione dell’università che frequento che, come hanno fatto notare alcuni, assomiglia più a un liceo che a una vera e propria università nel senso tradizionale del tempo. Però si era venuto a formare, nel corso dei tre anni, un bel gruppo di persone che, se non proprio amici, erano almeno stimabili conoscenti. Ora le strade si sono divise, e mi chiedo: le cose saranno ancora come prima?
Oddio, la sto facendo troppo melodrammatica. Però l’inizio di questa laurea magistrale mi ha suscitato proprio una sensazione di stranezza: passerà, ovviamente, in breve tempo; ma ora siamo nella fase in cui il passato ancora si affaccia a fare i conti col presente (frase molto epica che vi assicuro non ho copiato).

Alcune cose però non cambiano mai. Per esempio, l’altro giorno un uccello mi ha cacato addosso. Era già successo l’anno scorso, mentre io e Valeria provavamo a fare la fila per il Caravaggio alle Scuderie del Quirinale. Giovedì ho fatto il bis, e solo miracolosamente non mi ha colpito in testa. In questo modo ho pareggiato i conti: per due volte l’uccellaccio aveva colpito chi mi stava di fianco (una volta si trattava del mio fratello nero, l’altra di Jimmy Cuffietta), per due volte ha colpito me. Mòbbastaperò.
Un’altra cosa che non cambia mai sono certi dettagli dello scenario metropolitano. Quando sarò un affermato e famoso scrittore, affermerò pubblicamente che una buona parte della mia vena artistica è scaturita dal pendolarismo interno che mi vede protagonista ogni giorno per Roma. Ad esempio, cose da inserire in un romanzo d’ambientazione metropolitana che ho visto ieri andando in giro: macchine e motorini a pezzi, fermi senza speranza nei parcheggi; furgoni col motore spento, con dentro uomini in penombra che bevono qualcosa da grossi bicchieri di cartone; la metropolitana sopraelevata, che passa veloce davanti a un palazzo con le finestre illuminate; un ponte in costruzione su un fiume, con gru, scheletri di metallo e cumuli di terra; un tramonto, lo skyline cittadino contro il rosso, e in alto il buio della notte che avanza. Ne uscirebbe fuori il genere di romanzo noir in cui il protagonista combatte da solo contro tutta una città decadente, è innamorato di una fèmme fatale, e ovviamente si fa chiamare Limerick.

Spazio del random. Ieri ho visto per la prima volta in vita mia lo Stadio Olimpico di Roma dal vivo. Me lo aspettavo più grande: mi è sembrato più piccolo del San Paolo di Napoli, che nei miei ricordi di bambino è monumentale (oltre che cadente, ma questo contribuisce al fascino metropolitano noir).
Mi ha fatto molto piacere vedere Matteo e Andrea lo scorso weekend. Con Matteo – diciamolo – abbiamo avuto una delle discussioni più lunghe e belle (e nerd) della nostra vita. Ci facciamo i correttori di bozze a vicenda: la cosa è nello stesso tempo triste, buffa e simpatica. Con Andrea ci siamo visti di sabato sera. Il racconto delle sue prospettive future mi ha dato da pensare su vari temi: la vicinanza del momento del lavoro, la possibilità (necessità?) di andare all’estero, le vite che cambiano. Forse non dovrei pensare.
Vi saluto con un link a una notizia segnalata dal quotidiano online/blog Il Post (che vi consiglio). Non voglio fare indottrinamento, né tantomeno voglio convincervi e obbligarvi, ma ci tendo a farvi arrivare l’informazione. O controinformazione, visto l’andazzo generale. Buona lettura dei Sei motivi per non iscriversi a Facebook.
 
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