Come molti di voi sapranno, uno dei film che più hanno segnato la mia infanzia (e quindi il resto della mia vita) è stato Tim Burton’s The Nightmare Before Christamas. La pellicola diretta da Henry Selick – e non da Tim Burton, come pure molti erroneamente credono – è basata su un libro per bambini scritto e disegnato da Burton quando lavorava per la Disney. Può piacere o non piacere (a me piace), e personalmente ci ravviso tutto il gotico stile burtoniano degli anni a venire nella sua forma migliore. Il film è un «elogio del lato oscuro dell’infanzia, sagra di innocue efferatezze, trionfo del macabro gentile» (dal Dizionario dei Film di Paolo Mereghetti). E, a mio parere, è l’incarnazione perfetta dello spirito di Halloween.
Non voglio inserirmi nella polemica che ogni anno, di questi tempi, fa la sua comparsa sui giornali: Halloween si, Halloween no, Halloween festa dei satanisti, Halloween di origine celtica, e via di questo passo. A me la faccenda sembra piuttosto chiara: la festa di Halloween è una tipica tradizione nordamericana, ed è ridicolo appropriarsene cercando in tutti i modi di festeggiarla. L’invasione di zucche e scheletri nei nostri negozi e sui nostri cartelloni pubblicitari si riduce, a mio parere, a una semplice operazione commerciale, volta ad accalappiare il pubblico più ingenuo e superficiale.
È forse un effetto della globalizzazione delle culture – o quantomeno del violento espansionismo del punto di vista statunitense che tutto fagocita? Può darsi: sta di fatto che negli ultimi anni è cresciuta, in Italia, la voglia di festeggiare Halloween. Sbagliato, anzi sbagliatissimo: non è qualcosa di nostro, non ci appartiene, è un’appropriazione indebita di festa altrui. Non è che noi il ventinove luglio ci mettiamo a festeggiare l’Ólavsøka, no? E allora perché dovremmo farlo con Halloween?
Beh, voglio dirvi una cosa: Halloween è una delle cose che invidio all’America (oltre alla California, alla Route 66 e alle tavole calde con i sedili imbottiti e i tavoli vicino alle finestre). Non l’ho mai festeggiato, né intendo cominciare a farlo: però mi affascina, dannazione! E ora vi spiego perché:
1) Tanto per cominciare, Halloween mi sembra essenzialmente una festa per bambini e, in parte, adolescenti. I primi sono liberi di dare libero sfogo alla propria fantasia, travestendosi, elaborando scherzi mefistofelici, e mangiando i più variopinti dolcetti che si siano mai visti; per di più, come notava la game designer Tasha Harris (chi?) in un’intervista che ho letto pochi giorni fa (a proposito di Costume Quest, videogioco ambientato proprio la notte del 31 ottobre), «Halloween è uno di quei giorni in cui i bambini possono uscire e esplorare il quartiere, magari anche da soli». Il che già di per sé è una festa, specie nel neighbourhood americano come quello che tutti noi abbiamo in mente. Gli adolescenti, invece, saranno attratti dagli aspetti più truculenti e spaventosi della festa: il che suppongo si concretizzi in scherzi goliardici ad amici e parenti (Dawson’s Creek docet).
E gli adulti? A quanto pare stanno a guardare: Halloween non è una festa per vecchi. Questo infantilismo di fondo, secondo me tipico di questo giorno, contribuisce al fascino che scaturisce dalla festa: risveglia il bambino che c’è in ognuno di noi. Coltivatela bene, quella parte di voi, che è fondamentale nella vita.
2) Vogliamo parlare poi del simbolo di Halloween? La zucca (stregata?) con il ghigno malefico e la candela dentro. A prescindere dalla leggenda che c’è dietro (in linea con l’atmosfera generale della tradizione), è proprio un oggetto fantastico: inquietante e ammaliante allo stesso tempo, su Internet se ne trovano foto bellissime.
Tra l’altro, Jack-o’-lantern contribuisce all’alone misterioso che circonda la notte delle streghe: è di fatto una lanterna, quindi si presuppone che serva al buio, nell’oscurità; ma è intagliata in modo tale da sembrare spaventosa, o comunque malvagia. Notte, male, paura: tutto torna.
3) Cosa sarebbe Halloween, poi, senza il macabro? Qui ovviamente dipende molto dai gusti personali. Io, ad esempio, sono facilmente impressionabile nella realtà, ma le “efferatezze innocue” di cui si parlava all’inizio le sopporto ben volentieri; e mi piacciono pure parecchio. Sto parlando di tutto l’armamentario tradizionale collegato alla festa: cervelli colanti, teste decapitate, corpi maciullati, arti sanguinolenti, e via massacrando.
Capiamoci: non sto facendo un elogio dell’orrido. Ci sono cose impressionanti su cui non si deve scherzare, e io sono il primo a rabbrividire in certi casi. Però la notte di Halloween, alla fin fine, mi sembra un modo per esorcizzare tutto questo: è un horror a misura di bambino, sopportabile da tutti. E, a ben vedere, anche piuttosto divertente.
4) E poi mettiamoci anche la componente ludica dei travestimenti: fossi stato un bambino americano mi sarei gasato troppo alla prospettiva di diventare ogni anno un mostro diverso (battuta facile facile: dai Luì, con quel naso non ti serviva manco la maschera). Dopotutto, sempre di una festa si tratta: e allora ben venga anche il “dolcetto o scherzetto”, e ben vengano anche le presumibili indigestioni dei giorni a seguire.
Insomma, ho come l’impressione che in Nord America, la notte del 31 ottobre, si respiri un’atmosfera fantastica. Atmosfera che, per ovvi motivi, è totalmente impossibile replicare dalle nostre parti, dove la festa si riduce a serate a tema o a slogan promozionali. Non è così invece. Mi piacerebbe farmi una passeggiata per le strade americane la sera di Halloween, e vedere cosa succede. Vorrei immergermi in un altro mondo, completamente diverso dal mio, e respirare quell’aria.
Vi dirò di più: questo mi sembra lo scenario ideale per un romanzo (si, nell’ultimo post avevo detto qualcosa del genere a proposito dell’autunno: ma Halloween in che stagione capita, almeno nell’emisfero nord? Appunto). Però non dovete pensare a una di quelle stereotipate storie horror per teenager: io voglio che Halloween sia solo lo sfondo della vicenda, faccia solo da cornice ad un’altra storia. Il tutto dovrebbe durare solo una manciata di ore, magari soltanto la notte stessa (adoro i romanzi che si sviluppano in un tempo limitato: sono i più appassionanti da leggere, e i più difficili da scrivere). Il protagonista potrebbe essere uno straniero capitato per caso in America il giorno delle celebrazioni, così da spararmi anche la cartuccia dell’alienazione dell’uomo in una cultura diversa (tematica vecchia, ma sempre efficace). Non male, dai.
Ecco, tutto questo per me è Halloween. Più uno stato d’animo che un qualcosa di concreto.
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11 anni fa
