venerdì 24 settembre 2010

IL FASCINO DISCRETO DELLE SERIE TV AMERICANE

Io non guardo molta tv. So bene che questa affermazione potrebbe avere il retrogusto dello snobismo intellettuale, ma è proprio la verità: praticamente, per gran parte dell’anno, le uniche trasmissioni che riesco a seguire assiduamente sono i telegiornali. In parte questo è dovuto al fatto che passo molto tempo fuori casa: durante il periodo universitario sono in giro quasi tutto il giorno, e quando mi ritrovo davanti alla televisione o guardo i suddetti Tg (che purtroppo spesso sono scadenti) oppure le rotazioni musicali di Mtv e Deejay Tv (che purtroppo spesso mandano in onda roba come i dARI). Tutto qua.

In realtà devo dire che un altro dei motivi che mi spinge a trascurare la tv è il fatto che difficilmente riesco a trovare qualcosa che mi appassioni veramente tanto. Gran parte dei contenuti televisivi è di tipo episodico – e cioè si sviluppa in più puntate: ciò vale non solo per le serie e le miniserie, ma anche per programmi come talk show, quiz, ecc. Una cosa del genere presuppone che lo spettatore, se interessato alla trasmissione, continui a seguirla per il resto della sua durata. Ma questo mi risulta piuttosto difficile, almeno negli ultimi anni: un po’ per gli impegni, un po’ per la vita movimentata di città (non sembra, ma ogni giorno è un’avventura diversa), anche nel caso un programma mi piacesse non riuscirei a seguirlo fino alla fine.

Ebbene, lo sapete qual è il genere di programma che mi avvince terribilmente? Le serie tv americane!
È un argomento di cui so poco o niente: credo di non aver mai visto una di queste serie dall’inizio alla fine, e per di più ne ho intraviste soltanto pochissime. Per dirvene una, io di Lost non ho mai visto neanche una puntata: eppure pare che sia il fenomeno televisivo degli ultimi anni. Ciò che voglio fare qui è parlarvi della mia piccola esperienza con due serie tv che mi è capitato di vedere negli ultimi tempi.

La prima è Scrubs. Molti di voi la conoscono (in particolare credo che Stefano sia un suo grande fan), ma io ne avevo solo sentito parlare. Qualche mese fa, in primavera, mi capitò di vederne qualche puntata su Mtv, ad ora di cena: mi scompisciai così tanto che cercai di seguire quante più puntate possibili. La cosa che più mi colpì fu come mi risultasse incredibilmente facile sentirmi a mio agio nel comprendere le vicende: non conoscevo i personaggi, né le loro storie, né i loro rapporti, eppure mi bastarono un paio di puntate per capire come funzionavano le cose. Poi devo ammettere che raramente ho sentito dei dialoghi più geniali di quelli presenti in Scrubs: ogni scambio di battute è memorabile, e alcuni personaggi (il dottor Cox, il dottor Kelso e L’Inserviente) sono costruiti in un modo che rasenta la perfezione.
Poi, un giorno, in modo del casuale mi trovai a vedere l’ultima puntata dell’ottava serie. Divisa in due episodi, si tratta di un piccolo capolavoro: l’ottava serie era l’ultima in cantiere (poi ne fu girata una nona con gran parte del cast cambiato), e quindi è pervasa da una vena malinconica incredibile. Gli ultimissimi minuti, con una commovente cover di The Book of Love cantata da Peter Gabriel (ma anche con una zampata finale molto ironica), mi hanno fatto quasi piangere. Mi sono quasi messo a piangere di fronte al finale di una serie tv che non avevo praticamente mai visto: penso che questo valga più di qualsiasi altro complimento che io possa fare agli autori di Scrubs.

La seconda serie di cui volevo parlarvi è Dawson’s Creek. Si, proprio quel Dawson’s Creek. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non mi era mai capitato di vederlo: l’occasione si è presentata quest’estate in Sardegna, quando Valeria ha scoperto che la prima stagione era trasmessa su La5. Beh, mi è bastato un solo episodio per appassionarmi. Anche qui, come nel primo caso, sono stato subito catapultato nell’atmosfera giusta: ho capito chi erano i personaggi, quali erano le loro storie, in che rapporti erano tra loro. Vabbè, non che ci volesse tanto, però quel che intendo dire è che si entra subito in sintonia con l’ambientazione e la vicenda. A favore della serie gioca sicuramente, almeno a mio parere, una fortissima atmosfera anni ’90: camice, jeans, ma anche la fotografia stessa con cui le puntate sono realizzate (questa l’avrò notata solo io, ma basta un’occhiata per capire che è degli anni ’90). Poi, onestamente, il protagonista (Dawson) sembra me ai tempi in cui coltivavo ambizioni cinematografiche: sogna di fare il regista, il suo preferito è Spielberg, e dice e pensa cosa che sembrano uscite direttamente dalla mia mente. Solo che lui è persino più tonto di me nelle faccende amorose. Come se non bastasse, il tizio in questione ha una camera spettacolare: piena zeppa di poster appesi alle pareti (si notano quelli di E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, Lo squalo, Hook – Capitan Uncino), con i suoi amici che lo vanno sempre a trovare entrando dalla finestra (cose che si vedono solo nei telefilm americani).
Sempre per puro caso abbiamo cominciato a seguirlo proprio a ridosso delle ultime puntate della prima serie: però devo ammettere che forse le successive cinque stagioni sono un po’ superflue, visto il modo in cui si conclude questa. La vicenda (peraltro ispirata alla vita dello sceneggiatore) doveva concludersi a mio parere con la prima puntata della seconda stagione: se così fosse stato, Dawson’s Creek sarebbe stato perfetto.

Insomma, gli americani ci sanno fare anche in questo campo. Queste due serie hanno una incredibile capacità di emozionare e appassionare, parlando dritto al cuore dello spettatore (anche di quello che è completamente a digiuno di cose di questo genere). A tal proposito ricordo una frase che Matteo R. disse a Stefano, commentando il film Million Dollar Baby (stiamo parlando del 2006 o del 2007). Parlando del commovente finale della pellicola, il Rocca sentenziò: “Poi gli americani… riescono proprio a tirarti fuori i sentimenti!”. Beh, è proprio così, tanto al cinema quanto davanti alla televisione.

sabato 18 settembre 2010

RESTAURI

Nell’estate del 2005, un esiguo gruppo di cineasti girò un piccolo documentario destinato ad entrare nel mito. Girato con uno stile aggressivo, fatto di zoomate veloci, convulsi movimenti di handycam e primi piani arditi, con una fotografia volutamente sovraesposta alla luce solare e un fantastico sonoro in presa diretta, la pellicola è il frutto dell’impegno di almeno quattro registi. Il video ritraeva otto persone – di età compresa tra i dodici e i diciassette anni – impegnate in uno dei loro passatempi preferiti: duellare in modalità multiplayer con il celebre videogioco Halo 2. Il film, della durata di circa 50 minuti, ebbe la sua premiére mondiale il 30 ottobre 2005 a Borgo Montenero, arricchito da altri 20 minuti aggiuntivi; in seguito, ebbe un discreto successo in edizione home video, con distribuzione in formato vhs. Il repentino affermarsi della tecnologia dvd, tuttavia, stroncò la circolazione di questo piccolo gioiello, che finì in breve tempo nel dimenticatoio.

Oggi, passato da poco il quinquennale delle riprese, grazie a un notevole sforzo produttivo e a un lavoro eseguito direttamente sulla pellicola originale, il video è stato finalmente riproposto in dvd, compreso di tutti i suoi extra e impreziosito da effetti speciali inediti, oltre che da una colonna sonora completamente rimasterizzata in digitale.
“Lo vedranno tutti: questo è un video storico, perché è stato ripreso da me” (Stefano P., 28 giugno 2005)

Scritto così sembra quasi una cosa seria, un po’ come il documento che racconta la storia del progetto Xbox and Friends. The Mega Halo Party 2005 (e altri filmati), invece, è semplicemente uno straordinario affresco storico di come eravamo nel mezzo della nostra introversa adolescenza. Fa un certo effetto rivederlo oggi, a distanza di cinque anni. Quasi tutti sono cambiati pesantemente da allora – tanto nel fisico quanto nella mente – e gli argomenti di conversazione sono un incredibile spaccato della nostra (sotto)cultura dell’epoca, così diversa eppure in qualche modo simile a quella attuale. Si parla delle mie opere prime (ero l’artista sulla cresta dell’onda, su), del fantasy, di Harry Potter, di Star Wars, della napoletanità, della volontà di sfondare nel mondo del cinema da parte di metà di noi, di Nando, del liceo… Esilarante la parte in cui mio fratello e mio cugino si cimentano in un assurdo rap, così come le scene della partita di calcio, con Stefano che le prova tutte ma non riesce a buttare la palla dentro. Storico poi il primo incontro di Cavicca con i miei amici del liceo. Bei ricordi, tutto qui.

Quella che poi fa scompisciare davvero è la sezione dedicata agli extra. Si va dai video fatti da Jacopo coi pupazzetti del Signore degli Anelli al making of di Colpisci Frodo, dai remake di spezzoni del suddetto film (eravamo un po’ fissati…) fino ai magnifici video con protagonista l’indimenticato Francescooh. Insomma, un vero tuffo nel passato.

Se lo volete fatemelo sapere che vi masterizzo un dvd anche a voi. Ora il mio obiettivo è riuscire a salvare anche il video del Mega Halo Party 2006, ma questa è davvero un’impresa impossibile.

giovedì 16 settembre 2010

POST DI RACCORDO (ANULARE)

Sono poche le frasi personali di msn che ricordo, ma una di queste è: “Uagliò, so’ tornat’!”. La mise Jacopo non so più quanti anni fa, quando si era ancora agli inizi di questa forma di comunicazione e la cosa ci sembrava incredibile. La abbinò a una foto fantastica: il primo piano di una bocca con una mano a fare da megafono. L’effetto era incredibile: sembrava che urlasse al mondo intero la sua frase. L’artistico, alla fine, aveva dato i suoi frutti.

Oggi ve lo dico io “Uagliò, so’ tornat’!”, facendo così la felicità del Cavicca che è libero di fare facili allusioni sulle mie origini. Sono tornato da una bellissima vacanza in Sardegna, in compagnia della mia dolce metà. È stata praticamente la mia prima vera vacanza estiva, la prima volta che mi sono tuffato in un mare diverso da quello di casa mia e dei suoi immediati dintorni. Posti bellissimi e ottima compagnia: come sarebbe potuta andare meglio? Io e Valeria, a giorni, vi confezioneremo un reportage sulla zona dell’isola che abbiamo visitato, e poi lo pubblicheremo sull’Accademia degl’Vmidi.
Da segnalare alcune cose di carattere personale. Innanzitutto, faccio notare che nel paese dove alloggiavamo si è tenuto, durante i festeggiamenti per il santo patrono, un concerto di Valerio Scanu. Voglio dire: chi di voi può dire di aver visto dal vivo un vincitore del festival di Sanremo? Ciò mi ha ricordato di quella cena al ristorante sardo di Roma con Cavicca (il che a sua volta mi ha spinto a rileggere quel magnifico post, purtroppo l’ultimo che compare sul suo blog). E comunque no, non ci siamo fermati a sentirlo.
Questo, inoltre, è stato il più grande e lungo viaggio in macchina che io abbia mai fatto: un totale di 1.100 chilometri, divisi a metà da due traversate del Mar Tirreno. Devo dire che mi sono scivolati addosso con enorme facilità: mi piace guidare, e mi piace moltissimo farlo per lunghe e veloci strade perse in posti che non ho mai visto. Abbiamo attraversato l’entroterra sardo, mentre il paesaggio da verdeggiante diventava sempre più brullo, e poi abbiamo percorso in lungo e in largo la costa nord-occidentale.
Ciliegina sulla torta, al ritorno mi sono dovuto infilare dentro Roma per compiere alcune faccende. Non avevo mai guidato in una zona che non fosse l’Eur. E non avevo mai guidato così, a dire il vero. La lotta per la sopravvivenza e gli ingorghi in cui ci siamo ritrovati hanno fatto emergere il mio lato più arrogante: e, forte di una macchina piccola e agile, mi sono destreggiato nel traffico capitolino, ignorando precedenze, sorpassando a destra, e lottando contro il tempo per arrivare da una parte all’altra della capitale. Ma alla fine ce l’ho fatta e non potete capire quanta soddisfazione mi dà.

Nel mentre, si è finalmente rivelato in tutto il suo splendore il nuovo blog del Rocca. Ragazzi, dobbiamo essere consapevoli di aver assistito a un piccolo grande evento: il blog capostipite non esiste più, soppiantato da una sua versione più matura e politically correct. Io sono favorevole a questo cambio della guardia: una volta lessi che i blog sono la storia intellettuale di un individuo, e quindi sta bene che ogni tanto si cambi stile anche sul web. Ovviamente vi consiglio vivamente di leggerlo e commentarlo: metti che poi il Rocca diventa famoso, poi vi potrete vantare di conoscerlo da sempre, no?
Sono contento che la Repubblica dei blog (o comunque una parte di essa) sia tornata alla vita: l’arrivo dell’autunno fa questo effetto. Io durante l’estate, oltre ad aggiornare molto raramente questo spazio, mi sono lasciato andare soprattutto a ricordi personali. Il blog sembrava quasi una specie di diario, in effetti. Da qui in poi aumenterò la frequenza degli interventi, e forse dirò anche cose più interessanti.
 
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