mercoledì 27 gennaio 2010

VI PORTO ALTRA TORTA O VI BASTA?

Proprio ieri è stato il mio compleanno: ho compiuto ventuno anni. Olè! Mi verrebbe voglia di citare tutta Uno in più degli 883, ma mi sa che è meglio se non lo faccio.
Se fossi iscritto su Facebook probabilmente sarei stato sommerso da diverse decine di messaggi d’auguri. Invece, ho ricevuto poco più di una decina di sms e qualche telefonata. Inutile dire che sono molto più contento così: ricevere gli auguri via Facebook mi è sempre sembrato di una tristezza infinita. Insomma, c’è un programma che segnala di chi è il compleanno (e fin qui niente di così sbagliato: anche il calendario è un “programma che segnala di chi è il compleanno”); ma sinceramente mi sembra un modo piuttosto freddo per comunicare gli auguri, che per loro natura dovrebbero essere un gesto di cuore. Non so, è come se mancasse qualcosa. Anzi, mi sembra quasi che fare gli auguri via Facebook sia una specie di moda: non sei in se sei suo “amico” e non glieli fai.
Ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri, in particolare gli afecionados che me li fanno da tanti anni. Tra l’altro, alcuni non me li aspettavo proprio: meglio così!

COSA VUOLE IL PUBBLICO?
Volevo dire una cosa prendendo spunto da un commento di Livio nel post precedente. L’Oscuro Signore di Lariano™ ipotizza che il successo di Avatar possa essere legato proprio al fatto che ha una trama così scontata: “la gente si siede, lo guarda, si rilassa, non si aspetta altro che quello che sta vedendo quindi quando esce dal cinema è tranquilla e senza pensieri, si è divertita e basta”.
Beh, non è una riflessione tanto scontata, e mi trovo anche d’accordo con lui. Mi era venuta in mente una cosa simile proprio qualche giorno fa, pensando agli stereotipi. In fondo gli stereotipi esistono perché sono convenzioni, si sono affermati nel tempo e hanno avuto successo presso i lettori / spettatori. Hanno una funzione rassicurante: la gente li desidera perché vuole che si vedano certe cose, che i personaggi dicano determinate battute e che gli eventi prendano una ben precisa piega. Sono un po’ come la stampa di partito: certe persone comprano certi giornali perché vogliono sentirsi dire certe cose.
Umberto Eco, a proposito di Casablanca, ha scritto: “Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono”. Questo è senz’altro vero, ed è una frase che mi piace molto; però non la condivido del tutto. Secondo me al giorno d’oggi – un epoca in cui praticamente ogni cosa è stata scritta – la vera bravura sta nel giocare a carte scoperte, ma allo stesso tempo mischiandole. Bisogna prendere gli stereotipi e le convenzioni, usarle per un po’, e poi fare impazzire tutto. Colpi di scena, bruschi cambi di situazione, personaggi che a un certo punto cambiano inaspettatamente, e chi più ne ha più ne metta. Bisognerebbe sempre chiedersi se quella situazione si è già vista; e, se si, cosa si può fare per renderla un po’ meno scontata.
Certo, non bisogna andare troppo in là: se si cerca di essere originali a tutti i costi in genere si finisce soltanto con l’essere ridicoli. Però, se proprio non si riesce a creare qualcosa di nuovo (cosa che – lo ripeto – al giorno d’oggi è veramente difficile per chiunque), allora che si ridia un po’ di pepe a quello che si è già visto. Non voglio credere che tutto il pubblico si accontenti di essere rassicurato: io spero che ci sia ancora qualcuno che voglia essere sorpreso.

ORIZZONTI MUSICALI VARI
Ieri, su Virgin Radio, sentivo gli speaker (Andrea Rock e Giulia, che non mi esaltano particolarmente) che dicevano che il giorno prima erano andati a sentire un concerto celtic punk a Milano. La canzone di chiusura era stata I’m Shipping Up To Boston, eseguita dai Dropkick Murphys vestiti di tutto punto come guerrieri irlandesi; e allora ne hanno fatto sentire un pezzo. Cioè, ci rendiamo conto? I’m Shipping Up To Boston, alla radio, in Italia. Pazzesco…

Mi piace la nuova canzone di Amy Macdonald, Don’t Tell Me That Is Over. La scena musicale alternative rock scozzese mi piace sempre di più. Qualche mese fa ho scoperto i Glasvegas – di cui mi devo assolutamente comprare il cd – mentre gli Snow Patrol mi piacciono praticamente da sempre. Prima o poi dovrò approfondire queste mie conoscenze e rendervi partecipi della cosa.

Lunedì sera in tv hanno fatto The Departed (a proposito di Dropkick Murphys). Quello si che c’ha una bella colonna sonora, non a caso eseguita da Howard Shore (qui Federico mi appoggerà alla grande). La cosa che mi sorprende di Shore è l’incredibile varietà delle sonorità che riesce a produrre: da un film all’altro (o anche all’interno di una stessa pellicola) cambia stile diverse volte, restando sempre su alti livelli. Celebriamolo con lo struggente Billy’s Theme .

SPAZIO PERSONALE

Gabriele sul mio blog: un sogno che si avvera. Ti dirò, speravo che ci fosse una fuga di notizie da parte di Tiziana! Tra l’altro ho anche scoperto che sei un artista deviante… Beh, sul concept design di Avatar nulla da ridire. La cosa che più mi ha colpito sono i dettagli (che poi sono fondamentali in questi casi): ogni animale o albero era riprodotto sotto qualsiasi aspetto, e niente è stato lasciato al caso. Per questo mi chiedo: e se ci avessero messo la stessa cura nella sceneggiatura?

Sono contento che anche Fungo sia venuto a commentare il mio blog. Ma più che altro aspetto che pubblichi un nuovo post sul suo: mi piace un sacco il suo stile, e mi manca!

Messaggio in codice per Matteo. Mio fratello – computer nuovo – EU2 / AOE3 – tre giocatori. Dimmi solo quando.

sabato 23 gennaio 2010

PANDORA TOMORROW

Ieri sono andato a vedere Avatar con la mia famiglia e Stefano. Sono stato circa il terzultimo al mondo, ma meglio tardi che mai, no?
Quando i film incassano così tanto, e soprattutto se ne parla in tale misura (“Cambierà la storia del cinema” è stato detto), andare a vederli diventa quasi un obbligo. Come ho spiegato diverse volte, infatti, questo Avatar in realtà non mi attirava più di tanto: non era uno di quei film che aspettavo con ansia, insomma, non uno di quelli per cui avrei fatto a botte pur di vederlo al primo spettacolo il primo giorno; è uno di quei film che devi vedere, non importa che tu lo voglia oppure no.
Vi dico subito che non mi ha entusiasmato. Sono un fan della fantascienza, mi piace che un film mi faccia viaggiare in mondi possibili (e impossibili), non disdegno sparatorie e battaglie, penso che il romanticismo debba essere sempre presente, e mi piace ricevere spunti su cui pensare. In Avatar c’è tutto questo, eppure non funziona tutto per il meglio. Provo a spiegare perché.

La trama la conoscete tutti, ma ve la riassumo. Nel futuro, gli umani hanno colonizzato lo spazio. Una flotta giunge sul pianeta Pandora, dove sono presenti numerosi giacimenti di un prezioso materiale. Nello specifico, un grosso giacimento si trova sotto un villaggio di alieni. Dilemma: farli sloggiare con la forza, o convincerli a trasferirsi pacificamente? I militari propendono per la prima opzione, gli scienziati per la seconda. Per fortuna la tecnologia dà un aiuto sostanziale, grazie ai cosiddetti Avatar: corpi dalle sembianze aliene (alti, blu, con la coda), con cui è possibile interfacciarsi attraverso un complesso macchinario. Ecco l’idea: si manda qualche avatar nel villaggio, si studiano gli alieni, e si cerca di convincerli a spostarsi dalla loro casa (un enorme e labirintico albero). Il protagonista è un ex-marine paralizzato dalla vita in giù (straordinario il trucco applicato sulle gambe dell’attore che sembrano realmente atrofizzate), chiamato a sostituire il fratello gemello alla guida di un avatar: finirà involontariamente nel villaggio, verrà graziato da una morte certa, e, grazie all’aiuto della figlia del capo, verrà progressivamente integrato nella società aliena.
Apparentemente sembra una vicenda complessa. In realtà, dopo che lo spettatore si è ambientato nell’universo ricreato dal regista–sceneggiatore James Cameron, la trama si stabilizza su un modello ampiamente collaudato. Mio malgrado, devo concordare con la quasi totalità dei pareri espressi prima di me: è la trama il principale punto debole del film. Non ci sono veri e proprio colpi di scena (a parte la scelta coraggiosa di far morire qualche “buono”), le sequenze si susseguono in modo quasi del tutto prevedibile, e alla fine l’intera vicenda si incanala verso lo scontato lieto fine. Forse la colpa è anche dei media, che ci hanno propinato spezzoni e anticipato gran parte della storia, ma sta di fatto che non si rimane sorpresi dal corso degli eventi.
La cosa peggiora analizzando i personaggi. Capisco che la fantascienza sia un genere quasi interamente esplorato (come tutti gli altri, ormai), ma davvero qui si finisce nello stereotipo. Fronte umano: gli scienziati pacifisti e ambientalisti, i militari pompati e pazzoidi, il “capitalista” senza scrupoli che vuole solo mandare avanti la baracca. Fronte alieno: il capo villaggio; la moglie del capo villaggio; la figlia del capo villaggio che flirta con l’eroe; il capo dei guerrieri, promesso sposo della figlia del capo villaggio, che vedo come fumo negli occhi l’arrivo dell’eroe. Il più originale di tutti è proprio il protagonista, per via del suo handicap fisico che rende credibile il suo desiderio di entrare nell’avatar; ma mi è piaciuto anche il personaggio del pilota donna che dà una mano agli eroi, un’eroina che a mio parere poteva essere maggiormente sviluppata. L’uso degli stereotipi non è necessariamente un male, ma tutto sta nel trattarli come si deve. Invece i dialoghi sono piuttosto piatti, con qualche banalità davvero sconcertante; in un paio di occasioni affiora un po’ di ironia (che è ciò che salva gli stereotipi in Pirati dei Caraibi, ad esempio), ma sono casi sporadici. Insomma, i personaggi rimangono a due dimensioni, sanno di già visto, e azzoppano ulteriormente una storia che già di per sé non è molto originale.

Qualcuno in sala, dietro di me, durante l’intervallo ha citato Balla coi lupi. Non ricordo chi, su internet, ha definito questo film Pocahontas nello spazio. Beh, l’associazione mentale che viene subito in mente, a livello cinematografico, è proprio quel sotto-genere del western che parla del bianco che si integra nella società pellerossa. In effetti l’intera vicenda è una metafora: il rimando palese è quello al massacro degli indiani d’America e al senso di colpa che la cultura americana si trascina dietro da allora; ma Stefano ha anche colto richiami – meno incisivi secondo me, ma comunque presenti – alle due Guerre del Golfo.
Ma la grande tematica del film è indubbiamente quella ambientalista. Il confronto fra la società “evoluta” e meccanica degli uomini, e quella “primitiva” e naturale (oltre che animista) degli alieni è ciò che spinge a tifare per i secondi. Se da un lato è credibile l’attaccamento alla natura che questo popolo fittizio ha (reso magnificamente, secondo me, dalla connessione fisica e quasi erotica che instaurano con gli animali e le piante), dall’altro anche qui non ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente nuovo (il parlare alle bestie che uccidono, le sedute spirituali attorno all’albero sacro).
Personalmente, il tema dell’interconnessione con un avatar mi ha ricordato Matrix (il quale a sua volta trae ispirazione da tutta la fantascienza ad esso precedente). In particolare le scene finali, con il rischio che il protagonista venga ucciso nel suo vero corpo piuttosto che all’interno dell’avatar, mi sembravano prese di peso da quel film.
Poi, la storia d’amore. Quante volte l’abbiamo vista svolgersi esattamente nello stesso modo? Odio, progressivo avvicinamento, amore, tradimento di lui, di nuovo odio, di nuovo amore. Suvvia, qualcosa di più originale si poteva tentare…

Beh, finora ne ho dette di tutti i colori: sembrerebbe che il film è una schifezza totale. Invece non è così: si salva senza problemi, e supera abbondantemente la sufficienza. E lo fa principalmente grazie all’atmosfera. In effetti il pianeta Pandora lascia davvero a bocca aperta. Non mi hanno colpito tanto le montagne fluttuanti nel cielo (già viste nei trailer), quanto piuttosto la straordinaria e variopinta vegetazione: bellissimi i tronchi che si illuminavano al passaggio dei personaggi. Anche la fauna non era male, ed era curata sin nei minimi dettagli (impressionanti aspetti come le narici dei “cavalli” posizionate sul collo). Belle anche le scene all’interno dell’albero che funge da abitazione per gli alieni, così come le sequenze in alta quota.
Tecnicamente, il film regge. Gli effetti speciali sono ben curati e l’interazione fra gli alieni realizzati al computer è praticamente perfetta: i soldi spesi si vedono fino all’ultimo centesimo. Personalmente, però, non ho trovato la regia esaltante. È vero, è un film quasi interamente girato al computer, però anche in quel caso uno deve sapere dove mettere la telecamera: e secondo me Cameron non ha sfruttato pienamente le possibilità che aveva a disposizione (scene come quella del crollo dell’albero potevano essere molto più spettacolari se visualizzate in modo diverso). Le scene d’azione, poi, sono abbastanza confusionarie: la telecamera si muove troppo freneticamente, senza far capire molto bene quello che accade, con la conseguenza che il pathos ne risente. Pessima idea, poi, l’uso del ralenti e delle zoomate improvvise: non si adattavano allo spirito del film. Molto meglio la battaglia Davide contro Golia del finale, dove invece il regista si mantiene su standard abbastanza alti.
La musica non mi è piaciuta. Ho trovato gradevole solo la melodia “cantata” che si sente in alcune scene con nella tribù alinea: tutto il resto rientra nello standard hollywoodiano, non accompagna né esalta ciò che vede l’occhio. D’altra parte James Horner non mi ha mai ispirato particolarmente, a parte che in questo caso. Montaggio e fotografia si limitano a fare il loro lavoro, ma lo fanno bene, come è giusto che sia.
Capitolo 3D. Questo era il film che doveva lanciarlo definitivamente. Spero dalla finestra. Secondo me non aggiunge molto al coinvolgimento, e come al solito si vede molto soltanto quando ci sono movimenti dal fondo allo schermo (e viceversa) o molti piani che si susseguono tra lo sfondo e la telecamera. Niente di più. Per di più, gli occhiali mi pesano sul naso (e conoscete il naso che ho io…), e dopo un po’ mi fa anche fastidio la vista. Nel cinema dove l’ho visto, poi, c’era un problema con la pellicola: nella prima metà ogni tanto saltava, e l’immagine era tutta sfocata. Insomma, se devo pagare di più un biglietto per avere tutto questo, allora spero vivamente che questa tecnologia non si affermi.

Per concludere, che dire? Avatar non credo cambierà la storia del cinema. A mio parere non è un film così eccezionale, e ritengo che stia incassando così tanto sulla spinta dell’entusiasmo legato al 3D. Ha i suoi punti deboli nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, e quelli di forza nel potere evocativo e nella cura per i dettagli. Non è di certo un film brutto, e vale tutti i soldi del biglietto. Ma gli manca decisamente qualcosa, al di là degli aspetti tecnico-tematici: la forza di emozionare fino in fondo, che invece caratterizza i capolavori.

Voto: ** ½ su ****

Ammazza è un post chilometrico... Aspetto i vostri contro-commenti

domenica 17 gennaio 2010

NON SONO CERTO UN TITOLISTA

Vi immaginate se la Roma si compra Ballack? Il giorno dopo la Gazzetta titola: “Ballack coi lupi”.
Dai, è bella. E ha il ritmo di un Merdonismo.

Nonostante questo, per il momento non mi vengono in mente titoli adeguati per il blog. Avevo un’idea in testa, ma non riesco a svilupparla decentemente. Quindi, a costo di sembrare ridicolo, per ora lascio Monkeytana (che poi, lo ricordo, è una citazione dalla rubrica telefonica di Jacopo; il che è surreale quanto basta).

Nei giornali esiste questa figura straordinaria che è il titolista. È uno che di lavoro fa i titoli degli articoli. Un ruolo analogo esiste anche nella case editrici: sono questi oscuri individui che scelgono i titoli dei libri che leggiamo. Il che è anche ingiusto, se ci pensate: spesso gli scrittori sono costretti a rinunciare ai titoli che hanno in mente in favore di quelli imposti dalle case editrici. Però fare i titoli è davvero un’arte: io i titolisti, nonostante tutto, li stimo alla grande. Sono veri e propri maghi delle parole.

SUI POST PRECEDENTI
Non mi aspettavo che il post precedente suscitasse tanto scalpore. Ero convinto che lo avreste trovato noioso e petulante (e magari così è stato), o che comunque non ci avreste dedicato troppo tempo: ecco perché c’ho messo quel titolo. Invece anche questa volta sono arrivati commenti. Beh, forse vuol dire che la tematica vi interessa; in ogni caso mi ha fatto piacere che si siano delineate opinioni diverse. Quello che volevo fare era più che altro riferirvi quelle idee; alcune le condivido in parte, altre le trovo un po’ eccessive, però penso che sia una buona cosa farle circolare. La cultura, per come la vedo io, non è mai un gioco a somma zero: dalla sua diffusione tutti ci guadagnano, e nessuno ci perde.

Anche la discussione sul cinema italiano mi è piaciuta. A proposito: Adriana, ho letto il tuo commento in quel post e ti rispondo qui. Come ricordavi tu, la cosa è molto relativa ai gusti personali (e all’idea che ognuno ha del cinema, aggiungo): dunque nei giudizi c’è per forza una certa dose di soggettività. Volevo aggiungere solo una cosa, però. Parli di contenuto profondo, mentale e cerebrale contrapponendolo all’intrattenimento dello stupore e della suspance. Ecco, secondo me (attenzione: sto per scoprire l’acqua calda!) il punto ottimale è proprio a metà fra i due estremi: è forse questa una delle cose di cui più sento la mancanza nel nostro cinema, e che invece trovo in molti film d’oltreoceano (non mi riferisco a quelli come 2012, eh!). Un film per me deve tanto coinvolgere e divertire, quanto far riflettere; poi certo, a me piace vedere un film (e leggere un libro) anche per il solo gusto della trama e della suspance, ma qui entriamo nella sfera dei gusti personali. Però non va dimenticato che i film sono sia opere culturali che prodotti d’intrattenimento: e se è vero che molte pellicole americane dimenticano la riflessione, a me sembra che la maggior parte di quelle italiane sia priva della seconda dimensione.

ANCORA SUL CINEMA
Alla fine è uscito anche da noi questo famoso Avatar. Non sono ancora andato a vederlo: penso che il mio turno sarà la prossima settimana, insieme alla mia famiglia e al Palma (a tal proposito: Stefano, il tuo cellulare è tornato in vita? E comunque potresti farmi sapere esattamente il giorno in cui scendi? Grazie). Se qualcuno di voi ha avuto modo di andare al cinema e vuole esprimere il proprio parere, lo faccia pure.
Oggi ho anche letto questa notizia a dir poco scapigliante (devo ancora decidere se in bene o in male)… So solo che la cosa mi ha fatto pensare a Matteo.

RISPOSTE A COMMENTI VARI

No Matteo, non sapevo che la Wikinotizie più grande era quella serba. Sinceramente non me lo so spiegare, ma se vuoi il mio parere mi sembra un semplice exploit, un caso isolato. Invece quelli che non mi finiscono mai di stupire sono i polacchi: hai notato che sono terzi sia fra le Wikinews che fra le Wikiquote (dove l’Italia è seconda)? Secondo me è questo il vero fenomeno inspiegabile del mondo wiki. Sarebbe da scriverci una tesi sopra, guarda.

Mmm… Jacopo chiede la storia del pagliaccio. In effetti sarebbe uno spasso raccontarla di nuovo, e visto che compare in una mia opera sono io che quello che ha i diritti di pubblicazione. Dai, in un prossimo post ve la racconto…

giovedì 14 gennaio 2010

POST CHE NON CREDO PIACERÁ

Ho appena finito di leggere – tra treno, letto, bagno e ritagli di tempo – un libro piuttosto interessante. Mi è stato consigliato per la tesi, e ci ho trovato alcuni spunti utili per il lavoro che ho in mente; ma gli aspetti più intriganti sono stati altri, non connessi con l’argomento che ho scelto. Si intitola La società digitale (Laterza, 2006), e l’autore è Giuseppe Granieri. Oltre ad avere una delle dediche più belle che abbia mai letto, il libro si propone di analizzare l’impatto che ha avuto Internet sulla società. L’approccio è scientifico / sociologico, il che rende la lettura un po’ complessa, ma questo ovviamente è anche sintomo della serietà del lavoro.
Tra le tante riflessioni contenute nel libro, ce ne sono alcune che mi hanno particolarmente colpito. Eccole, in ordine sparso: 1) con l’avvento e lo sviluppo di Internet, quasi tutti hanno l’opportunità di pubblicare qualcosa. I blog sono l’esempio più evidente: chiunque disponga di una connessione, può immettere in rete testi, foto, video, musica, e così via. In pratica, sono stati “aggirati” i mediatori: ciò ha dato origine alla figura del lettore / autore, un utente che è sia consumatore che produttore di cultura. 2) Su Internet la conversazione è sia scritta che conversazionale (i blog ne sono, di nuovo, un esempio); inoltre, la rete ha memoria di quello che abbiamo precedentemente scritto (conserva tutto come un grande archivio). Questo comporta un ritorno all’argomentazione: non basta affermare una cosa, bisogna anche spiegare il perché di una posizione. 3) su Internet le minoranze hanno la stessa dignità delle maggioranze. L’autore afferma che la rete rispecchia fedelmente la società reale, ma dà a tutti le stesse possibilità di esprimersi: in questo modo le nicchie convivono con il mainstream, trovando una loro legittimazione e una ragion d’essere.
Vabbè, non volevo annoiarvi. Aggiungo solo che il secondo punto mi sembra molto interessante, e l’ho potuto constatare sulla mia pelle da quando frequento il piccolo mondo dei nostri blog: il fatto che le cose scritte rimangano dona una nuova dimensione, ci spinge a ragionare, a riflettere sulle cose. Io stesso mi sono trovato a pensare (di più) su quello che volevo dire – o, meglio, scrivere. Potrei dire che anche questo è uno dei motivi per cui ho aperto un blog: prendetelo come un invito alla riflessione.

Non per rimanere sul mondo digitale, ma ci tengo a segnalarvi che domani, 15 gennaio, è il compleanno di Wikipedia: saranno esattamente nove anni che è stata lanciata l’edizione inglese (quella italiana è arrivata poco dopo, nel maggio del 2001). Nove anni sono abbastanza nel mondo reale (all’epoca la mia vita si svolgeva fra la scuola media, il basket e il divano dove giocavo alla Playstation), ma sono quasi un’era nel mondo virtuale. Eppure Wikipedia è sopravvissuta ed è ancora qua, funziona egregiamente (con alti e bassi che definirei fisiologici, vista la sua natura), è utilizzata da milioni di persone in tutto il mondo, e riesce pure a racimolare un bel po’ di denaro per auto-sostenersi (8 milioni di dollari in 8 settimane: niente male direi). Non finisco mai di stupirmi di come questo progetto, apparentemente folle, riesca ad essere così geniale. Beh, allora cento di questi giorni!

Già che ci siamo, concludiamo ancora col digitale. Il Cavicca ha aperto un blog. Quindi o è un esperto di marketing e un fine stratega, oppure ha ceduto alle emozioni della corrente. In ogni caso, mi fa molto piacere. Le sue affermazioni, nel post d’apertura, riguardo la capacità di esprimere se stessi al giorno d’oggi mi sembrano ricollegarsi a quello che dicevo alcune righe fa. Spero che riesca a dedicargli tempo: è una voce preziosa che si aggiunge alla repubblica dei blog. Fateci un salto, gente!

lunedì 11 gennaio 2010

ITALIANS DO IT BETTER (A VOLTE)

Venerdì sera sono andato al cinema con Valeria: abbiamo visto l’ultimo film di Verdone, Io, loro e Lara. Erano diversi mesi che non vedevo un film italiano: l’ultima volta era stata a settembre, con Il grande sogno (cui, francamente, sarebbe calzato meglio come titolo "Il grande incubo"). Durante lo scorso semestre ho visto esclusivamente film stranieri: District 9 (tanto rumore per nulla), Parnassus (bruttino), Nemico pubblico (veramente bello), 2012 (ahahah). Ho persino visto un film (spagnolo) in Spagna (in spagnolo): Planet 51 (davvero carino). Ma di film italiani proprio niente.
Ebbene, devo dire che questo Io, loro e Lara è stato gradevole. A mio parere è una buona commedia: fa ridere, senza ricorrere eccessivamente alle volgarità, e dà qualche spunto di riflessione serio. Ha una buona struttura narrativa che, a parte un paio di buchi logici, risulta abbastanza plausibile e tiene desta l’attenzione fino alla fine. Gli attori sono bravi, più quelli che incarnano i personaggi secondari che i principali (menzione d’onore per il fratello cocainomane e le ragazze emo), e anche sotto il profilo tecnico il film regge (si notano piani sequenza e carrellate). Insomma, un film che pur non essendo un capolavoro si fa guardare senza problemi.
Quantomeno, si tratta di una delle poche pellicole italiane che sfuggono alla classificazione Calisetti del cinema italiano. A mio parere in Italia, al giorno d’oggi, si producono principalmente due categorie di film: a) i cinepanettoni / cinecocomeri / film comici di bassa qualità; b) le tragedie drammatiche, con la t e la d maiuscole. Ora, a prescindere dai gusti personali, secondo me il problema principale è che c’è troppo provincialismo: non vedo la voglia di osare e l’ambizione da queste parti. E non sto parlando di effetti speciali, eh: mi riferiscono piuttosto a quella che potrei chiamare (e chiamo) “epicità”, un concetto tanto evanescente quanto fondamentale, a mio parere.
Non sto dicendo che il cinema italiano attuale è sbagliato. Sto solo dicendo che a me personalmente non piace così com’è. A ben vedere, però, è tutta una questione di concezioni del cinema: la mia è evidentemente diversa da quella di chi produce certi film (e da quella di chi li va a vedere, ovvio). Ma questa è un’altra storia…

Nel frattempo, è terminato il girone d’andata della Serie A. Mai avrei pensato di vedere una cosa simile: il Napoli è terzo. Pazzesco, davvero pazzesco. Dando per assodato che ormai l’Inter ha la strada in discesa, io dico che la sfida per la Champions è fra Milan, Juve e Roma. La Fiorentina la vedo più in Europa League. Il Napoli secondo me calerà un po’ (Mazzarri non può stare in serie positiva per sempre…), ma può lottare facilmente per l’Europa League insieme al Parma. Mi dispiace che l’Udinese sia così in basso: mi è sempre stata simpatica, e oltretutto penso che abbia una squadra niente male. In B andranno Bologna e Catania, la terza non so. Ho parlato: perché sento che non ho azzeccato neanche una previsione?

Oggi sono andato a Roma. Alla stazione di Terracina ho incontrato Andrea l’Hobbit Alto, e abbiamo fatto il viaggio insieme. Subito abbiamo cominciato a parlare di calcio e a rievocare i bei tempi andati. Siamo riusciti a ricostruire l’esatto dialogo che avemmo a scuola il giorno dopo una finale di Champions, quando lui paragonò quella partita a Sezze Setina – Borgo Hermada (andata in onda in contemporanea su SL48); inoltre ho scoperto che lui, neopatentato alla guida di un Pandino, è andato a Terni a vedere la Ternana, e che è un grande cultore del campionato di C1. Un idolo. Mi ha anche detto che l’Hobbit Nero marina l’università per andare a giocare a pallone nel campetto della chiesa. Un altro idolo. Poi Andrea mi ha anche raccontato della sua vita. Insomma, mi ha fatto davvero piacere rivederlo dopo tanto tempo: spero di incontrarlo di nuovo.

Ah, io e Cavicca notiamo un certo fermento tra i blogs. Ce piace.

venerdì 8 gennaio 2010

IL SECONDO POST È SEMPRE IL PIÚ DIFFICILE…

…Parafrasando una canzone di Caparezza risalente ormai a ben sette anni fa (Il secondo secondo me, dall’album Verità supposte, 2003)

Sul Corriere della Sera di ieri, a pagina 17, c’era un articolo veramente incredibile firmato da Marco Del Corona. Ve lo riassumo in breve. Lunedì 4 gennaio è morto in Giappone, all’età di 93 anni, Tsutomu Yamaguchi, un ex ingegnere navale. Il 6 agosto del 1945 si trovava per lavoro a Hiroshima, quando gli sganciarono in testa una bomba atomica. Sopravvisse, se la diede a gambe, e tornò a casa. Solo che la sua casa si trovava a Nagasaki. Il 9 si ritrovò nel mezzo di un altro bombardamento atomico, ma sopravvisse ancora una volta. Assurdo nell’assurdo: sua moglie e suo figlio, anni dopo, morirono per le conseguenze delle radiazioni, mentre lui si riprese meravigliosamente. È stato l’unico, dei 165 presunti sopravvissuti ad entrambe le bombe, cui fu riconosciuto legalmente questo status dal governo. Pazzesco. (Tra l’altro, è di oggi la notizia che James Cameron ha acquistato i diritti proprio su questa tematica)

Non si sa come, non si sa perché, ma il (mini)mondo dei blog si è improvvisamente rianimato. Matteo ha dotato il suo di una nuova grafica (bruttina, certo, ma se a lui serve così chissenefrega), e ha sparato subito due aggiornamenti, oltre a un post sul blog letterario. Sono risorti Livio e Andrea: spero che entrambi trovino il modo di rimanere con noi. Cavicca è ricomparso dal letargo giurisprudenziale in cui era precipitato: è un ritorno più che gradito (se ci pensi nel corso del primo semestre ci siamo visti solo una volta, per una cena al McDonald’s di Piazza della Repubblica: do you remember? Spero che i nostri orari del secondo siano più compatibili). La cosa non può che farmi piacere, ovviamente. Per quanto riguarda me, come faceva giustamente notare Cavicca, l’effetto sorpresa è stato devastante: il che spiega i 15 commenti al mio primo post. Ci contavo in effetti, ma si può dire che è quello che state leggendo ora il primo vero post del blog. Con questo non voglio dire che sarà un paradigma per quelli che verranno: ora come ora non ho un progetto preciso, ma solo una serie di spunti di riflessione.

Ultimamente alla radio (e con questa parola intendo le radio generaliste che ascolto, ovvero Subasio e Rds) sto sentendo stranamente della musica che mi piace. Sono andato in fissa con Fireflies di Owl City (che ha anche un bellissimo video, che ho visto per la prima volta su Mtv Brand: New), ma mi piace anche Sweet Disposition dei The Temper Trap (australiani, manco a dirlo). Persino i 30 Seconds to Mars (che – lo dico a scanso di equivoci – non mi piacciono) hanno fatto una bella canzone, anch’essa con un bel video: Kings and Queens. E mi piace vagamente anche Belle of the Boulevard dei Dashboard Confessional (che Wikipedia etichetta come “emo”, ma vabbè). Concludo con gli italiani: Jovanotti ha fatto una canzone nettamente migliore di quelli che sono i suoi standard, e – lo confesso – mi piace l’ultima di Grignani.
Ok, dopo questa potete anche abbandonare il blog.

martedì 5 gennaio 2010

BENVENUTI NEGLI ANNI ‘10

L’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: la fine di un anno, l’inizio di uno nuovo, persino il cambio del decennio (lo so, tecnicamente la decade inizierà solo fra dodici mesi: ma qui fa fede quel ’10 sul calendario). Insomma, quale momento migliore per aprire un blog?
Prima ancora di cominciare, sento già le voci di molti: "Ma non avevi detto che non ne avresti mai aperto uno?" "Ma non ti sembra di essere incoerente?" "Ma perché quando lo dicevamo noi non ti sei mosso?". Rispondiamo. Non ho mai detto che non avrei mai aperto un blog: è su Facebook che faccio quel discorso. Il motivo per cui fino ad ora non mi avete mai visto bazzicare sulla rete è molto semplice: non sentivo il bisogno di gestire un blog, e quindi di stare a dietro a tutto quello che ne consegue. L’idea del blog, e dell’interconnessione con i blog dei miei amici (e oltre), mi ha sempre attirato: solo che non mi sentivo pronto, ecco.
Viceversa, negli ultimi tempi (diciamo da alcuni mesi a questa parte), ho sentito sempre maggiore dentro di me il bisogno di condividere riflessioni, pensieri, scritti, idee, link; e, conseguentemente, cresceva il desiderio di confronto con altre persone sulle suddette cose. Nello stesso tempo, alcune letture mi convincevano dell’importanza sociale del fenomeno blog. Mi piacerebbe poter scrivere che da lì il passo è stato semplice, ma purtroppo ciò non sarebbe vero. A quel punto, infatti, sono subentrate domande su domande, perplessità su perplessità. Penso sempre molto (troppo) prima di fare una cosa; ma quando faccio una cosa che coinvolge Internet ci penso almeno il doppio. Pubblicare un qualcosa su Internet non è un’azione da compiere tanto alla leggera: è un luogo (o forse sarebbe meglio dire un non-luogo) di natura pubblica, e quindi da tutti accessibile; occorre rifletterci su, giudicare, e poi eventualmente fare. Così mi sono imbarcato in un’impresa difficilissima: trovare una risposta alle mie innumerevoli domande. E mi sono scontrato con una realtà, quella italiana, che in questa materia sembra essersi persa qualche puntata: è il mondo che va troppo veloce, o siamo noi che siamo troppo lenti? È stata dura, ma alla fine ne sono uscito fuori; e una delle risposte la potete vedere in fondo a questa pagina.
Ma, preamboli a parte, qual è lo scopo di questo blog? Quali sono "le riflessioni, i pensieri, gli scritti, le idee, i link" che voglio condividere? Beh, con precisione non lo so nemmeno io. Non so neanche ben dire con quanta frequenza aggiornerò i post, e ovviamente dovrò prendere un po’ di confidenza con il sistema di Blogger: insomma, diciamo che è tutto ancora work in progress. Ho un bel po’ di cose in testa, ma ancora non so bene come e quando tirarle fuori; però almeno ora so dove. E poi un blog può sempre tornare utile nella vita, no?
Spero solo di non essere fuori tempo massimo. Ultimamente i blog che frequento (alcuni di essi, almeno) hanno un po’ perso smalto: non vorrei essere arrivato troppo tardi. Da quello che ho visto oggi, però, almeno Matteo si è mosso. Staremo a vedere…
 
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