Io non guardo molta tv. So bene che questa affermazione potrebbe avere il retrogusto dello snobismo intellettuale, ma è proprio la verità: praticamente, per gran parte dell’anno, le uniche trasmissioni che riesco a seguire assiduamente sono i telegiornali. In parte questo è dovuto al fatto che passo molto tempo fuori casa: durante il periodo universitario sono in giro quasi tutto il giorno, e quando mi ritrovo davanti alla televisione o guardo i suddetti Tg (che purtroppo spesso sono scadenti) oppure le rotazioni musicali di Mtv e Deejay Tv (che purtroppo spesso mandano in onda roba come i dARI). Tutto qua.
In realtà devo dire che un altro dei motivi che mi spinge a trascurare la tv è il fatto che difficilmente riesco a trovare qualcosa che mi appassioni veramente tanto. Gran parte dei contenuti televisivi è di tipo episodico – e cioè si sviluppa in più puntate: ciò vale non solo per le serie e le miniserie, ma anche per programmi come talk show, quiz, ecc. Una cosa del genere presuppone che lo spettatore, se interessato alla trasmissione, continui a seguirla per il resto della sua durata. Ma questo mi risulta piuttosto difficile, almeno negli ultimi anni: un po’ per gli impegni, un po’ per la vita movimentata di città (non sembra, ma ogni giorno è un’avventura diversa), anche nel caso un programma mi piacesse non riuscirei a seguirlo fino alla fine.
Ebbene, lo sapete qual è il genere di programma che mi avvince terribilmente? Le serie tv americane!
È un argomento di cui so poco o niente: credo di non aver mai visto una di queste serie dall’inizio alla fine, e per di più ne ho intraviste soltanto pochissime. Per dirvene una, io di Lost non ho mai visto neanche una puntata: eppure pare che sia il fenomeno televisivo degli ultimi anni. Ciò che voglio fare qui è parlarvi della mia piccola esperienza con due serie tv che mi è capitato di vedere negli ultimi tempi.
La prima è Scrubs. Molti di voi la conoscono (in particolare credo che Stefano sia un suo grande fan), ma io ne avevo solo sentito parlare. Qualche mese fa, in primavera, mi capitò di vederne qualche puntata su Mtv, ad ora di cena: mi scompisciai così tanto che cercai di seguire quante più puntate possibili. La cosa che più mi colpì fu come mi risultasse incredibilmente facile sentirmi a mio agio nel comprendere le vicende: non conoscevo i personaggi, né le loro storie, né i loro rapporti, eppure mi bastarono un paio di puntate per capire come funzionavano le cose. Poi devo ammettere che raramente ho sentito dei dialoghi più geniali di quelli presenti in Scrubs: ogni scambio di battute è memorabile, e alcuni personaggi (il dottor Cox, il dottor Kelso e L’Inserviente) sono costruiti in un modo che rasenta la perfezione.
Poi, un giorno, in modo del casuale mi trovai a vedere l’ultima puntata dell’ottava serie. Divisa in due episodi, si tratta di un piccolo capolavoro: l’ottava serie era l’ultima in cantiere (poi ne fu girata una nona con gran parte del cast cambiato), e quindi è pervasa da una vena malinconica incredibile. Gli ultimissimi minuti, con una commovente cover di The Book of Love cantata da Peter Gabriel (ma anche con una zampata finale molto ironica), mi hanno fatto quasi piangere. Mi sono quasi messo a piangere di fronte al finale di una serie tv che non avevo praticamente mai visto: penso che questo valga più di qualsiasi altro complimento che io possa fare agli autori di Scrubs.
La seconda serie di cui volevo parlarvi è Dawson’s Creek. Si, proprio quel Dawson’s Creek. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non mi era mai capitato di vederlo: l’occasione si è presentata quest’estate in Sardegna, quando Valeria ha scoperto che la prima stagione era trasmessa su La5. Beh, mi è bastato un solo episodio per appassionarmi. Anche qui, come nel primo caso, sono stato subito catapultato nell’atmosfera giusta: ho capito chi erano i personaggi, quali erano le loro storie, in che rapporti erano tra loro. Vabbè, non che ci volesse tanto, però quel che intendo dire è che si entra subito in sintonia con l’ambientazione e la vicenda. A favore della serie gioca sicuramente, almeno a mio parere, una fortissima atmosfera anni ’90: camice, jeans, ma anche la fotografia stessa con cui le puntate sono realizzate (questa l’avrò notata solo io, ma basta un’occhiata per capire che è degli anni ’90). Poi, onestamente, il protagonista (Dawson) sembra me ai tempi in cui coltivavo ambizioni cinematografiche: sogna di fare il regista, il suo preferito è Spielberg, e dice e pensa cosa che sembrano uscite direttamente dalla mia mente. Solo che lui è persino più tonto di me nelle faccende amorose. Come se non bastasse, il tizio in questione ha una camera spettacolare: piena zeppa di poster appesi alle pareti (si notano quelli di E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, Lo squalo, Hook – Capitan Uncino), con i suoi amici che lo vanno sempre a trovare entrando dalla finestra (cose che si vedono solo nei telefilm americani).
Sempre per puro caso abbiamo cominciato a seguirlo proprio a ridosso delle ultime puntate della prima serie: però devo ammettere che forse le successive cinque stagioni sono un po’ superflue, visto il modo in cui si conclude questa. La vicenda (peraltro ispirata alla vita dello sceneggiatore) doveva concludersi a mio parere con la prima puntata della seconda stagione: se così fosse stato, Dawson’s Creek sarebbe stato perfetto.
Insomma, gli americani ci sanno fare anche in questo campo. Queste due serie hanno una incredibile capacità di emozionare e appassionare, parlando dritto al cuore dello spettatore (anche di quello che è completamente a digiuno di cose di questo genere). A tal proposito ricordo una frase che Matteo R. disse a Stefano, commentando il film Million Dollar Baby (stiamo parlando del 2006 o del 2007). Parlando del commovente finale della pellicola, il Rocca sentenziò: “Poi gli americani… riescono proprio a tirarti fuori i sentimenti!”. Beh, è proprio così, tanto al cinema quanto davanti alla televisione.
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12 anni fa
